Tette, culi e libertà di stampa

Articolo del 2007 dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura 2010, sul quotidiano spagnolo  El Paìs, tradotto e pubblicato in Italia da La Stampa nel 2007.

C’è stato un momento, nella seconda metà del XX secolo, in cui il giornalismo delle società aperte dell’Occidente ha incominciato, pian piano, a mettere in secondo piano quelle che erano state le sue principali funzioni – informare, criticare e fornire opinioni – per privilegiarne un’altra sino ad allora secondaria: divertire. Alle spalle non c’era stato nessun progetto e nessun organo di stampa aveva immaginato che questo sottile mutamento delle priorità del giornalismo avrebbe portato con sé cambiamenti così profondi sotto il profilo culturale ed etico. Ciò che accadeva nel mondo dell’informazione era il riflesso d’un processo che abbracciava quasi tutti gli aspetti della vita sociale. Era nata la civiltà dello spettacolo che avrebbe rivoluzionato sino al midollo le istituzioni e i costumi delle società libere.

cecilia bolocco topless

(Cecilia Bolocco Menem)

Perché queste riflessioni? Perché, da cinque giorni, non riesco a evitare d’imbattermi, qualsiasi giornale apra e qualsiasi programma di notizie ascolti o veda, nel corpo nudo della signora Cecilia Bolocco Menem. Non ho nulla contro i nudi, e tanto meno contro quelli che sembrano belli e ben conservati come quello della signora Bolocco, ma ce l’ho, questo sì, contro il modo illecito con cui queste istantanee sono state scattate e diffuse dal fotografo al quale – riporta la stampa – lo scoop ha fruttato già 300 mila dollari d’onorario senza contare la cifra, ancora sconosciuta, che a quanto pare, secondo i giornali di gossip, la signora Bolocco gli ha pagato perché non diffondesse altre immagini ancora più compromettenti.

Sapete perché sono al corrente di queste sciocchezze e di questi traffici sordidi? Semplicemente perché per non sapere queste cose dovrei smettere di leggere giornali e riviste e di vedere e ascoltare programmi televisivi e radiofonici in cui, non esagero, il seno e il sedere della signora Menem hanno relegato tutto in ultimo piano: dagli sgozzamenti in Iraq e in Libano sino alla presa di Radio Caracas da parte del governo di Hugo Chávez e alla vittoria di Nicolas Sarkozy nelle elezioni francesi. Tutto ciò deriva dall’accettare l’assunto che il principale dovere dei media sia l’intrattenimento e che l’importanza dell’informazione sia in rapporto direttamente proporzionale alle dosi di spettacolarizzazione che può generare.

Se adesso sembra del tutto normale che un fotografo violi la privacy di qualsiasi persona nota per esporla nuda o mentre fa l’amore con un amante, quanto tempo occorrerà ancora perché la stampa rallegri gli annoiati lettori o gli spettatori avidi di scandali mostrando loro violenze, torture e omicidi? La cosa più straordinaria – indice del letargo morale in cui è caduto il giornalismo in particolare, e la cultura, in generale – è che il paparazzo che si è dato da fare per forzare con le sue macchine fotografiche l’intimità della signora Bolocco, è considerato quasi alla stregua d’un eroe proprio per la magnifica performance che ha compiuto e che, oltre tutto, non è la prima e non sarà l’ultima.

Cecilia Bolocco Menem

Tutto è permesso.
Protesto, ma mi rendo conto che è sciocco da parte mia perché so che si tratta d’un problema senza soluzione. L’animale che ha scattato quelle foto non è una rara avis, ma il prodotto d’uno stato di cose che induce il comunicatore e il giornalista a cercare, sopra tutto, la primizia, l’evento audace e insolito che più d’ogni altro sia capace di infrangere le convenzioni e destare scandalo.(E se non lo si trova, allora lo si fabbrica). E visto che, in società dove tutto è permesso, ormai non c’è nulla in grado di destare scandalo bisogna spingersi sempre più in là nella spericolatezza informativa, servendosi d’ogni mezzo, calpestando ogni scrupolo per ottenere lo scoop che faccia parlare.

Dicono che Sartre, nella sua prima intervista a Jean Cocteau, l’abbia supplicato: «Per cortesia, scandalizzami». Questo è quanto, oggi, il grande pubblico s’aspetta dal giornalismo. E il giornalismo, obbediente, si dà da fare per choccarlo e spaventarlo, perché, adesso, è questo il divertimento atteso con maggior avidità, lo sport più eccitante. Non mi riferisco solo alla stampa scandalistica, che non leggo. Però è questa stampa che, sfortunatamente, da tempo contamina con il suoi effluvi pestilenziali la cosiddetta stampa seria, al punto che le frontiere tra l’una e l’altra appaiono sempre più labili.

Per non perdere ascoltatori e lettori, la stampa seria è spinta a dare notizia degli scandali e del gossip propri della stampa rosa e, così, contribuisce al degrado del livello culturale ed etico dell’informazione. D’altro lato la stampa seria non ha il coraggio di condannare apertamente i sistemi ripugnanti e immorali del giornalismo da fogna perché teme – e non senza ragione – che qualsiasi iniziativa si prenda per metterle un freno vada a colpire la libertà di stampa e il diritto di critica.

Siamo arrivati a quest’assurdo: una delle più importanti conquiste della civiltà, la libertà d’espressione e il diritto di critica, diventano un alibi e garantiscono l’immunità per il pamphlet aggressivo, la violazione della privacy, la calunnia, la falsa testimonianza, l’imboscata e tutte le altre specialità del giornalismo scandalistico.

tette e culi

Meno idee, più spettacolo.
Mi si potrà replicare che nei Paesi democratici esistono giudici e tribunali e leggi che proteggono i diritti civili e a cui possono rivolgersi queste persone messe nei guai. E’ vero, in teoria. In pratica accade di rado che un privato cittadino osi mettersi contro questi giornali, alcuni dei quali sono molto potenti e possono contare su importanti risorse, avvocati e influenze difficili da scardinare: tutto ciò fa passare la voglia d’imbarcarsi in cause che in certi Paesi, inoltre, risultano assai costose e sono complesse e interminabili. D’altronde i giudici, spesso, sono restii a sanzionare questo tipo di reati perché temono di creare precedenti che vengano poi utilizzati per limitare le libertà civili e la libertà dell’informazione. In realtà si tratta d’un problema che non si può confinare in un mero ambito giuridico. E’ un problema culturale.

La cultura del nostro tempo favorisce e protegge tutto ciò che è intrattenimento e divertimento, in ogni settore della vita sociale, e per questo le campagne politiche e i comizi elettorali sono sempre meno un confronto di idee e programmi e sempre più eventi pubblicitari, spettacoli nei quali i candidati e i partiti, invece di persuadere, cercano di sedurre e di eccitare appellandosi – proprio come i giornalisti della stampa scandalistica – alle più basse passioni o agli istinti più primitivi, alle pulsioni irrazionali del cittadino, invece che alla sua intelligenza e alla sua ragione. E questo è avvenuto non solo nelle elezioni in Paesi sottosviluppati dove è norma, ma anche nelle recenti consultazioni in Francia e in Spagna nelle quali si sono sprecati gli insulti e i tentativi di squalificare l’avversario con argomenti scabrosi.

La civiltà dello spettacolo, certo, ha aspetti positivi. Non è cattiva cosa promuovere lo humour e il divertimento visto che senza humour, piacere, edonismo e gioco la vita sarebbe spaventosamente noiosa. Ma se l’esistenza si riduce solo a questo ecco che, ovunque, trionfano la frivolezza, l’edonismo e le forme crescenti di stupidità e di volgarità. Siamo a questo punto o, almeno, sono a questo punto settori molto ampli – che paradosso! – di società che, grazie alla cultura della libertà, hanno raggiunto i più alti livelli di vita, d’educazione, di sicurezza e di tempo libero del pianeta.

Qualcosa è andato storto, a un certo punto. E varrebbe la pena reagire prima che sia troppo tardi. La civiltà dello spettacolo nella quale siamo immersi porta con sé un’assoluta confusione di valori. Le icone e i modelli sociali – le figure esemplari – lo sono tali, adesso, sostanzialmente per motivi mediatici, perché l’apparenza ha preso il posto della sostanza nell’apprezzamento del pubblico. Non sono le idee, i comportamenti, le conquiste intellettuali e scientifiche, sociali o culturali a far sì che un individuo si elevi sopra gli altri e ottenga il rispetto e l’ammirazione dei suoi contemporanei e diventi un modello per i giovani, ma le persone capaci d’occupare le prime pagine dei giornali – anche, magari, per i gol che segnano – i milioni che spendono in feste faraoniche o gli scandali di cui sono protagonisti.

Una deriva perversa.
Certo, è sempre esistito, anche in passato, un giornalismo escrementizio che sfruttava la maldicenza e l’immoralità in tutti i loro aspetti, ma, di solito, stava ai margini, in una semiclandestinità cui lo costringeva, più delle leggi e dei regolamenti, la forza dei valori e della cultura. Oggi questo giornalismo ha ottenuto diritto di cittadinanza perché è stato legittimato dai valori imperanti. Frivolezza, banalità, stupidità sempre più veloce rappresentano uno dei risultati dell’essere, oggi, più liberi di quanto mai siamo stati.

Questa non è una requisitoria contro la libertà, ma contro una sua deriva perversa che può suicidarla se non le si pone termine. Perché la libertà non scompare soltanto quando la reprimono o la censurano i governi dispotici. Un altro modo perché finisca è vuotarla di sostanza, snaturarla, facendosi scudo di essa per giustificare soprusi e indegni traffici contro i diritti civili. L’esistenza di questo fenomeno è un effetto collaterale di quelle conquiste fondamentali della civiltà: la libertà e il mercato.

Entrambe hanno contribuito in modo straordinario al progresso materiale e culturale dell’umanità, alla sovranità dell’individuo e al riconoscimento dei suoi diritti, alla coesistenza, al regresso ella povertà, dell’ignoranza e dello sfruttamento. Nello stesso tempo la libertà ha consentito che questo ri-orientamento del giornalismo verso il traguardo primordiale di divertire i lettori, gli ascoltatori e i telespettatori, si sviluppasse in proporzioni cancerose, stimolato dalla concorrenza imposta dal mercato. Se c’è un pubblico avido di questo cibo, i media glielo danno, e se questo pubblico educato (o, piuttosto, maleducato) da questo prodotto giornalistico l’esige in dosi sempre maggiori, il divertimento sarà sempre più motore e combustibile dei media, al punto che in tutte le specializzazioni e le forme di giornalismo quell’inclinazione sta lasciando la propria impronta, il proprio segno deformante.

(Miss Lato B Brasile 2012)

Miss lato B Brasile 2012

C’è chi, ovviamente, osserva che, invece, sta accadendo il contrario: che il gossip, lo snobismo, la frivolezza e la voglia di scandali hanno catturato il gran pubblico per colpa dei media. Ciò è anche vero perché una cosa non esclude l’altra: sono complementari. Qualsiasi tentativo di porre un freno, per legge, al giornalismo scandalistico equivarrebbe a instaurare un sistema censorio e ciò avrebbe conseguenze tragiche per il funzionamento della democrazia. L’idea che il potere giudiziario possa, sanzionando caso per caso, limitare il libertinaggio e la sistematica violazione della privacy e il diritto all’onorabilità dei cittadini è, parlando in termini realistici, solo una possibilità astratta, impossibile da attuare. Perché la radice del male viene prima di questi meccanismi: è nella cultura che ha fatto del divertimento il valore supremo dell’esistenza al quale tutti i vecchi valori – il decoro, l’attenzione alle forme, l’etica, i diritti individuali – possono essere sacrificati senza il minimo rimorso. Noi, cittadini dei Paesi liberi e privilegiati del pianeta abbiamo, allora, questa condanna: che le tette e i sederi delle persone famose e le loro lascivie continuino ad essere il nostro pane quotidiano“. (Mario Vargas Llosa)
(La Stampa 4 giugno 2007)

Gli stessi concetti sono stati ripresi, ampliati ed esposti in maniera più dettagliata nel libro “La civiltà dello spettacolo” edito in Italia da Einaudi nel 2013. Vedi qui l’ottima recensione su “Critica letteraria” .

Che cosa vuol dire civiltà dello spettacolo? La civiltà di un mondo dove il primo posto nella scala dei valori lo occupa l’intrattenimento, e dove divertirsi, fuggire dalla noia, è la passione universale” (MVL).

 

P.S.
Come andrà a finire? Non ci vuole molta fantasia per capirlo. Prendiamo, per esempio, qualche notizia di oggi. Ma non da riviste di gossip, porno o a carattere erotico. Prendiamo un quotidiano nazionale serio (si fa per dire): Il Giornale. Sono anni che  lascio commenti, criticando la linea editoriale che concede troppo spazio al gossip, ai pettegolezzi morbosi ed ai selfie delle smutandate in cerca di visibilità. Risposte; zero (oppure censurano direttamente i commenti scomodi). Vediamo cosa riporta oggi in prima pagina:

Justine Mattera senza veli sui social.

Claudia Pandolfi: so di essere un po’ lesbica dentro.

Sabrina Salerno hot: scatti bollenti

Fariba usa i peli pubici di Cecilia. Ignazio, no: troppo lunghi.

Sei senza mutande? Facci vedere. E lei si mostra in diretta TV.

Non sono titoli choc, è la norma. Ieri era anche peggio e domani sarà lo stesso. Bisogna riconoscere che al Giornale ci tengono a tenere alto il livello Cul-turale. Gli altri quotidiani e riviste sono anche peggio. Vargas Llosa (premio Nobel per la letteratura 2010) ha mille volte ragione di scrivere quello che ha scritto. E quali sono gli effetti di questa continua esposizione di messaggi erotici? Per esempio questo: “Lo stupro quotidiano“.

Vedi: Culi e guerriglia

Il gatto di Paolo Brosio

Miracolo, il gatto di Paolo Brosio sanguina, come la Madonnina di Civitavecchia. E’ successo ieri  durante un collegamento con il programma di RAI2 “Storie italiane” di Eleonora Daniele (quella che ha sempre un’espressione da tragedia, come se le sia appena successa una disgrazia). Questa volta, invece che una disgrazia è successo un “miracolo” in diretta: il gatto di Brosio sanguina.

Brosio gatto

Era in collegamento da casa dove la madre teneva in braccio il suo gatto Sushi. Ad un certo punto è comparsa sulla camicia una piccola macchia di sangue, forse causata da una ferita del gatto. Immediata interruzione del collegamento, il gatto accompagnato con urgenza dal veterinario, preoccupazione generale  in studio, pubblico in ansia e notizia che finisce in prima pagina sulla stampa con tutti i dettagli (Vedi Messaggero – Il Giornale), E accorato appello di Brosio sui social a pregare per Sushi: “Cari amici, aiutatemi con un piccolo pensiero, se ci uniremo tutti il Cielo lo aiuterà.“.

Il mio commento sul Giornale: “Queste sarebbero notizie serie da prima pagina? Ma siete sicuri di sentirvi bene? Mah, al posto vostro una controllatina presso un centro di igiene mentale la farei, così per scrupolo.“. Per correttezza devo riconoscere che il Giornale non applica una censura eccessiva. Su altri quotidiani questo commento non sarebbe passato; censura.

Brosio Sushi

Già dobbiamo pregare per il Papa che ogni volta che si affaccia alla finestra chiede ai fedeli di pregare per lui.  Chissà quali gravi colpe deve farsi perdonare Bergoglio, se ha bisogno di tante preghiere. Forse semplicemente di essere diventato Papa.

Ora dovremo pregare anche per il gatto di Brosio. Poi per Oliver, il cane di Antonella Clerici, morto a gennaio scorso: “Sei stato il mio primo figlio“, disse. Poi per la morte di Otello, il micio di Elisa Isoardi . Poi, forse, per la morte del criceto di una delle tante smutandate in TV. Le condizioni di salute degli animali domestici dei VIP stanno diventando argomenti da prima pagina. Fra poco sui quotidiani comparirà una apposita rubrica riservata ai necrologi degli animali dei VIP. Non è detto che non nasca anche un’edizione speciale dell’Isola dei famosi, “L’isola di pelosi” riservata ai VIP accompagnati dai loro cani e gatti.

Ho sempre avuto animali in casa, ci sono cresciuto insieme ed ho sempre avuto con loro un ottimo rapporto (Rondini e ricordi); specie con cani e gatti con i quali esiste una particolare empatia reciproca (ma credo che questo rapporto speciale sia comune a moltissime persone che amano gli animali). Ho allevato canarini, pappagalli, galline, anatre. Ancora oggi, nonostante l’età ed i problemi di salute, ho due galline, un gallo e sette gatti. Più passeri, piccioni e volatili vari che ormai sono di casa in giardino e sanno che il ristorante è sempre aperto; e scendono a beccare mangime, grano  e pane che è sempre  disposizione per le galline (che non si lamentano perché tanto ce n’è per tutti). E accudisco tutti con pazienza, cercando di allevarli nel miglior modo possibile. Solo per chiarire la mia grande passione per gli animali. Ma…

Ma non mi verrebbe mai in mente di comunicare in TV “Urbi e Orbi” che un gatto è ferito e sanguina. Se, invece, questa diventa notizia da prima pagina, allora significa che la gente è completamente rincoglionita. Ed in primis chi controlla i media (stampa, Web, TV) e Brosio che chiede di pregare per il suo gatto Sushi. Ormai questi personaggi dello spettacolo, e l’intero sistema mediatico, sono così pieni di sé ed autoreferenziali che sono convinti che tutto ciò che fanno in privato e che li riguarda, dalle peripezie professionali alle avventure sentimentali, alla salute del criceto, siano notizie importantissime di interesse pubblico e debbano essere diffuse con grande rilievo sui media. Il mondo dello spettacolo rappresentato dai media (specie dalla TV) sembra essere l’unico possibile e, pian piano, il mondo reale viene sta sostituito dalla sua rappresentazione, dalla realtà virtuale a base di effetti speciali; quella realtà alterata, falsa e grottesca in cui il gatto di Brosio finisce in prima pagina; neanche fosse l’ultimo esemplare della tigre bianca del Bengala.

Ma cosa avete al posto del cervello; la segatura? Se poi qualcuno vi risponde per le rime e vi manda a quel paese lo accusate di essere un Hater (odiatore), o un “napalm 51″ (leone da tastiera), come il personaggio di Maurizio Crozza? NO, siete voi che siete fuori di testa, avete perso il senso della realtà, del limite, della decenza, della misura, ed il semplice buon senso; ma non ve ne rendete conto.

Stampa di regime

Forse neppure durante il fascismo la stampa era così asservita al potere. Ed i mezzi d’informazione, nonostante quel che si racconta, erano molto meno influenti di quanto lo siano oggi. Se non altro perché non esisteva ancora la televisione, il più potente (e pericoloso) mezzo d’informazione che l’umanità abbia mai avuto, né internet, la rete globale che entra in tutte le case e fornisce informazione in tempo reale. La stampa era meno diffusa e, a causa di un alto tasso di analfabetismo, i lettori erano pochi. Il che significa che la gran massa del popolo non era informata abbastanza, ma significa anche, come rovescio della medaglia, che era più difficile condizionare ed influenzare l’opinione pubblica. Non era sottoposta alla martellante propaganda quotidiana come lo è oggi.

Ecco perché la grande diffusione dei mezzi d’informazione di massa oggi è molto più invasiva e pericolosa di quanto lo fosse ieri. Soprattutto perché la stragrande maggioranza del pubblico, non essendo a conoscenza dei subdoli meccanismi mediatici e delle insidie della comunicazione, non ha alcuna possibilità di difendersi.

Quando si parla di “poteri forti” si pensa sempre ai banchieri, l’alta finanza, il potere politico, la massoneria, le multinazionali, ma bisognerebbe comprendere fra questi anche i mezzi d’informazione, il “Quinto potere“; stampa, televisione, radio, internet. Poteri forti, ma ancora più subdoli di quelli nascosti, perché sono in grado di creare l’opinione pubblica e di guidarla, gestirla, manipolarla, condizionarla a beneficio di precisi interessi ben celati dietro il paravento dell’informazione, del diritto di cronaca e della libertà di stampa. Ancora più pericolosi perché si presentano come i paladini della libera informazione ed in tal modo possono più facilmente abbindolare un pubblico poco attento e critico. Ma la stampa tutto può essere, meno che libera. E quand’anche sembri che, in taluni casi, si schieri contro il potere, potete scommetterci che, in quello stesso momento, sta servendo un altro potere.

I media, oggi, hanno un potere enorme. Possono, attraverso ben orchestrate campagne mediatiche, creare idoli e miti dal nulla o distruggere personaggi scomodi, possono determinare il successo o meno di un prodotto, i gusti, le abitudini, lo stile di vita, l’alimentazione, l’abbigliamento, il tempo libero, le scelte politiche. Possono scatenare proteste di piazza e rivoluzioni: l’esempio della cosiddetta “Primavera araba” è ancora sotto gli occhi di tutti. L’imput della rivoluzione in Egitto, per citare un esempio recente, è partito su internet. I principi che regolano i mass media sono gli stessi che vengono usati scientificamente dalla pubblicità. Chi li conosce e sa sfruttarli al meglio ha il controllo dell’opinione pubblica.

L’ennesima conferma di quanto affermo l’abbiamo avuta nella creazione del “fenomeno Renzi“. Nel giro di poco tempo ne hanno fatto il nuovo riferimento politico, lo hanno accreditato di capacità che ancora deve dimostrare e lo hanno sostenuto attraverso la sua ascesa al potere. Una campagna mediatica che viene da lontano. Basterebbe ricordare l’esposizione mediatica delle ultime primarie del PD.

Ma prima ricordiamo che alle precedenti primarie del 2012 Renzi si fermò a meno del 40% di voti, mentre Bersani superò il 60%. Bisognerebbe chiedersi come sia possibile che, a distanza di un anno, quella stessa maggioranza schiacciante che aveva votato Bersani, improvvisamente, cambi opinione e si schieri tutta con Renzi che stravince con il 67,55% di voti. Un miracolo, oppure gli elettori del PD saranno stati contagiati da uno sconosciuto “Virus renziano“? Direi un miracolo voluto, creato, gestito e attuato con una campagna mediatica assillante che è andata avanti per mesi ed ha coinvolto stampa, TV e web.
Il nostro “fenomeno” era costantemente sotto i riflettori, sempre in prima pagina, sempre in televisione, saltando da una rete all’altra, quasi a reti unificate. Gli altri candidati alle primari erano quasi inesistenti; che fossero candidati lo sapevano loro, parenti, amici e conoscenti. Sembrava che Renzi fosse il candidato unico.

Facciamo un esempio. Qualcuno si ricorda chi sia Gianni Pittella? Forse lo sanno i dirigenti del PD e pochi funzionari del partito. Ma sono certo che se si chiedesse agli italiani chi sia Pittella, ben pochi saprebbero rispondere. Bene, era uno dei quattro candidati alle primarie, insieme a Renzi, Cuperlo e Civati ed è stato subito eliminato, dopo le prime consultazioni dei circoli. Ma in televisione non si è mai visto, Sulla stampa nessuno ne parlava, su internet tutta l’attenzione era per Renzi. Anche Cuperlo e Civati si sono visti pochissimo. Tutti i riflettori erano puntati su Renzi che spopolava in tutti i TG, nei salotti televisivi e nei talk show. Praticamente a reti unificate. Se avessero fatto un conteggio del tempo riservato a Renzi ed agli altri candidati il rapporto sarebbe stato, più o meno di circa il 60% di tempo a Renzi, di circa il 25% a Cuperlo e di circa il 15% a Civati; Pittella…non pervenuto. Questo è ciò che pensavo in quei giorni di pre-primarie. E guarda caso, più o meno, corrisponde alla percentuale di voti riportati dai candidati. Significa che una maggiore visibilità mediatica genera un maggior successo di voti? Non è detto e non è dimostrabile matematicamente, ma non è detto nemmeno il contrario. Anche se io ne sono convinto.

La prova di questa eccessiva sperequazione di visibilità fra i tre candidati la diede lo stesso Civati il quale, contestando il fatto di avere avuto poco spazio in TV e di non essere stato invitato nel programma di Fabio Fazio (il quale, invece, ospitò Renzi intervistandolo in maniera molto compiacente e servile) , durante un convegno dei suoi sostenitori, con un montaggio video ricavato con le vere domande poste da Fazio a Renzi, si “auto-intervistò“. Stranamente la Commissione di vigilanza, sempre attentissima a misurare i secondi dedicati ai politici, in quei giorni forse dormiva. Si svegliano solo quando va in TV Berlusconi. Ma se le reti RAI sono praticamente a disposizione di Renzi, nessuno ci fa caso, è tutto regolare.

Bene, ora passiamo alla stampa in rete. Già subito dopo l’elezione di Renzi a segretario, è stato tutto un peana cantato in coro da tutti i media. Se tornasse Gesù sulla terra non riceverebbe più attenzione del “Bomba”. E’ il nuovo Messia. Ampio spazio quotidiano in prima pagina e commenti sempre entusiastici.
Ieri, per esempio, era dedicato a lui il titolone di apertura del Corriere. Ma nella Home page i box riservati a Renzi erano addirittura sette. Ora, non per voler per forza criticare il nuovo Messia. Ma uno che promette che farà una riforma al mese, fino al 2018 (fanno oltre 50 riforme!), e che a marzo risolverà il problema del lavoro, ad aprile quello della Pubblica amministrazione ed a maggio il fisco, o è davvero il Messia e farà miracoli che al confronto quelli di Gesù sono trucchetti da mago Casanova, oppure è, come lo chiamavano al liceo, “Il Bomba“…quello che le spara grosse (Il Bomba a palazzo).

Ho una leggerissima propensione per la seconda ipotesi! Ma al Corriere, evidentemente, ci credono e infatti gli dedicano tanto spazio che la home del Corriere sembra la pagina personale del “Bomba” o il blog del “Renzi fan club“. Faccio spesso riferimento al Corriere perché è il più importante quotidiano italiano e quello che, insieme a tanti altri, si fa vanto di essere “libero e indipendente“. Figuriamoci gli altri, quelli schierati apertamente (Repubblica, tanto per citarne uno) o organi di partito.

Ben sette box che parlano di tutto, dai possibili nuovi ministri ai “mezzi di Renzi” (come si muove, bici, auto, treno, a piedi, in triciclo…), alla moglie che decide di restare a Firenze. Dedicano perfino uno spazio alle dichiarazioni del “barbiere Tony” che ci racconta di quando gli ha tagliato il ciuffo. E siccome devono essere dichiarazioni importantissime per l’avvenire dell’Italia, non contenti di avergli riservato un articolo, gli dedicano anche il video in alto alla pagina. Oggi contano più i barbieri, con tutto rispetto, che i parlamentari. Specie se si tratta del barbiere di Renzi. Stesso servizio si è visto in televisione, insieme ai commenti di amici personali del “Bomba” e dei cuochi del ristorante dove il nostro usa mangiare. E così si innalzano gli altarini mediatici, si celebra il santo patrono, gli si lucida l’aureola e si crea il mito del nuovo Messia.

Tutto qui? No, perché a fine mattinata, forse non soddisfatti dello spazio dedicatogli, inseriscono un altro box, questo a lato, in cui riepilogano tutti i tweet del “fenomeno“. Materiale essenziale per coloro che dovranno scrivere l’agiografia del nostro santo protettore, nonché salvatore della patria. Ci sarebbe da ridere, se non fosse una cosa seria, molto seria. E se non si avesse l’impressione di aver consegnato l’Italia ad un avventuriero, arrivista e “Bomba“. Si può anche far finta di non notare l’evidenza, ma se questo non è spudorato servilismo nei confronti del potere, cos’è? (febbraio 2014)

Da “Quinto potere” (1976)

Libertà di stampa

Tema del giorno, tra appelli istituzionali alla libertà di stampa, all’art. 21 della Costituzione, cortei, striscioni, appelli al pericolo per la democrazia, dichiarazioni di solidarietà alla stampa ed alla categoria dei giornalisti; specie da parte dei giornalisti stessi (se la suonano e se la cantano). E immancabile dichiarazione di circostanza di Mattarella che ha sempre il discorsetto pronto per tutte le occasioni; forse per averli sempre pronti li preparano prima, in fotocopia (cambiano giusto la data, qualche nome ed il resto è sempre uguale, distillato di retorica buona per tutte le occasioni), non si sa mai che capiti una cerimonia all’improvviso e non sappiamo cosa dire): “Mattarella difende la libertà di stampa“.

Mattarella stampa

Ecco cosa pensava Giorgio Gaber della stampa e dei giornalisti.

Io se fossi Dio,
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti,
che certamente non son brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete,
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere,
e di fotografare immagini geniali e interessanti,
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento:
cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti,
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì vabbè lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia,
ma io se fossi Dio,
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia!”

(Da “Io, se fossi Dio“, testo completo)

MI fa male il mondo

Ciò che fa davvero male è che il pubblico ride. Si vede che non hanno capito bene quello che dice Gaber; altrimenti dovrebbero piangere.

La stampa, oh…la stampa. (luglio 2008)

Distruggiamo intere foreste per ricavarne la cellulosa che serve a fabbricare la carta per stampare giornali che riportano notizie di nessun interesse reale per i cittadini. Forse, allora, sarebbe meglio tenersi le foreste.

Perché continuo a prendermela con la stampa e con l’informazione in generale? Perché hanno l’enorme potere di influenzare l’opinione pubblica e condizionare la vita sociale imponendo stili di vita e modelli da imitare. Tutti coloro che operano all’interno del sistema dell’informazione hanno una responsabilità enorme. E tuttavia sembra che non se ne rendano conto. Allora, o non l’hanno capito, oppure lo sanno benissimo e sfruttano questo potere per fini non proprio chiari. In entrambi i casi dovrebbero vergognarsi e cambiare mestiere.
A dimostrazione di questa accusa, che faccio da anni, oggi sul Corriere, Sergio Romano scrive un pezzo “Il teorema smontato” che mette sotto accusa proprio la stampa, con particolare riferimento al caso Telecom. Ecco un breve stralcio:
Esiste naturalmente una responsabilità dei mezzi d’informazione. La stampa, nel senso più largo della parola, è lo specchio che riflette i sentimenti, gli umori e le idiosincrasie della società. Ma quella italiana non si limita a registrare gli umori del Paese. In molti casi li amplifica e li rilancia. Le ragioni sono in parte antiche e in parte nuove. Là dove non esiste una netta distinzione tra stampa d’informazione e stampa popolare, il giornale è spesso condannato a essere contemporaneamente l’uno e l’altro per cercare di raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Questa ambivalenza tende a diventare ancora più evidente in una fase in cui i giornali sono insidiati da nuovi mezzi d’informazione, moderni, aggressivi e destinati a conquistare una parte crescente della società. Esiste la concorrenza, beninteso, ma vi sono circostanze in cui costringe i concorrenti a rincorrersi verso il basso piuttosto che verso l’alto.”.

Chiaro e tondo. E lo dice uno degli editorialisti del Corriere, uno che scrive quasi quotidianamente sul più importante ed autorevole giornale italiano. Beh, allora non sono io ad avere manie persecutorie sull’informazione. Forse qualcosa di vero c’è, se anche uno come Romano lo dice chiaro e tondo. Ma il problema, purtroppo, non riguarda solo la stampa, riguarda tutto il mondo della comunicazione; giornali, radio, Tv ed anche la rete Internet. Sono tutti afflitti dalla stessa grave patologia, quella “rincorsa verso il basso”, come dice Romano e come anch’io ripeto da sempre. Ma forse non è ancora chiaro quale sia la gravità della situazione. Almeno non agli addetti ai lavori, perché ci campano alla grande, giocando a fare i giornalisti, che è sempre meglio che lavorare. Eppure lo capisce anche un bambino che a forza di rincorrersi verso il basso, sempre più in basso, si finisce per cadere sul fondo del burrone. E poi sarà molto difficile risalire.

In democrazia anche essere idioti è un diritto. Ma c’è un limite? (2005)

Libertà di stampa; per chi? (2005)

Libertà di stampa con riserva (2009)

– Stampa, cozze e talebani (2009)

Stampa di regime (2014)

 

Europa tra mucche, vongole e sciacquoni.

Tra noi e l’Europa non corre buon sangue. Siamo sempre ai ferri corti. Ci accusano di inadempienze, di non rispettare gli accordi, di essere spendaccioni, ci danno da fare i compiti a casa (come se fossimo ancora alle elementari), ci controllano i conti e perfino i peli del culo. E oggi rischiamo di venire sanzionati e pagare anche delle multe salate perché, a quanto dicono, non abbiamo rispettato le norme e siamo fuori dai limiti di spesa. E guai a lamentarsi, si viene subito accusati di antieuropeismo, sovranismo, nazionalismo, populismo, e pure fascismo (questo ci sta sempre bene). Per fortuna noi, da buoni italiani, ce ne freghiamo altamente dei rimproveri  e continuiamo a scialacquare tranquillamente il denaro pubblico (finché ce n’è ancora: poi venderemo l’argenteria di casa, romperemo il salvadanaio dei bambini e ruberemo i risparmi delle nonne). L’europarlamento, invece, è attentissimo alle spese. Ne ha rivelato i costi, con nomi, cifre e tutti i dettagli delle spese folli Mario Giordano, pochi anni fa, nel libro “Non vale una lira“, Ma nessuno lo ricorda. Riportavo alcuni dati quattro anni fa nel post “Europa, banane e sciacquoni“. Ed ecco alcune considerazioni fatte in passato.

Mucche, vongole e l’argenteria di casa (luglio 2015)

Tempi duri per le mucche; ed anche per le vongole. Nonostante il caldo opprimente gli euro cialtroni di Bruxelles sono sempre al lavoro (si fa per dire) e danno il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) nell’inventare quasi quotidianamente norme, leggi, regolamenti e cervellotiche direttive che imbrigliano l’apparato produttivo, aggravando la già grave crisi economica, e complicano la vita ai cittadini europei.
Non abbiamo ancora digerito l’ultima eurostronzata (sono le stronzate secondo le norme CE) che, dopo il vino senza uva ed il cioccolato senza cacao, consente di fare il formaggio con il latte in polvere (Vedi “Cheese, Europa“). Ed ecco altre due notiziette illuminanti. La prima riguarda il divieto di pescare vongole che misurino meno di 25 millimetri (“Vongole addio, illegali per un millimetro“).

Significa che i pescatori dovrebbero misurarle tutte una per una per essere certi che rientrino nelle misure previste. Altrimenti, se c’è anche una sola vongola che misura meno di 25 millimetri sono guai seri; multe fino a 4.000 euro. Sembra una barzelletta, ma purtroppo è una cosa seria. Il dramma per il settore ittico è che le vongole, sembra a causa di una diminuzione della salinità del mare, non crescono oltre i 22 millimetri. Il che significa che tutto il settore è fermo, inattivo, per 3 millimetri di differenza. Ancora una norma europea che sembra fatta apposta per danneggiare l’economia italiana, specie il settore ittico e agroalimentare.

L’altra invenzione riguarda le mucche; povere bestie, sempre sotto osservazione. Gli ambientalisti le accusano di mangiare troppo, sprecando risorse che potrebbero essere usate per sfamare i poveri del terzo mondo, invece che per alimentare le bestie e produrre bistecche per i paesi ricchi. Gli eurocontrollori le accusano di produrre troppo latte, andando oltre i limiti imposti dalle direttive (e piovono salatissime multe ai produttori). Ora finiscono sotto accusa anche per i “gas di scarico“, eccessiva flatulenza e produzione di metano; insomma, sono delle grandi scoreggione (“Ultima follia di Bruxelles, tappare il culo alle mucche“).

Ne parlavo già 7 anni fa nel post “Mucche e marmitte“. Già allora i nostri solerti euro creativi (col culo degli altri, in questo caso quello delle mucche) avevano messo sotto osservazione le mucche ed il loro gravissimo difetto che contribuiva all’allargamento del buco nell’ozono. Scrivevo allora: “La soluzione è che per non allargare il buco dell’ozono bisogna chiudere il buco delle mucche. Così o le doteranno di regolare marmitta catalitica, oppure le tamponeranno con apposito tappo nel sedere.“.

Passano gli anni ed ora tornano alla carica, più decisi che mai a vietare alle mucche di scoreggiare. La realtà, ancora una volta supera la fantasia. Quella che era una battuta oggi diventa realtà e direttiva UE. Finiranno per imporre davvero l’applicazione di un sistema filtrante alle mucche, per trasformare il metano in profumo di violetta e lavanda. Resta solo da stabilire il modello standard della marmitta in due versioni; la marmitta da stalla e quella da pascolo. Ovviamente anche il culo delle mucche dovrà essere a norma CE e rispettare le misure standard.

Ma non abbiamo nemmeno il tempo di riflettere sull’assurdità di certe direttive, che ecco l’ultimissima, tanto per chiudere in bellezza: “Mogherini spende 3 milioni per un servizio da tavola“ (Bicchieri di cristallo, candelabri e secchielli d’argento per il ghiaccio, porcellana finissima con lo stemma dipinto in oro) . La notizia è stata riportata dalla stampa inglese: “Secondo fonti del britannico “The Telegraph“, le istituzioni europee avrebbero ordinato un servizio da tavola che verrà usato dai 3.360 impiegati e ospiti delle sedi di Bruxelles e dalle 140 ambasciate in tutto il mondo. Il tutto per la folle cifra di quasi tre milioni di euro, pari a dieci volte la spesa di un analogo servizio recentemente acquistato dalla Casa Bianca.”. Immagino che gli italiani siano felicissimi di sapere che la nostra Mogherini non bada a spese quando c’è da tutelare il prestigio e l’immagine dell’Unione europea. Se poi dobbiamo fare qualche sacrificio, pazienza, lo facciamo volentieri. Però facciamo un figurone con bicchieri di cristallo, servizio in argento, stemma in oro e facce di bronzo. (luglio 2015)

Cessi d’Europa (ottobre 2013)

Il Parlamento europeo, dopo lunghi studi e approfondite ricerche, ha stabilito di omologare le misure degli scarichi di WC e latrine in tutta Europa: cessi uguali per tutti. Questa è democrazia. Non stiamo lì a chiederci quanto ci costa mantenere questo elefantiaco apparato burocratico; sarebbero cifre astronomiche. Ormai la politica, a tutti i livelli, sembra avere un solo scopo, quello di sperperare il denaro pubblico. E quando il denaro pubblico finisce basta aumentare le tasse. Facile, no?
Il Parlamento europeo in particolare si occupa di problemi importanti e di indubbia urgenza, come ha dimostrato in passato: stabilire la curvatura delle banane, la circonferenza dei piselli, stabilire quanto latte devono fare le mucche ed ora stabilire esattamente le misure degli scarichi fognari. In futuro, forse, stabiliranno anche le misure della carta igienica, la posizione da assumere, come tirare lo sciacquone e quanta se ne deve fare per essere “a norma CE“. Se ne fai di più, multa!

Però una considerazione bisogna pur farla. L’Europa intera attraversa una gravissima crisi economica di cui non si vede la fine. Ogni giorno i dati sull’occupazione sono sempre più allarmanti, fra aziende che chiudono e povertà in aumento. In Italia la disoccupazione è oltre il 12% e quella giovanile supera il 40%. I poveri, secondo gli ultimi dati sono oltre 5 milioni e sono in crescita le persone che per mangiare si rivolgono alla Caritas o alle parrocchie ed associazioni di volontariato per avere pacchi di alimenti ed aiuti. Ed il Parlamento europeo discute delle misure dei Water!

L’immigrazione incontrollata ed incontrollabile (forse volutamente) è arrivata a livelli insostenibili di invasione di massa, con imprevedibili e gravissime conseguenze sulla stabilità sociale. Milioni di immigrati che invadono l’Europa in un momento di crisi in cui manca il lavoro e la garanzia del futuro anche per gli europei, sono una mina vagante e in un futuro non molto lontano, creeranno attriti e conflitti sociali che esploderanno in maniera violenta. E gli europarlamentari misurano gli scarichi fognari.

Le ultime rivelazioni ci dicono che siamo spiati continuamente da amici e nemici (Vedi scandalo NSA). Ascoltano le nostre telefonate, leggono le nostre e-mail, ci spiano con telecamere ovunque, in strada, in piazza, nei posti di lavoro, nei parchi e viali, nei locali pubblici. Fra poco ci ritroveremo pulci e telecamere anche in bagno. La riservatezza e la tutela della privacy sono un ricordo del passato, finito. Oggi sanno tutto di tutti. Lo scopo è quello di acquisire montagne di informazioni personali, di aziende, gruppi, associazioni, partiti politici, di personaggi di primo piano, di tutti coloro che in qualche modo hanno o possono avere un minimo di influenza sulla società. I dati raccolti vengono utilizzati dal potere economico, militare e politico per programmare e condizionare l’andamento dell’economia ed attuare il controllo globale della popolazione. E gli europarlamentari si occupano dei cessi!

La gente non sa più a quale santo votarsi per sopravvivere e questi si occupano di latrine, water, fogne e cloache. Magari, vista l’importanza dell’argomento, ci sarà una Commissione per le latrine, un Alto Commissario per i cessi, un ministro delle cagate. Siamo davvero giunti a fine corsa. Non fanno più nemmeno ridere. Questa classe politica ormai ha dato ampia prova di essere inetta, incapace, corrotta e deleteria per la società. Dovrebbe essere catalogata fra le catastrofi naturali, come alluvioni, tornado, terremoti e uragani. Dovremmo chiedere lo stato di “calamità naturale“. Già, ma a chi lo chiediamo? All’ONU? Buoni quelli, peggio che mai! Non c’è speranza.
Ma forse quest’ultima “Eurofarsa” ha una sua spiegazione. Che si occupino di scarichi fognari è la logica conseguenza del fatto che ormai siamo finiti nella merda fino al collo. E, come diceva una vecchia barzelletta: “Ragazzi, non fate l’onda”.

Europa, banane e sciacquoni (giugno 2014)

Il Parlamento europeo, più che un importantissimo e serio organismo politico transnazionale, sembra un’associazione di buontemponi; di quelli che periodicamente si riuniscono per allegre serate all’insegna della goliardia o per mettere in atto scherzi e zingarate in stile Amici miei. Lo si evince dalle proposte bizzarre e strampalate che si discutono nelle austere aule di Bruxelles o Strasburgo e dalle direttive che vengono approvate. Una di queste bischerate, sull’invito a consumare larve, insetti e vermi, la ricordavo di recente nel post Nouvelle cuisine“. Ma l’elenco delle eurozingarate sarebbe lungo.

La cosa drammatica, tuttavia, è che non si tratta di un ristretto gruppo di amici dediti allo scherzo o alla battuta facile, alla maniera di Quelli della notte di Arbore. No, questa allegra brigata è composta da 751 parlamentari (più un esercito di dipendenti) che godono di lauti compensi e di una lunga serie di benefici e privilegi, al fine di garantire l’espletamento delle loro funzioni in un ambiente comodo, tranquillo e rilassante, con tutti i confort di serie, dove sfogare liberamente la loro fervida fantasia per inventarsi le norme più inverosimili.
Un organismo, insomma, agile, leggero e sobrio, che ci costa la bellezza di 227 milioni di euro solo per stipendi, pensioni, rimborsi, assicurazioni e indennità varie (Vedi “Parlamento UE, costi e sprechi“). A cui si aggiungono 620 milioni di euro per funzionari e dipendenti e circa 100 milioni di euro per servizi esterni, circa 100 milioni di euro per la pubblicazione e diffusione di documenti e accoglienza di visitatori, e 140 milioni per telecomunicazioni.

Questo organismo, per essere più snello e funzionale, dispone di tre sedi: una a Bruxelles, in Belgio (dove si riuniscono e lavorano le varie Commissioni), una a Strasburgo, in Francia (dove si riunisce il Parlamento in seduta plenaria per 4 giorni al mese, escluso agosto; ovvero, per soli 44 giorni all’anno), ed una in Lussemburgo, dove hanno sede gli uffici amministrativi ed il segretario generale.

Solo questo assurdo ed ingiustificato andirivieni di parlamentari, funzionari e circa 5.000 persone impiegate a vario titolo ad ogni spostamento fra le tre sedi (con treni, auto, aerei e camion per il trasporto di tonnellate di documentazione al seguito), ci costa 200 milioni di euro. Ma la cifra quasi complessiva, e inverosimile, delle spese annuali di questo organismo è quella riportata nella pagina web della stessa Unione europea, dove compare il bilancio consuntivo 2013: 150,9 miliardi di euro! Si ha quasi paura a riportare quella cifra. Viene spontaneo, almeno per chi non è giovanissimo, fare l’equiparazione con le vecchie lire, ci si capisce meglio. Sarebbero circa 300.000 miliardi di lire!
Una cifra talmente spropositata e assurda che sembra un errore di stampa, un refuso. Leggiamo quel numero nel sito ufficiale dell’UE e continuiamo a pensare che sia un errore. Ci rifiutiamo mentalmente di pensare che quella cifra sia reale. Ma, fatte alcune verifiche, ci rendiamo conto che, purtroppo, è vero. Ne abbiamo conferma leggendo che il bilancio preventivo 2014/2020 prevede una spesa di 960 miliardi di euro. Ma non è nemmeno tanto chiaro. Forse hanno vergogna a dire chiaramente quali sono i costi esatti e specificare le varie voci.

Per esempio, sembra che quella cifra sia raddoppiata e così suddivisa: 960 miliardi in impegni finanziari e 980 miliardi in pagamenti. Qual è la differenza? Significa che in totale le spese ammontano a 1.940 miliardi di euro? Provate a riportarlo in vecchie lire: diventa una cifra difficile da pronunciare e da pensare. Numeri che finora si usavano solo per calcoli e grandezze astronomiche. Se non siete esperti di contabilità pubblica, o non avete accesso ai bilanci ufficiali, nonostante le ricerche in rete, non capirete mai come vengono spesi quei soldi. Anche i siti d’informazione e quotidiani si limitano a riportare cifre generiche, senza entrare nei dettagli.

Tanto dispiego di uomini e mezzi lascerebbe intendere che gli euro-parlamentari siano impegnati giorno e notte nell’estenuante attività di curare gli interessi dell’Europa, dei suoi cittadini e di garantire un continuo progresso economico e sociale di tutti i Paesi membri dell’Unione. Sarà così? Visti i risultati, viene il sospetto che tanto lodevole impegno non sia solo sprecato, ma addirittura controproducente. Forse sarebbe meglio che lavorassero poco e pensassero anche meno.

Di recente è uscito un libro di Mario Giordano “Non vale una lira“, in cui, oltre alle valutazioni politiche sull’attività del Parlamento europeo, dei suoi costi stratosferici, dei risultati discutibili e degli effetti deleteri per gli Stati membri (in particolare per l’Italia), ha raccolto pazientemente una serie di autentiche perle dell’attività parlamentare europea. Alcune bizzarre, altre quasi inverosimili, altre ancora che sembrano estrapolate da un monologo umoristico da cabaret. Purtroppo, però, c’è poco da ridere. (Qui si può leggere una recensione ed alcuni brani del libro di Giordano: “L’Europa? Non vale una lira“).

Forse non riusciremo a capire esattamente il bilancio dell’UE, ma già da alcune voci di spesa, possiamo farci un’idea di cosa sia questo carrozzone mangiasoldi (i nostri). Visto che si è appena votato per il Parlamento europeo, è bene che gli italiani sappiano cosa andranno a fare i loro rappresentanti appena eletti e riflettano leggendo alcune di queste “europerle” scovate e catalogate da Giordano. Vedremo, facendo una breve sintesi, di riportarne alcune: dalla lunghezza della banana, alla curvatura del cetriolo, dalla definizione di acqua calda alle misure del perfetto sciacquone europeo. Al prossimo post…

A proposito di mucche ed europerle, vedi:

-Nouvelle cuisine

Europa, banane e sciacquoni
Cheese, Europa
Cessi d’Europa
Una mucca al bar
Latte in polvere
San Valentino e la mucca

Intanto, siccome non riusciamo a sanare il debito pubblico, arrivato a livelli astronomici, da bravi amministratori cosa facciamo? Diminuiamo le spese? No, quando mai; questo lo farebbe chiunque dotato di un minimo di buon senso (ma anche lo scemo del villaggio). Noi no, siamo geniali, creativi, popolo di eroi, santi e navigatori. Quindi invece che diminuire le spese, aumentiamo il debito.  insomma, paghiamo i debiti con altri debiti. E’ un po’ difficile da capire per chi non sia pratico di contabilità pubblica, che ha regole e norme completamente fuori dal buon senso. Ma i nostri politici hanno una loro logica tutta particolare. Ricorda un po’ una vecchia scenetta di Macario in cui riesce a pagare un debito senza avere una lira.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titoli ambigui

Titolo di oggi su L’Unione sarda: “Cade un albero all’uscita di scuola“.

albero scuola

Adesso anche gli alberi vanno a scuola? Certo, visto che escono da scuola vuol dire che ci vanno. Buono a sapersi. Studieranno botanica, immagino. Certi cronisti della domenica, invece, farebbero bene a tornare a scuola e studiare l’italiano. Oppure, ancora meglio, tornare in campagna a coltivare patate. Tanto per cambiare, il commento che avevo inviato su questo titolo è stato censurato. Come al solito, in barba all’art. 21 della costituzione. E meno male che L’Unione è un quotidiano “indipendente“, di quelli che si battono per garantire la libertà di opinione e di stampa.

Ecco un altro titolo curioso di ieri sul Giornale: “Video di Belen Rodríguez che scappa in mutande“. Cosa c’è di strano? Questa sciacquetta smutandata è sempre nuda. Lo scoop, quindi, non è che fosse in mutande, ma che le mutande le avesse.

Ancora una nudità di giornata, sempre dal Giornale: “Zoe Kravitz nuda come la mamma“. Una volta si cantava “Gobba la mamma, gobba la figlia, gobba la zia e la sorella…“. Oggi, visti i tempi e le nuove tendenze, si potrebbe aggiornare il testo e cantare “Nuda la mamma, nuda la figlia, nuda la zia e la sorella; era nuda pure quella, era nuda pure quella…“.

Oggi per avere spazio e attenzione mediatica devi appartenere alle categorie protette: gay, lesbiche, trans, immigrati, neri afroislamici, rom e assimilati. Oppure mostrarsi nude sui media. Più sono nude e meglio è. Prima o poi, per essere nude che più nude non si può, si toglieranno anche la pelle e, per dimostrare che sono anche belle dentro,  mostreranno le radiografie o la TAC, come la famosa la RX torace di Marilyn Monroe (qui sotto)  che, insieme ad altri oggetti personali, fu venduta all’asta per 45.000 dollari).

Marilyn Monroe chest xray sold at auction

Scene di ordinaria demenza; dal Grande fratello Vip: “Cecchi Paone: Elia è razzista“.  Il motivo? Elia ha chiamato “tarantino” un altro ospite della casa (non so chi siano, ma è irrilevante). Evidentemente dare del “tarantino” (nel senso di abitante di Taranto) è un insulto (una variante di “terrone“); anzi, è razzismo. Ormai il razzismo lo mettono dappertutto; anche nella carbonara.  Infatti, invece che fare spaghetti o un risotto al nero di seppia, fanno la carbonara che è in bianco. Se non è razzismo questo; giusto?

Il dubbio, però riguarda Alessandro Cecchi Paone e la sua costante e quotidiana presenza in qualche canale televisivo, qualunque sia l’argomento in discussione nel programma. Sono in due ad avere questa rarissima dote; Cecchi Paone e Alba Parietti. Ora sorge un dubbio. Paone è sempre in TV perché è particolarmente bravo, colto, capace e dotato di una mostruosa cultura enciclopedica che gli consente di disquisire di tutti gli argomenti dello scibile umano?  Oppure semplicemente perché è gay?

Genialate grulline: ritorno alla terra. Ecco la proposta: “Terreni a chi ha tre figli“. Ricorda molto i famosi “40 acri ed un mulo” che venivano assegnati ai primi coloni americani o agli ex schiavi neri come risarcimento. Regaleranno anche il mulo? Oppure, per essere più in sintonia con il livello intellettuale di questi pensatori nostrani, regaleranno un somaro?

asini

Quale sinistra?

La sinistra non è di sinistra“, scriveva Luca Ricolfi nel 2005 in Cari compagni, vi spiego perché siamo antipatici. Ora esce il nuovo libro “Sinistra e popolo” (Ed. Longanesi) , che sembra il naturale seguito di quel fortunato libro. L’autore è un sociologo e scrittore, un intellettuale che, giusto per dargli una collocazione ideologica (è il nostro sport preferito) si può dire che appartenga a quella vasta area della sinistra in cui c’è posto per tutti, cani e porci, visto che il segretario del maggior partito di sinistra è un tale Matteo Renzi che sta alla sinistra come Cicciolina sta al catechismo. I dirigenti, militanti, sostenitori e simpatizzanti della sinistra dovrebbero leggerlo con attenzione; perché sono considerazioni sulla sinistra fatte da un uomo di sinistra. Ma temo che da quelle parti non abbiano mai letto neppure il primo libro di Ricolfi. Altrimenti sarebbero in crisi. Ecco un’intervista all’autore pubblicata ieri sul Giornale.it.

La sinistra ha scelto immigrati ed élite, ma ignora il popolo.

Lunga ma necessaria citazione dal nuovo saggio del sociologo Luca Ricolfi Sinistra e popolo (Longanesi, presentato qui a Tempo di Libri, domani in Sala Courier): «La gente pensa che gli immigrati siano un pericolo? La sinistra le spiega che la diversità è un valore. La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità. La gente pensa che l’Unione Europea sia un problema? La sinistra le spiega che l’Europa non è il problema, ma la soluzione. La gente pensa che il terrorismo islamico abbia dichiarato guerra all’Occidente? La sinistra le spiega che non si tratta di una guerra, che l’Islam non c’entra nulla, e che anzi gli attentati potrebbero essere una preziosa occasione per riprendere la costruzione dell’edificio europeo».

Professore, perché la sinistra non vede mai il problema?
«Perché se lo vedesse dovrebbe fare autocritica e reinventarsi, abbandonando il suo insediamento sociale fra i cosiddetti ceti medi riflessivi».

Professore, Lei ha scritto un saggio di 250 pagine che può essere sintetizzato, paradossalmente, dalla citazione in esergo di J.-M. Naulot: Populista è l’aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle. La domanda è: cosa è successo tra il popolo e l’area culturale-politica che designiamo come sinistra?
«Sono successe molte cose, ad esempio il fatto che la sinistra si occupa quasi esclusivamente di immigrati e ceti medi, e si è in gran parte dimenticata dei ceti popolari. Specie se nativi. Ma il punto non ovvio della mia ricostruzione è che io faccio risalire l’inizio del distacco molto indietro nel tempo, a 40 anni fa, ai tempi di Berlinguer e del compromesso storico. Voglio dire che è del tutto fuorviante pensare che sia stato Renzi a creare il distacco con i ceti popolari, perché quel distacco era già molto profondo negli anni di Prodi, D’Alema e Bersani. Quel che è sorprendente è che di tale distacco si parli solo adesso, e lo si metta tutto in conto a Renzi. La fede nel mercato e nelle regole europee, la tendenza a sottovalutare i problemi della sicurezza e dell’immigrazione, la preferenza per temi come le coppie gay, la fecondazione assistita, l’ecologia, sono cose che pre-esistono all’ascesa di Renzi».

Cosa c’entra in tutto questo il complesso di superiorità della sinistra che aveva smascherato nel suo saggio “Perché siamo antipatici” del 2005?
«C’entra nel senso che la rivolta contro il politicamente corretto è, insieme alla domanda di protezione economica e sociale, un ingrediente essenziale del populismo, sia in Europa sia in America».

L’elezione di Trump, la Brexit, il voto a all’ultra-destra in Austria, Marine Le Pen in Francia, i 5 Stelle da noi. Perché il popolo è in rivolta verso l’establishment?
«Le due determinanti essenziali del populismo sono la profondità della crisi e la paura del terrorismo e dell’immigrazione. Però il fatto che l’ascesa del populismo abbia assunto i tratti di una rivolta contro l’establishment ha molto a che fare, a mio parere, con la diffusione del politicamente corretto. Quando, 12 anni fa, pubblicai “Perché siamo antipatici?” il politicamente corretto era ancora percepito prevalentemente come un’aberrazione del mondo di sinistra. Oggi è diventato una sorta di biglietto da visita della classe dirigente, del cosiddetto establishment. È diventato una sorta di tratto distintivo delle persone per bene, civili, benpensanti, rispettabili. Ecco perché chi tende a imputare tutti i nostri mali all’establishment finisce anche per ribellarsi al politicamente corretto».

Ma in ciò che la sinistra benpensante e politicamente corretta liquida come populismo ci sarà qualcosa che non è da buttare. Cosa?
«In un certo senso quasi tutto, perché la domanda di protezione dalla crisi economica e dalla criminalità, dalle diseguaglianze e dal disordine sociale è più che fondata. Il problema del populismo non sono le domande, ma le risposte, che raramente sono all’altezza dei problemi».

Lei si ritiene ancora di sinistra?
«Ma che cos’è la sinistra oggi? Per dirla con Alfonso Berardinelli non credo che la sinistra sia di sinistra, una frase che usai come epigrafe di Perché siamo antipatici. Io credo che il tratto essenziale di una persona di sinistra, o meglio di sinistra liberale che è quella che piace a me, sia di riconoscere l’esistenza di un problema di diseguaglianza nei punti di partenza. Il guaio è che la sinistra attuale, almeno in Italia, si occupa d’altro».

Una volta il popolo era tutelato e garantito dalla Sinistra, dal welfare al lavoro. Ora il popolo fa da solo. In questo senso, ha ancora senso la Sinistra?
«Tendo a pensare che la sinistra, come già oggi accade, svolgerà soprattutto il ruolo di garante dei ceti medi urbani e dell’establishment, specie in settori strategici come la cultura, l’informazione, la magistratura, la scuola. Del popolo si occuperanno gli altri».

Lei nel libro critica Norberto Bobbio, il quale identificando la sinistra con l’uguaglianza e la destra con l’ineguaglianza di fatto fissò il paradigma della superiorità morale. Un peccato di lesa maestà, il suo.
«Ho conosciuto da vicino Bobbio, sia di persona sia attraverso uno scambio epistolare che avemmo su destra e sinistra una ventina di anni fa. Bobbio era un uomo meraviglioso, integro e intellettualmente aperto, non ho mai incontrato una persona così disponibile ad ascoltare gli altri e a prendere sul serio le loro opinioni. Bobbio era curioso, molto curioso dei punti di vista altrui. Proprio perché l’ho conosciuto, sono certo che, se fosse vivo, preferirebbe parlare con me delle nostre differenti vedute su destra e sinistra che bearsi delle lodi che, ancora oggi, provengono da un esercito di discepoli che lo venera come un’intoccabile divinità laica». (Luigi Mascheroni – Il Giornale.it)

Le cose che contano nella vita…

Si dice che la TV sia specchio dei tempi, specchio della realtà. E, come tale, ponga in risalto, evidenzi ed amplifichi i temi importanti della vita reale. Forse è per questo motivo che già dal mattino la TV ti ricorda quali sono le cose che contano veramente nella vita. Si parte col TG, ovviamente, con tutta una serie di notizie utilissime, dalle medaglie olimpiche alle dichiarazioni dei politici, dai morti ammazzati alle novità sul delitto di Cogne, etc. Tutte cose fondamentali e che incideranno notevolmente sullo svolgersi della tua giornata, aiutandoti a risolvere i problemi lavorativi, affettivi ed esistenziali in genere. A seguire, le previsioni del tempo, la percorribilità stradale e…l’oroscopo.

Il tutto per una durata di circa 15 minuti. Pausa per la pubblicità e poi si ricomincia; Tg, tempo, strade e…oroscopo! E così si va avanti per circa un’ora. Inutile cambiare canale; cambiano i suonatori, ma la musica è la stessa. Ora, visto il poco spazio a disposizione è chiaro che quei 15 minuti bisogna utilizzarli al meglio, evitando notizie superflue o poco importanti e cercando di sfruttarlo per parlare di cose veramente importanti e serie. Se ne deduce che…l’oroscopo sia una cosa importante e seria. Ma si può considerare seria una società che considera serio…l’oroscopo?

(E’ un vecchio post del 2004, ma, purtroppo, è sempre valido.)

Astrologia-1

Eppure c’è ancora gente che ci crede. Ma non bisogna sorprendersi: c’è gente che crede che la Terra sia piatta e c’è gente che sta ancora  “Aspettando Godot“.

Un cane andò in cucina (2004)

Un cane andò in cucina e si accostò al fornello. Allora col coltello il cuoco lo sgozzò. Ciò visto gli altri cani scavarono una fossa e sulla terra smossa scrissero con la coda: Un cane andò in cucina e si accostò al fornello. Allora col coltello il cuoco lo sgozzò. Ciò visto gli altri cani scavarono una fossa… Ciò visto gli altri cani scavarono una fossa… Scavarono una fossa…”.
Da “Aspettando Godot”, atto secondo, scena prima, di Samuel Beckett.

 

Tragedie, News e censure

Leggete questa notizia: “Bambina di 4 anni cade dal trattore e muore“. Vi interessa? E quanto vi interessa e perché? Posto che i familiari, amici e parenti della famiglia della piccola vittima sono già al corrente della tragedia, è molto difficile che per altre persone abbia qualche interesse. Se poi pensiamo che l’incidente è avvenuto in Svizzera, è verosimile che per i lettori marchigiani, calabresi o romagnoli non abbia alcun interesse. Ancora meno per i pastori della Barbagia o i minatori del Sulcis, che hanno altri problemi seri a cui pensare. E neppure a zia Bissenticca di Guamaggiore che, con la pensione minima, stenta a campare. Figuriamoci se ha tempo e voglia di preoccuparsi per gli incidenti con i trattori in Svizzera. Eppure questa notizia appare oggi in bella evidenza  nella prima pagina del maggior quotidiano regionale L’Unione sarda.

trattore svizzera

Sono quelle notizie che non interessano nessuno, se non le categorie già citate e gli addetti ai lavori che, con queste notizie riempiono le pagine dei giornali, i siti web, e portano a casa la pagnotta; ci campano. L’Unione sarda in particolare sembra avere una passione speciale per questo tipo di notizie. Vedi “Top News“.

Ecco una pagina di qualche tempo fa in cui compaiono le Top news del giorno:

Unione sarda primo piano

Queste sono le “Top“, le notizie più importanti; figuriamoci le altre, quelle meno importanti. Più che un quotidiano d’informazione sembra un bollettino del soccorso stradale. Lo scrivo spesso sui quotidiani dove è permesso inserire commenti. Ma senza avere risposta. Anzi, il più delle volte i commenti non passano proprio; censurati. Evidentemente i giornalisti possono criticare tutto e tutti, ma nessuno può criticare i giornalisti; non si può sollevare il problema della correttezza e dell’utilità dell’informazione. E’ una particolare interpretazione della “libertà di stampa” che vale solo a favore degli addetti ai lavori. Eppure il problema esiste, ne parlo molto spesso perché è una questione seria. Anche pochi giorni fa sul Giornale veniva riportato un articolo “Troppe opzioni da scegliere? Il cervello va in tilt“.

Appunto, un sovraccarico di informazioni, molto spesso inutili (o addirittura dannose per l’equilibrio psichico, come l’eccesso di  notizie di cronaca nera), appesantisce il cervello e rallenta le normali funzioni mentali. Lo scrivo da anni. Finalmente sembra che anche i ricercatori l’abbiano capito; non tutti e con qualche ritardo, ma ci arrivano. Quando l’ho letto ho avuto una sensazione di Déjà vu, di già visto e sentito. Anzi di più, già scritto, visto che è esattamente quello che penso e dico da sempre e che scrivevo già 20 anni fa in vari forum appena ho cominciato ad usare internet, come nel post “Deframmentazione cerebrale: ovvero, come tenere in ordine il cervello” del 2004.

Ecco un’ultima notizia poco rassicurante che conferma tutti i timori e le ipotesi sul progressivo deterioramento delle facoltà mentali: “Psichiatria: il 50% dei disturbi mentali inizia a 14 anni“. E’ solo l’ultimo degli allarmi sempre più frequenti che vengono lanciati da psicologi e psichiatri. Ma nessuno sembra preoccuparsene. Siamo troppo occupati a seguire gli incidenti coi trattori in svizzera, i selfie delle sciacquette in cerca di gloria, gli amori e le avventure erotico/sentimentali di presunti Vip. Abbiamo il cervello pieno di cianfrusaglie inutili, impegnato ad occuparsi di cazzate sesquipedali spacciate per informazione, non abbiamo tempo per le cose serie.

Nell’Occidente i mass media rinunciano a informare e criticare; preferiscono divertire con il gossip” (Mario Vargas Llosa)

Ma prima torniamo alla notizia in esame e, visto che è molto breve, leggiamola:

Tragedia in Svizzera.
Una bambina di quattro anni è stata travolta e uccisa da un trattore a Brütten, nel canton Zurigo. Stando a una ricostruzione la bimba, nel tardo pomeriggio di ieri, era sul macchinario agricolo guidato da un 64enne – non è chiaro se tra i due ci fosse un rapporto di parentela – che stava effettuando lavori in un campo, quando è caduta a terra ed è stata investita. La piccola è morta per le gravi ferite riportate. La dinamica è tuttora al vaglio degli inquirenti.“.

Tutto qui. Non sempre, ma spesso, commento queste notizie evidenziando qualche incongruenza, errori e lo scarso interesse pubblico delle notizie, sperando (invano) di sollevare qualche dubbio e magari indurre qualcuno degli addetti ai lavori a chiedersi, una volta nella vita, cosa fa, perché lo fa e quale sia l’utilità pratica di quello che fa. Ma senza successo; speranze perdute. L’ho fatto anche oggi. Ecco il commento che ho lasciato nell’articolo:

Quando non abbiamo tragedie in casa nostra, andiamo a cercarle “In su corr’e sa furca” (espressione dialettale che significa “In un posto molto lontano”). L’importante è fornirci ogni giorno la nostra dose quotidiana di incidenti, tragedie familiari e morti ammazzati. Siete sicuri che queste siano notizie di interesse pubblico? Chiedete a zia Peppina di Pompu se le interessa sapere che in Svizzera una bambina è morta cadendo dal trattore. E se tra la bambina ed il conducente ci fosse un rapporto di parentela, oppure avesse chiesto un passaggio.“.

Come immaginavo il commento non è stato pubblicato, censurato. Lascio giudicare a voi cosa ci sia in questo commento di volgare, scurrile, offensivo, calunnioso, offensivo o falso che giustifichi la censura. Ma ormai ci sono abituato.  Oggi, su 4 commenti inviati, ne hanno censurato 3. Niente di scandaloso, siamo nella media quotidiana. Alla faccia dell’art. 21 della Costituzione sulla libertà di espressione.

In quanto all’utilità di certe notizie che spacciano come informazione, ed a conferma del fatto che è un tema che mi sta molto a cuore, ecco un altro post di 15 anni fa in cui ne parlavo “Notizie inutili“. Lo riporto…

Ieri sera, TG4. Fede conclude il Tg con una “notizia di utilità collettiva” (sullo sciopero delle ferrovie). Sue parole testuali “notizia di utilità collettiva ” (Sic ). Ed ho subito la conferma di ciò che penso e dico da anni. E non riguarda solo Fede, purtroppo! Ora, non per voler fare i sofisti, ma… Se ha sentito la necessità di specificare che quella è una notizia di utilità collettiva significa, pari pari, che tutte le notizie date precedentemente non sono di utilità collettiva. Altrimenti non avrebbe avuto senso specificare. Giusto? Ma se le altre notizie non sono utili sono inutili. E se sono inutili, perché le dicono? Piccolo aforisma personale: ” Ciò che non è utile è inutile. Ciò che è inutile è stupido.” Fateci caso, quella che chiamano e definiscono “informazione”, che dovrebbe essere “utile ai cittadini”, altrimenti non avrebbe senso, è composta in gran parte da notizie di cronaca, meglio ancora se cronaca nera. Facciamo una semplice prova. Quando ascoltiamo i TG o leggiamo i quotidiani, proviamo a chiederci “Mi interessa? E quanto?” Ma non intendo la partecipazione emotiva alla notizia. Intendo dire proprio se quella certa notizia è di qualche interesse per me, se ha una qualche utilità pratica immediata o nel futuro. Se siamo onesti ci renderemo conto che la stragrande maggioranza delle notizie che ci propinano stampa e TV non sono di alcun interesse per noi. E’ cronaca. E la cronaca occupa gran parte dell’informazione.

E così non c’è spazio per parlare di argomenti che davvero interesserebbero i cittadini. Fare cronaca è fin troppo facile. Fare informazione vera è molto più difficile ed impegnativo. Ecco perché si preferisce ripiegare sulla cronaca. E farla passare per informazione. Sembra che l’informazione, quella che interessa i cittadini, la faccia un quotidiano di satira “Striscia la notizia“. E vi sembra normale che i problemi veri e reali dell’Italia li debba trattare un pupazzone rosso? Ma non è casuale. Dedicare molto spazio a fatti, avvenimenti e notizie, spesso montati ad arte, consente proprio di non affrontare i veri problemi. E non finisce qui.”.

Riempire giornali e TG, con notizie inutili e superflue o pettegolezzi gossipari è un modo per evitare di parlare di argomenti seri. Sarà una mia fissazione? Non proprio, visto che non solo è quello che dice l’articolo linkato in precedenza, ma è anche (guarda guarda) esattamente quanto dice un Nobel per la letteratura 2010, Mario Vargas Llosa, nel suo libro “La civiltà dello spettacolo” del 2012. Osservazioni e critiche all’informazione, lo spettacolo ed i mass media che anticipava già  in un articolo del 2007 pubblicato su El Pais e ripreso da La Stampa: “Troppe tette e culi“.

Chiuso, basta e avanza. Ora, se queste stesse considerazioni le faccio e le scrivo da una quindicina d’anni, e poi ho anche la conferma da parte di autorevoli ricercatori e perfino premi Nobel, posso dire e pensare che, forse, non mi sbaglio di molto? Oppure non si deve dire, altrimenti mi censurano? Allora bisogna adeguarsi; è vero, ma non lo diciamo.

A proposito di bizzarrie e vezzi linguistici del mondo dell’informazione, vedi questo post del 2014: “Lady Pesc“.

Lady pesc

 

Foa, RAI e pluralismo

Marcello Foa è stato nominato presidente della RAI (“Foa presenta la RAI rock“) e garantisce rinnovamento, rispetto e pluralismo. Ho stima di Foa, come giornalista e scrittore, per la sua onestà intellettuale. Per esempio, è uno dei pochi che denuncia la manipolazione delle notizie e l’uso strumentale dell’informazione. Lo ha fatto di recente, a proprio rischio e pericolo, visto che in quanto giornalista è parte in causa, con un libro “Gli stregoni della notizia. Come si fabbrica informazione al servizio dei governi“. Se non fosse onesto non avrebbe nessun interesse a svelare i trucchi della manipolazione mediatica a beneficio del potere. Bisognerebbe leggerlo, per avere qualche informazione utile per conoscere i trucchi della comunicazione e difendersi dallo strapotere mediatico. Gli auguro buon lavoro.

Foa pluralismo

Ma quando parliamo di correttezza dell’informazione e di pluralismo, specie in RAI, bisogna andarci con i piedi di piombo, perché da quelle parti devono avere uno strano concetto di cosa sia il pluralismo. Dovrebbe essere l’applicazione di criteri che garantiscano a tutti la libertà di espressione ed un’equa rappresentanza delle varie appartenenze politiche di giornalisti, opinionisti e commentatori in TV. Sarà così? Vediamo di citare a memoria alcuni dei più noti volti della TV: Bruno Vespa, Maurizio Costanzo, Michele Santoro, Corrado Augias, Massimo Cacciari, Corrado Formigli, Riccardo Iacona, Gad Lerner, Bianca Berlinguer, Lilli Gruber, Beppe Severgnini, Paolo Mieli, Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Peter Gomez, Marco Damilano, Lucia Annunziata, Giovanna Botteri (corrispondente RAI da New York), Antonio Caprarica (ex corrispondente RAI da Londra), Sergio Rizzo, Furio Colombo, Giovanni Floris, Fabio Fazio, Massimo Gramellini, Gerardo Greco, Serena Bortone (Agorà), Carlo Lucarelli, Salvo Sottile, Franca Leosini, Enrico Mentana, Paolo Liguori, Mirta Merlino, Tiziana Panella, Alessandra Sardoni, Federica Sciarelli, Giovanni Minoli, Monica Maggioni, Daria Bignardi, Antonio Di Bella, Corradino Mineo (già direttore di RAI News24 e poi parlamentare del PD), Ritanna Armeni, Giampiero Mughini, Erri De Luca  etc. Qualcuno lo dimentico, ma questi bastano e avanzano a dare un’idea del pluralismo in TV. A parte Vespa, tutti gli altri, più o meno apertamente schierati e militanti,  sono di area sinistra. Chiaro?

Molti anni fa evitavo di guardare programmi e talk show come Annozero (li evito ancora oggi; insopportabili) per non rovinarmi il fegato con la visione delle facce di Santoro, Travaglio, Vauro, Ruotolo e compagnia bella (chissà perché questi personaggi di sinistra hanno tutti queste facce strane). Diceva Leo Longanesi: “Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano quelle idee.”.

travaglio santoro vauro
Già allora si parlava spesso della necessità di garantire il pluralismo dell’informazione. Ed uno dei più accaniti sostenitori della necessità di dare voce e uguale spazio alle diverse parti sociali e orientamenti politici era proprio il nostro tribuno del popolo, Michele Santoro. In pratica, avevano il monopolio dell’informazione, della satira e dell’intrattenimento, ma si lamentavano sempre di non avere abbastanza spazio e libertà. Gli si adatta alla perfezione una famosa prima pagina del Male: “Hanno la faccia come il culo“. Così una sera, notando che gli ospiti in studio erano tutti appartenenti alla sinistra, presi nota dei loro nomi e ci ricavai un post: “Santoro e il pluralismo“.

Santoro e il pluralismo (2010)
Si sente spesso ripetere, specie a sinistra, che in televisione bisogna garantire la libertà di espressione ed il pluralismo. Bene, è giusto che siano presenti le diverse componenti politiche e sociali e che siano liberi di esprimere le proprie opinioni. Facciamo un esempio pratico di pluralismo con un programma molto seguito: Annozero di Santoro.
Nella puntata di oggi si parla della crisi della maggioranza e dei problemi del Governo, a seguito della rottura dei finiani. Per discutere dell’argomento, “garantendo il pluralismo e la parità di rappresentanza“, dovrebbero essere presenti, in pari numero, esponenti della maggioranza e dell’opposizione. Infatti sono presenti in studio: Pierferdinando Casini (UDC, all’opposizione), Matteo Renzi (sindaco di Firenze del Partito democratico; opposizione), Italo Bocchino (del FLI, Futuro e libertà per l’Italia di Fini, quelli che hanno chiesto le dimissioni di Berlusconi; opposizione), Luisella Costamagna e Luca Telese (entrambi di area sinistra e conduttori di un programma su La7. Telese scrive sul Fatto quotidiano di Travaglio. E infine, giusto per salvare la faccia e fingere di dare spazio a tutti, Maurizio Belpietro (direttore di Libero).

Domanda per i più preparati: chi c’è in studio a rappresentare il PDL ed il Governo? Vista la complessità della domanda, avete 48 di tempo per rispondere. Dopo, se siete stati bravi ed avete scoperto che in studio non c’è nessuno del governo, del PDL e della maggioranza,  avrete fatto anche un’altra scoperta: questo è un esempio chiarissimo di ciò che a sinistra chiamano “Pluralismo“; una specie di riunione tra vecchi compagni alla sezione del PCI di Brescello. In pratica significa avere più ospiti e commentatori; purché siano tutti di sinistra. Più ospiti antiberlusconiani ci sono, più il “pluralismo” viene bene. Ed anche la libertà di espressione è garantita perché tutti sono liberissimi di parlare; sì, purché parlino male di Berlusconi e del Governo. E’ l’applicazione del famoso motto attribuito a Stalin il quale, quando convocava i suoi collaboratori, usava dire “Potete esprimere liberamente le vostre idee, purché siate d’accordo con me.”.

Agli ospiti in studio aggiungete l’inviato speciale a Brescia, l’assistente santoriana con diritto di parola, parla poco e dice ancora meno (non ho ancora capito come si chiami), l’evangelista Marco…Travaglio, il vignettista Vauro ed il “bravo conduttore” Santoro (tutti rigorosamente “sinistrati”). Ora, a voler essere proprio generosi e, in assenza degli esponenti del Governo, considerando Belpietro come “delegato” a rappresentare la maggioranza, sono in 11 (undici) contro 1 (uno). Più pluralisti di così!

Chissà cosa pensa di questo fulgido esempio di “pluralismo” la Commissione di vigilanza. Sapete, quelli che, cronometro alla mano, segnano quanti secondi i TG dedicano alla maggioranza e quanti all’opposizione. E se qualcuno dedica 10 secondi in più al Governo, invece che agli insulti di Di Pietro contro Berlusconi, scattano multe e sanzioni. Mah, magari, dopo tanti cronometraggi della giornata, sono stanchi, vanno a letto presto ed Annozero neanche la vedono. Sì, immagino che sia così.

Ma c’è sempre l’altra faccia della medaglia. Vedi questo post del 2011: “Santoro flop, il lato B

Masquerade

Vedi: Il ’68 (album di famiglia dei sessantottini di successo)