Venezuela: morti in scatola

Ultimissime dal paradiso socialista dei lavoratori: “Bambini denutriti, morti sistemati negli scatoloni“. Non c’è da meravigliarsi, visto che da anni gli scaffali dei supermercati sono vuoti e manca tutto, dal pane al latte e perfino la carta igienica che acquistano di contrabbando. Sono gli effetti del socialismo di Chavez, l’amico fraterno di Fidel Castro. E Maduro ne è il suo degno erede e continuatore. Bello il socialismo, elimina tutte le sperequazioni e le differenze sociali, anche fra neonati: tutti in scatole di cartone. Questa è l’agognata “uguaglianza” tanto cara ai socialisti. Basta con differenze fra ricchi e poveri: tutti poveri. Viva Marx.

Non solo non ci sono soldi per i morti, ma qualche anno fa (c’erano anche le foto sul web) non c’erano soldi nemmeno per i neonati che, in assenza di culle, venivano sistemati in scatoloni. Sono le delizie del socialismo.

E’ quello che scrivevo già nel 2016 in diversi post. Per esempio, questo:

Bimbi in scatola (2016)

In Venezuela i neonati li sistemano in scatoloni; così si abituano presto ai disagi e le scomodità, imparano a rinunciare agli agi e le comodità della civiltà dei consumi di quei cattivoni dei capitalisti, e sono pronti ad accettare e sopportare le avversità della vita e vivere in povertà, come frati francescani o carmelitani scalzi. Insomma a diventare dei perfetti socialisti.

Venezuela neonati in scatola

Ecco la foto che mostra la situazione dei reparti ospedalieri: “Neonati in scatole di cartone“. E’ solo l’ultima conferma della situazione di profonda e grave crisi economica che il Venezuela attraversa ormai da tempo. Gli scaffali dei supermercati sono desolatamente vuoti, mancano i più comuni beni di consumo e di prima necessità come pane, latte, e perfino gelato, patatine fritte e carta igienica. Tanto che i cittadini che abitano lungo il confine con la Colombia attraversano il confine e vanno a fare la spesa nella cittadina colombiana di Cacuta.

Del resto, è storia vecchia. Anche a Cuba, a casa dell’amico Fidel, la carta igienica scarseggiava già nel 2009. Lo riferiva una nota flash del Corriere (Cuba, allarme carta igienica, scorte esaurite): “L’AVANA – Allarme carta igienica a Cuba. Le autorità dell’Avana avrebbero deciso di razionarla fino alla fine dell’anno. La Cimex, l’azienda di Stato responsabile del rifornimento del prodotto, ha annunciato l’aumento della produzione a fine anno. “. Poveri cubani, grazie alla dittatura comunista di Fidel, non solo sono nella mer… meravigliosa isola, paradiso dei lavoratori, ma non possono nemmeno pulirsi il cul…il culto della rivoluzione. Evidentemente socialismo e carta igienica non vanno d’accordo. Strano, visto che entrambi ricordano la merda.

venezuela carta igienica

E così, forse per simpatia o solidarietà con i compagni socialisti cubani, anche il Venezuela si adegua e raziona la carta igienica; così vanno a comprarla in Colombia e ne fanno scorta per tutto il parentado (Venezuela: scaffali vuoti, spesa oltre confine). Certo che oggi se hai la diarrea in Venezuela è un bel problema. No? Non c’è da meravigliarsi, sono gli effetti del socialismo di Hugo Chavez, l’amico fraterno di Fidel Castro. E Nicolas Maduro ne è il suo degno erede e continuatore. Bello il socialismo, elimina tutte le sperequazioni e le differenze sociali, anche fra neonati: tutti in scatole di cartone. Questa è l’agognata “uguaglianza” tanto cara ai socialisti. Non ci sono più ricchi e poveri: tutti poveri.

Viva Marx, viva il socialismo, viva l’uguaglianza e viva la gente, finché la gente è viva. E i morti? Se i neonati li sistemano in scatole di cartone, i morti dove li mettono? In costose bare di legno pregiato? Non sia mai detto, uguaglianza da vivi e uguaglianza da morti, a basso costo e senza inutili sprechi. Forse li mettono tutti in sacchi di plastica, economici, igienici ed uguali per tutti. Ri-viva il socialismo.

Dicono che la selezione naturale favorisca la sopravvivenza dei soggetti più forti, i migliori, quelli che si adattano meglio all’ambiente e si perpetuano a scapito dei deboli migliorando nel tempo le caratteristiche proprie della specie. E’ il principio che, secondo Darwin, determina l’evoluzione delle specie viventi. Così, dopo migliaia di anni di “selezione naturale” e di continui miglioramenti genetici anche la specie umana dovrebbe essersi evoluta raggiungendo quasi la perfezione, il vertice della scala evolutiva, l’apice dell’intelligenza ed eliminando i soggetti e le specie meno adatte che, a questo punto dovrebbero essere scomparse dalla Terra. Ma allora come si spiega l’esistenza dei socialisti? Mistero; questo Darwin non lo dice.

Ma chi è questo Nicolas Maduro che sta facendo sprofondare il suo paese nel baratro della miseria? Ne parlavo nel 2013 nel post “Ecatombe Italia e dintorni“, in cui riferivo di varie calamità nazionali ed estere. Tanto vale riportare il passo che interessa il Venezuela, perché dimostra che la gravità della situazione viene da lontano.

Venezuela, Chavez, Maduro e… (2013)
In Venezuela hanno gravi carenze di prodotti vari, specie alimentari. Ugo Chavez, l’amico fraterno di Fidel Castro, e Ahmadinejad (bel trio!), quello che il prete di strada che andava a braccetto con i comunisti, Don Gallo (vedi “El Gallo rojo“), definì un grande statista (!?), evidentemente, ha lasciato un Paese disastrato dalle politiche socialiste. Ed il suo successore, Maduro, non sembra fare di meglio. Sono in crisi perfino i preti che denunciano la mancanza di vino per celebrare la messa.

Ma fra i tantissimi prodotti anche di prima necessità, come farina, latte e zucchero, che mancano dagli scaffali dei mercati, la notizia più curiosa è che manca la carta igienica. Già, pare che il governo abbia deciso di ordinare con urgenza 50 milioni di rotoli di carta igienica dall’estero. Sarebbe troppo facile fare del sarcasmo e dire che la politica di Chavez si sta rivelando una grande cagata e che ha lasciato il Venezuela nella merda, senza nemmeno potersi pulire il culo perché non c’è carta igienica. Ma non lo diciamo!

Ma c’è di più. Nicolas Maduro, l’erede, la fotocopia sbiadita di Chavez, è quello che faceva l’autista della metropolitana di Caracas e grazie alle sue lotte sindacali e socialiste, all’ombra del capo Chavez, ne ha seguito l’ascesa e le fortune politiche. Quello che ha vinto le ultime elezioni presidenziali con un misero 1,5% di scarto (ed il forte sospetto di brogli elettorali) nei confronti dell’avversario Capriles. Quello che grazie alle battaglie populiste intrise della più decadente, logora e becera ideologia socialista è passato dal guidare un convoglio della metropolitana a guidare un Paese come Presidente. Bella carriera ed una bella fortuna per lui; un po’ meno per il Venezuela.

Ecco la sua ultima trovata per risolvere il problema delle scorte alimentari e rilanciare l’economia: “Le madri venezuelane sono obbligate ad allattare“, per ordine del governo!
Come diretta conseguenza sarà vietato l’uso di latte in polvere, i medici non potranno più prescriverlo e sarà vietata anche qualunque pubblicità di latte e biberon; pene e sanzioni fino a 50.000 dollari e sospensione dal lavoro. E se le mamme, come può succedere, non hanno latte? Ipotesi non contemplata, ci pensa il governo a garantirlo, per legge.

In Venezuela è il governo a decidere se le mamme hanno latte a sufficienza per allattare. E il governo dice che ce l’hanno, per legge. Ha dichiarato la presidente della Commissione per la famiglia: “Tutti i bambini devono avere il latte materno fino ai due anni e il parlamento gli garantirà questo diritto“. Che bello il socialismo, c’è latte per tutti. Resta solo un dubbio: ma i socialisti ci sono o ci fanno? All’ex autista-sindacalista-socialista Maduro il Dittatore dello Stato libero di Bananas gli fa un baffo.

 

Di Maio cambia pelle

Grandi cambiamenti in casa grillini. La batosta in Sardegna impone riflessioni e cambio di strategia: “Nuovo statuto; il M5S cambia pelle” (Adn Kronos)

Di Maio pelle

Anche in casa 5 stelle cominciano i grandi cambiamenti, le pulizie di primavera in anticipo.

I partiti politici, quando sono in crisi,  per sopravvivere e adeguarsi ai tempi, ogni tanto fingono di rinnovarsi e danno una mano di tinteggiatura alla facciata di casa, cambiano colore per farla sembrare nuova. Cambiano nome, stemma, bandiere, inni, segretari, pur di mantenere poltrone e potere.

I politici, per sopravvivere,  periodicamente cambiano pelle: come i serpenti!

serpenti pelle

 

Fico e la supercazzola

Questo nel video è il presidente della Camera, Roberto Fico, del M5S, che spiega una norma del Regolamento: “Supercazzola di Fico“. Roba da far invidia al conte Mascetti di Amici miei.

Chiaramente”, conclude. Se questo per lui è esprimersi “chiaramente”, figuriamoci cosa dirà quando è confuso. Questo Fico, in qualità di presidente della Camera, è la terza carica dello Stato. Vi rendete conto in che mani abbiamo messo l’Italia?

Purtroppo non è il solo ad esprimersi così “chiaramente“.

Ecco altri due  perfetti esempi: “Pensioni e supercazzole“, e  “Maurizio Martina- Mascetti.

Foibe e dintorni

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre dei post già pubblicati anni fa (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Qui una serie di post, in ordine cronologico,  degli anni scorsi sull’argomento “Foibe e dintorni“)

Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo: come classico dei comunisti. Diceva Togliatti, a proposito della verità storica: “La verità è ciò che conviene al partito“. Chiaro?

Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.
Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe“, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.

Innumerevoli le stragi, come quella di Cave del Predil, dove il 23 marzo 1944 ventidue carabinieri furono catturati dai partigiani comunisti, avvelenati, torturati e tagliati a pezzi. La strage delle malghe di Porzus è forse la più nota, tant’è vero che ha ispirato anche un film. Ma non tutti i partigiani combattevano per l’annessione di quelle terre alla Iugoslavia; al contrario, alcune formazioni, quelle in cui militava Bricco, erano di ispirazione filomonarchica e si battevano per l’italianità di quelle zone. Erano le brigate “Osoppo”, caratterizzate dai fazzoletti verdi al collo, un colore che rammentava la provenienza alpina di tanti di quei combattenti. Di idee opposte erano quelli col fazzoletto rosso, di fede comunista: erano le brigate “Garibaldi” che, pur costituite da italiani, erano inquadrate nel IX corpus dell’armata iugoslava e avevano per obiettivo l’annessione alla Iugoslavia di tutte le terre friulane “fino al sacro confine del Tagliamento”, come sostenevano con una bizzarra interpretazione della storia e della geografia. Due razze opposte di partigiani, dunque: gli “osovani” e i “garibaldini”. Fazzoletti verdi e fazzoletti rossi. Gli uni erano più alpini che partigiani, gli altri erano più comunisti che italiani e fra loro non poteva esserci intesa, a parte il comune nemico nazifascista. Fu così che i garibaldini decisero di ricorrere al loro metodo preferito, quello dell’eliminazione fisica dell’avversario, e decisero di sterminare la leadership osovana.

Racconta Bricco: “Ci dissero che dovevamo trovare un compromesso fra le nostre idee diverse e ci proposero un incontro per discutere del futuro assetto del Friuli-Venezia Giulia. All’incontro, da tenere alle malghe di Porzus, dovevano partecipare tutti i comandanti partigiani dell’una e dell’altra parte, ma senza armi, precisarono. Noi accettammo, in buona fede, senza sospettare nulla. Era il mese di febbraio del 1945; noi eravamo in 23, arrivammo per primi e prendemmo posto all’interno delle malghe. Dopo un paio d’ore arrivarono anche i comunisti, ma la discussione non ci fu; il loro capo puntò l’indice contro il nostro comandante e gridò “Tu sei un traditore!”, poi estrasse il mitra da sotto il cappotto e gridò “A morte i traditori!”. Quello era il segnale. Tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…” .

Continua Bricco: “Io e un altro, i più vicini ad una finestra, ci gettammo fuori. L’altro fu subito raggiunto da una raffica e rimase esanime. Anch’io fui colpito da una pallottola, caddi, ma mi rialzai e feci l’unica cosa che potevo fare: correre. I rossi continuavano a spararmi e a colpirmi; sentii una pallottola che mi perforava un braccio, poi un’altra che mi attraversava una spalla, poi ancora una che mi entrava in una gamba, ma io continuavo a correre, cercavo di essere più veloce delle pallottole, sentivo che altre pallottole mi trapassavano gambe, braccia e schiena, mi attraversavano come fa una lama nel burro, ma io continuavo a correre, mi buttai giù per un canalone, mi salvai solo io”.
“Che fine hanno fatto gli assassini? Sono stati assicurati alla giustizia?” chiesi. “Macchè – risposel’hanno fatta franca tutti quanti. Chi ha usufruito dell’amnistia di Togliatti subito dopo la guerra, chi si è rifugiato in Iugoslavia protetto dal governo di Belgrado, chi è stato condannato all’ergastolo o a 30 anni di galera ma è stato aiutato dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e poi è stato graziato dall’amnistia di Pertini nel 1978. Alcuni hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo stato italiano...”.

E poi ci fu la tragedia dell’esodo. I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso.
Ma – fatto ignoto ai più – oltre all’esodo ci fu anche il controesodo: lo organizzarono i comunisti italiani verso la Jugoslavia per consentire a molte famiglie di riempire il vuoto lasciato dai cittadini giuliano-dalmati e perché potessero usufruire dei piaceri del paradiso comunista; un altro motivo fu quello di mettere in salvo tanti compagni che si erano macchiati di delitti durante e dopo la resistenza e che in Italia avevano problemi con la giustizia.
Ma venne il 1948, con la rottura fra Tito e Stalin. Il dramma della lacerazione ideologica dei comunisti italiani, soprattutto triestini, combattuti fra la fedeltà a Mosca e quella a Belgrado era nulla in confronto al calvario fisico e psichico che dovettero patire decine di migliaia di dissidenti rimasti fedeli al Cominform e al Cremlino e che caddero fra le grinfie dei titini. Questi comunisti fedeli a Mosca furono circa 32.000 e
vennero rinchiusi nell’isola-lager di Goli Otok, l’Isola Calva nell’arcipelago della Dalmazia settentrionale. Circa 4.000 detenuti morirono di stenti, di malattia, di torture, di lavori forzati e di percosse su quell’isola, dove finirono anche parecchi comunisti italiani, soprattutto da Monfalcone, i cosiddetti “cantierini” (circa 350) che si recarono fiduciosi oltre confine per “costruire il socialismo“. I più fortunati vi giungevano già cadaveri ma chi aveva la sventura di arrivarvi vivo, a bordo di stipatissime imbarcazioni maleodoranti, riceveva il primo benvenuto da parte di altri detenuti, già ospiti della brulla isola-lager, che armati di randelli si precipitavano urlanti nelle stive e massacravano di legnate i prigionieri prima ancora che scendessero. Poi i nuovi arrivati (o perlomeno i sopravvissuti) venivano fatti scendere in fila indiana, scalzi sulle rocce taglienti come coltelli e sotto il sole, e avviati verso il lager fra due ali di altri detenuti che continuavano a urlare e a randellarli a sangue.

I pochi detenuti che alla fine riuscirono a sopravvivere e a ripararsi in Unione Sovietica o in Italia, scoprirono che a Mosca era impossibile pubblicare un articolo sugli orrori di Goli Otok. Sì, sarebbe stato un ottimo strumento propagandistico contro Tito, ma la cosa, di riflesso, avrebbe messo sotto accusa anche i gulag sovietici, fenomeno di ben più grande portata rispetto alla modesta Isola Calva, che al loro confronto era una località di villeggiatura.
Anche in Italia i sopravvissuti dei lager di Tito scoprirono di essere solo dei cadaveri ambulanti condannati all’oblio: per ragioni politiche non se ne poteva parlare. Non esisteva ancora una “Giornata del ricordo”, neanche per loro. (Giovanni Marizza – L’Occidentale 10 febbraio 2009)

Il Giorno del ricordo ed il treno della vergogna (come i comunisti accolsero i profughi): “A Bologna il treno dei profughi istriani fu preso a sassate dai comunisti.

Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe… febbraio/2007 (le strane amnesie del giorno del ricordo)

Foibe, profughi e smemorati febbraio 2009 (Ricordiamo le stragi purché non si parli di comunismo…)

Smemorati e ipocrisia di Stato. (2016)

 

Ed ecco il pensiero di Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, sui miliziani comunisti di Tito che occupavano Trieste: “Lavoratori triestini, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto”.
Ecco, infine, il suo pensiero sui “profughi”: “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.” – Lettera di Togliatti sui confini orientali.

giorno del riordo

Beh, certo, erano altri tempi. Poi i comunisti sono maturati, evoluti, si sono aggiornati, si sono pentiti, sono diventati PDS, poi DS, una lenta metamorfosi, da Quercia sono diventati Ulivo, ed infine sono diventati Democratici. Allora, chissà cosa pensano oggi i nipotini di Togliatti di quella tragedia lontana nel tempo, delle foibe, dei comunisti titini, dei treni accolti a sassate. Oggi, giornata dedicata al ricordo di quei fatti, è interessante conoscere ill loro pensiero. Magari faranno autocritica, condanneranno la posizione di Togliatti. Non resta che andare a scoprirlo sul loro quotidiano storico, fondato da Gramsci: L’Unità.
Vediamo…sorpresa, scorrete la Home page del giornale, ma…di tutto si parla, meno che di foibe e del Giorno del ricordo. Nemmeno un box piccolo piccolo, due righe…niente. Che strano, nel “Giorno del ricordo” L’Unità non si ricorda di ricordare il Giorno del ricordo! Non c’era spazio nella pagina? Distrazione? Dimenticati? Mah, certo che questi comunisti, anche se ex/post, pentiti o meno, soffrono di strane improvvise amnesie. Mistero…

Facciamoci un partito

Quasi quasi mi faccio un partito. Oggi sembra essere questo  il trend del momento, farsi il partito personale. Dopo il fallimento del PD e la sua frammentazione in tante piccole repubblichette indipendenti dove ognuno sembra aspirare a fare il segretario, ogni giorno c’è qualcuno che propone il suo modello di partito “del cambiamento“. Hanno già dichiarato la propria volontà di creare un nuovo partito Matteo Renzi che, dopo aver sfasciato il PD, pensa di creare un nuovo partito che, per guadagnare tempo, nascerà già fallito in partenza (per Statuto; potrebbe chiamarsi “Partito male”).

A seguire, esprimono la stessa volontà, il governatore del Lazio Zingaretti che prima si candida alle primarie del PD, ma  non userà lo stemma del PD (si vergogna), l’ex segretario Martina, l’ex ministra Kyenge, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, e Di Battista (quello che non si è ancora capito cosa farà da grande) che vuole creare un partito africano (questo ci mancava, vero?) e Carlo Calenda che ha in mente un partito tutto nuovo di zecca per rilanciare il PD, ma che con il PD non deve avere niente a che fare (vedi PD e psichiatri). E non finisce qui; l’elenco dei nuovi partiti e dei loro creatori è lungo; ogni giorno se ne aggiunge uno nuovo (l’ultimo Giovanni Toti, e l’erba del vicino). Pensate che perfino Fabrizio Corona ha detto che vuole farsi un partito. E Lele Mora ha annunciato la nascita del partito dei cattolici. Anche il premier Conte, forse stressato dagli attriti interni alla coalizione sembra pensare ad una nuova formazione: “Conte pensa ad un partito“. Manca il partito dei vegani, il partito dei tronisti e quello degli Amici di Maria De Filippi. Lo so, sembrano notizie da pagina del buonumore, da rubrica “Ridete e starete sani“. Invece, purtroppo per noi, è tutto vero. Questa è la situazione, da ridere; per non piangere.

Ma io non dovrei parlare perché non sono innocente. Anch’io, qualche anno fa, proposi di costituire un nuovo partito.  Ecco il post in cui, nel 2007, annunciavo la nascita del PdC (Partito del cavolo):

E’ nato il PdC

La politica è in crisi, l’economia è in crisi, il cinema è in crisi, la famiglia è in crisi, la RAI è in crisi, la scuola è in crisi, tutto è in crisi. Perfino gli psicologi, non riuscendo a contrastare il dilagare di questa epidemia di crisi globale, sono in crisi per eccesso di crisi.
In politica si naviga a vista e si tenta di tutto per far finta di cambiare le cose in modo che tutto resti come prima. Il libro di testo più usato in Scienze politiche non è “Il Principe”, ma “Il gattopardo”.
Né sembrano destinati a migliorare la situazione i tentativi di creare partiti, come il PD, che vorrebbero conciliare il diavolo con l’acquasanta.
In questa atmosfera di estrema confusione è necessario intervenire con proposte concrete che, una volta per tutte, riportino la politica nel suo ambiente naturale: il mercato delle vacche.
Per questo motivo abbiamo deciso di scendere in campo e fondare un nuovo partito che sia improntato alla massima chiarezza.

Premessa
Il nostro movimento si batterà per contrastare il confusionismo integralista del cerchiobottismo doppiopesista dello statalismo liberale perseguito dall’ateismo clericale, dal bigottismo ateo dei marxisti cattolici e dall’immobilismo movimentista del relativismo dogmatico.

Il programma
A tal fine proponiamo un liberalsocialismo cattolaicista conservatore e riformista che si batta per una democrazia totalitaria in un libero mercato di Stato, fondato sul capitalismo noglobalista autarchico. Un partito movimentista che nasca dal fusionismo dell’ultralibertarismo postradicale e neoreazionario e dell’ultraclericalismo dell’estremismo moderato, mediati da un garantismo giustizialista non disgiunto dall’anarchismo nazionalista del proletariato aristocratico. Chiaro?

Il nostro programma completo sarà stampato, in elegante veste tipografica, in 24 volumi per complessive 25948 pagine, più un aggiornamento che, essendo un aggiornamento, verrà aggiornato continuamente secondo i ghiribizzi e le paturnie dei vari candidati, sostenitori, fiancheggiatori, amici, parenti e conoscenti e secondo gli umori dello zio Peppino il quale, essendo un bastian contrario per natura, ha sempre qualcosa da aggiungere.
Il programma verrà sottoposto ad approvazione dei cittadini i quali potranno, inoltre, scegliere i candidati nel corso di regolari elezioni primarie, secondarie e terziarie francescane che voteranno in convento a favore e convento contrario, tanto per garantire la par condicio.

Il nome, il simbolo.
Seguendo l’abitudine diffusa di adottare simboli di ispirazione naturalistica, alberi e fiori in particolare, anche noi abbiamo deciso di seguire la moda.
Ma per dimostrare da subito la grande democrazia e la natura popolare del movimento, piuttosto che scegliere fiori o alberi pregiati, abbiamo optato per un modesto ortaggio: il cavolo.
Altri creano il PD? Noi andiamo oltre e creiamo il PDC.
Il nostro sarà, quindi, il “Partito del cavolo“.
Aderisci anche tu al partito del cavolo e risolveremo tutti i problemi, anche quelli che non hai. E se non hai problemi te li creiamo noi, gratis.
– Col cavolo troverai un lavoro fisso.
– Col cavolo avrai uno stipendio sicuro.
– Col cavolo avrai una casa.
– Col cavolo avrai una pensione garantita.
Che cavolo volete di più?

L’inno del Cavolo (Parole di Circostanza, musica di Atmosfera)
Con verze e cavolfiori
nessuno resta fuori.
Cavoli e broccoletti
Saremo tutti eletti.
Col broccolo e col cavolo
Si mangia tutti a un tavolo.
Col cavolo che avanza
Ci riempirem la panza.

Sosteneteci.
Col cavolo risolveremo tutti i problemi e fin da oggi garantiamo “Più cavoli a merenda per tutti”.
Aderite numerosi, altrimenti saranno cavoli vostri!

Nell’immagine sotto il ritratto ufficiale del fondatore e Presidente onorario del partito del cavolo.

Testa di cavolo

Toti e l’erba del vicino

L’erba del vicino è sempre più verde“. E’ questo vecchio motto che deve aver pensato Giovanni Toti Forza Italia (ancora per poco, sembra), guardandosi intorno e vedendo quanti bei prati verdi aveva davanti agli occhi. Così, ecco lo scoop: “Toti lascia Forza Italia”.

Toti composizione

Così il nostro orso Yoghi in forma umana, stanco del solito  menu, cambia Zoo in cerca di erba fresca.

Yoghi e compagnia

Diritti umani e islam

Le grandi riforme dell’islam: “Divorzio tramite sms“. E’ notizia recente, lanciata come esempio di apertura dell’Arabia saudita nei confronti dei diritti delle donne; una delle grandi conquiste recenti , insieme a quella di poter guidare le auto (Storico decreto del re; le donne potranno guidare) ed entrare allo stadio di calcio, in zone riservate. Sembra una sciocchezza, ma non lo è; se pensiamo che fino ad oggi i mariti potevano divorziare senza nemmeno informare le mogli.

arabia sms

Sono gli effetti collaterali della finale  della Supercoppa italiana fra Juve e Milan che, per qualche strana ragione che forse sanno giusto i tifosi di calcio,  non si gioca in Italia, ma si gioca appunto in Arabia (boh!?). E sono il pretesto per parlare di “diritti umani” e della diversa concezione che, secondo i luoghi, si ha di questi diritti.

II 10 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la “Dichiarazione universale dei diritti umani“. Ecco alcune considerazioni scritte in passato su questo documento fondamentale della società moderna.

Ci sono due momenti cruciali nell’evoluzione del pensiero moderno: il motto della rivoluzione francese “Liberté, egalité, fraternité” e la Dichiarazione universale dei diritti umani. Sul motto dei “sans coulottes“, al di là della letteratura che ne esalta la spinta rivoluzionaria che sarebbe alla base della società moderna, basta considerare che i suoi principi restano tranquillamente sulla carta.

La “fraternité” la si può trovare, forse, in qualche convento di clausura (non esiste nemmeno fra i cuccioli appena nati; c’è sempre competizione e qualcuno che cerca di prevalere a scapito degli altri); la “egalité” è solo un’invenzione letteraria ed un concetto astratto di cui non c’è traccia nella realtà, e la “liberté” è un’arma usata dal potere (in tutti i suoi aspetti) che la interpreta, secondo le circostanze e la convenienza, a proprio uso e consumo. Sulla pomposa dichiarazione dei diritti dell’uomo, infarcita di retorica e buoni sentimenti, invece che ripetermi, riporto quanto già scritto, a proposito di qualche incongruenza, nel seguente post di sei anni fa.

Diritti e doveri (2008)

Nei giorni scorsi, il 10 dicembre, si sono celebrati i 60 anni della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo“. Bel documento, pieno di lodevoli propositi e buone intenzioni. Peccato che restino tali. Peccato che sia un lungo elenco di “diritti” che restano sulla carta. Peccato che non sia citato, fra i tanti diritti, nessun dovere. Quando avremo anche una bella “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo“, forse, saremo a posto.

Peccato, infine, che il principio stesso della “libertà”, che è alla base della Carta, sia messo in dubbio, o contraddetto, già nel primo articolo.
Art. 1): ” Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Già la prima frase dell’articolo 1 si presta a molte considerazioni sul concetto di “eguaglianza”, che però ci porterebbero molto lontano. Limitiamoci, quindi, alla seconda proposizione. Ci sono in una sola riga due affermazioni ed entrambe discutibili. La prima riguarda l’affermazione che tutti gli esseri umani siano dotati di ragione e di coscienza. E’ un’affermazione o un auspicio? Già, perché la ragione è la capacità raziocinante, che può manifestarsi in misura diversa in ciascun individuo, fino ad essere molto limitata o quasi inesistente, se non, a causa di traumi o malformazioni congenite, inibita del tutto. Lo stesso dicasi per la coscienza che, al di là di differenze concettuali astratte e non rispondenti alla realtà, non è altro che un aspetto della capacità raziocinante, ovvero della stessa ragione, o della attività mentale, o di quello che chiamiamo genericamente “Pensiero“. Questa differenza della capacità ragione/coscienza, presente nei singoli individui in maniera diversa, contraddice il principio di eguaglianza.

La seconda affermazione, ove afferma che tutti gli esseri umani “devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza“, è ancora più contradditoria. Non solo è l’esempio lampante di quelle belle affermazioni che sono solo buone intenzioni, ma non hanno alcun riscontro nella realtà, ma è anche in contraddizione con il diritto fondamentale alla libertà di pensiero e di espressione (articoli 18 e 19). Il verbo “devono” esprime, infatti, non un auspicio, ma una imposizione comportamentale che, come tutte le imposizioni, pone necessariamente dei limiti alla libertà di scelta individuale.

Si stabilisce con una norma che la fratellanza non è una norma comportamentale ed un  auspicabile atteggiamento nei confronti dei propri simili, ma è un “obbligo” morale. E se qualcuno non avesse voglia di agire secondo questo criterio? Non è libero di dissentire? Oppure è libero di essere un criminale, un assassino, un terrorista, un pedofilo, un razzista, un dittatore sanguinario che stermina milioni di avversari, e continuare a godere di tutti i diritti garantiti dalla Carta, nonché di essere dotato di “ragione e di coscienza“? Ma nessuno ha il diritto di rifiutare la fratellanza?

La libertà di pensiero individuale non può essere limitata da un “obbligo” morale. Si può limitare, con opportune leggi, l’attuazione pratica di forme di libertà di pensiero che si concretizzino in atti dannosi per la comunità. Ma non si può obbligare qualcuno a pensare di dover agire in spirito di fratellanza. Non c’è Carta che tenga e che possa ottenere questo risultato.

Questa dichiarazione, quindi, o è solo una dichiarazione di buone intenzioni, oppure si applica solo alle persone che già, per natura, siano inclini ad agire in spirito di fratellanza. Ma in tal caso non avrebbero bisogno di regole scritte.
In fondo, affermare che gli uomini “devono” agire in spirito di fratellanza, non è altro che riconoscere ed affermare l’esistenza di un “dovere” dell’uomo. Ovvero, riconoscere che non esistono solo i diritti, ampiamente ribaditi dalla Carta, ma anche i doveri. Ecco, quindi, che la necessità di stilare anche una “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo“, non è poi così campata per aria o provocatoria, come potrebbe sembrare.
La dichiarazione di principi astratti, che non tenga conto della natura umana, è destinata a restare solo una bella dichiarazione d’intenti. Come è, appunto, la Carta in questione che, al di là delle celebrazioni, resta inattuata e disattesa tranquillamente in gran parte del mondo. E se dopo 60 anni è ancora inattuata, qualche motivo deve esserci.

C’è ancora un’ultima considerazione, riguarda il razzismo. Oggi va come il pane, qualunque atteggiamento esprima anche solo un minimo di diffidenza o di fastidio per immigrati, neri, nomadi, gay e diversi di vario genere, viene immancabilmente definito “razzismo”. Basta che tu guardi storto il marocchino che cerca insistentemente di venderti i fazzolettini di carta o reagisca infastidito con quello che al semaforo, senza che tu lo chieda, vuole pulirti il parabrezza, e automaticamente sei razzista. Il concetto di razzismo, che era una teoria basata sulla presunta superiorità di una razza rispetto alle altre, ha esteso il suo significato; qualunque affermazione vada contro l’uguaglianza di tutti gli uomini,  in tutti i sensi, è diventata razzismo. Ad avvalorare questa uguaglianza si citano spesso anche eminenti scienziati i quali confermano che non esistono le razze, ma esiste solo una razza alla quale appartengono tutti gli uomini, quella umana. E per difendere i diritti di tutti gli uomini ci si appella, come ad una Bibbia, ancora alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Bene, allora vediamo cosa dice la Dichiarazione.

Art. 2): “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere…”.
Lo stesso concetto viene ribadito chiaramente nell’art. 16: “… senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione.”. Affermare che non devono esserci limitazioni per differenza di razza significa affermare, pari pari, che le razze esistono. Se non esistessero non avrebbe senso dire che non devono esserci distinzioni di razza. Non si possono porre limiti a qualcosa che non esiste. Ma se si dice che tutte le razze hanno uguali diritti significa affermare che le diverse razze umane esistono. E’ pura e semplice logica elementare. Ma allora, visto che la Dichiarazione afferma l’esistenza delle varie razze, significa che questa Dichiarazione è razzista? Delle due l’una; o non è razzista, ma le razze esistono, oppure le razze non esistono e la Dichiarazione è chiaramente razzista. Tertium non datur.

Dunque, quando combattete il razzismo e dichiarate l’uguaglianza di tutti gli uomini, citate pure chi vi pare, ma non citate la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Oppure cambiatela.
Credo che la storia del pensiero umano, pur costellato di lampi di genialità, nella sua attuazione pratica in politica e nell’organizzazione sociale, sia in parte condizionata da fattori spesso tragicamente concomitanti: la sostanziale stupidità di fondo dell’essere umano, una saltuaria e apparentemente casuale comparsa di dosi massicce di devastante follia ed una altrettanto buona dose di ipocrisia.

diritti umani

Da “Islam e diritti umani” (2006)

Ma voi sapete che la famosa “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, risalente al 1948, non è poi tanto “universale” poiché non è stata mai firmata e sottoscritta dai Paesi islamici? E sapete perché? Perché i principi in essa contenuti sono incompatibili con la concezione islamica della persona e dei suoi diritti che sono visti solo ed esclusivamente in funzione del Corano, e le norme di comportamento, ed i diritti, sono valutate solo alla luce della legge islamica, la sharia. Tanto è vero che i Paesi islamici hanno proclamato una loro “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” in data 19 settembre 1981, modificata nella versione approvata al Cairo nel 1990.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani” una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello che i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente alla luce della legge islamica? Lo sapevate? No? Allora informatevi, poi cercate di trovare la soluzione a questo piccolo problema: come conciliare i diritti dell’uomo secondo l’Islam e secondo il resto del mondo.

(Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione universale dei diritti umani)

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P.S.

Come si può ipotizzare la convivenza fra culture profondamente diverse, contrastanti e inconciliabili? Può esserci integrazione fra chi ha una visione del tutto diversa dell’uomo, della società, dei diritti, della morale?

 

Pensieri profondi

La profondità di pensiero non è una caratteristica molto presente nei nostri politici. Anzi, è quasi sempre assente. Per loro fortuna, quando intervengono a cerimonie ufficiali e leggono il solito discorso di circostanza, non è mai farina del loro sacco. Così non devono spremersi le meningi per inventare qualcosa di degno di nota e pertinente all’argomento ed alle circostanze. E’ opera di uno stuolo di ghostwrighter che scrivono i testi per loro. Ma anche questi “scrittori fantasma” non è che brillino per capacità intellettuali, fantasia, acume e valore letterario.

Quasi sempre i loro discorsi sono infarciti di frasi fatte, luoghi comuni, metafore, perifrasi, circonlocuzioni, citazioni letterarie buone per tutte le occasioni, e trucchetti retorici per fingere di dire delle cose importanti. In realtà non dicono mai niente di serio e concreto e tutti quei discorsi generici e vaghi si somigliano, tanto che sono quasi intercambiabili e valgono per tutte le occasioni. Si può prendere un blocco di frasi da un discorso sulla democrazia ed aggiungerlo, pari pari, in un altro discorso sulla salvaguardia dell’ambiente o la libertà di stampa, o altri argomenti, e nessuno se ne accorgerebbe. Poi ci sono le frasi “storiche”, ad effetto, quelle che sintetizzano un evento e che, per la loro brevità diventano titoli di stampa.

Facciamo due esempi pratici riferiti a due fatti recenti, i morti nella discoteca di Ancona e la morte dell’italiano Megalizzi a Strasburgo, colpito da un terrorista. E prendiamo in esame le frasi del nostro Presidente della Repubblica che si sente in dovere di esprimere un parere su ogni fatto e fatterello avvenga nel mondo (o almeno di questo sono convinti tutti quelli che siedono al Quirinale, al Senato, alla Camera,  o ricoprono alti incarichi istituzionali).

Ecco cosa ha detto a proposito della tragedia della discoteca di Corinaldo: “Non si può morire così“. questo il titolo ripreso da quasi tutte le testate giornalistiche e dai TG.

mattarella discoteca

Con quella faccia un po’ così, quella espressione un po’ così, funerea… può dire quel che vuole (come Virna Lisi in un vecchio Carosello). Sarà restato sveglio la notte per pensarla, oppure gli è venuta spontanea, di getto? Certo che lascia dei dubbi. Vuol dire che se “Non si può morire così” esistono modi precisi per morire, magari stabiliti per legge, ed altri non regolari? Non sarà che l’Unione europea, sempre pronta a  inventarsi direttive per regolamentare tutto, dalle dimensioni delle vongole alle misure degli sciacquoni, ha stabilito anche come si deve morire per essere in regola con  le “norme C€“? E perché nessuno ci informa? Mattarella, ce lo dica lei che, di certo, è informato; come si deve morire?

Ed ecco la seconda notizia, con relativa profonda riflessione  di Mattarella sulla morte di Antonio Megalizzi, assassinato da un terrorista a Strasburgo: “Inaccettabile tragedia”.

megalizzi

Anche questo titolo, sintetico, è stato ripreso uguale da tutte le testate. E ancora ci chiediamo: cosa vuol dire che è una “inaccettabile tragedia“? Ci sono tragedie accettabili ed altre più o meno accettabili secondo le circostanze? Mattarella,  cosa vuol dire? Anche su questo magari ci sono direttive da rispettare? Esistono tragedie a norma C€ (Europa, tra mucche, vongole e sciacquoni)? Mattarella, le va bene la “Tragedia di un uomo ridicolo“? di Bertolucci, come omaggio al regista, visto che è scomparso di recente?

tragedia

Oppure non è abbastanza tragico e dobbiamo ripiegare sul classico e tornare alle tragedie greche di Eschilo, Sofocle, Euripide? Mattarella, ci dica, come deve essere una tragedia accettabile? Va bene l’Edipo Re? O preferisce Medea?

L’unica vera tragedia è assistere allo scempio quotidiano della nostra civiltà ad opera di una classe dirigente (politica, intellettuale, culturale) di incapaci, incompetenti, “ubriaconi, ladri, corrotti, puttanieri e senza Dio“, come diceva Cromwell dei parlamentari dei suoi tempi. Traditori della patria che invece che difendere la nazione, aprono le porte della città all’invasione dei nuovi barbari. Questa è la vera tragedia, e la vergogna d’Italia.

La leggenda narra che Roma fu salvata dall’invasione dei barbari dalle oche del Campidoglio che, avvertendo il pericolo, fecero grande strepito e svegliarono le guardie.  Oggi quelle oche, invece che fare strepito, in silenzio aprono le porte della città agli invasori. Sono diventate oche buoniste (vedi post).

 

 

 

Macron e la democrazia

In democrazia governa la minoranza. Sembra una battuta, ma è una cosa seria. Invece, dire che la democrazia è “il governo del popolo” la fanno passare per una cosa seria, invece è una battuta. In democrazia tutti hanno il potere, eccetto il popolo. Il fatto che dicano il contrario e lascino credere che sia il popolo a scegliere liberamente i propri rappresentanti è solo un inganno. “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“, diceva Marcuse (ogni tanto ne diceva un giusta).

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Stefano Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione. Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.“.

Mi pare che l’esempio dimostri in maniera chiarissima quello che intendo dire. Stranamente però, nessuno si pone mai il problema di chiarire questo piccolo dettaglio. Forse perché nessuno ha interesse a farlo; si corre il pericolo di delegittimare il voto popolare, gli eletti, le elezioni ed il principio della rappresentatività nel sistema democratico. Meglio far finta di niente e proseguire questa autentica truffa ideologica. Ed arriviamo ad oggi. Si sono appena svolte elezioni in Gran Bretagna, in Italia ed in Francia.  Prendiamo in considerazione quelle francesi perché tutti i media hanno dato grande risalto al candidato Macron, esaltandone la vittoria e lo straordinario risultato elettorale (Clamoroso trionfo per Macron).  Sarà davvero così straordinario? Vediamo.

Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio contro Marine Le Pen per le elezioni presidenziali, dopo aver vinto il primo turno con una percentuale di circa il  30%. Se ci fermiamo a prendere in considerazione questo dato rischiamo di commettere già  un errore; sembrerebbe, infatti che quel 30% rappresenti il consenso di 1/3 dei francesi. Ma non è così. In Francia, sia al primo che al secondo turno, ha partecipato al voto il 50% degli aventi diritto. Macron ha preso il 30% di quel 50% di votanti. Ovvero circa il 15% del totale degli aventi diritto al voto. Eppure con il consenso del 15% della popolazione adulta (“contro” o almeno “senza” il consenso del 85% dei cittadini), vince il primo turno, va al ballottaggio, vince,  si prende circa il 70% dei parlamentari (fra 400 e 445 su 577) e governa. Macron ha la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e governa la Francia, avendo solo il consenso del 15% dei francesi. Il 15% di elettori è una maggioranza? No. Macron ha il consenso della maggioranza dei francesi? No. Il fatto che al secondo turno la percentuale sia raddoppiata è dovuto al fatto che molti lo hanno votato per fermare Le Pen e la destra. Quindi non sono voti “pro” Macron, ma sono voti “contro” Le Pen. Non cambia la sostanza del fatto che rappresenta una esigua minoranza dei francesi. Allora, non vi pare che in questo sistema elettorale democratico che determina la scelta dei rappresentanti e la loro legittimazione a governare in nome del popolo  ci sia qualcosa di strano? Sbaglio quando dico che in democrazia governa la minoranza? No, è la pura e semplice verità. Ma a quanto pare va bene così. Bella la democrazia.

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

(Post di dieci anni fa, ma sempre valido) Nei giorni scorsi, il 10 dicembre, si sono celebrati i 60 anni della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Bel documento, pieno di lodevoli propositi e buone intenzioni. Peccato che restino tali. Peccato che sia un lungo elenco di “diritti” che restano sulla carta. Peccato che non sia citato, fra i tanti diritti, nessun dovere. Quando avremo anche una bella “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo”, forse, saremo a posto.

Peccato, infine, che il principio stesso della “libertà”, che è alla base della Carta, sia messo in dubbio, o contraddetto, già nel primo articolo.

Art. 1): ” Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Già la prima frase dell’articolo 1 si presta a molte considerazioni sul concetto di “eguaglianza”, che però ci porterebbero molto lontano. Limitiamoci, quindi, alla seconda proposizione. Ci sono in una sola riga due affermazioni ed entrambe discutibili. La prima riguarda l’affermazione che tutti gli esseri umani siano dotati di ragione e di coscienza. E’ un’affermazione o un auspicio? Già, perché la ragione è la capacità raziocinante, che può manifestarsi in misura diversa in ciascun individuo, fino ad essere molto limitata o quasi inesistente, se non, per traumi o malformazioni congenite, inibita del tutto. Lo stesso dicasi per la coscienza che non è altro, al di là di differenze concettuali astratte e non rispondenti alla realtà, un aspetto della capacità raziocinante, ovvero della stessa ragione, o della attività mentale, o di quello che chiamiamo genericamente “Pensiero”. Questa differenza della capacità ragione/coscienza, presente nei singoli individui in maniera diversa, contraddice il principio di eguaglianza.

La seconda affermazione, ove afferma che tutti gli esseri umani “devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”, è ancora più contradditoria. Non solo è l’esempio lampante di quelle belle affermazioni che sono solo buone intenzioni, ma non hanno alcun riscontro nella realtà, ma è anche in contraddizione con il diritto fondamentale alla libertà di pensiero e di espressione (articoli 18 e 19). Il verbo “devono” esprime, infatti, non un auspicio, ma una imposizione comportamentale che, come tutte le imposizioni, pone necessariamente dei limiti alla libertà di scelta individuale. Si stabilisce con una norma l’obbligo di agire in spirito di fratellanza. E se qualcuno non avesse voglia di agire secondo questo criterio? Non è libero di dissentire? Oppure è libero di essere un criminale, un assassino, un terrorista, un pedofilo, un razzista, un dittatore sanguinario che stermina milioni di avversari, e continuare a godere di tutti i diritti garantiti dalla Carta, nonché di essere dotato di “ragione e di coscienza”? La libertà di pensiero individuale non può essere limitata da un “obbligo” morale. Si può limitare, con opportune leggi, l’attuazione pratica di forme di libertà di pensiero che si concretizzino in atti dannosi per la comunità. Ma non si può obbligare qualcuno a pensare di dover agire in spirito di fratellanza. Non c’è Carta che tenga e che possa ottenere questo risultato.

Questa dichiarazione, quindi, o è solo una dichiarazione di buone intenzioni, oppure si applica solo alle persone che già, per natura, siano inclini ad agire in spirito di fratellanza. Ma in tal caso non avrebbero bisogno di regole scritte.

In fondo, affermare che gli uomini “devono” agire in spirito di fratellanza, non è altro che riconoscere ed affermare l’esistenza di un “dovere” dell’uomo. Ovvero, riconoscere che non esistono solo i diritti, ampiamente ribaditi dalla Carta, ma anche i doveri. Ecco, quindi, che la “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo”, non è poi così campata per aria o provocatoria, come potrebbe sembrare.

La dichiarazione di principi astratti, che non tenga conto della natura umana, è destinata a restare solo una bella dichiarazione d’intenti. Come è, appunto, la Carta in questione che, al di là delle celebrazioni, resta inattuata e disattesa tranquillamente in gran parte del mondo. E se dopo 60 anni è ancora inattuata, qualche motivo deve esserci (dicembre 2008)

Gli uomini sono tutti uguali in dignità e diritti, dicono. Anche questi? (Questo è un cucciolo di foca)

Vedi: L’uomo è più stupido di quanto si pensi.