Sveglia, gente (Fallaci e l’islam)

Sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente oppure d’apparire razzisti, (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata all’Inverso. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia e dalla cretineria dei Politically Correct, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione forse, (forse?), comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad, Guerra Santa. Una guerra che forse non mira alla conquista del nostro territorio, (forse?), ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime: alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà, all’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci.

Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. Distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri.

Cristo! Non vi rendete conto che gli Osama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador anzi il burkah, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare?

Non v’importa neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. Irrimediabilmente atea. E non ho alcuna intenzione d’esser punita per questo da barbari che invece di lavorare e contribuire al miglioramento dell’umanità se ne stanno col sedere all’aria cioè a pregare cinque volte al giorno. Da vent’anni lo dico, da vent’anni. Con una certa mitezza e non con questa collera, con questa passione, vent’anni fa su tutto ciò scrissi un articolo di fondo.

Era l’articolo di una persona abituata a stare con tutte le razze e tutti i credi, d’una cittadina abituata a combattere tutti i fascismi e tutte le intolleranze, d’una laica senza tabù. Ma nel medesimo tempo era l’articolo d’una persona indignata con chi non sentiva il puzzo d’una Guerra Santa a venire, e ai figli di Allah gliene perdonava un po’ troppe. Feci un ragionamento che anche allora suonava pressappoco così: «Che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o presunta cultura quando essi disprezzano la nostra? Io voglio difendere la nostra, e v’informo che Dante Alighieri e Shakespeare e Molière e Goethe e Walt Whitman mi piacciono più di Omar Khayyam». Apriti cielo. Mi mangiarono viva. Mi esposero alla pubblica gogna, mi crocifissero.

«Razzista, razzista!». Furono le cicale di lusso anzi i cosiddetti progressisti (a quel tempo si chiamavano comunisti) a crocifiggermi. Del resto l’insulto razzista-razzista me lo presi anche quando i sovietici invasero l’Afghanistan. Li ricordi i barbuti con la sottana e il turbante che a ciascun colpo di mortaio gridavano le lodi del Signore cioè il bercio Allah akbar, Dio-è-grande, Allah-akbar? Io li ricordo eccome. E a sentir accoppiare la parola Dio al colpo di mortaio, mi venivano i brividi. Mi pareva d’essere nel Medioevo e dicevo: «I sovietici sono quello che sono. Però bisogna ammettere che a far quella guerra proteggono anche noi. E li ringrazio». Riapriti cielo.

«Razzista,razzista!». Nella loro cecàggine non volevano neanche sentirmi parlare delle mostruosità che i figli di Allah commettevano sui militari sovietici fatti prigionieri. Ai militari sovietici segavano le gambe e le braccia; rammenti? Un vizietto cui s’erano già abbandonati in Libano coi prigionieri cristiani ed ebrei. (Né è il caso di meravigliarsi, visto che nell’Ottocento lo facevano sempre ai diplomatici e agli ambasciatori. Soprattutto inglesi. Anzi a loro tagliavano anche la testa, e con questa giocavano a buskachi. Una specie di polo.
Le gambe e le braccia, invece, le esponevano come trofei nelle piazze o al bazaar. Tanto che gliene importava, alle cicale di lusso, d’un povero soldatino ucraino che giaceva in un ospedale con le braccia e le gambe segate? Nel loro cinismo applaudivano addirittura gli americani che, rincretiniti dalla paura dell’Unione Sovietica, riempivan di armi l’eroico-popolo-afgano. Addestravano i barbuti e coi barbuti (Dio li perdoni, io no) un barbutissimo di nome Osama Bin Laden. «Via i russi dall’Afghanistaaan! I russi devono andarsene dall’Afghanistaaan!». Bè, i russi se ne sono andati. Contenti? E dall’Afghanistan i barbuti del barbutissimo Osama Bin Laden sono arrivati a New York con gli sbarbati siriani, egiziani, iracheni, libanesi, palestinesi, sauditi, tunisini, algerini, insomma coi diciannove che componevano la banda dei kamikaze identificati. Contenti?

Da quando i nostri nemici ci hanno regalato l’Undici Settembre, le cicale non si stancano mai di ripetere che i mussulmani sono una cosa e i fondamentalisti o integralisti mussulmani un’altra. Che il Corano ha molte versioni, che viene letto con molte interpretazioni, ma in ogni sua versione ed interpretazione predica la pace e la fratellanza e la giustizia. (Lo dice anche Bush. Per tenersi buoni i suoi cinque milioni di americani arabo-mussulmani, suppongo. Per indurli a spifferare quel che sanno su eventuali parenti o amici devoti a Osama Bin Laden. Povero Bush). Ma in nome della logica: se il Corano è tanto fraterno e tanto pacifico, come la mettiamo col fatto che il Profeta fosse uno spietato guerriero e quindi un uomo tutt’altro che fraterno e pacifico? Come la mettiamo col fatto che avesse personalmente guidato ventisette battaglie, personalmente sgozzato settecento nemici, personalmente incendiato tre città? Come la mettiamo col fatto che i suoi avversari li liquidasse come un capo mafioso, che i suoi rivali li eliminasse con atrocità da rabbrividire? (…) Come la mettiamo col fatto che il Corano predichi senza sosta la Guerra Santa, che i paesi dove non regna l’Islam li definisca «Dar al-Harb» cioè Terra-da-conquistare?

Come la mettiamo col fatto che i non-mussulmani li chiami cani-infedeli, che li tratti da inferiori anche se si convertono, che lungi dal raccomandare un qualsiasi perdono imponga la legge dell’Occhio-per-Occhio-e-Dente-per-Dente, che tale legge la consideri il Sale della Vita? Come la mettiamo con la faccenda del chador o meglio del burkah che copre le donne dalla testa ai piedi, volto compreso, sicché per vedere quel che c’è al di là di quel sudario una disgraziata deve guardare attraverso la fittissima rete posta all’altezza degli occhi? Come la mettiamo con la faccenda della poligamia ossia delle quattro mogli (però su speciale dispensa dell’Arcangelo Gabriele il Profeta ne aveva sedici), o con la faccenda degli harem dove le concubine e le schiave vivono a mo’ di prostitute nei bordelli? Come la mettiamo con la storia delle adultere lapidate o decapitate, e della pena capitale per chi beve alcool? Come la mettiamo con la legge sui ladri a cui il Corano ingiunge di tagliar la mano, al primo furto la sinistra, al secondo furto la destra, al terzo non so cosa però mi pare che al terzo il castigo consista nel bucare le pupille con un ferro rovente? Cito a caso, affidandomi alla memoria. Certo il Sacro Libro offre esempi ancora più gravi. Nondimeno questi bastano, e non mi sembra che esprimano pace e fratellanza e misericordia e giustizia. Non mi sembra nemmeno che esprimano intelligenza.

E a proposito d’intelligenza: è vero che gli odierni santoni della Sinistra o di ciò che chiamano Sinistra non vogliono udire ciò che dico? È vero che a udirlo danno in escandescenze, strillano inaccettabile-inaccettabile? Si son forse convertiti tutti all’Islam e anziché le Case del Popolo ora frequentano le moschee? Oppure strillano così per compiacere il Papa che su certe cose apre bocca solo per chiedere scusa a chi gli rubò il Santo Sepolcro? Boh! Lo zio Bruno aveva ragione a dire che l’Italia non ha avuto la Riforma ma è il paese che ha vissuto più intensamente la Controriforma. (…) Oh, sì, mio caro. La Crociata all’Inverso, la Crociata dei nuovi Mori dura da tempo. È ormai irreversibile e per avanzare non ha bisogno di eserciti che a colpi di bombarda abbattono le mura di Costantinopoli. Cannoneggiate dalla nostra misericordia, dalla nostra debolezza, dalla nostra cecità, dal nostro masochismo, le mura delle nostre città sono già cadute: l’Europa sta già diventando una gigantesca Andalusia. Per questo i nuovi Mori con la cravatta trovano sempre più complici, fanno sempre più proseliti.

Boumedienne

(Dichiarazione del presidente algerino Boumédiène all’ONU,  aprile 1974)

Per questo diventano sempre di più, pretendono sempre di più, ottengono sempre di più, spadroneggiano sempre di più. E se non stiamo attenti, se restiamo inerti, troveranno sempre più complici. Diventeranno sempre di più, pretenderanno sempre di più, otterranno sempre di più, spadroneggeranno sempre di più. Fino a soggiogarci completamente. Fino a spengere la nostra civiltà. Ergo, trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Cullarci nell’indulgenza o nella tolleranza o nella speranza, un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso. (Oriana Fallaci – da “La rabbia e l’orgoglio” 2001)

Integrazione

Vedi. “Aspiranti cadaveri, 2011.

Razzismo e antirazzismo

Se siete accaniti lettori di Saul Bellow o di V. S. Naipaul, di Mordecai Richler o di Martin Amis, di Ian McEwan o di Michel Houellebecq, insomma di celebrità meritatamente riconosciute nella repubblica delle lettere contemporanee, sappiate che i vostri scrittori preferiti sono stati prima o poi bollati con un verdetto tanto infamante quanto grottesco: «razzisti». Vi immergete nei romanzi di disgustosi portabandiera del razzismo e neanche lo sapevate? Per forza: non è vero. Non è vero, cioè, che quei meravigliosi scrittori siano razzisti. Ma è vero che c’è molta gente, nei tribunali dell’opinione pubblica, disposta a un uso sempre più spregiudicato di quell’accusa, diventata oramai una delle formule più fruste a disposizione dei sacerdoti dell’ortodossia politicamente corretta.

Del resto, come diceva Richler, «chi è politicamente corretto non ha senso dell’umorismo». E infatti, come ha raccontato Christian Rocca, le vestali del politicamente corretto, desolatamente prive di ogni barlume di senso dell’umorismo e dell’ironia, liquidarono il padre di Barney Panofsky come l’epitome di ogni nefandezza scorrettamente razzista, sottovalutando tuttavia il devastante sarcasmo con cui Richler era capace di demolire chi lo accusava di coltivare «pregiudizi contro gli afroamericani»: «Può dirlo forte», era la sua sprezzante risposta. Battuta feroce, a dire il vero, che bisogna essere Richler – Panofsky per pronunciare senza arrossire.

Non ha sorriso affatto invece Naipaul, l’ultimo scrittore ad aver subito gli strali di chi usa con disinvoltura l’arma di un presunto «razzismo» per squalificare uno scrittore troppo incline a lambire i confini del mondo infetto del politicamente scorretto. In Turchia, alla fine di novembre, volevano impedirgli addirittura di parlare, rinfacciandogli un’ostilità di lunga data verso l’islamismo fondamentalista, che di razzista non aveva e non ha niente ma che pure fu diagnosticata come inequivocabile sintomo di un inguaribile e morboso «razzismo». Poi è stato il turno di Robert Harris a proiettare l’ombra lunga del sospetto di razzismo a proposito di uno splendido reportage di Naipaul sul continente nero, pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo La maschera dell’Africa. Un incidente per Harris, che pure di senso dell’umorismo se ne intende assai, a giudicare dalla verve esilarante con cui ha minuziosamente raccontato il grande inganno in cui navigati editori ed illustri storici e giornalisti furono intrappolati con i falsi diari di Hitler. Ma stavolta l’autore di Fatherland ha clamorosamente sbagliato bersaglio: Naipaul non è razzista, e il suo libro, immerso nei misteri, nelle magie, nelle stregonerie, nelle crudeltà e nelle credulità dell’enigma africano, non ha nessuna assonanza morale e ideologica con i deliri sulla «ineguaglianza delle razze» partoriti dalla mente febbrile del conte de Gobineau. Solo che quel marchio deplorevole, «razzista», è rimasto indelebilmente impresso sulla fama di Naipaul. Il quale però, a differenza, di Richler, non è capace di riderne.

Peccato, ma un po’ si comprende la sua riluttanza a buttarla sullo scherzo. Non è uno scherzo, infatti, la ripetitività supponente, la tenacia intimidatoria, la caparbia malignità di chi dà impunemente del «razzista» a chiunque sia o appaia ideologicamente o culturalmente avverso. Gratificando con nobili patenti culturali i razzisti veri e perciò pericolosi. E banalizzando il razzismo autentico, quello spietato che ammorba come una nube tossica pregiudizi e comportamenti molto diffusi nella società contemporanea.

Ma Richler e Naipaul non sono state le uniche vittime di questa banalizzazione del razzismo, adoperato come formula onnicomprensiva e dunque sempre più generica e vuota di significato. Un’invettiva senza senso, e nulla di più. Anche a un uomo mite come George Steiner, critico letterario finissimo ed esempio di una moralità intellettuale inattaccabile, è capitato due anni fa di essere proditoriamente arruolato nella congrega dei razzisti letterari. Solo per una battuta. Questa: «È molto facile stare seduti qui a casa a Cambridge, e dire che il razzismo è orribile; ma venitemi a chiedere di ripeterlo dopo che una famiglia giamaicana con sei figli si è stabilita accanto a casa mia a suona reggae e rock’n’roll tutto il giorno».

Per questa battuta non proprio originale Steiner è stato additato al pubblico ludibrio come un «razzista» (qualcuno, più bonario, si è limitato a un’aggressione più convenzionale, chiamando Steiner «vecchio capriccioso»). Magari la battuta non era delle migliori. Troppo scontata. Troppo ovvia e da «uomo della strada». Ma «razzista», addirittura? «Razzista» un uomo come Steiner, che mai nella sua vita ha concepito un pensiero che possa avvicinarlo alle imprese teppistiche del Ku Klux Klan? E infatti Steiner, sbigottito e attonito, non l’ha affatto presa molto bene.

E chissà quale comprensibile furia avrebbe travolto un uomo sanguigno e combattivo come il grande Saul Bellow nell’apprendere che la città di Chicago (Chicago e Bellow, due entità inscindibili, come Woody Allen e New York) voleva negare all’autore di Herzog una targa commemorativa perché, sostenevano i solerti detrattori, non è lecito gratificare con un riconoscimento postumo un bieco «razzista». E perché poi Bellow sarebbe stato un «razzista»? Anche stavolta, per una frase sarcastica e corrosiva che lasciò senza fiato i guardiani della verecondia lessicale: «Chi è il Tolstoj degli Zulu? Il Proust degli abitanti di Papua? Sarei lieto di poterli leggere».

Un concentrato di disprezzo per tutto ciò che non è «occidentale», sentenziarono i suoi detrattori. Un’arguzia da «razzista» impenitente. E quel marchio è evidentemente rimasto sulla grandezza di Bellow. Già peraltro stritolata dall’infaticabile macchina del sospetto antirazzista, quando, dopo l’uscita di un romanzo che fece scalpore e destò scandalo nell’America liberal come Il pianeta di Mr. Sammler, il malcontento politicamente corretto si appuntò su una figura centrale di quel contestatissimo romanzo, un nero possente e prepotente che nell’androne di un palazzo usava minacciare l’inerme protagonista sfoderando la sua inconsueta prestanza fisica in segno di comando e di terrore. Ce n’era abbastanza per rovesciare sull’ebreo Bellow l’accusa più prevedibile: «razzista». Anche quella volta: l’ennesima volta.

Il «razzismo» immaginario, poi, entra con grande disinvoltura nel gioco di specchi che si instaura tra un autore e la sua opera letteraria. Bellow fu accusato di razzismo per come un afroamericano veniva raffigurato nel Pianeta di Mr. Sammler. Ma anche le disavventure del Coleman Silk ne La macchia umana di Philip Roth, vittima dei deliri politicamente corretti, furono interpretate da qualche pasdaran del «correttismo» politico come una proiezione delle ambiguità dello stesso Roth sulla questione razziale. E si sostenne addirittura che dietro quell’equivocato «spooks» rivolto agli studenti di colore che costerà tantissimo al protagonista del romanzo si annidasse (in fondo anche Coleman Silk era un nero rinnegato) una segreta ambivalenza dell’autore nei confronti dei «negri». Una stupidaggine, un’enormità, che però procurò a Philip Roth la solita, stolta, logora ma sempiterna accusa di «razzismo».

Razzismo immaginario. Come quello che venne scaraventato addosso a Michel Houellebecq, accusato di virulenta e compulsiva «islamofobia» per il suo Piattaforma (analoga, scontata denuncia che precipitò sugli scritti e sullo stile di Oriana Fallaci, peraltro). Qualcosa di meno, rispetto al «razzismo anti-islamico» di cui venne accusato Salman Rushdie per i suoi Versi satanici che gli attirarono nientemeno che una fatwa. Qualcosa di più, perché l’accusa di «razzismo» rivolta a Houellebecq si muterà addirittura in un caso giudiziario, trasformando un’opera letteraria in un reato, e una stroncatura in una requisitoria da declamare in un’aula di tribunale. Un (presunto) delitto morale diventa delitto tout court, perseguibile per legge. La censura letteraria era un tempo manifestazione arrogante di una persecuzione che procurava simpatia e solidarietà nei confronti della vittima cui veniva negata la libertà d’espressione. Armandosi di una nobile motivazione «anti-razzista», la censura cambia radicalmente significato e diventa un atto meritorio ed eticamente doveroso.

Ecco perché non suscitò molto scalpore il grottesco gioco al rilancio che negli anni scorsi mise sul banco degli imputati i (presunti) scrittori «razzisti» Martin Amis e Ian McEwan. Per aver confessato di «detestare» le società dominate dal fondamentalismo islamico, luogo di oppressione delle donne e di discriminazione degli omosessuali, inquinate da un «velenoso culto della morte» e avvilite da «un’ideologia mortifera paragonabile al nazismo», Amis venne marchiato con la solita accusa di «razzismo» dall’intellettuale marxista Terry Eagleton («Amis parla come il British National Party», il partito xenofobo inglese), il quale, non pago della demolizione del nemico Martin Amis, arricchì la sua invettiva con una raffica di insulti per il padre di Martin, lo scrittore Kingsley Amis, anche lui «un razzista, uno zoticone, un ubriacone, misogino e omofobico». Amis (figlio) venne difeso da McEwan, che trovava «logicamente assurda e moralmente inaccettabile» l’accusa di razzismo rivolta al suo «caro amico».

«Settant’anni fa», aggiunse McEwan, «un critico dell’Unione Sovietica poteva aspettarsi di essere definito fascista». Oggi il nuovo, pretestuoso insulto politico scagliato contro i nemici del totalitarismo è diventato «razzista». Il paradosso fu che la generosa arringa difensiva di McEwan pose le basi per una nuova, ulteriore accusa di «razzismo», stavolta lanciata contro chi, per soccorrere un amico infamato da una definizione tanto assurda, si domandava se davvero fosse esente da critica una società, come quella modellata sui precetti dell’islamismo radicale, nonché asfissiata da una «mancanza di libertà per le donne e da un’intolleranza verso l’omosessualità». Seguì un dibattito abbastanza grottesco dove, tra l’altro, lo scrittore inglese di origine pakistana Hanif Kureishi se ne uscì con una fantastica e calibratissima distribuzione di colpe: «Non credo che McEwan sia razzista, Martin Amis invece probabilmente lo è». Quale fosse il metro di giudizio, il canone di valutazione per distinguere un «non credo» da un «probabilmente», non è ancora dato di sapere.

Resta invece il retrogusto amaro di uno svilimento delle parole, dello svuotamento semantico che l’abuso del «razzista» rivolto a scrittori sgraditi procura a un fenomeno serissimo e seriamente preoccupante come il razzismo. Quello vero, non quello fantasticato da chi, prigioniero del luogo comune, non è nemmeno capace di emanciparsi dallo stereotipo dell’insulto. «Razzista» in letteratura è uno di questi stereotipi. Saul Bellow e Martin Amis, Naipaul e McEwan, Philip Roth e George Steiner saprebbero far di meglio. Magnifici scrittori, altro che «razzisti». (Pierluigi Battista – Corriere.it) , dicembre 2010

Scuola in piazza

Una volta gli studenti andavano a suola; oggi vanno in piazza. Comincia l’anno scolastico e, immancabilmente, cominciano le proteste, i cortei, i vandalismi e le prove di guerriglia urbana. Ieri sono scesi in piazza in diverse città, bloccando il traffico, inscenando le solite prove di guerriglia urbana e vandalismo, bruciando i manichini di Salvini e Di Maio, e creando disagi alla popolazione, per protesta contro il “governo del cambiamento“. (Vedi immagini)

studenti corteo

Sono i nipotini di quelli che nel ’68 scendevano in piazza contro il conformismo borghese e chiedevano il “cambiamento“; volevano cambiare il mondo. Oggi sono contro il cambiamento; avranno avuto una crisi esistenziale ed hanno cambiato idea. Oppure hanno cambiato gli spinelli e gli effetti derivanti.

 Studenti d’Italia (ottobre 2015)

Puntuali come le tasse, con l’inizio del nuovo anno scolastico, arrivano le prime manifestazioni studentesche. C’è sempre qualche buon motivo per scendere in piazza, urlare qualche slogan inventato per l’occasione dal creativo del gruppo, agitare bandiere, cartelli e striscioni e farsi una giornata di vacanza col pretesto di manifestare per una giusta causa (c’è qualcuno che ci crede davvero). La manifestazione di protesta, lo sciopero, la contestazione, fanno parte dell’immagine pubblica dello studente modello; così intrinseche alla scuola che, forse, la “contestazione studentesca” diventerà materia di studio e verrà inserita direttamente nei programmi scolastici ministeriali, con tanto di ore settimanali di lezione, esercitazioni, interrogazioni, prove pratiche e, naturalmente, esame finale (con interrogazione di gruppo e 6 politico).

La contestazione studentesca è ormai istituzionalizzata e fa parte, a pieno titolo, dei riti sociali che scandiscono il calendario delle celebrazioni ufficiali, delle festività nazionali, dei santi patroni. Forse, per facilitare la partecipazione e l’organizzazione programmata degli eventi, le date verranno riportate direttamente nel calendario ufficiale; così sarà più facile prepararsi in tempo e non correre il rischio di saltare qualche manifestazione importante. Che sia una cosa seria e fondamentale lo si capisce anche dall’incipit di questa breve nota Ansa di ieri: “Gli studenti, medi e universitari, sono tornati in piazza oggi in decine di città per la prima mobilitazione ufficiale del nuovo anno scolastico.“. Sembra che contestino per le riforme introdotte con la “Buona scuola” di Renzi. Se protestano contro la buona scuola, figuriamoci cosa farebbero contro quella cattiva: una strage.

Poche parole, ma confermano esattamente quanto dicevo: 1) Si tratta di una manifestazione “ufficiale“, da non confondere con altre manifestazioni sporadiche e non approvate ed autorizzate dai capetti locali del movimento. 2) E’ la “Prima” del nuovo anno scolastico. Il che sottintende che ce ne saranno molte altre e che sono ormai riconosciute come manifestazioni “ufficiali” all’interno della scuola. Le occasioni ed i pretesti per giustificarle non mancheranno. Ed ecco un’immagine della manifestazione di ieri.

studenti milano

Da cosa si capisce che questi sono studenti e non militanti comunisti? Non è facile, ma lo si può capire dalle bandiere rosse; queste sono più piccole di quelle solitamente usate dai compagni rossi più o meno camuffati da anarchici, antagonisti, No global etc. Un po’ a causa della crisi che consiglia di risparmiare sul formato delle bandiere ed un po’ perché gli studenti non hanno grandi disponibilità economiche; la loro paghetta settimanale è poco più di quella di un migrante africano. Quindi è d’uopo risparmiare sulla tela delle bandiere; tanto l’effetto cromatico nel corteo c’è comunque e la bandiera rossa fa sempre la sua bella figura. Se poi si vuole aggiungere un tocco di impegno socio/politico, un pizzico di antifascismo, un omaggio alla Resistenza (cose che ci stanno sempre bene, fanno parte del folklore caratteristico di ogni corteo che si rispetti, e fanno contento Dario Fo), basta intonare Bella ciao ed il gioco è fatto: il massimo.

Siccome, però, organizzare queste manifestazioni costa tempo, impegno e fatica, non si può pretendere che poi questi “studenti che studiano, che si devono prendere una laura“, come direbbe Totò, abbiano anche il tempo di applicarsi sui libri. Non si può chiedere tanto. Infatti non glielo chiedono; si chiude un occhio, si largheggia con i voti e si promuovono tutti, anche i bidelli; pardon, i collaboratori scolastici.

Tanto poi c’è sempre tempo per rimediare alle lacune culturali. Ci hanno già pensato le università di Venezia, Padova, Pisa, Roma; vista la diffusa ignoranza della lingua italiana da parte dei ragazzi appena diplomati, già da qualche anno organizzano per le matricole degli appositi corsi per l’insegnamento della grammatica e della sintassi. Non si parla di corsi di scrittura creativa per aspiranti romanzieri, ma di nozioni elementari di grammatica. Chiaro? Lo ricordava di recente anche il Corriere, citando il caso dell’università di Pisa: “Se l’università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi“.

In verità, il problema è più serio di quanto sembri e non riguarda solo il mondo della scuola. Da una ricerca di alcuni anni fa risulta che un terzo dell’intera popolazione scolastica ha difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Come sia possibile, avendo difficoltà a capire quello che si legge, studiare su un libro di testo, conseguire un diploma ed arrivare all’università, resta un mistero. Ma se si prende in considerazione l’intera popolazione, allora il dato è preoccupante: “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano”.

In questa percentuale ci sono, ovviamente, tutti coloro che la scuola l’hanno frequentata in passato. E se c’è questa diffusa difficoltà a capire un testo significa che tutta questa gente o non ha studiato, o ha studiato male, oppure gli insegnanti non erano all’altezza del loro compito. In ogni caso la scuola ha fallito.
Più di 2/3 della popolazione ha difficoltà a capire il senso di un testo scritto. Un dato allarmante, anche perché nessuno sembra preoccuparsi delle implicazioni e delle conseguenze che, invece, sono devastanti per quanto riguarda la comunicazione, le relazioni interpersonali, l’informazione ed i livello culturale della nazione. Una popolazione che non capisce quello che legge, e non ha, quindi, la capacità di informarsi, come può partecipare in maniera attiva, consapevole e responsabile, alla vita pubblica, lavorativa, sociale, politica?

Così, se i dati forniti da quella ricerca sono reali (e non abbiamo motivo di dubitarne), ancora oggi abbiamo le scuole piene di ragazzi che hanno difficoltà a capire quello che leggono. Ma invece che preoccuparsi, applicarsi maggiormente nello studio e cercare di migliorarsi, scendono in piazza agitando bandiere rosse e protestando contro le riforme scolastiche. Forse il testo della riforma non l’hanno nemmeno letto. Oppure, se dobbiamo dar retta alla ricerca, non l’hanno capito.
Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto; anzi, è del tutto normale e scontato. Sono gli effetti di una scuola in mano ad insegnanti reduci del ’68, quelli che sono arrivati a conseguire una laurea, ed essere abilitati ad insegnare, grazie alle interrogazioni di gruppo, al 6 politico, al vietato vietare, alla contestazione del potere e dell’autorità di qualunque genere, anche e soprattutto quella dei professori, arrivando perfino alle minacce ed all’aggressione fisica. Così intimorivano gli insegnanti ed hanno decretato lo sfascio dell’istituzione scolastica. Il risultato è questo; bandiere rosse e studenti che possono essere scambiati per scioperanti durante un corteo sindacale.

Certo, non si può e non si deve generalizzare, né sui maestri, né sugli alunni. C’erano anche studenti coscienziosi ed insegnanti seri e responsabili; e ci sono ancora. Non tutti gli insegnanti, per fortuna, sono nostalgici sessantottini, cresciuti con il libretto rosso di Mao, Marcuse, fuori l’Italia dalla Nato, l’imperialismo americano, il Vietnam, il capitalismo dei padroni, la lotta di classe, i collettivi, le comuni, il sacco a pelo, sesso libero, il poster di Che Guevara, assemblee permanenti, occupazioni, autogestione, guerriglia urbana, Valle Giulia, spinello ed eskimo d’ordinanza. Non tutti, ma molti sì; qualcuno è anche al governo, è pure sottosegretario all’istruzione (Faraone), difende e giustifica gli studenti che occupano le scuole, e dice che “le occupazioni sono formative ed aiutano a crescere.

Ed oggi ne paghiamo le conseguenze, perché molti di quei sessantottini hanno fatto carriera e sono diventati l’attuale classe dirigente del Paese, occupando posti di responsabilità  in politica, scuola, magistratura, cultura, informazione; specialmente quella genìa di politici di professione, inetti, incapaci, corrotti e corruttori, terzomondisti ipocriti, cattocomunisti mascherati da democratici e progressisti, rivoluzionari mancati con la mente obnubilata da cascami culturali di tragiche ideologie condannate dalla storia, che stanno portando l’Italia alla rovina totale. Se questa è la classe dirigente di oggi, i figli non possono che fare ancora peggio in futuro, quando prenderanno il posto dei padri; cattivi maestri generano allievi ancora peggiori. Ed i segnali premonitori della catastrofe finale si possono già intuire in quella foto: la classe dirigente di domani. Arrangiatevi.

Scorie culturali e residui tossici. 

Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“.”. (Da Scuola e residui tossici)

 

Europa? Che risate (amare)

Il nostro rapporto con l’Europa, specie ultimamente, è piuttosto conflittuale. Ma guai a parlar male dell’EU, si viene accusati di antieuropeismo, ed etichettati come pericolosi populisti, sovranisti, nazionalisti, xenofobi e fascisti. Sarà così? Pochi anni fa Mario Giordano nel suo libro “Non vale una lira” tracciò un ritratto non proprio positivo ed incoraggiante di questa Europa. Ne parlavo nel post “Nouvelle cuisine” e in “Europa, banane e sciacquoni” del 2014.

Europa e sciacquoni (2014)

Il Parlamento europeo, più che un importantissimo e serio organismo politico transnazionale, sembra un’associazione di buontemponi; di quelli che periodicamente si riuniscono per allegre serate all’insegna della goliardia o per mettere in atto scherzi e zingarate in stile Amici miei. Lo si evince dalle proposte bizzarre e strampalate che si discutono nelle austere aule di Bruxelles o Strasburgo e dalle direttive che vengono approvate. Una di queste bischerate, sull’invito a consumare larve, insetti e vermi, la ricordavo di recente nel post “Nouvelle cuisine“. Ma l’elenco delle eurozingarate sarebbe lungo.

La cosa drammatica, tuttavia, è che non si tratta di un ristretto gruppo di amici dediti allo scherzo o alla battuta facile, alla maniera di Quelli della notte di Arbore. No, questa allegra brigata è composta da 751 parlamentari (più un esercito di dipendenti) che godono di lauti compensi e di una lunga serie di benefici e privilegi, al fine di garantire l’espletamento delle loro funzioni in un ambiente comodo, tranquillo e rilassante, con tutti i confort di serie, dove sfogare liberamente la loro fervida fantasia per inventarsi le norme più inverosimili.

Un organismo, insomma, agile, leggero e sobrio, che ci costa la bellezza di 227 milioni di euro solo per stipendi, pensioni, rimborsi, assicurazioni e indennità varie (Vedi “Parlamento UE, costi e sprechi“). A cui si aggiungono 620 milioni di euro per funzionari e dipendenti e circa 100 milioni di euro per servizi esterni, circa 100 milioni di euro per la pubblicazione e diffusione di documenti e accoglienza di visitatori, e 140 milioni per telecomunicazioni. Questo organismo, per essere più snello e funzionale, dispone di tre sedi: una a Bruxelles, in Belgio (dove si riuniscono e lavorano le varie Commissioni), una a Strasburgo, in Francia (dove si riunisce il Parlamento in seduta plenaria per 4 giorni al mese, escluso agosto; ovvero, per soli 44 giorni all’anno), ed una in Lussemburgo, dove hanno sede gli uffici amministrativi ed il segretario generale.

Solo questo assurdo ed ingiustificato andirivieni di parlamentari, funzionari e circa 5.000 persone impiegate a vario titolo ad ogni spostamento fra le tre sedi (con treni, auto, aerei e camion per il trasporto di tonnellate di documentazione al seguito), ci costa 200 milioni di euro. Ma la cifra quasi complessiva, e inverosimile, delle spese annuali di questo organismo è quella riportata nella pagina web della stessa Unione europea, dove compare il bilancio consuntivo 2013: 150,9 miliardi di euro! Si ha quasi paura a riportare quella cifra. Viene spontaneo, almeno per chi non è giovanissimo, fare l’equiparazione con le vecchie lire, ci si capisce meglio. Sarebbero circa 300.000 miliardi di lire!

Una cifra talmente spropositata e assurda che sembra un errore di stampa, un refuso. Leggiamo quel numero nel sito ufficiale dell’UE e continuiamo a pensare che sia un errore. Ci rifiutiamo mentalmente di pensare che quella cifra sia reale. Ma, fatte alcune verifiche, ci rendiamo conto che, purtroppo, è vero. Ne abbiamo conferma leggendo che il bilancio preventivo 2014/2020 prevede una spesa di 960 miliardi di euro. Ma non è nemmeno tanto chiaro. Forse hanno vergogna a dire chiaramente quali sono i costi esatti e specificare le varie voci. Per esempio, sembra che quella cifra sia raddoppiata e così suddivisa: 960 miliardi in impegni finanziari e 980 miliardi in pagamenti. Qual è la differenza? Significa che in totale le spese ammontano a 1.940 miliardi di euro? Provate a riportarlo in vecchie lire: diventa una cifra difficile da pronunciare e da pensare. Numeri che finora si usavano solo per calcoli e grandezze astronomiche.

Se non siete esperti di contabilità pubblica, o non avete accesso ai bilanci ufficiali, nonostante le ricerche in rete, non capirete mai come vengono spesi quei soldi. Anche i siti d’informazione e quotidiani si limitano a riportare cifre generiche, senza entrare nei dettagli.
Tanto dispiego di uomini e mezzi lascerebbe intendere che gli euro-parlamentari siano impegnati giorno e notte nell’estenuante attività di curare gli interessi dell’Europa, dei suoi cittadini e di garantire un continuo progresso economico e sociale di tutti i Paesi membri dell’Unione. Sarà così? Visti i risultati, viene il sospetto che tanto lodevole impegno non sia solo sprecato, ma addirittura controproducente. Forse sarebbe meglio che lavorassero poco e pensassero anche meno.

Di recente è uscito un libro di Mario Giordano “Non vale una lira“, in cui, oltre alle valutazioni politiche sull’attività del Parlamento europeo, dei suoi costi stratosferici, dei risultati discutibili e degli effetti deleteri per gli Stati membri (in particolare per l’Italia), ha raccolto pazientemente una serie di autentiche perle dell’attività parlamentare europea. Alcune bizzarre, altre quasi inverosimili, altre ancora che sembrano estrapolate da un monologo umoristico da cabaret. Purtroppo, però, c’è poco da ridere. (Qui si può leggere una recensione ed alcuni brani del libro di Giordano: “L’Europa? Non vale una lira“).

Forse non riusciremo a capire esattamente il bilancio dell’UE, ma già da alcune voci di spesa, possiamo farci un’idea di cosa sia questo carrozzone mangiasoldi (i nostri). Visto che si è appena votato per il Parlamento europeo, è bene che gli italiani sappiano cosa andranno a fare i loro rappresentanti appena eletti e riflettano leggendo alcune di queste “europerle” scovate e catalogate da Giordano. Vedremo, facendo una breve sintesi, di riportarne alcune: dalla lunghezza della banana, alla curvatura del cetriolo, dalla definizione di acqua calda alle misure del perfetto sciacquone europeo. Al prossimo post.

giordano europa

Tutto questo spreco di denaro pubblico per fare cosa?  Ecco un breve riepilogo (e risate amare), delle bizzarre iniziative dei nostri europarlamentari:

Nouvelle cuisine (2014)

Fritto misto di grilli, cavallette e scarafaggi. In futuro, fra non molto, potrebbe essere questo uno dei piatti consigliati dallo chef e presenti nei menu dei ristoranti europei.
Basta con lasagne, bistecche, carbonara, brasati, sogliole, fritto misto del golfo, risottino alla pescatora, scampi, gamberoni, bollito misto, tagliatelle, ragù, grigliata mista, tartufo, cotechino, carbonara, aragosta. Dimenticatevi di queste prelibatezze. Lo consiglia la FAO e l’Unione europea (quella che stabilisce la lunghezza delle banane e la circonferenza del cetriolo), ha recepito immediatamente il suggerimento degli “esperti” ONU e nel 2012 ha approvato (e finanziato) un progetto per stimolare i paesi membri dell’Unione, a consumare meno carne, cambiare le nostre abitudini alimentari, rinunciare alle nostre tradizionali pietanze e prelibatezze nazionali e specialità regionali, e sostituirle con una alimentazione a base di insetti, vermi e larve. E per dimostrare che è una cosa seria ha stanziato 3 milioni di euro per ogni Paese che si impegni a diffondere il nuovo verbo culinario made in Bruxelles. E purtroppo non è uno scherzo.

insetti fritti

Il box riportato in alto è comparso due giorni fa (ma era già stato pubblicato alcuni mesi fa) su un portale internet. Visualizzando l’articolo si può scorrere una curiosa slide che mostra una cinquantina di “piatti” a base di insetti. La didascalia del pezzo dice: “Perché limitarsi a cucinare il pesce o la solita carne quando la natura offre un’infinità di ingredienti commestibili e facilmente reperibili? Ecco alcune pietanze a base di scarafaggi, scorpioni insieme all’ultima trovata: il lecca lecca con la larva.“. Se siete curiosi e di stomaco forte potete vedere qui la carrellata di leccornie: “Insetti & co.”. Buona visione.
Dopo la “nouvelle cuisine” degli anni ’70, questa è la nuova rivoluzione gastronomica sponsorizzata dall’EU. Sulla genesi di questa iniziativa (promossa già anni fa dalla FAO) e sugli aspetti anche economici della campagna dell’ONU (e dell’EU) vedi: “Insetti, FAO, ONU e sprechi“.

La giustificazione di questa iniziativa bislacca è collegata all’annoso problema della fame nel mondo. Dicono gli esperti ONU che noi, in Occidente, consumiamo troppa carne, mentre nel terzo mondo soffrono di carenze alimentari, proprio a causa del nostro eccessivo consumo di risorse. Questa strana relazione di causa/effetto fra il nostro benessere e la scarsità di risorse dei paesi poveri è tutta da dimostrare, ma è un’invenzione che fa comodo a tutte le associazioni che campano sulla vera o presunta attività di intervento umanitario a favore del terzo mondo. Se si ha qualche dubbio in proposito, sarebbe il caso di leggere attentamente l’articolo sopra linkato su insetti, Fao, ONU e sprechi.

Allora, siccome noi mangiamo troppa carne ed i paesi poveri, non potendo mangiare carne, devono cibarsi di insetti, vermi e larve, per risolvere il problema, ecco la soluzione geniale: ai poveri del terzo mondo mandiamo un po’ delle nostre bistecche e noi cominciamo a sostituire la carne con cibi alternativi che, assicurano i soliti esperti, sono comunque ricchi di proteine (provare per credere). Da domani, quindi, possiamo sbizzarrirci a cucinare grilli, formiche, scarafaggi, locuste, scorpioni, cavallette, ragni, larve. Insomma, il menu è vario e ricco di piatti (vedi la slide citata). Lo consiglia l’Unione europea. E se siamo bravi ci regala anche 3 milioni di euro (tanto sono sempre soldi nostri). Vedi “L’unione europea stanzia milioni di euro per farci mangiare ragni“.

Ecco perché già dall’anno scorso, periodicamente, sui media compaiono servizi ed articoli proponendoci questo nuovo corso gastronomico. Lo fanno per adeguarsi alle direttive europee. Piccolo particolare non trascurabile, visto che siamo sempre noi a pagare (e l’Italia è uno dei maggiori finanziatori dell’EU): se tutti i Paesi dell’Unione ottemperano a questa direttiva, significa moltiplicare 3 milioni per 28, ovvero…84 milioni di euro. Geniale questo Parlamento europeo. Siamo ancora in piena crisi economica, praticamente col culo per terra, col debito pubblico che continua a crescere, la povertà che avanza, aziende che chiudono, metà dei giovani senza lavoro, disoccupati, precari, cassintegrati, esodati, pensionati che per campare cercano di racimolare qualcosa frugando nei cassonetti degli scarti ai mercati e in questa situazione tragica il Parlamento europeo non trova di meglio da fare che impiegare 84 milioni di euro per invitarci a mangiare cavallette, grilli e scarafaggi.

Eppure, a sentire quelli che in questi giorni chiedono il voto agli italiani, sembrerebbe che questa Unione europea sia una cosa seria e che l’Europa e l’euro siano la nostra salvezza. Se anche voi ne siete convinti (beata ingenuità) votateli pure. Ma tenete a portata di mano (in cucina) un buon digestivo robusto. Ne avrete bisogno dopo una scorpacciata di fritto misto a base di cavallette e scarafaggi. Auguri e buon appetito.

Alghe, insetti; il cibo dei prossimi vent’anni

Insetti & co nel piatto (altra carrellata di specialità)

Grilli arrosto e formiche tostate

 

Il morto del giorno in HD

In diretta, anzi direttissima che più direttissima non si può; con servizio esclusivo (così esclusivo che Barbara D’Urso si strappa i capelli della parrucca per l’invidia) dell’inviato Oscar Carogna sul luogo della tragedia a Schiattasogliole sul Marmo, con  intervista ai familiari della vittima ed al testimone oculare che “ha visto tutto”.

Vedi “Maccio Capatonda“, tutte le serie.

Le cose che contano nella vita…

Si dice che la TV sia specchio dei tempi, specchio della realtà. E, come tale, ponga in risalto, evidenzi ed amplifichi i temi importanti della vita reale. Forse è per questo motivo che già dal mattino la TV ti ricorda quali sono le cose che contano veramente nella vita. Si parte col TG, ovviamente, con tutta una serie di notizie utilissime, dalle medaglie olimpiche alle dichiarazioni dei politici, dai morti ammazzati alle novità sul delitto di Cogne, etc. Tutte cose fondamentali e che incideranno notevolmente sullo svolgersi della tua giornata, aiutandoti a risolvere i problemi lavorativi, affettivi ed esistenziali in genere. A seguire, le previsioni del tempo, la percorribilità stradale e…l’oroscopo.

Il tutto per una durata di circa 15 minuti. Pausa per la pubblicità e poi si ricomincia; Tg, tempo, strade e…oroscopo! E così si va avanti per circa un’ora. Inutile cambiare canale; cambiano i suonatori, ma la musica è la stessa. Ora, visto il poco spazio a disposizione è chiaro che quei 15 minuti bisogna utilizzarli al meglio, evitando notizie superflue o poco importanti e cercando di sfruttarlo per parlare di cose veramente importanti e serie. Se ne deduce che…l’oroscopo sia una cosa importante e seria. Ma si può considerare seria una società che considera serio…l’oroscopo?

(E’ un vecchio post del 2004, ma, purtroppo, è sempre valido.)

Astrologia-1

Eppure c’è ancora gente che ci crede. Ma non bisogna sorprendersi: c’è gente che crede che la Terra sia piatta e c’è gente che sta ancora  “Aspettando Godot“.

Un cane andò in cucina (2004)

Un cane andò in cucina e si accostò al fornello. Allora col coltello il cuoco lo sgozzò. Ciò visto gli altri cani scavarono una fossa e sulla terra smossa scrissero con la coda: Un cane andò in cucina e si accostò al fornello. Allora col coltello il cuoco lo sgozzò. Ciò visto gli altri cani scavarono una fossa… Ciò visto gli altri cani scavarono una fossa… Scavarono una fossa…”.
Da “Aspettando Godot”, atto secondo, scena prima, di Samuel Beckett.