Fuori posto

Talvolta ci sentiamo estranei al mondo, fuori posto, sbagliati.

E’ come essere invitati ad una festa in maschera, indossare il costume più bizzarro che si trovi, attraversare la città così conciati, arrivare alla festa e scoprire che è stata rinviata. E’ come partecipare ad un gioco e perdere sempre perché, giusto un attimo prima che cominci la partita, qualcuno cambia le regole del gioco e tu sei l’unico a non saperlo. E’ come comportarsi da persona perbene, corretti, onesti, rispettosi del prossimo, educati, pensando così di avere l’ammirazione degli altri e scoprire che, invece, un mondo fatto di furbi ti considera solo un fesso. E’ come iniziare a fumare spinelli per sentirti uguale agli amici del gruppo e poi finire in un gruppo di salutisti che ti guardano storto e ti emarginano perché sei un tossico. E’ come essere sempre gentili e galanti con le donne e poi scoprire che loro preferiscono i bastardi.

E’ come aver creduto per tanti anni alla propaganda comunista, aver sempre combattuto gli sporchi capitalisti sfruttatori del proletariato, e poi scoprire che D’Alema ha una barca a vela miliardaria da 18 metri, Veltroni dice di non essere mai stato comunista, dice che lascerà la politica ed andrà in Africa ad occuparsi di iniziative umanitarie (lo ha promesso da Fazio) ed acquista un appartamento a Manhattan, ed i compagni furbi fanno i miliardi speculando in borsa.

E’ come essere laureati in fisica nucleare e fare il telefonista in un call center. E’ come aver dedicato tutta la vita allo studio del pianoforte ed esercitarsi dieci ore al giorno per eseguire in maniera perfetta un concerto di Chopin, Mozart o Rachmaninov e scoprire che nessuno ti ascolta perché tutti vanno matti per Caparezza.
E’ come aver risparmiato tutta la vita per acquistare la tua bella villetta in montagna e poi scoprire che tutti gli altri abitanti del delizioso borgo alpino sono andati via perché la zona è ad altissimo rischio frane. E così succede che, talvolta, ci si senta fuori posto nel mondo. Allora decidi di abbandonare la civiltà, tornare alla vita bucolica, lontano dalla civiltà e di ritirarti solitario in una sperduta spelonca della Barbagia a fare l’eremita. Ma poi scopri che non puoi fermare il mondo e scendere, non puoi fare nemmeno quello, perché tutta l’area è parco naturale e sono vietati gli insediamenti umani anche nelle grotte del Supramonte. Mavaffan…

 

asino barca

Vedi: “Perché Veltroni è Veltroni“.

Normalità, natura e diversità.

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel post “Diversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva con “E non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenze” non c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.
In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese, che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però, che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la norma è la diversità. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco. Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano ed attribuire a tutte lo stesso valore.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” (Vattimo) e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalité, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.
Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

Vedi: “Diversamente uguali e ugualmente diversi”.

 

 

Il destino e l’accordo di settima.

Sarà la nostalgia struggente di un fado, forse. O la passione di una danza andalusa. Sarà la cadenza di un vecchio tango o l’eleganza di un valzer. La musica ha un enorme potere evocativo, ha la capacità di suscitare sensazioni di cui ci sfugge l’essenza. La musica, certo, ma non solo. Ci sono parole soavi come carezze o laceranti come artigli di tigre. Ci sono pensieri improvvisi che frantumano certezze ed aprono abissi di inquietudine. E c’è la bellezza, in tutte le sue forme. La bellezza è una dannazione; non si riesce mai a raggiungerla, a possederla veramente. Inseguire la bellezza è una corsa verso l’ignoto, al buio. E’ una preghiera inascoltata, un lamento senza conforto, una ferita aperta. Bellezza e verità sono sorelle: una ti ammalia, l’altra ti sfugge. Entrambe ti illudono.
Mille domande, una sola risposta: il silenzio. Così c’è qualcosa nell’anima umana che non trova pace. E’ una tensione perenne, fra il tutto ed il nulla, fra l’origine e la fine. In costante ed instabile equilibrio su un sottilissimo filo di saggezza teso su un baratro di follia. Anelito mai appagato di perfezione. Come un accordo di settima tenuto in sospeso, con una tensione crescente ed insopportabile, senza mai giungere alla risoluzione. Sì, è la musica il linguaggio dell’anima.
Il dramma umano è come quell’accordo di settima che si risolve e trova pace solo nella sua tonica. Ma quell’accordo così appagante e desiderato è anche la fine del brano. E’ la fine di quella danza tragicomica e grottesca che chiamiamo esistenza. E così il destino beffardo riservato all’uomo è quello di trovare la risposta alla vita solo nella morte.

Andreoli, musica pop e i matti di Salerno

Il potere logora chi non ce l’ha”, diceva ironicamente Andreotti, in risposta a chi lo accusava di essere troppo legato al potere. Io dico che il potere logora anche chi ce l’ha. Anzi, può condurre a veri e propri stati patologici. Non sta bene dire “Io lo avevo detto“. Però certe volte, leggendo delle notizie che confermano certe nostre vecchie convinzioni,  anche se non lo diciamo, viene spontaneo pensarlo. Di solito lasciamo perdere; non vale la pena, si perde tempo e non porta alcun beneficio. Ma quando le notizie arrivano in serie, quasi contemporaneamente, è difficile resistere alla tentazione di rimarcarlo. Esempio.

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Di recente sul Giornale è apparso un articolo con un’intervista allo psichiatra  Vittorino Andreoli: “Nessuno mi invita più a cena“. Pezzo interessante, anche se nei confronti di psicologi, psicanalisti e psicoqualcosa, nutro sempre un po’ di sana diffidenza. E non sono il solo. Lo stesso Andreoli nell’intervista, riconosce che negli Sati Uniti, dove la psicanalisi era così diffusa da essere diventata una moda, già da tempo è in crisi: “In America non ci va più nessuno. La psicanalisi delle tante sedute e del setting particolare registra un crollo.”. Appunto. E già questa è una conferma ad una mia vecchia idea, e i dubbi, sull’utilità della terapia  psicoanalitica che comporta lunghe e costose sedute che vanno avanti per anni, decenni, o tutta la vita e spesso senza risultati apprezzabili. Ma quello che mi ha colpito è un’altra affermazione che conferma la mia opinione sulla politica e sull’aspetto patologico di un eccessivo amore per il potere. Ne parlavo, fra i tanti, in questo post del 2013: “Psicopatologia del potere“.  Ecco l’incipit: “Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico.”. Può sembrare un’affermazione esagerata, e forse lo è. Io stesso, talvolta ho il dubbio di avere una visione troppo critica della realtà. Poi leggo l’intervista e alla domanda “Quindi anche il potere è una patologia?“, ecco cosa risponde Andreoli: “Diciamo che se incontrassi Trump mi porterei dietro il camice. Il potere è una malattia sociale. Si pensa di guarirlo aumentandolo.”. Beh, certo Andreoli  non ha copiato il mio incipit, però il concetto (la forma patologica del potere) è quello, pari pari. E già questo mi conforta. E non basta.

Un’altra vecchia idea, che ripeto ogni volta che parlo di violenza, di informazione e cronaca nera, dei media e dell’influsso negativo sul pubblico, è quella della responsabilità dei media nella diffusione della violenza e dell’aggressività. E’ un pensiero fisso che ripeto da quando ho aperto il blog, 15 anni fa. Nella colonna a destra sono riportati decine di post su questo argomento (specie nella sezione “Mass media, società, violenza“. Ed ecco cosa dice Andreoli: “La violenza che vediamo negli adolescenti arriva in gran parte da film, internet, videogiochi killer o a sfondo sessuale.”. Chiaro? Leggendo queste parole viene spontaneo pensare “E io cosa dico da sempre?”. Esattamente questo. Già, ma io non sono psichiatra.

C’è anche un’altra conferma sulle cause genetiche  del comportamento umano, che può essere più o meno modificato da fattori ambientali e culturali, ma che, in partenza, ha origine genetica. Ed ecco cosa risponde alla domanda “Quindi la follia è anche genetica?‘”: “Sì, sempre. In certe forme la genetica vale al 30%, in altre forme meno e hanno più rilevanza i fattori ambientali.“. Bene, anche il fondamento genetico è confermato. Su questa valutazione avrei qualcosa da aggiungere. Dice Andreoli che, in certe forme la genetica influisce al 30%.”. Non ne faccio una questione di percentuali. Quello che, invece, sembra che la scienza si ostini a non voler prendere in considerazione è un altro aspetto. E’ vero che sono ugualmente importanti sia la componente  genetica, sia quella culturale, ambientale, l’educazione, il caso, le opportunità e che il comportamento deriva dalla interazione fra tutti questi fattori. Ma, c’è un ma. Si tralascia un piccolo dettaglio: il patrimonio genetico viene “Prima” dell’influsso ambientale. Esiste già prima della nascita. La genetica viene “Prima” dell’ambiente”. Capito? “Prima”. E non solo viene prima, ma determina tutta la successiva attività mentale: l’acquisizione delle informazioni attraverso gli organi sensoriali, la loro catalogazione, archiviazione,  la relazione fra le informazioni, l’elaborazione e la creazione di nuove idee. Tutto quello che noi riteniamo effetto della nostra volontà è determinato dalle impostazioni genetiche che determinano il modo di percepire, ordinare e mettere in relazione le informazioni; insomma, è l’originario imput genetico che determina l’intera attività mentale. La “forma mentis” è determinata geneticamente. Ecco cosa dice Andreoli: “Il cervello è una macchina che produce comportamenti. Ed è formato da due parti: una determinata e una plastica, che è il campo della psichiatria.“. Quello che non si vuole riconoscere è che la parte “determinata” è quella che stabilisce il modus operandi della parte plastica e di come questa possa essere plasmata. Ma questo argomento merita un discorso a parte.

Musica e parole

Pochi giorni dopo ecco un altro articolo che conferma un’altra mia vecchia idea sulla musica moderna. “Motta, rinasce la canzone d’autore.“. Parlando di musica pop moderna dico spesso che  la musica è morta e che i musicisti, non avendo più fantasia per creare melodie e armonie, spostano l’attenzione sui testi (meglio se socialmente impegnati), spacciandosi per poeti. Dice il nostro cantautore: “I testi sono la parte più importante“.  Appunto, esattamente quello che scrivo da anni. Per i “musicisti” e cantanti di oggi la musica è morta. In assenza di una pur minima creatività musicale che sappia inventare una semplicissima melodia originale ed orecchiabile, cantano tutti la stessa canzone; ma non se ne rendono conto. Così, per ingannare il pubblico e se stessi antepongono il testo alla musica. Vedi “Musica in prosa“. Le canzoni non si raccontano; si suonano e si cantano. Quando si dà più importanza alle parole che alla musica (come succede da decenni) significa che la musica è morta, non si hanno più idee melodiche, ritmiche e armoniche e, per coprire questa grave carenza, si preferisce distrarre l’attenzione evidenziando più il testo che la musica. E ci si illude di passare per poeti o intellettuali “impegnati”. C’è chi ci crede.

Ma in una realtà ormai alterata e taroccata niente è ciò che sembra; tutto sembra ciò che non è. Anche la musica. Continuo a ripeterlo da anni; e non solo io. Ecco, per esempio, cosa riportavo nel post “Sanremo bazar; c’è di tutto, anche musica...” del 2016: “Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“),  Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi: “La musica occidentale è finita, è un cane che si morde la coda.” “Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. Vedi “La musica è finita” del 2009.

Stiamo impazzendo

Ed infine, un’altra conferma, Da anni scrivo che “Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto”. E qualcuno pensa che si tratti di una frase ad effetto, una battuta. Non lo è. Ecco cosa riportava di recente la stampa: “Salerno, la città dei pazzi. Un maggiorenne su tre ha problemi mentali.”. Chiaro? Non si tratta di singoli casi di “disagio sociale”, come oggi si usa dire. No, questa è una vera e propria epidemia di gravi psicopatologie che dovrebbe costituire un gravissimo allarme per tutti. E Salerno non è un caso particolare. A Salerno non ci sono più matti che nelle altre città; forse se si fa una classifica è solo una questione di piccolissime variazioni percentuali, ma questa è la situazione generale. Basta leggere le notizie di cronaca quotidiana per avere la conferma che i matti sono dappertutto. E noi che facciamo, ci preoccupiamo? No, continuiamo a dare ampio spazio a programmi demenziali in TV, agli starnazzamenti delle ochette che bivaccano nei salotti televisivi, ai pettegolezzi da lavandaie, ai litigi e ripicche di sciacquette isteriche in cerca di visibilità, alle telenovelas delle peripezie amorose delle coppie VIP che si prendono e si lasciano, si riprendono e si rilasciano e cambiano partner secondo le stagioni; così, con la mente occupata in sciocchezze evitiamo di occuparci di problemi seri. Intanto la gente sta impazzendo, a Salerno un terzo dei maggiorenni ha problemi mentali, ma noi guardiamo il Grande fratello, i finti naufraghi dell’Isola dei famosi, gay ballerini, opinionisti trans e bambini canterini. Amen.