Tette, culi e libertà di stampa

Articolo del 2007 dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura 2010, sul quotidiano spagnolo  El Paìs, tradotto e pubblicato in Italia da La Stampa nel 2007.

C’è stato un momento, nella seconda metà del XX secolo, in cui il giornalismo delle società aperte dell’Occidente ha incominciato, pian piano, a mettere in secondo piano quelle che erano state le sue principali funzioni – informare, criticare e fornire opinioni – per privilegiarne un’altra sino ad allora secondaria: divertire. Alle spalle non c’era stato nessun progetto e nessun organo di stampa aveva immaginato che questo sottile mutamento delle priorità del giornalismo avrebbe portato con sé cambiamenti così profondi sotto il profilo culturale ed etico. Ciò che accadeva nel mondo dell’informazione era il riflesso d’un processo che abbracciava quasi tutti gli aspetti della vita sociale. Era nata la civiltà dello spettacolo che avrebbe rivoluzionato sino al midollo le istituzioni e i costumi delle società libere.

cecilia bolocco topless

(Cecilia Bolocco Menem)

Perché queste riflessioni? Perché, da cinque giorni, non riesco a evitare d’imbattermi, qualsiasi giornale apra e qualsiasi programma di notizie ascolti o veda, nel corpo nudo della signora Cecilia Bolocco Menem. Non ho nulla contro i nudi, e tanto meno contro quelli che sembrano belli e ben conservati come quello della signora Bolocco, ma ce l’ho, questo sì, contro il modo illecito con cui queste istantanee sono state scattate e diffuse dal fotografo al quale – riporta la stampa – lo scoop ha fruttato già 300 mila dollari d’onorario senza contare la cifra, ancora sconosciuta, che a quanto pare, secondo i giornali di gossip, la signora Bolocco gli ha pagato perché non diffondesse altre immagini ancora più compromettenti.

Sapete perché sono al corrente di queste sciocchezze e di questi traffici sordidi? Semplicemente perché per non sapere queste cose dovrei smettere di leggere giornali e riviste e di vedere e ascoltare programmi televisivi e radiofonici in cui, non esagero, il seno e il sedere della signora Menem hanno relegato tutto in ultimo piano: dagli sgozzamenti in Iraq e in Libano sino alla presa di Radio Caracas da parte del governo di Hugo Chávez e alla vittoria di Nicolas Sarkozy nelle elezioni francesi. Tutto ciò deriva dall’accettare l’assunto che il principale dovere dei media sia l’intrattenimento e che l’importanza dell’informazione sia in rapporto direttamente proporzionale alle dosi di spettacolarizzazione che può generare.

Se adesso sembra del tutto normale che un fotografo violi la privacy di qualsiasi persona nota per esporla nuda o mentre fa l’amore con un amante, quanto tempo occorrerà ancora perché la stampa rallegri gli annoiati lettori o gli spettatori avidi di scandali mostrando loro violenze, torture e omicidi? La cosa più straordinaria – indice del letargo morale in cui è caduto il giornalismo in particolare, e la cultura, in generale – è che il paparazzo che si è dato da fare per forzare con le sue macchine fotografiche l’intimità della signora Bolocco, è considerato quasi alla stregua d’un eroe proprio per la magnifica performance che ha compiuto e che, oltre tutto, non è la prima e non sarà l’ultima.

Cecilia Bolocco Menem

Tutto è permesso.
Protesto, ma mi rendo conto che è sciocco da parte mia perché so che si tratta d’un problema senza soluzione. L’animale che ha scattato quelle foto non è una rara avis, ma il prodotto d’uno stato di cose che induce il comunicatore e il giornalista a cercare, sopra tutto, la primizia, l’evento audace e insolito che più d’ogni altro sia capace di infrangere le convenzioni e destare scandalo.(E se non lo si trova, allora lo si fabbrica). E visto che, in società dove tutto è permesso, ormai non c’è nulla in grado di destare scandalo bisogna spingersi sempre più in là nella spericolatezza informativa, servendosi d’ogni mezzo, calpestando ogni scrupolo per ottenere lo scoop che faccia parlare.

Dicono che Sartre, nella sua prima intervista a Jean Cocteau, l’abbia supplicato: «Per cortesia, scandalizzami». Questo è quanto, oggi, il grande pubblico s’aspetta dal giornalismo. E il giornalismo, obbediente, si dà da fare per choccarlo e spaventarlo, perché, adesso, è questo il divertimento atteso con maggior avidità, lo sport più eccitante. Non mi riferisco solo alla stampa scandalistica, che non leggo. Però è questa stampa che, sfortunatamente, da tempo contamina con il suoi effluvi pestilenziali la cosiddetta stampa seria, al punto che le frontiere tra l’una e l’altra appaiono sempre più labili.

Per non perdere ascoltatori e lettori, la stampa seria è spinta a dare notizia degli scandali e del gossip propri della stampa rosa e, così, contribuisce al degrado del livello culturale ed etico dell’informazione. D’altro lato la stampa seria non ha il coraggio di condannare apertamente i sistemi ripugnanti e immorali del giornalismo da fogna perché teme – e non senza ragione – che qualsiasi iniziativa si prenda per metterle un freno vada a colpire la libertà di stampa e il diritto di critica.

Siamo arrivati a quest’assurdo: una delle più importanti conquiste della civiltà, la libertà d’espressione e il diritto di critica, diventano un alibi e garantiscono l’immunità per il pamphlet aggressivo, la violazione della privacy, la calunnia, la falsa testimonianza, l’imboscata e tutte le altre specialità del giornalismo scandalistico.

tette e culi

Meno idee, più spettacolo.
Mi si potrà replicare che nei Paesi democratici esistono giudici e tribunali e leggi che proteggono i diritti civili e a cui possono rivolgersi queste persone messe nei guai. E’ vero, in teoria. In pratica accade di rado che un privato cittadino osi mettersi contro questi giornali, alcuni dei quali sono molto potenti e possono contare su importanti risorse, avvocati e influenze difficili da scardinare: tutto ciò fa passare la voglia d’imbarcarsi in cause che in certi Paesi, inoltre, risultano assai costose e sono complesse e interminabili. D’altronde i giudici, spesso, sono restii a sanzionare questo tipo di reati perché temono di creare precedenti che vengano poi utilizzati per limitare le libertà civili e la libertà dell’informazione. In realtà si tratta d’un problema che non si può confinare in un mero ambito giuridico. E’ un problema culturale.

La cultura del nostro tempo favorisce e protegge tutto ciò che è intrattenimento e divertimento, in ogni settore della vita sociale, e per questo le campagne politiche e i comizi elettorali sono sempre meno un confronto di idee e programmi e sempre più eventi pubblicitari, spettacoli nei quali i candidati e i partiti, invece di persuadere, cercano di sedurre e di eccitare appellandosi – proprio come i giornalisti della stampa scandalistica – alle più basse passioni o agli istinti più primitivi, alle pulsioni irrazionali del cittadino, invece che alla sua intelligenza e alla sua ragione. E questo è avvenuto non solo nelle elezioni in Paesi sottosviluppati dove è norma, ma anche nelle recenti consultazioni in Francia e in Spagna nelle quali si sono sprecati gli insulti e i tentativi di squalificare l’avversario con argomenti scabrosi.

La civiltà dello spettacolo, certo, ha aspetti positivi. Non è cattiva cosa promuovere lo humour e il divertimento visto che senza humour, piacere, edonismo e gioco la vita sarebbe spaventosamente noiosa. Ma se l’esistenza si riduce solo a questo ecco che, ovunque, trionfano la frivolezza, l’edonismo e le forme crescenti di stupidità e di volgarità. Siamo a questo punto o, almeno, sono a questo punto settori molto ampli – che paradosso! – di società che, grazie alla cultura della libertà, hanno raggiunto i più alti livelli di vita, d’educazione, di sicurezza e di tempo libero del pianeta.

Qualcosa è andato storto, a un certo punto. E varrebbe la pena reagire prima che sia troppo tardi. La civiltà dello spettacolo nella quale siamo immersi porta con sé un’assoluta confusione di valori. Le icone e i modelli sociali – le figure esemplari – lo sono tali, adesso, sostanzialmente per motivi mediatici, perché l’apparenza ha preso il posto della sostanza nell’apprezzamento del pubblico. Non sono le idee, i comportamenti, le conquiste intellettuali e scientifiche, sociali o culturali a far sì che un individuo si elevi sopra gli altri e ottenga il rispetto e l’ammirazione dei suoi contemporanei e diventi un modello per i giovani, ma le persone capaci d’occupare le prime pagine dei giornali – anche, magari, per i gol che segnano – i milioni che spendono in feste faraoniche o gli scandali di cui sono protagonisti.

Una deriva perversa.
Certo, è sempre esistito, anche in passato, un giornalismo escrementizio che sfruttava la maldicenza e l’immoralità in tutti i loro aspetti, ma, di solito, stava ai margini, in una semiclandestinità cui lo costringeva, più delle leggi e dei regolamenti, la forza dei valori e della cultura. Oggi questo giornalismo ha ottenuto diritto di cittadinanza perché è stato legittimato dai valori imperanti. Frivolezza, banalità, stupidità sempre più veloce rappresentano uno dei risultati dell’essere, oggi, più liberi di quanto mai siamo stati.

Questa non è una requisitoria contro la libertà, ma contro una sua deriva perversa che può suicidarla se non le si pone termine. Perché la libertà non scompare soltanto quando la reprimono o la censurano i governi dispotici. Un altro modo perché finisca è vuotarla di sostanza, snaturarla, facendosi scudo di essa per giustificare soprusi e indegni traffici contro i diritti civili. L’esistenza di questo fenomeno è un effetto collaterale di quelle conquiste fondamentali della civiltà: la libertà e il mercato.

Entrambe hanno contribuito in modo straordinario al progresso materiale e culturale dell’umanità, alla sovranità dell’individuo e al riconoscimento dei suoi diritti, alla coesistenza, al regresso ella povertà, dell’ignoranza e dello sfruttamento. Nello stesso tempo la libertà ha consentito che questo ri-orientamento del giornalismo verso il traguardo primordiale di divertire i lettori, gli ascoltatori e i telespettatori, si sviluppasse in proporzioni cancerose, stimolato dalla concorrenza imposta dal mercato. Se c’è un pubblico avido di questo cibo, i media glielo danno, e se questo pubblico educato (o, piuttosto, maleducato) da questo prodotto giornalistico l’esige in dosi sempre maggiori, il divertimento sarà sempre più motore e combustibile dei media, al punto che in tutte le specializzazioni e le forme di giornalismo quell’inclinazione sta lasciando la propria impronta, il proprio segno deformante.

(Miss Lato B Brasile 2012)

Miss lato B Brasile 2012

C’è chi, ovviamente, osserva che, invece, sta accadendo il contrario: che il gossip, lo snobismo, la frivolezza e la voglia di scandali hanno catturato il gran pubblico per colpa dei media. Ciò è anche vero perché una cosa non esclude l’altra: sono complementari. Qualsiasi tentativo di porre un freno, per legge, al giornalismo scandalistico equivarrebbe a instaurare un sistema censorio e ciò avrebbe conseguenze tragiche per il funzionamento della democrazia. L’idea che il potere giudiziario possa, sanzionando caso per caso, limitare il libertinaggio e la sistematica violazione della privacy e il diritto all’onorabilità dei cittadini è, parlando in termini realistici, solo una possibilità astratta, impossibile da attuare. Perché la radice del male viene prima di questi meccanismi: è nella cultura che ha fatto del divertimento il valore supremo dell’esistenza al quale tutti i vecchi valori – il decoro, l’attenzione alle forme, l’etica, i diritti individuali – possono essere sacrificati senza il minimo rimorso. Noi, cittadini dei Paesi liberi e privilegiati del pianeta abbiamo, allora, questa condanna: che le tette e i sederi delle persone famose e le loro lascivie continuino ad essere il nostro pane quotidiano“. (Mario Vargas Llosa)
(La Stampa 4 giugno 2007)

Gli stessi concetti sono stati ripresi, ampliati ed esposti in maniera più dettagliata nel libro “La civiltà dello spettacolo” edito in Italia da Einaudi nel 2013. Vedi qui l’ottima recensione su “Critica letteraria” .

Che cosa vuol dire civiltà dello spettacolo? La civiltà di un mondo dove il primo posto nella scala dei valori lo occupa l’intrattenimento, e dove divertirsi, fuggire dalla noia, è la passione universale” (MVL).

 

P.S.
Come andrà a finire? Non ci vuole molta fantasia per capirlo. Prendiamo, per esempio, qualche notizia di oggi. Ma non da riviste di gossip, porno o a carattere erotico. Prendiamo un quotidiano nazionale serio (si fa per dire): Il Giornale. Sono anni che  lascio commenti, criticando la linea editoriale che concede troppo spazio al gossip, ai pettegolezzi morbosi ed ai selfie delle smutandate in cerca di visibilità. Risposte; zero (oppure censurano direttamente i commenti scomodi). Vediamo cosa riporta oggi in prima pagina:

Justine Mattera senza veli sui social.

Claudia Pandolfi: so di essere un po’ lesbica dentro.

Sabrina Salerno hot: scatti bollenti

Fariba usa i peli pubici di Cecilia. Ignazio, no: troppo lunghi.

Sei senza mutande? Facci vedere. E lei si mostra in diretta TV.

Non sono titoli choc, è la norma. Ieri era anche peggio e domani sarà lo stesso. Bisogna riconoscere che al Giornale ci tengono a tenere alto il livello Cul-turale. Gli altri quotidiani e riviste sono anche peggio. Vargas Llosa (premio Nobel per la letteratura 2010) ha mille volte ragione di scrivere quello che ha scritto. E quali sono gli effetti di questa continua esposizione di messaggi erotici? Per esempio questo: “Lo stupro quotidiano“.

Vedi: Culi e guerriglia

Mozart porno

L’opera “Così fan tutte” di Mozart vietata agli studenti di Ascoli: “Mozart è troppo osé“. Questa è l’opinione di alcuni professori di Ascoli che ritengono l’opera troppo esplicita sessualmente ed hanno negato la visione agli alunni. E dire che fino ad oggi nessuno se ne era accorto. Poi vieteranno la visione del Don Giovanni, troppo libertino. Poi La Traviata, storia di una mantenuta. E poi vedremo, l’elenco è lungo.

Mozart sesso

Vuoi vedere che Mozart e le sue opere saranno qualificate come opere per adulti, vietate ai minori,  e finiranno su YouPorn? In negozio i CD delle opere di Mozart li troverete nella sezione porno, vicini ai film di Rocco Siffredi e Moana Pozzi. Ma dove vivono questi professori; ad Ascoli o in un remoto eremitaggio sugli Appennini?

Eppure basta guardarsi intorno e vedere che oggi il sesso dilaga dappertutto. I media sono intrisi di messaggi e scene erotiche e i social sono vetrine di esibizioniste smutandate ansiose di mostrare al mondo la passerina (con o senza farfallina a livello pubico). Anche la stampa “seria” fa a gara a pubblicare in prima pagina selfie di nudità varie e richiami a tutto ciò che riguarda il sesso e dintorni. Richiama l’attenzione dei lettori, dicono, sono specchietti per le allodole; insomma, richiami per uccelli vari di passaggio o stanziali.

La TV è una vetrina quotidiana h24 di sesso e violenza; spettacolo, intrattenimento, satira e comicità sono un’enciclopedia di battutacce da caserma e di tutte le possibili allusioni sessuali. A scuola si fa educazione sessuale, cultura gender e… lezioni di autoerotismo e masturbazione. Luxuria va in un liceo di Modena a tenere una lezione di transessualità e parlare delle delizie della sodomia (così si chiama; cercano di mascherarsi chiamandosi gay, ma sempre sodomiti sono). In Spagna già dieci anni fa  distribuivano nelle scuole manuali di istruzione sulla masturbazione (Vedi “La Spagna si masturba“). E questi si scandalizzano per un’opera di Mozart che sarebbe “troppo esplicita“? Vi è andato in pappa il cervello; fatevi controllare perché potrebbe essere un problema serio.

Dieci anni fa nel post “La vagina di Rosalinda” (articolo fondamentale nella storia del giornalismo (per un pelo non ha vinto il premio Pulitzer) e  comparso sulla Home del Coriere.it che ci informava sulle abitudini sessuali di Rosalinda Celentano) scrivevo: “Ormai non ci si stupisce nemmeno che la gente senta il bisogno di far conoscere al mondo la propria vita sessuale. Sembra diventato un gioco di società. Su un altro quotidiano, ancora ieri, Ornella Muti sentiva l’esigenza incontrollabile di raccontare che lei ama fare sesso perché così si mantiene giovane. E così tutte le altre attrici e attricette o aspiranti tali, VIP e aspiranti VIP, tutte pronte a mostrarsi senza veli e raccontare i propri gusti sessuali, la frequenza, le performances, la prima volta, la seconda, la terza e l’ultima, dove, quando, con chi lo fanno e quante volte.”. E questi professoroni ascolani DOP, come le olive, nel 2018 si scandalizzano per “Così fan tutte”?

Non so perché, ma deve esserci una strana e morbosa relazione fra l’opera lirica ed i simboli sessuali. Frequento il teatro fin da ragazzo, in particolare proprio gli eventi musicali.  Ma non avevo mai notato questa simbologia nascosta nelle opere liriche. Finché un giorno non sono capitato per caso, su un sito di psicanalisi. Ed ho scoperto che…leggetelo qui: “Psicanalisi e peni volanti” (2006)

Magari censureranno anche il Flauto magico perché può essere un simbolo sessuale, come il clarinetto di Renzo Arbore.  Consoliamoci con l’aria della  Regina della notte…prima che la censurino perché nasconde  chissà quale simbologia sessuale.

Vedi

Povero Mozart, conti meno di DJ Francesco. (2005)

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Milite Ignoto ed il Piave

Il 4 novembre, in tutta Italia, si svolgono cerimonie per la festa delle Forze Armate e per la celebrazione della Vittoria nella Grande guerra. Per una volta che abbiamo vinto è giusto ricordarlo. Non vincevamo una guerra dai tempi dell’impero romano! Immancabile l’omaggio al “Milite Ignoto“, presso l’Altare della Patria.

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Poco o niente sappiamo di questo “Ignoto” (altrimenti non sarebbe ignoto). Ma se la Patria riconoscente gli ha dedicato un colossale monumento deve aver avuto dei meriti particolari. E’ probabile, visto che è Ignoto, che appartenesse ad un reparto speciale dei servizi segreti. Infatti è così segreto che nessuno ha ancora scoperto chi sia. Ma una cosa è certa: era un grande amatore. Ha avuto un numero incalcolabile di donne, roba da far impallidire Don Giovanni e Casanova.

In verità non lo si può definire propriamente un galantuomo, anzi. Aveva la pessima abitudine di sedurre le malcapitate fanciulle e poi abbandonarle con il frutto della colpa. La prova? Semplice, non c’è città d’Italia che non abbia un orfanotrofio o un brefotrofio che ospiti bambini abbandonati o senza padre. Decine, centinaia, migliaia di bambini, tutti figli di padre… Ignoto. E bravo Ignoto: ce la siamo spassata, eh?

Il Piave mormorò

Il Piave mormorò: non passa lo straniero.” E’ il verso più noto della canzone “La leggenda del Piave”, una celebre composizione del 1918 di E.A.Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta, autore delle parole e della musica. ( note biografiche)
Un ministro del tempo disse: “La Leggenda del Piave giovò alla riscossa nazionale molto più di un generale, e valse a dare nuovo coraggio ai soldati, quanto mai demoralizzati per la ritirata di Caporetto”.

Questa canzone fu talmente amata, anche nei decenni successivi alla grande guerra, che “rischiò” di diventare l’inno nazionale. L’idea fu di De Gasperi, quando l’inno di Mameli era stato adottato come inno provvisorio (e provvisorio, come molte delle cose “provvisorie” d’Italia, è rimasto per 60 anni; solo di recente è stato ufficializzato), il quale propose al compositore di scrivere un inno della Democrazia cristiana, garantendo, in cambio, che avrebbe proposto di adottare “La leggenda del Piave” quale inno nazionale. Ma il nostro autore, poco disponibile a compromessi e scambi di favori, rispose che lui scriveva solo con il cuore e non su commissione. E non se ne fece niente.

Mi sembra un doveroso atto di omaggio ricordare oggi questa suggestiva canzone ed il suo autore, uno dei più prolifici della storia della musica popolare italiana. Ma vuole essere anche un omaggio alla memoria di tutti i caduti della Grande guerra (furono 600.000). Potrebbe sembrare retorico, ma ogni tanto non guasta ricordare che c’è stato un tempo in cui i ragazzi non inseguivano falsi miti e il facile successo; non c’erano reality e talent show, non c’erano imbonitori televisivi. Allora li chiamarono “I ragazzi del ‘99” (vedi “La meglio gioventù“) ed oggi vengono ricordati giusto da qualche indicazione toponomastica. Ma loro, niente più che “ragazzi” andarono al fronte e molti di essi ci lasciarono la vita. In quegli altopiani carsici combatterono i nostri nonni e molti non tornarono più a casa. Alla loro memoria è dedicata questa canzone: “La leggenda del PiaveGiovanni Martinelli 1918). La versione del video sotto è cantata da Aurelio Gabrè; più conosciuto semplicemente come Gabrè.

Oggi, guardando la situazione di totale sbandamento e degrado in cui versa la nostra Italia, ripensando a quei 600.000 morti, viene spontaneo chiedersi per chi e per cosa siano morti i nostri nonni ed i Ragazzi del ’99. Per lasciare l’Italia in mano ad immigrati africani, arabi, asiatici, cinesi, zingari e disperati del terzo mondo? Credo che in molti si stiano rivoltando nella tomba. Lasciare che l’Italia sia invasa dai nuovi barbari è un oltraggio alla memoria di quei caduti.

La campana di San Giusto“canzone patriottica del 1915, conosciuta anche come  “Le ragazze di Trieste“, è cantata da Anna Identici.

Tali e quali

C’era una volta un tale che era tale e quale il padre. Vedendoli insieme la gente esclamava: “Tale il padre, tale il figlio”. Tali e quali. Il padre era tale e quale il figlio, ed il figlio era tale e quale il padre. Tanto che era difficile stabilire chi fosse tale e chi fosse quale; e spesso si scambiava tale per quale e quale per tale. Questo tale, però, era tale e quale un altro tale di un vicino villaggio.
Ed anche questo secondo tale era tale e quale il padre. Il padre di questo secondo tale, essendo tale e quale il figlio, che era tale e quale al primo tale, il quale, a sua volta, era tale e quale il padre, era, quindi, tale e quale il padre del primo tale.
Ma anche il primo tale, essendo tale e quale il padre, che era tale e quale il padre del secondo tale, il quale era tale e quale il figlio, era, quindi, tale e quale il secondo tale. Erano tutti tali e quali.
Ora avvenne che il primo tale ebbe un figlio che era tale e quale il padre e poiché il padre era tale e quale suo padre anche il figlio di tale era tale e quale il padre e tale e quale il nonno.
Avvenne poi che anche il secondo tale ebbe un figlio che era tale e quale il padre.
E così…ma è una lunga storia che andò avanti per anni e anni e per generazioni; e vissero tutti a lungo, felici e tali e quali. Questa storia è tale e quale un’altra storia che cominciava così: “C’era una volta un tale che era tale e quale il padre…”. Tale e quale.

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Ungheria, Czardas e tam tam

Il premier ungherese Orban è stato accusato di razzismo per aver chiuso i confini ungheresi all’immigrazione, specie se proveniente dall’Africa sub sahariana, e rischia pesanti sanzioni da parte dell’Europa: “Europa condanna Orban.

Ma perché gli africani sono così ansiosi di andare in Ungheria? Deve esserci qualcosa in Ungheria che li attira in maniera particolare, qualcosa di caratteristico. Ora, le specialità ungheresi sono in particolare due: il gulash e la czarda. Immagino, quindi, che sia per una questione di affinità culturali, artistiche o gastronomiche. Posto che il gulash possono farselo a casa, o ordinarlo su Amazon che ve lo consegna a casa nel giro di poche ore anche al Polo nord, resta solo la musica, la czarda. Pare che gli africani abbiano una passione particolare per le csardas, la tipica danza popolare ungherese che ha ispirato grandi musicisti come Brahms (Danze ungheresi),  Franz Liszt (Rapsodie ungheresi) e operette celebri come “La principessa della Czarda” o “La contessa Maritza” di Emmerich Kalman o autentiche perle come “Czardas” di Vittorio Monti.

E’ vero che sono abituati più al tam tam che ad altre forme musicali, ma hanno tanti grandi compositori che hanno creato opere immortali, come…mmm, come…mmm, beh, ora ho una piccola amnesia e non ricordo i nomi, ma se ci penso mi vengono in mente tanti capolavori. E poi fra il Tam tam e l’operetta non c’è poi tanta differenza. Sono solo espressioni di diverse culture musicali. Dicono che dobbiamo integrarci e diventare una società multietnica. Ma voi pensate davvero che Tam tam e valzer viennese possano integrarsi? Se lo pensate datevi una controllatina, perché c’è qualcosa che non funziona perfettamente a livello mentale. Magari bisogna fare una revisione o una pulizia alle sinapsi intasate.

Tam tam

E, come dicono Bergoglio, Kyenge, Boldrini e le anime belle terzomondiste e multietniche, non esistono culture e civiltà  superiori e inferiori. Beethoven, Strauss, Chopin, Tam tam  danza della pioggia sono solo diverse espressioni musicali. C’è chi ci crede. Non siete convinti? Guardate questo video: “Tutto è ritmo“, dice convinto ed orgoglioso il commentatore (in verità il senso del ritmo c’è, gli manca solo tutto il resto). E se lo dice lui…vuol dire che fra ascoltare il tam tam o un valzer viennese  o un’aria da un’operetta di Strauss, o Lehar (Meine lippen) non c’è differenza. Chiaro?

Esempio: Le onde del Danubio del compositore romeno Josif Ivanovici:

A pensarci bene, non conviene perdere tempo e rodersi il fegato parlando delle sanzioni a Orban, del lassismo e della cecità di un’Europa che, invece che cercare di impedire l’invasione africana,  punisce chi vi si oppone e cerca di limitarne i danni. Chi vivrà vedrà, ma sarà troppo tardi per rimediare.

Intanto, in attesa della tragedia finale e di una integrazione impossibile con chi non abbiamo niente da condividere, meglio godere della bellezza della vita e allietare lo spirito e la vista guardando un breve brano dall’operetta di Kàlmàn; una delle più celebri e amate dal pubblico. Ecco la celeberrima aria di Silva.  L’interprete non è una cantante qualunque, è la brava  e bellissima Anna Moffo in tutto il suo splendore di cantante e di donna.

Vedi anche

– “L’ora d’amor

– “Wiener blut

La contessa Maritza” (completa) di Kàlmàn

Chiudiamo in bellezza con un altro celebre valzer: Second waltz di Dmitri Shostakovich

 

 

 

 

Genova per noi

Il sindaco di Genova, Marco Bucci, non si lascia abbattere dalla tragedia del crollo del ponte Morandi. Anzi rassicura i genovesi e dice che Genova saprà reagire e “ne uscirà più forte e più bella“. Proprio quello che diceva Nerone (secondo Petrolini) ai romani per rassicurarli dopo l’incendio della città: “Roma rinascerà più bella e più superba che pria.”.

“Il popolo, quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo.” (Nerone – Petrolini).

 

 

Ma se ghe pensu (Gilberto Govi)