Attila alla Scala

Fra pochi giorni, il 7 dicembre, si apre la Stagione lirica della Scala con l’opera  Attila di Verdi. E scattano le immancabili polemiche sulla messa in scena in forma “rivisitata“, come oggi si usa, secondo le bizzarre fantasie creative del regista Davide Livermore. Le rivisitazioni, cambiando ambientazione, scene e collocazione storica  delle opere classiche, per riproporle in chiave moderna, sono ormai la norma; servono a soddisfare le aspirazioni artistiche represse dei registi ansiosi di esprimere il proprio estro creativo.

La prima contestazione riguarda una scena considerata blasfema, ambientata in un bordello, in cui una donna scaraventa a terra una statua della Madonna distruggendola. Guarda caso il 7 dicembre è la vigilia dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata. Sarà un caso, pura coincidenza? NO, è una provocazione voluta e intenzionale. Non mancheranno le contestazioni anche per l’ambientazione storica dell’opera che viene collocata nel ventennio fra le due guerre; così si presta a citazioni contro fascismo e nazismo che oggi vanno tanto di moda. Non sforzatevi di trovare una spiegazione logica a queste invenzioni del regista; non ci sono. L’unica motivazione è che sanno benissimo che queste polemiche alimentano la curiosità e la pubblicità per l’evento e assicurano visibilità mediatica per il regista che si guadagna le prime pagine di stampa.

Attila Scala

Ripeto quanto già detto in passato su queste discutibili operazioni di rivisitazione. Un’opera lirica non è un “work in progress” in cui tutti sono autorizzati ad intervenire a piacere e apportare modifiche; è un’opera d’arte compiuta in tutte le sue parti; il libretto, la musica, l’ambientazione storica, i costumi, la scenografia. Qualunque messa in scena deve tener conto di questi aspetti generali e muoversi entro quei limiti stabiliti dagli autori del libretto e della musica. A nessuno verrebbe in mente di adeguare la partitura e riscrivere l’opera in chiave dodecafonica. Nessuno si permetterebbe di riscrivere La Divina Commedia, o ritoccare le sculture di Michelangelo, Bernini e Canova, o la Venere di Botticelli. Perché, invece, registi, costumisti, scenografi, si sentono in diritto di modificare l’ambientazione storica, i costumi, le scene di un’opera lirica? Semplice; perché la gente è fuori di testa e ormai accetta tutte le peggiori schifezze e le giustifica come creatività. E’ come fare i baffi alla Gioconda o riscrivere L’Infinito in stile ermetico e giustificare lo scempio come espressione artistica. Chi non ha ancora capito (o non vuol capire) questo piccolo dettaglio è un idiota. Fosse anche un regista famoso; sarebbe un regista famoso e idiota. Punto.

Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Ma non è un problema, Tanto, non durerà ancora per molto. Mi ricorda un vecchio post su un’altra Prima scaligera di pochi anni fa.  eccolo…

La Traviata di Fantozzi (2013)

Dovevo immaginarlo che sarebbe finita come temevo. Nei giorni scorsi ho letto sul Corriere.it alcuni articoli che annunciavano l’apertura della Stagione scaligera con La Traviata (“La mia Violetta è come Marilyn“). Sapevo che la RAI avrebbe trasmesso in diretta la Prima e così mi stavo preparando spiritualmente a gustarmi da casa il capolavoro verdiano. Ma leggendo le anticipazioni sulla stampa avevo la strana sensazione che mi avrebbe riservato delle sorprese.

Già il fatto che il regista, Dmitri Tcherniakov, venga dalle gelide tundre dell’est e sia “Specialista nel repertorio russo” costituisce un primo allarme. Dice: “Ho pensato a Bergman, a quel suo costringere i personaggi dentro delle stanze e vivisezionarne gli animi“. Bergman? Quello del Settimo sigillo e del Posto delle fragole che, insieme alla Corazzata Potemkin costituiva l’incubo di tutti i cinefili frequentatori di cineforum negli anni ’60/’70? Cominciamo bene!

In compenso il direttore d’orchestra, Daniele Gatti, ci svela il suo particolare rapporto con l’opera lirica e confessa che La Traviata non è la sua opera preferita. Anche questa è un’ottima premessa, no? Dice: “Sono sempre stato interessato più alle opere dove il dramma umano viene alla luce con maggior forza…”. Forse, visto che è tanto interessato ai drammi umani, ha sbagliato mestiere; doveva fare lo psicologo, invece che il musicista. Ecco, un direttore d’orchestra il cui compito è quello di curare, interpretare ed esaltare la partitura musicale, è più interessato, invece, al “dramma umano” dei personaggi. Come se un cuoco, invece che preoccuparsi di cucinare bene, prestasse più attenzione all’abbigliamento dei camerieri e all’acconciatura della cassiera. Ma oggi sembra che sia questa la via da seguire. Infatti specifica: “Perché io sono convinto che non si debba andare sempre davanti al pubblico protetti da una sorta di rete di sicurezza. Qualche volta bisogna trovare dell’originalità in quello che si propone“.

Già, perché seguire la tradizione e le orme dei grandi direttori del passato? Meglio innovare, essere originali. Oggi tutti vogliono essere originali, per forza, ad ogni costo. E per raggiungere lo scopo spesso buttano a mare secoli di tradizioni e stravolgono ciò che è collaudato e consacrato da secoli e dall’apprezzamento generale. Ma bisogna essere “originali“, dicono. Anche una ruota quadrata, a suo modo, sarebbe originale. Ma non servirebbe a niente.

Credo che tutti o “quasi tutti” ( c’è sempre il bastian contrario, anche a teatro) gli appassionati del melodramma, quando pensano alla Traviata, ed alle altre opere, abbiano in mente la musica, le stupende arie che pervadono tutta l’opera. Non si va a teatro per interrogarsi sul dramma umano di Violetta o Alfredo, ma per godere della bellezza della musica, delle scene, dei costumi, come la si è vista rappresentata tante volte in passato. Questo ci si aspetta dalla rappresentazione della Traviata, sia essa la Prima scaligera o una edizione modesta da teatro di provincia. Perché modificarla se è già un capolavoro e va benissimo come l’hanno rappresentata fino ad oggi? Ma forse noi semplici appassionati e spettatori, noi pubblico, non abbiamo le idee chiare, visto che gli esperti, gli addetti ai lavori, i direttori d’orchestra, vedono l’opera con altri occhi.
Dice ancora Gatti: “Molti direttori d’orchestra scelgono la strada, rispettabilissima, di proseguire le tradizioni interpretative già maturate negli anni. Io sono dall’altra parte, cerco di aprirne di nuove“. Un altro direttore con vena creativa in cerca di novità. E per confermare quanto dicevo prima, insiste spiegando come intende lui la “Sua” Traviata: “… per me è prima di tutto la storia di un sopruso, un sopruso nei confronti di un essere umano“.

Ecco perché, viste queste premesse avevo qualche timore. Così, all’ora stabilita, intorno alle 17.30 mi sono sintonizzato su RAI 5, canale 23, e mi sono preparato all’ascolto, comodamente seduto e carico di aspettative. Un po’ come Fantozzi in poltrona davanti al televisore per gustarsi la partita della nazionale di calcio, con frittatona di cipolle, birra ghiacciata e rutto libero. Io, più semplicemente, mi sono accontentato di qualche dolcetto ed un sorso di vernaccia. Dopo la presentazione, interviste e riprese del teatro, intorno alle 18 parte la diretta.

Preludio. La mia prima Traviata l’ho vista da ragazzo nel lontano febbraio 1971 al teatro Massimo di Cagliari. Violetta era interpretata da una grande Virginia Zeani. Da allora l’ho rivista altre volte, sia a teatro, sia in ripresa televisiva, ma in tutte le edizioni il breve preludio del I° atto è sempre stato eseguito a sipario chiuso. Solo al termine del preludio, dopo una pausa di pochi secondi, l’orchestra cambia ritmo e tonalità, mentre si apre il sipario sul salone in casa di Violetta, dove è in corso una festa. In questa edizione, invece, il preludio viene eseguito a sipario aperto mostrando Violetta che si prepara guardandosi allo specchio, assistita dalla fedele Annina.

E già qui comincio ad avere conferma dei miei timori e del fatto che sarà una Traviata riveduta e corretta secondo i ghiribizzi innovativi del regista. Quello che dovrebbe essere un salone riccamente addobbato sembra più l’atrio di un convento. Dicono le note del libretto: “Nel mezzo è una tavola riccamente imbandita“. Della tavola imbandita non c’è traccia, né di altri addobbi, e si capisce subito, mentre gli invitati entrano in scena, la “geniale” invenzione registica che ispirerà tutta la messinscena dell’opera: la scena si svolge in tempi moderni, con i partecipanti alla festa vestiti in maniera quasi casuale, con abiti di foggia moderna, ma difficilmente collocabili negli anni, che sembrano raccattati nei mercatini cinesi di quartiere.

Così, al posto della tavola riccamente imbandita, arriva un più modesto carrello con le bevande. Più che una festa di nobili e ricchi borghesi sembra una festicciola fra amici alla Garbatella. Purtroppo i timori si sono avverati. Si tratta di una delle tante rivisitazioni di opere da parte di registi in preda a velleità creative e rivoluzionarie. Sono in preda al sacro fuoco dell’arte e si sentono autorizzati a stravolgere l’opera originale a loro piacimento. Ultimamente si vedono anche troppo spesso operazioni del genere, al limite della “criminalità artistica“. Un’altra operazione di interpretazione personale dell’opera fu una contestatissima Carmen per la regia di Emma Dante che aprì la stagione scaligera 2009.

Niente sfarzi, niente addobbi, niente luci, niente tavole imbandite, niente splendidi costumi d’epoca. Cose d’altri tempi, residui di rappresentazioni messe in atto da gente come Visconti, Zeffirelli o Strehler, con poca fantasia. Oggi i registi hanno la fantasia e la creatività che sprizza da tutti i pori. Bisogna innovare, cambiare, rompere con gli schemi prestabiliti, rompere col passato, rompere la tradizione, rompere con le abitudini, rompere con i paradigmi consolidati, rompere con tutto ciò che è vecchio. Insomma, bisogna rompere. E loro rompono. Oh, se rompono!

Ed ecco i risultati di tanta creatività. Quella che dovrebbe essere una festa di nobili e ricchi borghesi si trasforma e diventa irriconoscibile. Ricorda quelle feste di Capodanno fantozziane organizzate dal dopolavoro aziendale, che si svolgono nei sotterranei dei locali caldaie, con pietanze da mensa della Caritas ed orchestrine che scappano due ore prima della mezzanotte. Sembra ambientata in una pizzeria di periferia di un’area metropolitana degradata e squallida dove si tiene la pizzata di fine anno scolastico della Terza C. Geniale.

traviata1 Annina

Piccola nota di colore. Questa nella foto è Annina che, contrariamente alle indicazioni del libretto, appare subito all’apertura della prima scena ed accompagna Violetta durante tutta l’opera.
Chi vi ricorda? A prima vista, con quell’orribile cresta rosso ruggine, sembra Vanna Marchi vecchia maniera. Che la nostra imbonitrice televisiva abbia abbandonato la promozione di ricette miracolose e si sia data al canto? Ma a guardarla bene somiglia anche ad un altro noto personaggio. Sembra la sorella gemella di Lele Mora. Diciamo che è una via di mezzo; Lele Mora truccato come Vanna Marchi. Ma quell’acconciatura orribile sarà un’altra invenzione di questo poliedrico regista che, oltre a regia e scene, ha curato anche trucco e parrucco?

Secondo atto. L’azione dovrebbe svolgersi, sempre secondo il libretto, nel “salotto” della casa di campagna di Violetta, presso Parigi. Ma il nostro fantasioso regista preferisce ambientarla in cucina; più alla buona, più calda e accogliente. Vediamo subito una donna indaffaratissima che si muove nell’ambiente, porta degli ortaggi, versa della farina sul tavolo. Sembrerebbe una colf, come si dice oggi. Invece no, è Violetta, irriconoscibile, sciatta, vestita con un orribile vestito lungo color cacca con collettino bianco. Lo avrà portato il regista direttamente da casa sua? Lo avrà scovato nel baule della nonna? La povera Violetta, più che una dama del bel mondo, abituata a frequentare i salotti buoni ed animare le feste parigine, sembra la sguattera di una taverna di campagna della Russia degli anni ’50. Roba che non lo indosserebbe nemmeno la nonna della casalinga di Voghera in una giornata di depressione totale.

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Anche Alfredo, tanto per dare una mano ed evitare di apparire come il solito maschilista scansafatiche, lavora la pasta, tira la sfoglia col mattarello e sembra felicissimo di collaborare. Del resto è risaputo che nell’ottocento la passione di tutti i nobili e ricchi borghesi di campagna fosse quella di impastare farina ed acqua e fare le tagliatelle a mano. No? Sembrano proprio la felice famiglia del Mulino bianco.

Ma le cose si complicano, arriva Giorgio Germont; scena drammatica con Violetta che lascia la casa. Arriva Alfredo che scopre la fuga di Violetta. Altra scena drammatica; Alfredo ascolta le accorate parole del padre. Ma intanto, mentre Germont canta la sua aria, scorrazza nella stanza, si arrampica sulla credenza per cercare qualcosa che, evidentemente non trova, affetta sedano, zucchine, carote ed altro sulla tavola. Insomma fa di tutto per distrarre il pubblico.

Piccola precisazione. Se osservate delle persone o degli oggetti e, fra gli altri immobili, ce n’è uno in movimento, l’occhio istintivamente segue quello in movimento. E’ un riflesso istintivo che, per esempio, sfruttano benissimo i prestidigitatori, maghi ed illusionisti. Mentre fanno qualcosa con una mano bene in vista (che è quella che si segue con lo sguardo), con l’altra, seminascosta, attuano i loro trucchi. Succede anche in teatro. Quando qualcuno si muove ed attraversa il palco, attira l’attenzione dello sguardo del pubblico. Anche questo è un trucco scenico che alcuni attori usano scorrettamente, spesso intenzionalmente, per ottenere quello che si chiama “rubare la scena“. Ecco, lo ha fatto anche Alfredo, non per sua volontà, ma per esigenze di regia. Mentre il padre cantava la sua aria, lui muovendosi, gli ha rubato la scena, distraendo l’attenzione del pubblico che invece che concentrarsi nell’ascolto di Germont seguiva l’andirivieni del figlio. Lo sanno anche i piccoli registi delle recite parrocchiali e scolastiche. Ma il nostro regista venuto dall’est sembra non saperlo.

Non entro nel merito dell’esecuzione musicale, della direzione d’orchestra e delle voci. Dico solo che quando si ha l’orecchio abituato a sentire, anche attraverso registrazioni discografiche, le voci di grandi interpreti del passato, è molto difficile entusiasmarsi per le nuove leve. Certe interpretazioni restano nella memoria e quando si sente una nuova interprete, istintivamente ed automaticamente, si fa il paragone. E molto spesso questo paragone è ingrato per le voci di oggi. Basta anche una minima differenza interpretativa, rispetto alla versione memorizzata, e si ha l’impressione che ci sia qualcosa di strano, di sbagliato. Magari non lo è, ma quella è l’impressione. Del resto, visti i commenti sulla stampa, sembra che alla fine della rappresentazione ci siano stati dei fischi all’indirizzo del regista. Anche gli applausi, quasi di prammatica dopo le arie più celebri, mi sono sembrati piuttosto tiepidi e fatti più per cortesia che per vero apprezzamento.

Bene, basta e avanza. Certo, se questi registi creativi ritengono che sia lecito e giusto, anzi ammirevole, stravolgere le indicazioni del libretto, trasportare l’azione in tempi moderni, ed inventarsi accorgimenti scenici del tutto arbitrari e fuori luogo, dovrebbero avere il coraggio di intervenire anche sul testo. Eh sì, altrimenti corrono il rischio di incorrere in incongruenze madornali. Per restare alla Traviata, ma le altre edizioni di opere “rivisitate” ne sono piene, cito solo due piccole osservazioni. La prima riguarda, nel secondo atto, l’entrata delle zingarelle. “Noi siamo zingarelle venute da lontano”.
Il nostro uomo venuto dal freddo forse non lo sa, ma ormai non è politicamente corretto dire “zingaro“. E’ un’offesa, un insulto. Oggi bisogna dire “nomade di etnia Rom“, o, più semplicemente “Rom“. Allora, se si ambienta l’azione ai tempi nostri, bisognerebbe modificare anche il testo, adeguarlo ai tempi moderni e cantare “Noi siam piccole Rom…”. No?

 

Ancora nel secondo atto, Giuseppe informa Alfredo che Violetta è partita: “L’attendeva un calesse” dice. Poco dopo arriva un Commissario che porta ad Alfredo un messaggio di Violetta: “Una dama da un cocchio…mi diede questo scritto“. Un calesse? Un cocchio? Ma oggi vi capita spesso di vedere una dama su un calesse o su un cocchio andare a spasso sul raccordo anulare, intrappolata in un ingorgo sulla Salerno-Reggio Calabria o ferma ad un semaforo in centro? Caro Tcherniakov, se proprio dobbiamo essere coerenti, allora dobbiamo dire che nei tempi moderni, nei quali ambienta la sua Traviata, cocchio e calesse li troviamo solo nei musei. Tanto vale allora cambiare anche quel testo e dire “Una dama da un’auto…”, oppure, nel caso la sua non fosse disponibile “Una dama da un TAXI…”. Più attuale e rispetta anche la metrica.

Nel terzo atto Violetta chiede ad Annina quanto denaro sia rimasto. “Venti luigi“, risponde Annina. Ma caro il nostro creativo Dmitri, va bene che viene dalla steppa, ma non lo sa che a Parigi, già da molto tempo, i “luigi” sono fuori corso e che oggi si paga in Euro? Allora, faccia l’equiparazione fra luigi ed euro e faccia dire ad Annina che sono rimasti “Pochi euro…”.

Ed infine, nella scena finale, Violetta morente dice ad Alfredo che sarebbe felice di saperlo unito con un nuovo amore: “Se una pudica vergine, degli anni suoi nel fiore, a te donasse il core, sposa ti sia…lo vo‘ “. Una pudica vergine? Lodevole e generoso l’auspicio di Violetta. Ma di questi tempi dove la troverebbe Alfredo una pudica vergine? All’asilo?
Ecco cosa può succedere quando si vuole modernizzare il melodramma. Si verificano queste incongruenze e si cade nel ridicolo. E la Traviata diventa una sorta di tragicommedia fantozziana che merita come commento la più celebre delle battute dal ragioniere nazionale: “E’ una cagata pazzesca!”

 

Mozart porno

L’opera “Così fan tutte” di Mozart vietata agli studenti di Ascoli: “Mozart è troppo osé“. Questa è l’opinione di alcuni professori di Ascoli che ritengono l’opera troppo esplicita sessualmente ed hanno negato la visione agli alunni. E dire che fino ad oggi nessuno se ne era accorto. Poi vieteranno la visione del Don Giovanni, troppo libertino. Poi La Traviata, storia di una mantenuta. E poi vedremo, l’elenco è lungo.

Mozart sesso

Vuoi vedere che Mozart e le sue opere saranno qualificate come opere per adulti, vietate ai minori,  e finiranno su YouPorn? In negozio i CD delle opere di Mozart li troverete nella sezione porno, vicini ai film di Rocco Siffredi e Moana Pozzi. Ma dove vivono questi professori; ad Ascoli o in un remoto eremitaggio sugli Appennini?

Eppure basta guardarsi intorno e vedere che oggi il sesso dilaga dappertutto. I media sono intrisi di messaggi e scene erotiche e i social sono vetrine di esibizioniste smutandate ansiose di mostrare al mondo la passerina (con o senza farfallina a livello pubico). Anche la stampa “seria” fa a gara a pubblicare in prima pagina selfie di nudità varie e richiami a tutto ciò che riguarda il sesso e dintorni. Richiama l’attenzione dei lettori, dicono, sono specchietti per le allodole; insomma, richiami per uccelli vari di passaggio o stanziali.

La TV è una vetrina quotidiana h24 di sesso e violenza; spettacolo, intrattenimento, satira e comicità sono un’enciclopedia di battutacce da caserma e di tutte le possibili allusioni sessuali. A scuola si fa educazione sessuale, cultura gender e… lezioni di autoerotismo e masturbazione. Luxuria va in un liceo di Modena a tenere una lezione di transessualità e parlare delle delizie della sodomia (così si chiama; cercano di mascherarsi chiamandosi gay, ma sempre sodomiti sono). In Spagna già dieci anni fa  distribuivano nelle scuole manuali di istruzione sulla masturbazione (Vedi “La Spagna si masturba“). E questi si scandalizzano per un’opera di Mozart che sarebbe “troppo esplicita“? Vi è andato in pappa il cervello; fatevi controllare perché potrebbe essere un problema serio.

Dieci anni fa nel post “La vagina di Rosalinda” (articolo fondamentale nella storia del giornalismo (per un pelo non ha vinto il premio Pulitzer) e  comparso sulla Home del Coriere.it che ci informava sulle abitudini sessuali di Rosalinda Celentano) scrivevo: “Ormai non ci si stupisce nemmeno che la gente senta il bisogno di far conoscere al mondo la propria vita sessuale. Sembra diventato un gioco di società. Su un altro quotidiano, ancora ieri, Ornella Muti sentiva l’esigenza incontrollabile di raccontare che lei ama fare sesso perché così si mantiene giovane. E così tutte le altre attrici e attricette o aspiranti tali, VIP e aspiranti VIP, tutte pronte a mostrarsi senza veli e raccontare i propri gusti sessuali, la frequenza, le performances, la prima volta, la seconda, la terza e l’ultima, dove, quando, con chi lo fanno e quante volte.”. E questi professoroni ascolani DOP, come le olive, nel 2018 si scandalizzano per “Così fan tutte”?

Non so perché, ma deve esserci una strana e morbosa relazione fra l’opera lirica ed i simboli sessuali. Frequento il teatro fin da ragazzo, in particolare proprio gli eventi musicali.  Ma non avevo mai notato questa simbologia nascosta nelle opere liriche. Finché un giorno non sono capitato per caso, su un sito di psicanalisi. Ed ho scoperto che…leggetelo qui: “Psicanalisi e peni volanti” (2006)

Magari censureranno anche il Flauto magico perché può essere un simbolo sessuale, come il clarinetto di Renzo Arbore.  Consoliamoci con l’aria della  Regina della notte…prima che la censurino perché nasconde  chissà quale simbologia sessuale.

Vedi

Povero Mozart, conti meno di DJ Francesco. (2005)

NudoEdera

Milite Ignoto ed il Piave

Il 4 novembre, in tutta Italia, si svolgono cerimonie per la festa delle Forze Armate e per la celebrazione della Vittoria nella Grande guerra. Per una volta che abbiamo vinto è giusto ricordarlo. Non vincevamo una guerra dai tempi dell’impero romano! Immancabile l’omaggio al “Milite Ignoto“, presso l’Altare della Patria.

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Poco o niente sappiamo di questo “Ignoto” (altrimenti non sarebbe ignoto). Ma se la Patria riconoscente gli ha dedicato un colossale monumento deve aver avuto dei meriti particolari. E’ probabile, visto che è Ignoto, che appartenesse ad un reparto speciale dei servizi segreti. Infatti è così segreto che nessuno ha ancora scoperto chi sia. Ma una cosa è certa: era un grande amatore. Ha avuto un numero incalcolabile di donne, roba da far impallidire Don Giovanni e Casanova.

In verità non lo si può definire propriamente un galantuomo, anzi. Aveva la pessima abitudine di sedurre le malcapitate fanciulle e poi abbandonarle con il frutto della colpa. La prova? Semplice, non c’è città d’Italia che non abbia un orfanotrofio o un brefotrofio che ospiti bambini abbandonati o senza padre. Decine, centinaia, migliaia di bambini, tutti figli di padre… Ignoto. E bravo Ignoto: ce la siamo spassata, eh?

Il Piave mormorò

Il Piave mormorò: non passa lo straniero.” E’ il verso più noto della canzone “La leggenda del Piave”, una celebre composizione del 1918 di E.A.Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta, autore delle parole e della musica. ( note biografiche)
Un ministro del tempo disse: “La Leggenda del Piave giovò alla riscossa nazionale molto più di un generale, e valse a dare nuovo coraggio ai soldati, quanto mai demoralizzati per la ritirata di Caporetto”.

Questa canzone fu talmente amata, anche nei decenni successivi alla grande guerra, che “rischiò” di diventare l’inno nazionale. L’idea fu di De Gasperi, quando l’inno di Mameli era stato adottato come inno provvisorio (e provvisorio, come molte delle cose “provvisorie” d’Italia, è rimasto per 60 anni; solo di recente è stato ufficializzato), il quale propose al compositore di scrivere un inno della Democrazia cristiana, garantendo, in cambio, che avrebbe proposto di adottare “La leggenda del Piave” quale inno nazionale. Ma il nostro autore, poco disponibile a compromessi e scambi di favori, rispose che lui scriveva solo con il cuore e non su commissione. E non se ne fece niente.

Mi sembra un doveroso atto di omaggio ricordare oggi questa suggestiva canzone ed il suo autore, uno dei più prolifici della storia della musica popolare italiana. Ma vuole essere anche un omaggio alla memoria di tutti i caduti della Grande guerra (furono 600.000). Potrebbe sembrare retorico, ma ogni tanto non guasta ricordare che c’è stato un tempo in cui i ragazzi non inseguivano falsi miti e il facile successo; non c’erano reality e talent show, non c’erano imbonitori televisivi. Allora li chiamarono “I ragazzi del ‘99” (vedi “La meglio gioventù“) ed oggi vengono ricordati giusto da qualche indicazione toponomastica. Ma loro, niente più che “ragazzi” andarono al fronte e molti di essi ci lasciarono la vita. In quegli altopiani carsici combatterono i nostri nonni e molti non tornarono più a casa. Alla loro memoria è dedicata questa canzone: “La leggenda del PiaveGiovanni Martinelli 1918). La versione del video sotto è cantata da Aurelio Gabrè; più conosciuto semplicemente come Gabrè.

Oggi, guardando la situazione di totale sbandamento e degrado in cui versa la nostra Italia, ripensando a quei 600.000 morti, viene spontaneo chiedersi per chi e per cosa siano morti i nostri nonni ed i Ragazzi del ’99. Per lasciare l’Italia in mano ad immigrati africani, arabi, asiatici, cinesi, zingari e disperati del terzo mondo? Credo che in molti si stiano rivoltando nella tomba. Lasciare che l’Italia sia invasa dai nuovi barbari è un oltraggio alla memoria di quei caduti.

La campana di San Giusto“canzone patriottica del 1915, conosciuta anche come  “Le ragazze di Trieste“, è cantata da Anna Identici.

Tali e quali

C’era una volta un tale che era tale e quale il padre. Vedendoli insieme la gente esclamava: “Tale il padre, tale il figlio”. Tali e quali. Il padre era tale e quale il figlio, ed il figlio era tale e quale il padre. Tanto che era difficile stabilire chi fosse tale e chi fosse quale; e spesso si scambiava tale per quale e quale per tale. Questo tale, però, era tale e quale un altro tale di un vicino villaggio.
Ed anche questo secondo tale era tale e quale il padre. Il padre di questo secondo tale, essendo tale e quale il figlio, che era tale e quale al primo tale, il quale, a sua volta, era tale e quale il padre, era, quindi, tale e quale il padre del primo tale.
Ma anche il primo tale, essendo tale e quale il padre, che era tale e quale il padre del secondo tale, il quale era tale e quale il figlio, era, quindi, tale e quale il secondo tale. Erano tutti tali e quali.
Ora avvenne che il primo tale ebbe un figlio che era tale e quale il padre e poiché il padre era tale e quale suo padre anche il figlio di tale era tale e quale il padre e tale e quale il nonno.
Avvenne poi che anche il secondo tale ebbe un figlio che era tale e quale il padre.
E così…ma è una lunga storia che andò avanti per anni e anni e per generazioni; e vissero tutti a lungo, felici e tali e quali. Questa storia è tale e quale un’altra storia che cominciava così: “C’era una volta un tale che era tale e quale il padre…”. Tale e quale.

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