Antitesi e priorità

Antitesi e priorità: Causa / Effetto – Domanda / Risposta – Problema / Soluzione – Prima / Dopo. Qualcuno pone un problema e qualcuno trova la soluzione. Normalmente si è portati a riconoscere grandi meriti a coloro che trovano la soluzione ad un problema. E passa in secondo piano colui che pone il problema. Eppure non può esistere risposta senza che sia stata posta prima una domanda. Non esiste soluzione ad un problema, se prima non esiste il problema. Non può esistere un “dopo” se non esiste un “prima“. E’ evidente che il primo termine delle antitesi citate sia ancor più importante del secondo termine. E’ una questione di priorità che diventano determinanti. La storia del progresso umano è un continuo porsi domande e trovare risposte, è un lunghissimo elenco di problemi ai quali si è trovata soluzione. Ma non ci sarebbero state soluzioni, né progresso, se non ci fossero state prima le “domande“.

Cosa significa? Facciamo un esempio concreto riferito al comportamento umano. Le nostre scelte quotidiane ed il nostro comportamento nei confronti della realtà sono un susseguirsi ininterrotto di “risposte” a problemi di diversa natura. La maggior parte dei gesti e delle scelte sono quasi istintive, essendo ormai acquisite come risposte consolidate. Ma di fronte a nuovi problemi e nuovi ostacoli la mente reagisce trovando la soluzione più o meno valida. La validità della risposta è direttamente proporzionale al nostro bagaglio culturale. Si tratta sempre, comunque, di risposte a delle domande, di soluzioni a problemi, di atti comportamentali che percepiamo come pensieri coscienti.

Posto che il “pensiero cosciente” sia la risposta ad una domanda, qual è la domanda stessa? Se la risposta è un pensiero cosciente la domanda non può che essere qualcosa che precede la domanda, ovvero preceda lo stato di coscienza. Ergo, la domanda è un pensiero inconscio. E come tale non è determinato dalla nostra “volontà cosciente“. E’ storia vecchia quella della contrapposizione fra genetisti e ambientalisti, in merito al comportamento umano. Quelli che non vogliono far torto a nessuno, magari “tengono famiglia“, risolvono il problema affermando che il comportamento è una conseguenza dell’interazione fra patrimonio genetico e ambiente. Il che vuol dire tutto e niente. Ma sembra un saggio compromesso. E poi si sa che…la verità sta nel mezzo (!?).

Ma, se ci fate caso, nessuno si pone la domanda più logica e sensata; quella riconducibile alle antitesi in premessa. Nessuno si pone il problema dell’importanza della “priorità“. Se non ci credete provate a fare una ricerca. Ora, se non si è d’accordo con questa ipotesi, dovrebbe essere semplicissimo confutarla; esistono stuoli di psicologi che dibattono l’argomento. Ma se è vero che non esiste risposta senza domanda e non esiste soluzione senza problema, e non può esistere un dopo se non esiste un prima…e non esiste “pensiero cosciente” senza che esista prima un “pensiero inconscio“…beh, allora la prima conseguenza è questa: Il pensiero nasce spontaneo nella nostra mente, indipendentemente dalla nostra volontà.

La volontà, che noi abitualmente riteniamo essere libera e cosciente, non è una caratteristica della coscienza, ma dell’inconscio. La soluzione ad un problema, o la risposta ad una domanda, hanno la loro ragion d’essere nella domanda stessa alla quale rispondono, che ne costituisce la causa e la ragione. La risposta è giustificata dalla domanda. Ma cosa giustifica la domanda? Come nasce, e perché? Evidentemente deve esserci un atto di volontà che faccia nascere, scaturire e formulare la domanda. Allora, come appare evidente, l’esistenza di un atto volontario è caratteristica precipua non della risposta, ma della domanda. La risposta è giustificata dalla domanda, ma la domanda , non essendoci termini precedenti che la condizionino, non avrebbe ragione di esistere se non esistesse una “volontà” che la crea. La volontà è insita nella domanda, ne è la ragione prima della sua esistenza. Ed è un pensiero inconscio. E’ un atto spontaneo della mente non condizionato o determinato da un atto cosciente. Ma siccome siamo tanto orgogliosi della nostra volontà e del libero arbitrio, immagino che sia molto difficile accettare questa ipotesi. Allora, invece che limitarsi a non condividerla, provate a dimostrare il contrario.

E la volontà ? (2005)

Ho appena letto una notizia curiosa sulla pagina di Tiscali Notizie/Medicina. “Colori che vengono “ascoltati” o suoni da “gustare”. Accade più o meno questo nelle persone colpite da “sinestesia“, una sensazione che può essere indotta da alcune droghe o, in casi più rari, insorgere spontaneamente. E’ successo ad una musicista svizzera che si è accorta di percepire le note come colori e gli intervalli che le separano come “sapori” ben definiti.” Curiosa notizia, quasi bizzarra, ma…

E’ solo una delle tante scoperte, che ultimamente si susseguono con sempre maggiore frequenza, che ci consentono di capire sempre meglio il funzionamento di quella ancora misteriosa macchina che è la mente umana. E giorno per giorno ho la conferma di una vecchia idea secondo la quale la mente umana non è altro che una macchina biologica, molto complessa, che risponde agli stimoli esterni. Basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre risposte non corrette e generare anomalie di comportamento.

Ma cosa c’entra la volontà? C’entra, c’entra… E’ opinione piuttosto diffusa che il nostro comportamento e le scelte, più o meno complesse, che operiamo quotidianamente, siano solo frutto di un preciso atto di volontà. E’ come dire che l’uomo è artefice del proprio destino e che siamo noi, nel limite delle reali e concrete possibilità, a determinare la nostra vita. La volontà personale sembra essere l’unica e fondamentale causa del comportamento umano, del modo di pensare, di agire, di operare le scelte, di porsi in rapporto con la realtà circostante. Ora, se così fosse, non dovrebbe mai insorgere un qualunque difetto di funzionamento nel meccanismo mentale. E’ ovvio che tutti, con un semplice atto di volontà, deciderebbero di avere una mente che funzioni in modo perfetto. Saremmo tutti dei geni, dei superuomini.

Ma visto che così non è, e che basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre comportamenti e risposte errate, anomale o non rispondenti alle aspettative, bisogna concludere che la volontà, così come la intendiamo, non è determinante. Anzi, dal momento che anche la volontà non è altro che una delle tante funzioni mentali, essa può manifestarsi in maniera più o meno corretta, più o meno forte e decisa, più o meno “normale”. E’ una semplice “funzione mentale” e, quindi, condizionata da meccanismi cerebrali che ne determinano il funzionamento più o meno corretto. Tutta l’attività cerebrale, che è alla base del nostro comportamento, la chiamiamo “pensiero“. Ed il pensiero è ciò che noi percepiamo a livello cosciente.

Ma non tutto il pensiero è cosciente. Prima che si abbia consapevolezza di un pensiero deve esserci una attività mentale precedente, che avviene ad un livello “non cosciente“. Il pensiero cosciente è solo l’ultimo atto di un processo mentale complesso. La volontà non è altro che un pensiero cosciente. Ma cosa avviene un attimo prima che si abbia coscienza del pensiero che definiamo “volontà” ? Avviene che la nostra mente elabora autonomamente, a livello non cosciente, una serie di informazioni che “creano” il pensiero di volontà.

Quindi la nostra volontà nasce in maniera non cosciente, non “volontaria”. La volontà è un effetto del pensiero, non la causa. In conclusione: la volontà è involontaria. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il vero paradosso è affermare il contrario, ovvero che la volontà sia determinata da un nostro atto volontario e cosciente. Come dire che è la volontà a creare la volontà. Come dire che la volontà è, al tempo stesso, causa ed effetto. Non solo non è un paradosso, ma è una delle poche certezze. Eppure il mondo continua a comportarsi come se così non fosse.

Gran parte dei problemi relazionali sarebbero più chiari se visti ed esaminati tenendo conto di questa semplice verità. Ma ci piace illuderci, ci piace pensare che tutto, o quasi, dipenda dalla nostra volontà. Ci piace pensare di essere gli artefici della nostra vita, del nostro destino. Contenti voi! Ma quando fra non molto, ormai ci siamo quasi, scopriranno i segreti dei meccanismi mentali, allora sarà tutto più chiaro, anche se sarà molto, ma molto difficile accettarne le implicazioni e le conseguenze. Ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. E soprattutto ricordate che “La volontà è un effetto del pensiero, non la causa.” E che, quindi…La volontà è involontaria.”

Guardami negli occhi

Il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, è indagato per reati legati all’immigrazione: “Riace e le nozze per i migranti“. E’ accusato di aver  “organizzato matrimoni di comodo tra riacesi e immigrati allo scopo di fargli ottenere un permesso di soggiorno facile.“. Se questo Lucano fosse di destra si sarebbe già scatenata l’ira dei giustizialisti chiedendone la condanna. Ma siccome è un compagno che si dà tanto da fare per l’accoglienza degli invasori, allora tutti si affrettano a difenderlo. Uno dei primi a correre a Riace per dimostrare la propria vicinanza ed il sostegno è lui, Roberto Saviano, impegnato in prima linea  nel terzomondismo, a favore della società multietnica, a favore dei migranti e di tutto ciò che può creare problemi all’Italia ed agli italiani. E che ogni giorno si scaglia contro chi si oppone a questa sua idea del mondo (specie contro Salvini) lanciando accuse e insulti assortiti;  da criminale a razzista, a schiavista, xenofobo, populista e fascista. Lui è fatto così, prendere o lasciare. Nel dubbio, lasciatelo; meglio, ci guadagnate in salute.

Saviano ride

E ride. Cos’abbia da ridere non si sa. Uno con quella faccia, altro che ridere, dovrebbe piangere a dirotto e, possibilmente, evitare di uscire di casa e mostrarsi in pubblico. Ma c’è gente che non se ne rende conto. Forse manca di senso estetico, oppure gli manca uno specchio in casa. Ci sono le facce di bronzo e le facce da culo. Poi ci sono i culi di bronzo, come quelli delle statue di Riace. Poi c’è Saviano che è a metà strada e non si capisce bene cosa sia. E’ qualcosa, ma non si sa bene cosa. Lui è convinto di essere uno scrittore,  bravo e simpatico. Se esistono gli scrittori di bronzo con la faccia come il culo, è probabile che abbia ragione.

Non parlo spesso di Saviano per motivi di salute. Solo la vista della sua faccia mi procura improvvisi ed acuti attacchi di orticaria; e devo grattarmi. Ma tempo fa gli dedicai un post “Guardami negli occhi” (novembre 2010). Eccolo.

Guardami negli occhi

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Può essere opinabile, ma certo è che, quando incontriamo delle persone, sentiamo subito, a prima vista, se ci sono simpatiche o meno. Basta una veloce valutazione dell’aspetto fisico, delle caratteristiche somatiche più evidenti, l’abbigliamento, il modo di parlare e di esprimersi, la postura, la gestualità, i tic nervosi, un insieme di messaggi di quella che chiamano fisiognomica; quei piccoli segnali che la nostra mente, in brevissimo tempo, analizza e ci fornisce una risposta che, sintetizzata, esprime empatia o repulsione.

E ciò che influenza maggiormente questa valutazione è il volto di quella persona. Ed in maniera ancora più determinante il suo sguardo. Ecco perché la saggezza popolare usa dire che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Perché, spesso, basta guardare una persona direttamente negli occhi per capire cosa si nasconda dietro quello sguardo. E’ una esperienza che facciamo tutti, quotidianamente.
Bene, allora guardate bene questa foto e poi rispondete onestamente: vi fidereste di questa persona?

Saviano sguardo

Se uno è stronzo non gli puoi dire che è “stupidino”; gli devi dire che è stronzo“. (Gianfranco Funari)

La diffidenza è una virtù

Diffidare è d’obbligo (febbraio 2009)

Nutro da sempre un po’ di diffidenza nei confronti di certa cultura, arte, intellettualismo da salotto e informazione in offerta speciale. Anzi, ad essere sincero, dovrei dire “sana diffidenza“. E’ l’unica arma di difesa nei confronti di un eccesso di informazioni che ci vengono scaricate addosso quotidianamente dai media sempre più presenti ed ossessivi. Si rischia di andare in tilt. Ecco che allora un po’ di sana diffidenza ci aiuta ad operare delle scelte, un minimo di scrematura, fra ciò che è utile e ciò che è superfluo, fra ciò che è credibile, o almeno verosimile, e ciò che non lo è (Vedi: Deframmentazione cerebrale, ovvero, come tenere in ordine il cervello, 2003).

Spesso scrivo in maniera piuttosto critica di alcune categorie che ritengo responsabili della formazione dell’opinione pubblica e delle sue conseguenze sociali. Una di queste categorie è composta da persone che, a vario titolo, operano nel mondo dell’informazione e della comunicazione, che si occupano proprio di tematiche sociali e che, pertanto, sono sempre pronti a fornire spiegazioni per qualunque problema e proporre soluzioni adeguate (spesso “col senno di poi”; sono gli esperti del giorno dopo). Parlo di psicologi, sociologi, opinionisti, criminologi, massmediologi (si definiscono così), filosofi, editorialisti autorevoli: una schiera di esperti con la risposta pronta ad ogni domanda e quotidiani dispensatori di consigli utili e segreti della felicità. Ma sono davvero esperti? E sono affidabili?

Fra le varie letture in rete, seguo, per esempio, la rubrica del sociologo Alberoni, sul Corriere. Ogni lunedì c’è un suo pezzo, una ventina di righe al massimo. Sono certo, fra l’altro, che guadagna più lui per quelle venti righe settimanali che non voi in un mese di lavoro. Non commento, anche se spesso sono tentato di dedicargli un post tutto per lui. Ma non vale la pena. Lo leggo con la stessa curiosità con la quale leggerei una rubrica di umorismo e satira: qualche volta mi fa sorridere.

Oggi, invece, ho letto alcuni articoli di una psicologa, Evi Crotti, sul Giornale. Se verso le altre categorie nutro, come ho detto, una sana diffidenza, nei confronti degli psicologi vado oltre, quasi a rasentare il pregiudizio. Quando mi capita leggo con interesse e curiosità anche i loro articoli. Ma in rete ci sono anche tanti blog tenuti da psicologi che offrono consulenza e risposte a tutte le domande. Mi ricordano tanto le vecchie rubriche che c’erano in tutte le riviste (e forse ci sono ancora), la classica “Posta del cuore” della contessa Clara. Pensate che perfino Maurizio Costanzo ha sul Messaggero una rubrica simile nella quale risponde ai quesiti dei lettori (ma il più delle volte sono lettrici; sarà un caso?). Con tanti specialisti sempre pronti, in radio, stampa, TV a rispondere a tutte le domande e risolvere tutti i problemi, dovremmo essere una società perfetta, tutti felici e contenti. No? Invece no, sembra proprio di no. Allora c’è, evidentemente, qualcosa che non va. E veniamo al dunque.

Lucy colore

Scrive Evi Crotti in un articolo di agosto 2008: “E’ difficile essere genitori?“:
Per esempio nell’adolescente è molto importare la valorizzazione del fisico; scatta in questa età la necessità di piacere per cui non importa tanto la resa scolastica, poiché l’importante è che egli si senta accettato e amato dall’altro sesso. In questa fase il narcisismo occupa un ruolo importante e occorre che l’adulto faccia attenzione a non competere fisicamente con i figli. I complessi fisici sono causa di mutamenti d’umore, di incoerenza, di timidezza e di chiusure immotivate. E’ necessario che non si sottovaluti questa necessità poiché, se egli non impara ad amare il proprio corpo, potrà in seguito trovare delle difficoltà di interazione. Se un ragazzo si trova bene nei propri panni, anche gli apprendimenti cognitivi troveranno un terreno fertile per mettere a frutto le proprie risorse interiori e il proprio potenziale.”

Chiarissimo, non c’è pericolo di fraintendere. Dice chiaramente che negli adolescenti l’aspetto fisico è importantissimo ed è essenziale per un corretto ed equilibrato sviluppo generale. Bene, abbiamo capito. Ora vediamo cosa scrive nell’ultimo articolo: “La vera crescita interiore“.
Forse i malesseri e i disagi emotivi che si riscontrano nei ragazzi d’oggi sono dovuti alla dimenticanza della crescita interiore; si dà, infatti, tanta importanza alla crescita fisica e ci si dimentica dell’anima.”. Chiarissimo anche questo; si dà troppa importanza alla crescita fisica. Ma nel precedente articolo non aveva detto che l’aspetto fisico è fondamentale? Sì, e allora? Certo, si dirà, l’una non esclude l’altra. Possiamo dire che sia lo sviluppo fisico, sia la crescita interiore siano ugualmente importanti. Ma dalla lettura dei due articoli separati si capisce tutt’altro. Poco male, forse nel prossimo articolo farà una sintesi e sarà più chiara.

Intanto, però, fornisce anche utili consigli come questo: “I figli sono come carta assorbente per cui, se vogliamo che essi siano pronti ad affrontare la vita dobbiamo educarli alla verità, alla giustizia e all’amore. “. Bella frase e, apparentemente, del tutto condivisibile. Se non fosse per un piccolo dettaglio. Mettere in pratica quel consiglio significa sapere, preventivamente, quale sia il significato dei termini “verità, giustizia, amore“. Come fa il bracciante analfabeta a educare i figli alla verità se fin dai tempi di Socrate, da millenni le più brillanti menti umane si interrogano sul suo significato senza aver ancora trovato una risposta definitiva? Se, invece, i genitori sono colti non va certo meglio. Probabilmente, anzi, va anche peggio, perché in tempi di relativismo imperante, e di “pensiero debole” alla Vattimo, affermare il concetto di “verità” è quasi una bestemmia. E allora come fanno ad insegnare il concetto di verità se per loro la verità non esiste?

Non vi basta? Ecco un altro esempio di “consigli per gli acquisti” esistenziali in offerta speciale, lapidario, quasi un assioma: ” Un rapporto armonico con noi stessi è la premessa per costruire un mondo migliore.“. Stabilire un “rapporto armonico” con noi stessi non è propriamente la cosa più facile di questo mondo, ma questo non lo spiega; magari alla prossima puntata. Però è una bella frase, d’effetto. Altre volte ho detto che non sempre le belle frasi sono anche vere; spesso sono solo belle. In realtà queste frasi hanno lo stesso valore oggettivo di quando voi, preparandovi alla gita fuori porta di fine settimana, esclamate “Speriamo che sia una bella giornata“. Né più, né meno. E’ vero che avete pronunciato quella frase. E’ anche vero che lo sperate veramente. Ma la vostra speranza non influirà minimamente sulle reali condizioni meteorologiche. Quindi è una frase vera, ma inutile. Come certi consigli degli esperti. Appunto.
Ecco cosa intendo quando parlo di “sana diffidenza”. Non prendiamo tutto per oro colato perché lo scrive l’eminente sociologo o l’autorevole psicologa. Diffidate, diffidate.

Chiaro?

Vedi

Creativi si nasce, Alberoni si diventa (2010

– Deframmentazione cerebrale (2009)

 

 

 

Fuori posto

Talvolta ci sentiamo estranei al mondo, fuori posto, sbagliati.

E’ come essere invitati ad una festa in maschera, indossare il costume più bizzarro che si trovi, attraversare la città così conciati, arrivare alla festa e scoprire che è stata rinviata. E’ come partecipare ad un gioco e perdere sempre perché, giusto un attimo prima che cominci la partita, qualcuno cambia le regole del gioco e tu sei l’unico a non saperlo. E’ come comportarsi da persona perbene, corretti, onesti, rispettosi del prossimo, educati, pensando così di avere l’ammirazione degli altri e scoprire che, invece, un mondo fatto di furbi ti considera solo un fesso. E’ come iniziare a fumare spinelli per sentirti uguale agli amici del gruppo e poi finire in un gruppo di salutisti che ti guardano storto e ti emarginano perché sei un tossico. E’ come essere sempre gentili e galanti con le donne e poi scoprire che loro preferiscono i bastardi.

E’ come aver creduto per tanti anni alla propaganda comunista, aver sempre combattuto gli sporchi capitalisti sfruttatori del proletariato, e poi scoprire che D’Alema ha una barca a vela miliardaria da 18 metri, Veltroni dice di non essere mai stato comunista, dice che lascerà la politica ed andrà in Africa ad occuparsi di iniziative umanitarie (lo ha promesso da Fazio) ed acquista un appartamento a Manhattan, ed i compagni furbi fanno i miliardi speculando in borsa.

E’ come essere laureati in fisica nucleare e fare il telefonista in un call center. E’ come aver dedicato tutta la vita allo studio del pianoforte ed esercitarsi dieci ore al giorno per eseguire in maniera perfetta un concerto di Chopin, Mozart o Rachmaninov e scoprire che nessuno ti ascolta perché tutti vanno matti per Caparezza.
E’ come aver risparmiato tutta la vita per acquistare la tua bella villetta in montagna e poi scoprire che tutti gli altri abitanti del delizioso borgo alpino sono andati via perché la zona è ad altissimo rischio frane. E così succede che, talvolta, ci si senta fuori posto nel mondo. Allora decidi di abbandonare la civiltà, tornare alla vita bucolica, lontano dalla civiltà e di ritirarti solitario in una sperduta spelonca della Barbagia a fare l’eremita. Ma poi scopri che non puoi fermare il mondo e scendere, non puoi fare nemmeno quello, perché tutta l’area è parco naturale e sono vietati gli insediamenti umani anche nelle grotte del Supramonte. Mavaffan…

 

asino barca

Vedi: “Perché Veltroni è Veltroni“.

Normalità, natura e diversità.

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel post “Diversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva con “E non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenze” non c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.
In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese, che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però, che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la norma è la diversità. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco. Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano ed attribuire a tutte lo stesso valore.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” (Vattimo) e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalité, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.
Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

Vedi: “Diversamente uguali e ugualmente diversi”.

 

 

Il destino e l’accordo di settima.

Sarà la nostalgia struggente di un fado, forse. O la passione di una danza andalusa. Sarà la cadenza di un vecchio tango o l’eleganza di un valzer. La musica ha un enorme potere evocativo, ha la capacità di suscitare sensazioni di cui ci sfugge l’essenza. La musica, certo, ma non solo. Ci sono parole soavi come carezze o laceranti come artigli di tigre. Ci sono pensieri improvvisi che frantumano certezze ed aprono abissi di inquietudine. E c’è la bellezza, in tutte le sue forme. La bellezza è una dannazione; non si riesce mai a raggiungerla, a possederla veramente. Inseguire la bellezza è una corsa verso l’ignoto, al buio. E’ una preghiera inascoltata, un lamento senza conforto, una ferita aperta. Bellezza e verità sono sorelle: una ti ammalia, l’altra ti sfugge. Entrambe ti illudono.
Mille domande, una sola risposta: il silenzio. Così c’è qualcosa nell’anima umana che non trova pace. E’ una tensione perenne, fra il tutto ed il nulla, fra l’origine e la fine. In costante ed instabile equilibrio su un sottilissimo filo di saggezza teso su un baratro di follia. Anelito mai appagato di perfezione. Come un accordo di settima tenuto in sospeso, con una tensione crescente ed insopportabile, senza mai giungere alla risoluzione. Sì, è la musica il linguaggio dell’anima.
Il dramma umano è come quell’accordo di settima che si risolve e trova pace solo nella sua tonica. Ma quell’accordo così appagante e desiderato è anche la fine del brano. E’ la fine di quella danza tragicomica e grottesca che chiamiamo esistenza. E così il destino beffardo riservato all’uomo è quello di trovare la risposta alla vita solo nella morte.

Andreoli, musica pop e i matti di Salerno

Il potere logora chi non ce l’ha”, diceva ironicamente Andreotti, in risposta a chi lo accusava di essere troppo legato al potere. Io dico che il potere logora anche chi ce l’ha. Anzi, può condurre a veri e propri stati patologici. Non sta bene dire “Io lo avevo detto“. Però certe volte, leggendo delle notizie che confermano certe nostre vecchie convinzioni,  anche se non lo diciamo, viene spontaneo pensarlo. Di solito lasciamo perdere; non vale la pena, si perde tempo e non porta alcun beneficio. Ma quando le notizie arrivano in serie, quasi contemporaneamente, è difficile resistere alla tentazione di rimarcarlo. Esempio.

andreoli2

Di recente sul Giornale è apparso un articolo con un’intervista allo psichiatra  Vittorino Andreoli: “Nessuno mi invita più a cena“. Pezzo interessante, anche se nei confronti di psicologi, psicanalisti e psicoqualcosa, nutro sempre un po’ di sana diffidenza. E non sono il solo. Lo stesso Andreoli nell’intervista, riconosce che negli Sati Uniti, dove la psicanalisi era così diffusa da essere diventata una moda, già da tempo è in crisi: “In America non ci va più nessuno. La psicanalisi delle tante sedute e del setting particolare registra un crollo.”. Appunto. E già questa è una conferma ad una mia vecchia idea, e i dubbi, sull’utilità della terapia  psicoanalitica che comporta lunghe e costose sedute che vanno avanti per anni, decenni, o tutta la vita e spesso senza risultati apprezzabili. Ma quello che mi ha colpito è un’altra affermazione che conferma la mia opinione sulla politica e sull’aspetto patologico di un eccessivo amore per il potere. Ne parlavo, fra i tanti, in questo post del 2013: “Psicopatologia del potere“.  Ecco l’incipit: “Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico.”. Può sembrare un’affermazione esagerata, e forse lo è. Io stesso, talvolta ho il dubbio di avere una visione troppo critica della realtà. Poi leggo l’intervista e alla domanda “Quindi anche il potere è una patologia?“, ecco cosa risponde Andreoli: “Diciamo che se incontrassi Trump mi porterei dietro il camice. Il potere è una malattia sociale. Si pensa di guarirlo aumentandolo.”. Beh, certo Andreoli  non ha copiato il mio incipit, però il concetto (la forma patologica del potere) è quello, pari pari. E già questo mi conforta. E non basta.

Un’altra vecchia idea, che ripeto ogni volta che parlo di violenza, di informazione e cronaca nera, dei media e dell’influsso negativo sul pubblico, è quella della responsabilità dei media nella diffusione della violenza e dell’aggressività. E’ un pensiero fisso che ripeto da quando ho aperto il blog, 15 anni fa. Nella colonna a destra sono riportati decine di post su questo argomento (specie nella sezione “Mass media, società, violenza“. Ed ecco cosa dice Andreoli: “La violenza che vediamo negli adolescenti arriva in gran parte da film, internet, videogiochi killer o a sfondo sessuale.”. Chiaro? Leggendo queste parole viene spontaneo pensare “E io cosa dico da sempre?”. Esattamente questo. Già, ma io non sono psichiatra.

C’è anche un’altra conferma sulle cause genetiche  del comportamento umano, che può essere più o meno modificato da fattori ambientali e culturali, ma che, in partenza, ha origine genetica. Ed ecco cosa risponde alla domanda “Quindi la follia è anche genetica?‘”: “Sì, sempre. In certe forme la genetica vale al 30%, in altre forme meno e hanno più rilevanza i fattori ambientali.“. Bene, anche il fondamento genetico è confermato. Su questa valutazione avrei qualcosa da aggiungere. Dice Andreoli che, in certe forme la genetica influisce al 30%.”. Non ne faccio una questione di percentuali. Quello che, invece, sembra che la scienza si ostini a non voler prendere in considerazione è un altro aspetto. E’ vero che sono ugualmente importanti sia la componente  genetica, sia quella culturale, ambientale, l’educazione, il caso, le opportunità e che il comportamento deriva dalla interazione fra tutti questi fattori. Ma, c’è un ma. Si tralascia un piccolo dettaglio: il patrimonio genetico viene “Prima” dell’influsso ambientale. Esiste già prima della nascita. La genetica viene “Prima” dell’ambiente”. Capito? “Prima”. E non solo viene prima, ma determina tutta la successiva attività mentale: l’acquisizione delle informazioni attraverso gli organi sensoriali, la loro catalogazione, archiviazione,  la relazione fra le informazioni, l’elaborazione e la creazione di nuove idee. Tutto quello che noi riteniamo effetto della nostra volontà è determinato dalle impostazioni genetiche che determinano il modo di percepire, ordinare e mettere in relazione le informazioni; insomma, è l’originario imput genetico che determina l’intera attività mentale. La “forma mentis” è determinata geneticamente. Ecco cosa dice Andreoli: “Il cervello è una macchina che produce comportamenti. Ed è formato da due parti: una determinata e una plastica, che è il campo della psichiatria.“. Quello che non si vuole riconoscere è che la parte “determinata” è quella che stabilisce il modus operandi della parte plastica e di come questa possa essere plasmata. Ma questo argomento merita un discorso a parte.

Musica e parole

Pochi giorni dopo ecco un altro articolo che conferma un’altra mia vecchia idea sulla musica moderna. “Motta, rinasce la canzone d’autore.“. Parlando di musica pop moderna dico spesso che  la musica è morta e che i musicisti, non avendo più fantasia per creare melodie e armonie, spostano l’attenzione sui testi (meglio se socialmente impegnati), spacciandosi per poeti. Dice il nostro cantautore: “I testi sono la parte più importante“.  Appunto, esattamente quello che scrivo da anni. Per i “musicisti” e cantanti di oggi la musica è morta. In assenza di una pur minima creatività musicale che sappia inventare una semplicissima melodia originale ed orecchiabile, cantano tutti la stessa canzone; ma non se ne rendono conto. Così, per ingannare il pubblico e se stessi antepongono il testo alla musica. Vedi “Musica in prosa“. Le canzoni non si raccontano; si suonano e si cantano. Quando si dà più importanza alle parole che alla musica (come succede da decenni) significa che la musica è morta, non si hanno più idee melodiche, ritmiche e armoniche e, per coprire questa grave carenza, si preferisce distrarre l’attenzione evidenziando più il testo che la musica. E ci si illude di passare per poeti o intellettuali “impegnati”. C’è chi ci crede.

Ma in una realtà ormai alterata e taroccata niente è ciò che sembra; tutto sembra ciò che non è. Anche la musica. Continuo a ripeterlo da anni; e non solo io. Ecco, per esempio, cosa riportavo nel post “Sanremo bazar; c’è di tutto, anche musica...” del 2016: “Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“),  Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi: “La musica occidentale è finita, è un cane che si morde la coda.” “Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. Vedi “La musica è finita” del 2009.

Stiamo impazzendo

Ed infine, un’altra conferma, Da anni scrivo che “Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto”. E qualcuno pensa che si tratti di una frase ad effetto, una battuta. Non lo è. Ecco cosa riportava di recente la stampa: “Salerno, la città dei pazzi. Un maggiorenne su tre ha problemi mentali.”. Chiaro? Non si tratta di singoli casi di “disagio sociale”, come oggi si usa dire. No, questa è una vera e propria epidemia di gravi psicopatologie che dovrebbe costituire un gravissimo allarme per tutti. E Salerno non è un caso particolare. A Salerno non ci sono più matti che nelle altre città; forse se si fa una classifica è solo una questione di piccolissime variazioni percentuali, ma questa è la situazione generale. Basta leggere le notizie di cronaca quotidiana per avere la conferma che i matti sono dappertutto. E noi che facciamo, ci preoccupiamo? No, continuiamo a dare ampio spazio a programmi demenziali in TV, agli starnazzamenti delle ochette che bivaccano nei salotti televisivi, ai pettegolezzi da lavandaie, ai litigi e ripicche di sciacquette isteriche in cerca di visibilità, alle telenovelas delle peripezie amorose delle coppie VIP che si prendono e si lasciano, si riprendono e si rilasciano e cambiano partner secondo le stagioni; così, con la mente occupata in sciocchezze evitiamo di occuparci di problemi seri. Intanto la gente sta impazzendo, a Salerno un terzo dei maggiorenni ha problemi mentali, ma noi guardiamo il Grande fratello, i finti naufraghi dell’Isola dei famosi, gay ballerini, opinionisti trans e bambini canterini. Amen.