Stampa di regime

Forse neppure durante il fascismo la stampa era così asservita al potere. Ed i mezzi d’informazione, nonostante quel che si racconta, erano molto meno influenti di quanto lo siano oggi. Se non altro perché non esisteva ancora la televisione, il più potente (e pericoloso) mezzo d’informazione che l’umanità abbia mai avuto, né internet, la rete globale che entra in tutte le case e fornisce informazione in tempo reale. La stampa era meno diffusa e, a causa di un alto tasso di analfabetismo, i lettori erano pochi. Il che significa che la gran massa del popolo non era informata abbastanza, ma significa anche, come rovescio della medaglia, che era più difficile condizionare ed influenzare l’opinione pubblica. Non era sottoposta alla martellante propaganda quotidiana come lo è oggi.

Ecco perché la grande diffusione dei mezzi d’informazione di massa oggi è molto più invasiva e pericolosa di quanto lo fosse ieri. Soprattutto perché la stragrande maggioranza del pubblico, non essendo a conoscenza dei subdoli meccanismi mediatici e delle insidie della comunicazione, non ha alcuna possibilità di difendersi.

Quando si parla di “poteri forti” si pensa sempre ai banchieri, l’alta finanza, il potere politico, la massoneria, le multinazionali, ma bisognerebbe comprendere fra questi anche i mezzi d’informazione, il “Quinto potere“; stampa, televisione, radio, internet. Poteri forti, ma ancora più subdoli di quelli nascosti, perché sono in grado di creare l’opinione pubblica e di guidarla, gestirla, manipolarla, condizionarla a beneficio di precisi interessi ben celati dietro il paravento dell’informazione, del diritto di cronaca e della libertà di stampa. Ancora più pericolosi perché si presentano come i paladini della libera informazione ed in tal modo possono più facilmente abbindolare un pubblico poco attento e critico. Ma la stampa tutto può essere, meno che libera. E quand’anche sembri che, in taluni casi, si schieri contro il potere, potete scommetterci che, in quello stesso momento, sta servendo un altro potere.

I media, oggi, hanno un potere enorme. Possono, attraverso ben orchestrate campagne mediatiche, creare idoli e miti dal nulla o distruggere personaggi scomodi, possono determinare il successo o meno di un prodotto, i gusti, le abitudini, lo stile di vita, l’alimentazione, l’abbigliamento, il tempo libero, le scelte politiche. Possono scatenare proteste di piazza e rivoluzioni: l’esempio della cosiddetta “Primavera araba” è ancora sotto gli occhi di tutti. L’imput della rivoluzione in Egitto, per citare un esempio recente, è partito su internet. I principi che regolano i mass media sono gli stessi che vengono usati scientificamente dalla pubblicità. Chi li conosce e sa sfruttarli al meglio ha il controllo dell’opinione pubblica.

L’ennesima conferma di quanto affermo l’abbiamo avuta nella creazione del “fenomeno Renzi“. Nel giro di poco tempo ne hanno fatto il nuovo riferimento politico, lo hanno accreditato di capacità che ancora deve dimostrare e lo hanno sostenuto attraverso la sua ascesa al potere. Una campagna mediatica che viene da lontano. Basterebbe ricordare l’esposizione mediatica delle ultime primarie del PD.

Ma prima ricordiamo che alle precedenti primarie del 2012 Renzi si fermò a meno del 40% di voti, mentre Bersani superò il 60%. Bisognerebbe chiedersi come sia possibile che, a distanza di un anno, quella stessa maggioranza schiacciante che aveva votato Bersani, improvvisamente, cambi opinione e si schieri tutta con Renzi che stravince con il 67,55% di voti. Un miracolo, oppure gli elettori del PD saranno stati contagiati da uno sconosciuto “Virus renziano“? Direi un miracolo voluto, creato, gestito e attuato con una campagna mediatica assillante che è andata avanti per mesi ed ha coinvolto stampa, TV e web.
Il nostro “fenomeno” era costantemente sotto i riflettori, sempre in prima pagina, sempre in televisione, saltando da una rete all’altra, quasi a reti unificate. Gli altri candidati alle primari erano quasi inesistenti; che fossero candidati lo sapevano loro, parenti, amici e conoscenti. Sembrava che Renzi fosse il candidato unico.

Facciamo un esempio. Qualcuno si ricorda chi sia Gianni Pittella? Forse lo sanno i dirigenti del PD e pochi funzionari del partito. Ma sono certo che se si chiedesse agli italiani chi sia Pittella, ben pochi saprebbero rispondere. Bene, era uno dei quattro candidati alle primarie, insieme a Renzi, Cuperlo e Civati ed è stato subito eliminato, dopo le prime consultazioni dei circoli. Ma in televisione non si è mai visto, Sulla stampa nessuno ne parlava, su internet tutta l’attenzione era per Renzi. Anche Cuperlo e Civati si sono visti pochissimo. Tutti i riflettori erano puntati su Renzi che spopolava in tutti i TG, nei salotti televisivi e nei talk show. Praticamente a reti unificate. Se avessero fatto un conteggio del tempo riservato a Renzi ed agli altri candidati il rapporto sarebbe stato, più o meno di circa il 60% di tempo a Renzi, di circa il 25% a Cuperlo e di circa il 15% a Civati; Pittella…non pervenuto. Questo è ciò che pensavo in quei giorni di pre-primarie. E guarda caso, più o meno, corrisponde alla percentuale di voti riportati dai candidati. Significa che una maggiore visibilità mediatica genera un maggior successo di voti? Non è detto e non è dimostrabile matematicamente, ma non è detto nemmeno il contrario. Anche se io ne sono convinto.

La prova di questa eccessiva sperequazione di visibilità fra i tre candidati la diede lo stesso Civati il quale, contestando il fatto di avere avuto poco spazio in TV e di non essere stato invitato nel programma di Fabio Fazio (il quale, invece, ospitò Renzi intervistandolo in maniera molto compiacente e servile) , durante un convegno dei suoi sostenitori, con un montaggio video ricavato con le vere domande poste da Fazio a Renzi, si “auto-intervistò“. Stranamente la Commissione di vigilanza, sempre attentissima a misurare i secondi dedicati ai politici, in quei giorni forse dormiva. Si svegliano solo quando va in TV Berlusconi. Ma se le reti RAI sono praticamente a disposizione di Renzi, nessuno ci fa caso, è tutto regolare.

Bene, ora passiamo alla stampa in rete. Già subito dopo l’elezione di Renzi a segretario, è stato tutto un peana cantato in coro da tutti i media. Se tornasse Gesù sulla terra non riceverebbe più attenzione del “Bomba”. E’ il nuovo Messia. Ampio spazio quotidiano in prima pagina e commenti sempre entusiastici.
Ieri, per esempio, era dedicato a lui il titolone di apertura del Corriere. Ma nella Home page i box riservati a Renzi erano addirittura sette. Ora, non per voler per forza criticare il nuovo Messia. Ma uno che promette che farà una riforma al mese, fino al 2018 (fanno oltre 50 riforme!), e che a marzo risolverà il problema del lavoro, ad aprile quello della Pubblica amministrazione ed a maggio il fisco, o è davvero il Messia e farà miracoli che al confronto quelli di Gesù sono trucchetti da mago Casanova, oppure è, come lo chiamavano al liceo, “Il Bomba“…quello che le spara grosse (Il Bomba a palazzo).

Ho una leggerissima propensione per la seconda ipotesi! Ma al Corriere, evidentemente, ci credono e infatti gli dedicano tanto spazio che la home del Corriere sembra la pagina personale del “Bomba” o il blog del “Renzi fan club“. Faccio spesso riferimento al Corriere perché è il più importante quotidiano italiano e quello che, insieme a tanti altri, si fa vanto di essere “libero e indipendente“. Figuriamoci gli altri, quelli schierati apertamente (Repubblica, tanto per citarne uno) o organi di partito.

Ben sette box che parlano di tutto, dai possibili nuovi ministri ai “mezzi di Renzi” (come si muove, bici, auto, treno, a piedi, in triciclo…), alla moglie che decide di restare a Firenze. Dedicano perfino uno spazio alle dichiarazioni del “barbiere Tony” che ci racconta di quando gli ha tagliato il ciuffo. E siccome devono essere dichiarazioni importantissime per l’avvenire dell’Italia, non contenti di avergli riservato un articolo, gli dedicano anche il video in alto alla pagina. Oggi contano più i barbieri, con tutto rispetto, che i parlamentari. Specie se si tratta del barbiere di Renzi. Stesso servizio si è visto in televisione, insieme ai commenti di amici personali del “Bomba” e dei cuochi del ristorante dove il nostro usa mangiare. E così si innalzano gli altarini mediatici, si celebra il santo patrono, gli si lucida l’aureola e si crea il mito del nuovo Messia.

Tutto qui? No, perché a fine mattinata, forse non soddisfatti dello spazio dedicatogli, inseriscono un altro box, questo a lato, in cui riepilogano tutti i tweet del “fenomeno“. Materiale essenziale per coloro che dovranno scrivere l’agiografia del nostro santo protettore, nonché salvatore della patria. Ci sarebbe da ridere, se non fosse una cosa seria, molto seria. E se non si avesse l’impressione di aver consegnato l’Italia ad un avventuriero, arrivista e “Bomba“. Si può anche far finta di non notare l’evidenza, ma se questo non è spudorato servilismo nei confronti del potere, cos’è? (febbraio 2014)

Da “Quinto potere” (1976)

Libertà di stampa

Tema del giorno, tra appelli istituzionali alla libertà di stampa, all’art. 21 della Costituzione, cortei, striscioni, appelli al pericolo per la democrazia, dichiarazioni di solidarietà alla stampa ed alla categoria dei giornalisti; specie da parte dei giornalisti stessi (se la suonano e se la cantano). E immancabile dichiarazione di circostanza di Mattarella che ha sempre il discorsetto pronto per tutte le occasioni; forse per averli sempre pronti li preparano prima, in fotocopia (cambiano giusto la data, qualche nome ed il resto è sempre uguale, distillato di retorica buona per tutte le occasioni), non si sa mai che capiti una cerimonia all’improvviso e non sappiamo cosa dire): “Mattarella difende la libertà di stampa“.

Mattarella stampa

Ecco cosa pensava Giorgio Gaber della stampa e dei giornalisti.

Io se fossi Dio,
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti,
che certamente non son brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete,
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere,
e di fotografare immagini geniali e interessanti,
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento:
cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti,
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì vabbè lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia,
ma io se fossi Dio,
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia!”

(Da “Io, se fossi Dio“, testo completo)

MI fa male il mondo

Ciò che fa davvero male è che il pubblico ride. Si vede che non hanno capito bene quello che dice Gaber; altrimenti dovrebbero piangere.

La stampa, oh…la stampa. (luglio 2008)

Distruggiamo intere foreste per ricavarne la cellulosa che serve a fabbricare la carta per stampare giornali che riportano notizie di nessun interesse reale per i cittadini. Forse, allora, sarebbe meglio tenersi le foreste.

Perché continuo a prendermela con la stampa e con l’informazione in generale? Perché hanno l’enorme potere di influenzare l’opinione pubblica e condizionare la vita sociale imponendo stili di vita e modelli da imitare. Tutti coloro che operano all’interno del sistema dell’informazione hanno una responsabilità enorme. E tuttavia sembra che non se ne rendano conto. Allora, o non l’hanno capito, oppure lo sanno benissimo e sfruttano questo potere per fini non proprio chiari. In entrambi i casi dovrebbero vergognarsi e cambiare mestiere.
A dimostrazione di questa accusa, che faccio da anni, oggi sul Corriere, Sergio Romano scrive un pezzo “Il teorema smontato” che mette sotto accusa proprio la stampa, con particolare riferimento al caso Telecom. Ecco un breve stralcio:
Esiste naturalmente una responsabilità dei mezzi d’informazione. La stampa, nel senso più largo della parola, è lo specchio che riflette i sentimenti, gli umori e le idiosincrasie della società. Ma quella italiana non si limita a registrare gli umori del Paese. In molti casi li amplifica e li rilancia. Le ragioni sono in parte antiche e in parte nuove. Là dove non esiste una netta distinzione tra stampa d’informazione e stampa popolare, il giornale è spesso condannato a essere contemporaneamente l’uno e l’altro per cercare di raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Questa ambivalenza tende a diventare ancora più evidente in una fase in cui i giornali sono insidiati da nuovi mezzi d’informazione, moderni, aggressivi e destinati a conquistare una parte crescente della società. Esiste la concorrenza, beninteso, ma vi sono circostanze in cui costringe i concorrenti a rincorrersi verso il basso piuttosto che verso l’alto.”.

Chiaro e tondo. E lo dice uno degli editorialisti del Corriere, uno che scrive quasi quotidianamente sul più importante ed autorevole giornale italiano. Beh, allora non sono io ad avere manie persecutorie sull’informazione. Forse qualcosa di vero c’è, se anche uno come Romano lo dice chiaro e tondo. Ma il problema, purtroppo, non riguarda solo la stampa, riguarda tutto il mondo della comunicazione; giornali, radio, Tv ed anche la rete Internet. Sono tutti afflitti dalla stessa grave patologia, quella “rincorsa verso il basso”, come dice Romano e come anch’io ripeto da sempre. Ma forse non è ancora chiaro quale sia la gravità della situazione. Almeno non agli addetti ai lavori, perché ci campano alla grande, giocando a fare i giornalisti, che è sempre meglio che lavorare. Eppure lo capisce anche un bambino che a forza di rincorrersi verso il basso, sempre più in basso, si finisce per cadere sul fondo del burrone. E poi sarà molto difficile risalire.

In democrazia anche essere idioti è un diritto. Ma c’è un limite? (2005)

Libertà di stampa; per chi? (2005)

Libertà di stampa con riserva (2009)

– Stampa, cozze e talebani (2009)

Stampa di regime (2014)

 

Italia vs Europa

Due giorni fa ho scritto su “Europa, tra mucche, vongole e  sciacquoni“, delle riflessioni su cosa sia il Parlamento europeo, quali siano i costi e le bizzarrie di questo carrozzone mangiasoldi. Oggi propongo, per chi ancora non lo conoscesse, un vecchio, illuminante ed esilarante video con un’animazione di Bruno Bozzetto sulle differenze fra italiani ed europei; dedicato a chi pensa che gli italiani siano simili agli altri europei. Buona visione.

Europa tra mucche, vongole e sciacquoni.

Tra noi e l’Europa non corre buon sangue. Siamo sempre ai ferri corti. Ci accusano di inadempienze, di non rispettare gli accordi, di essere spendaccioni, ci danno da fare i compiti a casa (come se fossimo ancora alle elementari), ci controllano i conti e perfino i peli del culo. E oggi rischiamo di venire sanzionati e pagare anche delle multe salate perché, a quanto dicono, non abbiamo rispettato le norme e siamo fuori dai limiti di spesa. E guai a lamentarsi, si viene subito accusati di antieuropeismo, sovranismo, nazionalismo, populismo, e pure fascismo (questo ci sta sempre bene). Per fortuna noi, da buoni italiani, ce ne freghiamo altamente dei rimproveri  e continuiamo a scialacquare tranquillamente il denaro pubblico (finché ce n’è ancora: poi venderemo l’argenteria di casa, romperemo il salvadanaio dei bambini e ruberemo i risparmi delle nonne). L’europarlamento, invece, è attentissimo alle spese. Ne ha rivelato i costi, con nomi, cifre e tutti i dettagli delle spese folli Mario Giordano, pochi anni fa, nel libro “Non vale una lira“, Ma nessuno lo ricorda. Riportavo alcuni dati quattro anni fa nel post “Europa, banane e sciacquoni“. Ed ecco alcune considerazioni fatte in passato.

Mucche, vongole e l’argenteria di casa (luglio 2015)

Tempi duri per le mucche; ed anche per le vongole. Nonostante il caldo opprimente gli euro cialtroni di Bruxelles sono sempre al lavoro (si fa per dire) e danno il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) nell’inventare quasi quotidianamente norme, leggi, regolamenti e cervellotiche direttive che imbrigliano l’apparato produttivo, aggravando la già grave crisi economica, e complicano la vita ai cittadini europei.
Non abbiamo ancora digerito l’ultima eurostronzata (sono le stronzate secondo le norme CE) che, dopo il vino senza uva ed il cioccolato senza cacao, consente di fare il formaggio con il latte in polvere (Vedi “Cheese, Europa“). Ed ecco altre due notiziette illuminanti. La prima riguarda il divieto di pescare vongole che misurino meno di 25 millimetri (“Vongole addio, illegali per un millimetro“).

Significa che i pescatori dovrebbero misurarle tutte una per una per essere certi che rientrino nelle misure previste. Altrimenti, se c’è anche una sola vongola che misura meno di 25 millimetri sono guai seri; multe fino a 4.000 euro. Sembra una barzelletta, ma purtroppo è una cosa seria. Il dramma per il settore ittico è che le vongole, sembra a causa di una diminuzione della salinità del mare, non crescono oltre i 22 millimetri. Il che significa che tutto il settore è fermo, inattivo, per 3 millimetri di differenza. Ancora una norma europea che sembra fatta apposta per danneggiare l’economia italiana, specie il settore ittico e agroalimentare.

L’altra invenzione riguarda le mucche; povere bestie, sempre sotto osservazione. Gli ambientalisti le accusano di mangiare troppo, sprecando risorse che potrebbero essere usate per sfamare i poveri del terzo mondo, invece che per alimentare le bestie e produrre bistecche per i paesi ricchi. Gli eurocontrollori le accusano di produrre troppo latte, andando oltre i limiti imposti dalle direttive (e piovono salatissime multe ai produttori). Ora finiscono sotto accusa anche per i “gas di scarico“, eccessiva flatulenza e produzione di metano; insomma, sono delle grandi scoreggione (“Ultima follia di Bruxelles, tappare il culo alle mucche“).

Ne parlavo già 7 anni fa nel post “Mucche e marmitte“. Già allora i nostri solerti euro creativi (col culo degli altri, in questo caso quello delle mucche) avevano messo sotto osservazione le mucche ed il loro gravissimo difetto che contribuiva all’allargamento del buco nell’ozono. Scrivevo allora: “La soluzione è che per non allargare il buco dell’ozono bisogna chiudere il buco delle mucche. Così o le doteranno di regolare marmitta catalitica, oppure le tamponeranno con apposito tappo nel sedere.“.

Passano gli anni ed ora tornano alla carica, più decisi che mai a vietare alle mucche di scoreggiare. La realtà, ancora una volta supera la fantasia. Quella che era una battuta oggi diventa realtà e direttiva UE. Finiranno per imporre davvero l’applicazione di un sistema filtrante alle mucche, per trasformare il metano in profumo di violetta e lavanda. Resta solo da stabilire il modello standard della marmitta in due versioni; la marmitta da stalla e quella da pascolo. Ovviamente anche il culo delle mucche dovrà essere a norma CE e rispettare le misure standard.

Ma non abbiamo nemmeno il tempo di riflettere sull’assurdità di certe direttive, che ecco l’ultimissima, tanto per chiudere in bellezza: “Mogherini spende 3 milioni per un servizio da tavola“ (Bicchieri di cristallo, candelabri e secchielli d’argento per il ghiaccio, porcellana finissima con lo stemma dipinto in oro) . La notizia è stata riportata dalla stampa inglese: “Secondo fonti del britannico “The Telegraph“, le istituzioni europee avrebbero ordinato un servizio da tavola che verrà usato dai 3.360 impiegati e ospiti delle sedi di Bruxelles e dalle 140 ambasciate in tutto il mondo. Il tutto per la folle cifra di quasi tre milioni di euro, pari a dieci volte la spesa di un analogo servizio recentemente acquistato dalla Casa Bianca.”. Immagino che gli italiani siano felicissimi di sapere che la nostra Mogherini non bada a spese quando c’è da tutelare il prestigio e l’immagine dell’Unione europea. Se poi dobbiamo fare qualche sacrificio, pazienza, lo facciamo volentieri. Però facciamo un figurone con bicchieri di cristallo, servizio in argento, stemma in oro e facce di bronzo. (luglio 2015)

Cessi d’Europa (ottobre 2013)

Il Parlamento europeo, dopo lunghi studi e approfondite ricerche, ha stabilito di omologare le misure degli scarichi di WC e latrine in tutta Europa: cessi uguali per tutti. Questa è democrazia. Non stiamo lì a chiederci quanto ci costa mantenere questo elefantiaco apparato burocratico; sarebbero cifre astronomiche. Ormai la politica, a tutti i livelli, sembra avere un solo scopo, quello di sperperare il denaro pubblico. E quando il denaro pubblico finisce basta aumentare le tasse. Facile, no?
Il Parlamento europeo in particolare si occupa di problemi importanti e di indubbia urgenza, come ha dimostrato in passato: stabilire la curvatura delle banane, la circonferenza dei piselli, stabilire quanto latte devono fare le mucche ed ora stabilire esattamente le misure degli scarichi fognari. In futuro, forse, stabiliranno anche le misure della carta igienica, la posizione da assumere, come tirare lo sciacquone e quanta se ne deve fare per essere “a norma CE“. Se ne fai di più, multa!

Però una considerazione bisogna pur farla. L’Europa intera attraversa una gravissima crisi economica di cui non si vede la fine. Ogni giorno i dati sull’occupazione sono sempre più allarmanti, fra aziende che chiudono e povertà in aumento. In Italia la disoccupazione è oltre il 12% e quella giovanile supera il 40%. I poveri, secondo gli ultimi dati sono oltre 5 milioni e sono in crescita le persone che per mangiare si rivolgono alla Caritas o alle parrocchie ed associazioni di volontariato per avere pacchi di alimenti ed aiuti. Ed il Parlamento europeo discute delle misure dei Water!

L’immigrazione incontrollata ed incontrollabile (forse volutamente) è arrivata a livelli insostenibili di invasione di massa, con imprevedibili e gravissime conseguenze sulla stabilità sociale. Milioni di immigrati che invadono l’Europa in un momento di crisi in cui manca il lavoro e la garanzia del futuro anche per gli europei, sono una mina vagante e in un futuro non molto lontano, creeranno attriti e conflitti sociali che esploderanno in maniera violenta. E gli europarlamentari misurano gli scarichi fognari.

Le ultime rivelazioni ci dicono che siamo spiati continuamente da amici e nemici (Vedi scandalo NSA). Ascoltano le nostre telefonate, leggono le nostre e-mail, ci spiano con telecamere ovunque, in strada, in piazza, nei posti di lavoro, nei parchi e viali, nei locali pubblici. Fra poco ci ritroveremo pulci e telecamere anche in bagno. La riservatezza e la tutela della privacy sono un ricordo del passato, finito. Oggi sanno tutto di tutti. Lo scopo è quello di acquisire montagne di informazioni personali, di aziende, gruppi, associazioni, partiti politici, di personaggi di primo piano, di tutti coloro che in qualche modo hanno o possono avere un minimo di influenza sulla società. I dati raccolti vengono utilizzati dal potere economico, militare e politico per programmare e condizionare l’andamento dell’economia ed attuare il controllo globale della popolazione. E gli europarlamentari si occupano dei cessi!

La gente non sa più a quale santo votarsi per sopravvivere e questi si occupano di latrine, water, fogne e cloache. Magari, vista l’importanza dell’argomento, ci sarà una Commissione per le latrine, un Alto Commissario per i cessi, un ministro delle cagate. Siamo davvero giunti a fine corsa. Non fanno più nemmeno ridere. Questa classe politica ormai ha dato ampia prova di essere inetta, incapace, corrotta e deleteria per la società. Dovrebbe essere catalogata fra le catastrofi naturali, come alluvioni, tornado, terremoti e uragani. Dovremmo chiedere lo stato di “calamità naturale“. Già, ma a chi lo chiediamo? All’ONU? Buoni quelli, peggio che mai! Non c’è speranza.
Ma forse quest’ultima “Eurofarsa” ha una sua spiegazione. Che si occupino di scarichi fognari è la logica conseguenza del fatto che ormai siamo finiti nella merda fino al collo. E, come diceva una vecchia barzelletta: “Ragazzi, non fate l’onda”.

Europa, banane e sciacquoni (giugno 2014)

Il Parlamento europeo, più che un importantissimo e serio organismo politico transnazionale, sembra un’associazione di buontemponi; di quelli che periodicamente si riuniscono per allegre serate all’insegna della goliardia o per mettere in atto scherzi e zingarate in stile Amici miei. Lo si evince dalle proposte bizzarre e strampalate che si discutono nelle austere aule di Bruxelles o Strasburgo e dalle direttive che vengono approvate. Una di queste bischerate, sull’invito a consumare larve, insetti e vermi, la ricordavo di recente nel post Nouvelle cuisine“. Ma l’elenco delle eurozingarate sarebbe lungo.

La cosa drammatica, tuttavia, è che non si tratta di un ristretto gruppo di amici dediti allo scherzo o alla battuta facile, alla maniera di Quelli della notte di Arbore. No, questa allegra brigata è composta da 751 parlamentari (più un esercito di dipendenti) che godono di lauti compensi e di una lunga serie di benefici e privilegi, al fine di garantire l’espletamento delle loro funzioni in un ambiente comodo, tranquillo e rilassante, con tutti i confort di serie, dove sfogare liberamente la loro fervida fantasia per inventarsi le norme più inverosimili.
Un organismo, insomma, agile, leggero e sobrio, che ci costa la bellezza di 227 milioni di euro solo per stipendi, pensioni, rimborsi, assicurazioni e indennità varie (Vedi “Parlamento UE, costi e sprechi“). A cui si aggiungono 620 milioni di euro per funzionari e dipendenti e circa 100 milioni di euro per servizi esterni, circa 100 milioni di euro per la pubblicazione e diffusione di documenti e accoglienza di visitatori, e 140 milioni per telecomunicazioni.

Questo organismo, per essere più snello e funzionale, dispone di tre sedi: una a Bruxelles, in Belgio (dove si riuniscono e lavorano le varie Commissioni), una a Strasburgo, in Francia (dove si riunisce il Parlamento in seduta plenaria per 4 giorni al mese, escluso agosto; ovvero, per soli 44 giorni all’anno), ed una in Lussemburgo, dove hanno sede gli uffici amministrativi ed il segretario generale.

Solo questo assurdo ed ingiustificato andirivieni di parlamentari, funzionari e circa 5.000 persone impiegate a vario titolo ad ogni spostamento fra le tre sedi (con treni, auto, aerei e camion per il trasporto di tonnellate di documentazione al seguito), ci costa 200 milioni di euro. Ma la cifra quasi complessiva, e inverosimile, delle spese annuali di questo organismo è quella riportata nella pagina web della stessa Unione europea, dove compare il bilancio consuntivo 2013: 150,9 miliardi di euro! Si ha quasi paura a riportare quella cifra. Viene spontaneo, almeno per chi non è giovanissimo, fare l’equiparazione con le vecchie lire, ci si capisce meglio. Sarebbero circa 300.000 miliardi di lire!
Una cifra talmente spropositata e assurda che sembra un errore di stampa, un refuso. Leggiamo quel numero nel sito ufficiale dell’UE e continuiamo a pensare che sia un errore. Ci rifiutiamo mentalmente di pensare che quella cifra sia reale. Ma, fatte alcune verifiche, ci rendiamo conto che, purtroppo, è vero. Ne abbiamo conferma leggendo che il bilancio preventivo 2014/2020 prevede una spesa di 960 miliardi di euro. Ma non è nemmeno tanto chiaro. Forse hanno vergogna a dire chiaramente quali sono i costi esatti e specificare le varie voci.

Per esempio, sembra che quella cifra sia raddoppiata e così suddivisa: 960 miliardi in impegni finanziari e 980 miliardi in pagamenti. Qual è la differenza? Significa che in totale le spese ammontano a 1.940 miliardi di euro? Provate a riportarlo in vecchie lire: diventa una cifra difficile da pronunciare e da pensare. Numeri che finora si usavano solo per calcoli e grandezze astronomiche. Se non siete esperti di contabilità pubblica, o non avete accesso ai bilanci ufficiali, nonostante le ricerche in rete, non capirete mai come vengono spesi quei soldi. Anche i siti d’informazione e quotidiani si limitano a riportare cifre generiche, senza entrare nei dettagli.

Tanto dispiego di uomini e mezzi lascerebbe intendere che gli euro-parlamentari siano impegnati giorno e notte nell’estenuante attività di curare gli interessi dell’Europa, dei suoi cittadini e di garantire un continuo progresso economico e sociale di tutti i Paesi membri dell’Unione. Sarà così? Visti i risultati, viene il sospetto che tanto lodevole impegno non sia solo sprecato, ma addirittura controproducente. Forse sarebbe meglio che lavorassero poco e pensassero anche meno.

Di recente è uscito un libro di Mario Giordano “Non vale una lira“, in cui, oltre alle valutazioni politiche sull’attività del Parlamento europeo, dei suoi costi stratosferici, dei risultati discutibili e degli effetti deleteri per gli Stati membri (in particolare per l’Italia), ha raccolto pazientemente una serie di autentiche perle dell’attività parlamentare europea. Alcune bizzarre, altre quasi inverosimili, altre ancora che sembrano estrapolate da un monologo umoristico da cabaret. Purtroppo, però, c’è poco da ridere. (Qui si può leggere una recensione ed alcuni brani del libro di Giordano: “L’Europa? Non vale una lira“).

Forse non riusciremo a capire esattamente il bilancio dell’UE, ma già da alcune voci di spesa, possiamo farci un’idea di cosa sia questo carrozzone mangiasoldi (i nostri). Visto che si è appena votato per il Parlamento europeo, è bene che gli italiani sappiano cosa andranno a fare i loro rappresentanti appena eletti e riflettano leggendo alcune di queste “europerle” scovate e catalogate da Giordano. Vedremo, facendo una breve sintesi, di riportarne alcune: dalla lunghezza della banana, alla curvatura del cetriolo, dalla definizione di acqua calda alle misure del perfetto sciacquone europeo. Al prossimo post…

A proposito di mucche ed europerle, vedi:

-Nouvelle cuisine

Europa, banane e sciacquoni
Cheese, Europa
Cessi d’Europa
Una mucca al bar
Latte in polvere
San Valentino e la mucca

Intanto, siccome non riusciamo a sanare il debito pubblico, arrivato a livelli astronomici, da bravi amministratori cosa facciamo? Diminuiamo le spese? No, quando mai; questo lo farebbe chiunque dotato di un minimo di buon senso (ma anche lo scemo del villaggio). Noi no, siamo geniali, creativi, popolo di eroi, santi e navigatori. Quindi invece che diminuire le spese, aumentiamo il debito.  insomma, paghiamo i debiti con altri debiti. E’ un po’ difficile da capire per chi non sia pratico di contabilità pubblica, che ha regole e norme completamente fuori dal buon senso. Ma i nostri politici hanno una loro logica tutta particolare. Ricorda un po’ una vecchia scenetta di Macario in cui riesce a pagare un debito senza avere una lira.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titoli ambigui

Titolo di oggi su L’Unione sarda: “Cade un albero all’uscita di scuola“.

albero scuola

Adesso anche gli alberi vanno a scuola? Certo, visto che escono da scuola vuol dire che ci vanno. Buono a sapersi. Studieranno botanica, immagino. Certi cronisti della domenica, invece, farebbero bene a tornare a scuola e studiare l’italiano. Oppure, ancora meglio, tornare in campagna a coltivare patate. Tanto per cambiare, il commento che avevo inviato su questo titolo è stato censurato. Come al solito, in barba all’art. 21 della costituzione. E meno male che L’Unione è un quotidiano “indipendente“, di quelli che si battono per garantire la libertà di opinione e di stampa.

Ecco un altro titolo curioso di ieri sul Giornale: “Video di Belen Rodríguez che scappa in mutande“. Cosa c’è di strano? Questa sciacquetta smutandata è sempre nuda. Lo scoop, quindi, non è che fosse in mutande, ma che le mutande le avesse.

Ancora una nudità di giornata, sempre dal Giornale: “Zoe Kravitz nuda come la mamma“. Una volta si cantava “Gobba la mamma, gobba la figlia, gobba la zia e la sorella…“. Oggi, visti i tempi e le nuove tendenze, si potrebbe aggiornare il testo e cantare “Nuda la mamma, nuda la figlia, nuda la zia e la sorella; era nuda pure quella, era nuda pure quella…“.

Oggi per avere spazio e attenzione mediatica devi appartenere alle categorie protette: gay, lesbiche, trans, immigrati, neri afroislamici, rom e assimilati. Oppure mostrarsi nude sui media. Più sono nude e meglio è. Prima o poi, per essere nude che più nude non si può, si toglieranno anche la pelle e, per dimostrare che sono anche belle dentro,  mostreranno le radiografie o la TAC, come la famosa la RX torace di Marilyn Monroe (qui sotto)  che, insieme ad altri oggetti personali, fu venduta all’asta per 45.000 dollari).

Marilyn Monroe chest xray sold at auction

Scene di ordinaria demenza; dal Grande fratello Vip: “Cecchi Paone: Elia è razzista“.  Il motivo? Elia ha chiamato “tarantino” un altro ospite della casa (non so chi siano, ma è irrilevante). Evidentemente dare del “tarantino” (nel senso di abitante di Taranto) è un insulto (una variante di “terrone“); anzi, è razzismo. Ormai il razzismo lo mettono dappertutto; anche nella carbonara.  Infatti, invece che fare spaghetti o un risotto al nero di seppia, fanno la carbonara che è in bianco. Se non è razzismo questo; giusto?

Il dubbio, però riguarda Alessandro Cecchi Paone e la sua costante e quotidiana presenza in qualche canale televisivo, qualunque sia l’argomento in discussione nel programma. Sono in due ad avere questa rarissima dote; Cecchi Paone e Alba Parietti. Ora sorge un dubbio. Paone è sempre in TV perché è particolarmente bravo, colto, capace e dotato di una mostruosa cultura enciclopedica che gli consente di disquisire di tutti gli argomenti dello scibile umano?  Oppure semplicemente perché è gay?

Genialate grulline: ritorno alla terra. Ecco la proposta: “Terreni a chi ha tre figli“. Ricorda molto i famosi “40 acri ed un mulo” che venivano assegnati ai primi coloni americani o agli ex schiavi neri come risarcimento. Regaleranno anche il mulo? Oppure, per essere più in sintonia con il livello intellettuale di questi pensatori nostrani, regaleranno un somaro?

asini

Psicopatologia del potere

Il potere, in particolare il potere politico, è una forma di perversione mentale. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo.

Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali” sull’esempio (più unico che raro) di Cincinnato. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati Uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi; o no?

E solo per caso, dopo il Presidente Bill Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi, la causa prima di conflitti, guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli.

L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.
Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una vera e propria perversione mentale.

 

Vedi: La politica è una malattia

 

 

 

Quale sinistra?

La sinistra non è di sinistra“, scriveva Luca Ricolfi nel 2005 in Cari compagni, vi spiego perché siamo antipatici. Ora esce il nuovo libro “Sinistra e popolo” (Ed. Longanesi) , che sembra il naturale seguito di quel fortunato libro. L’autore è un sociologo e scrittore, un intellettuale che, giusto per dargli una collocazione ideologica (è il nostro sport preferito) si può dire che appartenga a quella vasta area della sinistra in cui c’è posto per tutti, cani e porci, visto che il segretario del maggior partito di sinistra è un tale Matteo Renzi che sta alla sinistra come Cicciolina sta al catechismo. I dirigenti, militanti, sostenitori e simpatizzanti della sinistra dovrebbero leggerlo con attenzione; perché sono considerazioni sulla sinistra fatte da un uomo di sinistra. Ma temo che da quelle parti non abbiano mai letto neppure il primo libro di Ricolfi. Altrimenti sarebbero in crisi. Ecco un’intervista all’autore pubblicata ieri sul Giornale.it.

La sinistra ha scelto immigrati ed élite, ma ignora il popolo.

Lunga ma necessaria citazione dal nuovo saggio del sociologo Luca Ricolfi Sinistra e popolo (Longanesi, presentato qui a Tempo di Libri, domani in Sala Courier): «La gente pensa che gli immigrati siano un pericolo? La sinistra le spiega che la diversità è un valore. La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità. La gente pensa che l’Unione Europea sia un problema? La sinistra le spiega che l’Europa non è il problema, ma la soluzione. La gente pensa che il terrorismo islamico abbia dichiarato guerra all’Occidente? La sinistra le spiega che non si tratta di una guerra, che l’Islam non c’entra nulla, e che anzi gli attentati potrebbero essere una preziosa occasione per riprendere la costruzione dell’edificio europeo».

Professore, perché la sinistra non vede mai il problema?
«Perché se lo vedesse dovrebbe fare autocritica e reinventarsi, abbandonando il suo insediamento sociale fra i cosiddetti ceti medi riflessivi».

Professore, Lei ha scritto un saggio di 250 pagine che può essere sintetizzato, paradossalmente, dalla citazione in esergo di J.-M. Naulot: Populista è l’aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle. La domanda è: cosa è successo tra il popolo e l’area culturale-politica che designiamo come sinistra?
«Sono successe molte cose, ad esempio il fatto che la sinistra si occupa quasi esclusivamente di immigrati e ceti medi, e si è in gran parte dimenticata dei ceti popolari. Specie se nativi. Ma il punto non ovvio della mia ricostruzione è che io faccio risalire l’inizio del distacco molto indietro nel tempo, a 40 anni fa, ai tempi di Berlinguer e del compromesso storico. Voglio dire che è del tutto fuorviante pensare che sia stato Renzi a creare il distacco con i ceti popolari, perché quel distacco era già molto profondo negli anni di Prodi, D’Alema e Bersani. Quel che è sorprendente è che di tale distacco si parli solo adesso, e lo si metta tutto in conto a Renzi. La fede nel mercato e nelle regole europee, la tendenza a sottovalutare i problemi della sicurezza e dell’immigrazione, la preferenza per temi come le coppie gay, la fecondazione assistita, l’ecologia, sono cose che pre-esistono all’ascesa di Renzi».

Cosa c’entra in tutto questo il complesso di superiorità della sinistra che aveva smascherato nel suo saggio “Perché siamo antipatici” del 2005?
«C’entra nel senso che la rivolta contro il politicamente corretto è, insieme alla domanda di protezione economica e sociale, un ingrediente essenziale del populismo, sia in Europa sia in America».

L’elezione di Trump, la Brexit, il voto a all’ultra-destra in Austria, Marine Le Pen in Francia, i 5 Stelle da noi. Perché il popolo è in rivolta verso l’establishment?
«Le due determinanti essenziali del populismo sono la profondità della crisi e la paura del terrorismo e dell’immigrazione. Però il fatto che l’ascesa del populismo abbia assunto i tratti di una rivolta contro l’establishment ha molto a che fare, a mio parere, con la diffusione del politicamente corretto. Quando, 12 anni fa, pubblicai “Perché siamo antipatici?” il politicamente corretto era ancora percepito prevalentemente come un’aberrazione del mondo di sinistra. Oggi è diventato una sorta di biglietto da visita della classe dirigente, del cosiddetto establishment. È diventato una sorta di tratto distintivo delle persone per bene, civili, benpensanti, rispettabili. Ecco perché chi tende a imputare tutti i nostri mali all’establishment finisce anche per ribellarsi al politicamente corretto».

Ma in ciò che la sinistra benpensante e politicamente corretta liquida come populismo ci sarà qualcosa che non è da buttare. Cosa?
«In un certo senso quasi tutto, perché la domanda di protezione dalla crisi economica e dalla criminalità, dalle diseguaglianze e dal disordine sociale è più che fondata. Il problema del populismo non sono le domande, ma le risposte, che raramente sono all’altezza dei problemi».

Lei si ritiene ancora di sinistra?
«Ma che cos’è la sinistra oggi? Per dirla con Alfonso Berardinelli non credo che la sinistra sia di sinistra, una frase che usai come epigrafe di Perché siamo antipatici. Io credo che il tratto essenziale di una persona di sinistra, o meglio di sinistra liberale che è quella che piace a me, sia di riconoscere l’esistenza di un problema di diseguaglianza nei punti di partenza. Il guaio è che la sinistra attuale, almeno in Italia, si occupa d’altro».

Una volta il popolo era tutelato e garantito dalla Sinistra, dal welfare al lavoro. Ora il popolo fa da solo. In questo senso, ha ancora senso la Sinistra?
«Tendo a pensare che la sinistra, come già oggi accade, svolgerà soprattutto il ruolo di garante dei ceti medi urbani e dell’establishment, specie in settori strategici come la cultura, l’informazione, la magistratura, la scuola. Del popolo si occuperanno gli altri».

Lei nel libro critica Norberto Bobbio, il quale identificando la sinistra con l’uguaglianza e la destra con l’ineguaglianza di fatto fissò il paradigma della superiorità morale. Un peccato di lesa maestà, il suo.
«Ho conosciuto da vicino Bobbio, sia di persona sia attraverso uno scambio epistolare che avemmo su destra e sinistra una ventina di anni fa. Bobbio era un uomo meraviglioso, integro e intellettualmente aperto, non ho mai incontrato una persona così disponibile ad ascoltare gli altri e a prendere sul serio le loro opinioni. Bobbio era curioso, molto curioso dei punti di vista altrui. Proprio perché l’ho conosciuto, sono certo che, se fosse vivo, preferirebbe parlare con me delle nostre differenti vedute su destra e sinistra che bearsi delle lodi che, ancora oggi, provengono da un esercito di discepoli che lo venera come un’intoccabile divinità laica». (Luigi Mascheroni – Il Giornale.it)