San Valentino e le anime gemelle

Tempo fa, facendo il solito zapping TV, mi capitò di seguire incuriosito per qualche minuto un dibattito sulla tendenza sempre più diffusa a restare single.
Una delle solite prezzemoline televisive, si vede che non hanno proprio altro da fare, insisteva molto seria sul fatto che lei, ed altre amiche, avessero deciso di restare single perché non riuscivano a trovare “l’Uomo vero“.
E per dimostrare che non era una semplice battuta rimarcò 3 o 4 volte l’espressione “Un uomo vero…vero…cerco un uomo vero…”. Forse non è così facile trovarlo. Almeno, vedendo gli esemplari di “uomini” che passano in TV è lecito avere delle riserve.  Ma per fortuna quelli fanno eccezione, sono “diversi” dalla norma.
La cosa mi fece un po’ sorridere, ma poiché è dalle piccole cose che talvolta si capiscono quelle grandi, la considero una ulteriore prova di ciò di cui sono convinto da tempo: la gente oggi ha perso il senso della realtà.

Si vuole tutto, subito e che sia il meglio sulla piazza.
E questa disposizione mentale condiziona pesantemente un certo modus vivendi delle ultime generazioni.
Nessuno parla più di adattamento, di sacrifici, di rinunce, di limiti ai sogni, della necessità di attenersi alla realtà, di sopportare anche gli imprevisti ed i guai della vita.
No, sembra che tutto ci sia dovuto e che tutti abbiano il diritto sacrosanto ad una vita piena di piacevoli passatempi, senza alcun imprevisto o guai di qualunque genere che possano turbare la nostra idilliaca esistenza.  Amos Oz, lo scrittore israeliano scomparso l’anno scorso, disse: “Ho una speranza ed una paura. La speranza è che la gente capisca che non può avere tutto ciò che desidera. La paura è che non lo capisca“. Chiaro.

Questa storia dell’uomo “vero” mi ricorda l’altra favoletta dell’anima gemella.
Quando aprii questo blog su Tiscali, ormai quasi 6 anni fa (2003), mi sorprendevo ogni giorno a vedere che la maggior parte dei blog, e dei post, fossero fatti da donne (sì, basta fare una verifica veloce per accertarlo), in particolare adolescenti, e che l’argomento principale fosse tutto ciò che riguarda gli aspetti connessi agli affetti, ai sentimenti, la sessualità ed i rapporti fra i due sessi, con tutto ciò che ne deriva.
Intendiamoci, niente di male e di drammatico.
Anzi, fa parte della normale fase di crescita e da sempre quelli sono gli argomenti preferiti dell’adolescenza.

Ma il guaio è che spesso questi temi sono al primo posto anche di persone adulte che ormai avrebbero dovuto superare quella fase adolescenziale.
Eppure continuano a sognare, ad inventarsi nick fantasiosi di ispirazione floreale, favolistiche, tutte rose e fiori, angioletti, poesiole, lacrimucce, baci, abbracci e promesse di amore eterno nel giardino delle delizie. Come se, appunto, questi fossero gli argomenti più importanti della nostra vita quotidiana.
Il bello è che anche la Home page, fra centinaia di post giornalieri, allora selezionava preferibilmente questo tipo di post, oltre all’immancabile poesia sempre selezionata in Home, “Lentamente muore…”, della scrittrice brasiliana Martha Medeiros, erroneamente attribuita per anni a Pablo Neruda (Perfino l’on Mastella intervenendo alla Camera ne citò un passo attribuendola, appunto, a Neruda). Gli dedicai questo post: “Lentamente muore (non c’è fretta).

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Quando aprivo la Home page mi veniva spontaneo descriverla così: “Fiorellini, cuoricini, cani, gatti e pene d’amore...”, perché questi erano i temi più presenti e ricorrenti.
La questione potrebbe sembrare del tutto irrilevante e potremmo considerarla poco più che una curiosità, qualcosa che non è vero, ma siccome ci piace sognare facciamo finta di crederci.
Ma non è così semplice, perché a furia di riempirci la vita di cose che “Non è vero, ma ci credo…”, come il titolo di una celebre commedia di De Filippo, degli anni ’40, si finisce per impostare una vita che di reale ha ben poco.
Per tornare all’uomo vero, però vorrei dare un consiglio a quelle single che lo cercano e pensano “O così o niente.”. Molto spesso, quando si è troppo esigenti, la conclusione è questa:

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E non solo in senso zodiacale. Ma non disperate, oggi in commercio si trova tutto.
Basta andare all’Ikea, prendere un catalogo degli “uomini veri” disponibili in kit componibile, scegliere quello che è di vostro gradimento, portarvelo a casa, controllare che ci siano tutti i pezzi (non si sa mai), montarlo pazientemente seguendo le istruzioni e sistemarlo in bella evidenza nel salotto, pronto per essere mostrato con orgoglio alle amiche invidiose che, anche loro, correranno all’Ikea a scegliersi il loro uomo vero in kit. Magari capitano delle offerte promozionali ” Prendi tre paghi due” e potete portarvene a casa anche più di uno.
Beh, sempre meglio averne qualcuno di scorta, non si sa mai. Ma torniamo alle “anime gemelle“.

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Domani è la festa degli innamorati; ovvero, di coloro che pensano di aver trovato “L’anima gemella“.

Non è tanto importante che lo sia, quanto che ci si creda.
Insomma, che si abbia l’illusione che quella persona sia proprio l’unica al mondo, l’altra mezza mela, il nostro completamento, la sola ed unica che, fra miliardi di persone, sia la predestinata “Anima gemella”.
Alcuni, impregnati di cultura new age e di influssi orientali le chiamano anche “fiamme gemelle“, arrivando anche ad individuare una predestinazione che si aggancia a vite precedenti.
Beh, se così è, c’è da stupirsi nel constatare come questa “anima gemella” che è predestinata, dai tempi dei tempi e fra miliardi di persone, ad incontrarsi con noi per unirsi in un abbraccio eterno, molto spesso la si trovi a portata di mano, magari sotto casa, nella stessa scuola, nella stessa classe o nello stesso ufficio.
Non è sorprendente? Un vero e proprio colpo di fortuna, come azzeccare una cinquina al lotto. O no? Ma…

Esiste davvero l’anima gemella? Sembrerebbe di sì, o almeno molti lo credono.
Quesito principe di tutti i discorsi di argomento affettivo, la questione dell’anima gemella riempie libri, rotocalchi, programmi radio, Tv e…blog.
Tutti coloro che si innamorano sono convinti di aver, finalmente, incontrato l’anima gemella. Non una persona qualunque, ma una persona speciale, anzi specialissima, l’altra metà della mela, l’unica al mondo.
E tutto funziona, almeno finché non cominciano a volare piatti in testa.
Ma questa è un’altra storia.
E siccome innamorarsi è cosa normalissima e succede a tutti, o quasi, se ne deduce che anche incontrare l’anima gemella sia cosa del tutto normale.

Allora, giusto per evitare lunghe disquisizioni, facciamo un esempio.
Immaginiamo una piccola isola, con pochissimi abitanti.
E’ del tutto normale che, in quell’isola, uomini e donne si incontrino e si innamorino. E che quindi trovino la loro “anima gemella”. Che colpo di culo! Non vi pare?
Fra miliardi di persone sparse nei vari continenti, la tua anima gemella, l’unica al mondo, capita proprio nella tua isola, magari abita di fronte a casa tua.
In Sardegna c’erano, e ci sono ancora, decine di  paesi che contano poche centinaia di abitanti. Setzu, un comune della Marmilla, conta 145 abitanti; meno di un normale condominio di Roma o Milano. Vi sembrerà strano, ma anche in questi piccoli “condomini”, tutti a piano terra, con cortile e giardinetto dove le galline razzolano felici,  uomini e donne si incontrano e si innamorano.
Ma il discorso non cambia di molto anche se si abita in una popolosa cittadina o una grande metropoli. Possiamo nascere e vivere nelle stessa città, ma in quartieri distanti. Forse non ci incontreremo mai.

In fondo la vita si svolge come entro i confini di un’isola.
Ogni giorno si incontrano più o meno sempre le stesse persone, quelle che abitano nello stesso palazzo, o quelle che si incontrano a scuola, o al lavoro o nei luoghi di intrattenimento; le stesse facce, stesse voci, stesse case, stesse strade, stessi rumori e suoni, stessi odori.

Sono tutte piccole isole entro le quali si fanno conoscenze, incontri e ci si innamora. Non perché abbiamo trovato l’anima gemella, ma perché se si mettono insieme a stretto contatto uomini e donne, prima o poi, per una semplice pulsione biologica, finiscono per provare attrazione reciproca. Esattamente quello che succede nei reality tipo Grande fratello, Isola dei famosi e simili. Inevitabilmente la convivenza fa scattare l’attrazione fisica e sessuale. Come due poli magnetici opposti che si attraggono.

Viviamo in piccole isole, lontanissime dalle altre isole di altri miliardi di persone che non incontreremo mai. Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra vita si svolge all’interno di questi confini segnati: la nostra isola.
Non è strano, allora, che quell’unica persona, fra miliardi di altre persone, che è la nostra “altra metà della mela” si trovi proprio sulla nostra stessa piccola isola, fra i cento abitanti del condominio di Setzu?

La cosa non può essere casuale.
Anche un matematico, basandosi sul calcolo delle probabilità, vi dimostrerebbe che un evento che si verifica con tanta frequenza non può essere casuale.
Deve essere necessariamente la conseguenza di un piano preciso, pensato ed attuato da una mente superiore, da una Entità superiore.
Allora la conclusione non può che essere la seguente:
o questa è una prova inconfutabile, matematica, dell’esistenza di Dio (che tutto vede e provvede), oppure questa storia dell’anima gemella è una grande “Stronzata“.
Io propendo per la seconda ipotesi, meno romantica, ma molto più realistica.
Però, siccome sognare e illudersi non costa niente e ci aiuta a vivere meglio, direi che sia consigliabile non addentrarsi troppo in spiegazioni razionali e prendere per buona la massima di De Filippo “Non è vero, ma ci credo…”. E…Buon San Valentino a tutti. (2009)

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Vedi:

– Sei una persona speciale, forse…(2005)

L’uomo Ikea in kit componibile (2013)

 

 

Papaveri e papere

A Sanremo ha vinto un tale perché si chiama Mahmood (Maometto), perché il padre è un immigrato egiziano, perché nel testo (impegnato) della canzone, che parla di  difficili relazioni familiari (infatti non è un cantante, ma un rapper), inserisce frasi in arabo, sembra avere (dicono)  sospette tendenze gay (oggi è trend), è coperto di tatuaggi, e perché, visti questi titoli di merito, ha il  sostegno della sinistra (si presume) che, forse, col voto popolare e della giuria, ha contribuito alla sua vittoria.

Forse al prossimo festival vincerà un bantù africano che canterà una canzone in swahili sullo schiavismo dei negrieri, con accompagnamento di Tam tam ed esposizione di maschere apotropaiche. E la musica? Non pervenuta. Ormai la musica è un optional, non è strettamente necessaria, specie in tempi in cui furoreggiano i rapper, quelli che, invece di cantare parlano… di cazzate, moralismi e ideologie da centri sociali, e sono convinti di essere cantanti. Ciò che conta è il testo. Così, visto che sono falliti come musicisti, cercano di spacciarsi per cantautori impegnati.    Ecco cosa scrivevo lo scorso anno nel post “Andreoli, musica pop…. “

Parlando di musica pop moderna dico spesso che la musica è morta e che i musicisti, non avendo più fantasia per creare melodie e armonie, spostano l’attenzione sui testi (meglio se socialmente impegnati), spacciandosi per poeti. “L’ennesima dimostrazione di quanto ripeto da tempo è questa recente intervista di Biagio Antonacci:Vi racconto il mio nuovo disco.”. Antonacci ci “racconta” l’ultimo disco. Infatti nell’intervista non dice che in questi anni ha ricercato nuove melodie o nuove armonie; dice che ha cercato “argomenti diversi”. Dice il nostro cantautore: “I testi sono la parte più importante“.

Appunto, esattamente quello che scrivo da anni. Per i “musicisti” e cantanti di oggi la musica è morta. In assenza di una pur minima creatività musicale che sappia inventare una semplicissima melodia originale ed orecchiabile (nemmeno un motivetto infantile per lo Zecchino d’oro), cantano tutti la stessa canzone; ma non se ne rendono conto. Potreste unire in un unico file centinaia di queste canzoni, tutte uguali come ritmo, armonia e melodie vaghe e confuse, e nessuno saprebbe distinguere dove finisce una e cominci l’altra. Così, per ingannare il pubblico e se stessi antepongono il testo alla musica. Vedi “Musica in prosa“:

Nella vita si possono fare molte cose. Si possono scrivere poesie o romanzi (o fare i cantanti pop), oppure piantare ulivi e coltivare patate. La differenza è che ulivi e patate hanno una loro intrinseca utilità pratica. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Antonacci, guardi che le canzoni non si raccontano; si suonano e si cantano. Quando si dà più importanza alle parole che alla musica (come succede da decenni) significa che la musica è morta, non si hanno più idee melodiche, ritmiche e armoniche e, per coprire questa grave carenza, si preferisce distrarre l’attenzione evidenziando più il testo che la musica. E ci si illude di passare per poeti o intellettuali “impegnati”. C’è chi ci crede.

Ma in una realtà ormai alterata e taroccata niente è ciò che sembra; tutto sembra ciò che non è. Anche la musica. Continuo a ripeterlo da anni; e non solo io. Ecco, per esempio, cosa riportavo nel post “Sanremo bazar; c’è di tutto, anche musica...” del 2016: “Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi: “La musica occidentale è finita, è un cane che si morde la coda.” “. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione; finché la finzione funziona. Vedi “La musica è finita” del 2009.

Se miti del pop come Zucchero, Guccini e Branduardi pensano questo, forse hanno qualche ragione. La musica pop è morta e sepolta. Resta solo una parodia di canzone in cui conta solo il testo, la “Canzone che parla di…”. E su questa autentica truffa culturale e artistica ci campano in molti, si vendono dischi e si può anche vincere Sanremo.. In confronto a questa merda spacciata per cioccolato, Papaveri e paperi, seconda a Sanremo 1952 cantata da Nilla Pizzi, è un capolavoro.

Sì, non c’è dubbio: in confronto a Mahmood, Papaveri e papere è un capolavoro.

Foibe e dintorni

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre dei post già pubblicati anni fa (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Qui una serie di post, in ordine cronologico,  degli anni scorsi sull’argomento “Foibe e dintorni“)

Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo: come classico dei comunisti. Diceva Togliatti, a proposito della verità storica: “La verità è ciò che conviene al partito“. Chiaro?

Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.
Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe“, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.

Innumerevoli le stragi, come quella di Cave del Predil, dove il 23 marzo 1944 ventidue carabinieri furono catturati dai partigiani comunisti, avvelenati, torturati e tagliati a pezzi. La strage delle malghe di Porzus è forse la più nota, tant’è vero che ha ispirato anche un film. Ma non tutti i partigiani combattevano per l’annessione di quelle terre alla Iugoslavia; al contrario, alcune formazioni, quelle in cui militava Bricco, erano di ispirazione filomonarchica e si battevano per l’italianità di quelle zone. Erano le brigate “Osoppo”, caratterizzate dai fazzoletti verdi al collo, un colore che rammentava la provenienza alpina di tanti di quei combattenti. Di idee opposte erano quelli col fazzoletto rosso, di fede comunista: erano le brigate “Garibaldi” che, pur costituite da italiani, erano inquadrate nel IX corpus dell’armata iugoslava e avevano per obiettivo l’annessione alla Iugoslavia di tutte le terre friulane “fino al sacro confine del Tagliamento”, come sostenevano con una bizzarra interpretazione della storia e della geografia. Due razze opposte di partigiani, dunque: gli “osovani” e i “garibaldini”. Fazzoletti verdi e fazzoletti rossi. Gli uni erano più alpini che partigiani, gli altri erano più comunisti che italiani e fra loro non poteva esserci intesa, a parte il comune nemico nazifascista. Fu così che i garibaldini decisero di ricorrere al loro metodo preferito, quello dell’eliminazione fisica dell’avversario, e decisero di sterminare la leadership osovana.

Racconta Bricco: “Ci dissero che dovevamo trovare un compromesso fra le nostre idee diverse e ci proposero un incontro per discutere del futuro assetto del Friuli-Venezia Giulia. All’incontro, da tenere alle malghe di Porzus, dovevano partecipare tutti i comandanti partigiani dell’una e dell’altra parte, ma senza armi, precisarono. Noi accettammo, in buona fede, senza sospettare nulla. Era il mese di febbraio del 1945; noi eravamo in 23, arrivammo per primi e prendemmo posto all’interno delle malghe. Dopo un paio d’ore arrivarono anche i comunisti, ma la discussione non ci fu; il loro capo puntò l’indice contro il nostro comandante e gridò “Tu sei un traditore!”, poi estrasse il mitra da sotto il cappotto e gridò “A morte i traditori!”. Quello era il segnale. Tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…” .

Continua Bricco: “Io e un altro, i più vicini ad una finestra, ci gettammo fuori. L’altro fu subito raggiunto da una raffica e rimase esanime. Anch’io fui colpito da una pallottola, caddi, ma mi rialzai e feci l’unica cosa che potevo fare: correre. I rossi continuavano a spararmi e a colpirmi; sentii una pallottola che mi perforava un braccio, poi un’altra che mi attraversava una spalla, poi ancora una che mi entrava in una gamba, ma io continuavo a correre, cercavo di essere più veloce delle pallottole, sentivo che altre pallottole mi trapassavano gambe, braccia e schiena, mi attraversavano come fa una lama nel burro, ma io continuavo a correre, mi buttai giù per un canalone, mi salvai solo io”.
“Che fine hanno fatto gli assassini? Sono stati assicurati alla giustizia?” chiesi. “Macchè – risposel’hanno fatta franca tutti quanti. Chi ha usufruito dell’amnistia di Togliatti subito dopo la guerra, chi si è rifugiato in Iugoslavia protetto dal governo di Belgrado, chi è stato condannato all’ergastolo o a 30 anni di galera ma è stato aiutato dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e poi è stato graziato dall’amnistia di Pertini nel 1978. Alcuni hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo stato italiano...”.

E poi ci fu la tragedia dell’esodo. I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso.
Ma – fatto ignoto ai più – oltre all’esodo ci fu anche il controesodo: lo organizzarono i comunisti italiani verso la Jugoslavia per consentire a molte famiglie di riempire il vuoto lasciato dai cittadini giuliano-dalmati e perché potessero usufruire dei piaceri del paradiso comunista; un altro motivo fu quello di mettere in salvo tanti compagni che si erano macchiati di delitti durante e dopo la resistenza e che in Italia avevano problemi con la giustizia.
Ma venne il 1948, con la rottura fra Tito e Stalin. Il dramma della lacerazione ideologica dei comunisti italiani, soprattutto triestini, combattuti fra la fedeltà a Mosca e quella a Belgrado era nulla in confronto al calvario fisico e psichico che dovettero patire decine di migliaia di dissidenti rimasti fedeli al Cominform e al Cremlino e che caddero fra le grinfie dei titini. Questi comunisti fedeli a Mosca furono circa 32.000 e
vennero rinchiusi nell’isola-lager di Goli Otok, l’Isola Calva nell’arcipelago della Dalmazia settentrionale. Circa 4.000 detenuti morirono di stenti, di malattia, di torture, di lavori forzati e di percosse su quell’isola, dove finirono anche parecchi comunisti italiani, soprattutto da Monfalcone, i cosiddetti “cantierini” (circa 350) che si recarono fiduciosi oltre confine per “costruire il socialismo“. I più fortunati vi giungevano già cadaveri ma chi aveva la sventura di arrivarvi vivo, a bordo di stipatissime imbarcazioni maleodoranti, riceveva il primo benvenuto da parte di altri detenuti, già ospiti della brulla isola-lager, che armati di randelli si precipitavano urlanti nelle stive e massacravano di legnate i prigionieri prima ancora che scendessero. Poi i nuovi arrivati (o perlomeno i sopravvissuti) venivano fatti scendere in fila indiana, scalzi sulle rocce taglienti come coltelli e sotto il sole, e avviati verso il lager fra due ali di altri detenuti che continuavano a urlare e a randellarli a sangue.

I pochi detenuti che alla fine riuscirono a sopravvivere e a ripararsi in Unione Sovietica o in Italia, scoprirono che a Mosca era impossibile pubblicare un articolo sugli orrori di Goli Otok. Sì, sarebbe stato un ottimo strumento propagandistico contro Tito, ma la cosa, di riflesso, avrebbe messo sotto accusa anche i gulag sovietici, fenomeno di ben più grande portata rispetto alla modesta Isola Calva, che al loro confronto era una località di villeggiatura.
Anche in Italia i sopravvissuti dei lager di Tito scoprirono di essere solo dei cadaveri ambulanti condannati all’oblio: per ragioni politiche non se ne poteva parlare. Non esisteva ancora una “Giornata del ricordo”, neanche per loro. (Giovanni Marizza – L’Occidentale 10 febbraio 2009)

Il Giorno del ricordo ed il treno della vergogna (come i comunisti accolsero i profughi): “A Bologna il treno dei profughi istriani fu preso a sassate dai comunisti.

Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe… febbraio/2007 (le strane amnesie del giorno del ricordo)

Foibe, profughi e smemorati febbraio 2009 (Ricordiamo le stragi purché non si parli di comunismo…)

Smemorati e ipocrisia di Stato. (2016)

 

Ed ecco il pensiero di Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, sui miliziani comunisti di Tito che occupavano Trieste: “Lavoratori triestini, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto”.
Ecco, infine, il suo pensiero sui “profughi”: “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.” – Lettera di Togliatti sui confini orientali.

giorno del riordo

Beh, certo, erano altri tempi. Poi i comunisti sono maturati, evoluti, si sono aggiornati, si sono pentiti, sono diventati PDS, poi DS, una lenta metamorfosi, da Quercia sono diventati Ulivo, ed infine sono diventati Democratici. Allora, chissà cosa pensano oggi i nipotini di Togliatti di quella tragedia lontana nel tempo, delle foibe, dei comunisti titini, dei treni accolti a sassate. Oggi, giornata dedicata al ricordo di quei fatti, è interessante conoscere ill loro pensiero. Magari faranno autocritica, condanneranno la posizione di Togliatti. Non resta che andare a scoprirlo sul loro quotidiano storico, fondato da Gramsci: L’Unità.
Vediamo…sorpresa, scorrete la Home page del giornale, ma…di tutto si parla, meno che di foibe e del Giorno del ricordo. Nemmeno un box piccolo piccolo, due righe…niente. Che strano, nel “Giorno del ricordo” L’Unità non si ricorda di ricordare il Giorno del ricordo! Non c’era spazio nella pagina? Distrazione? Dimenticati? Mah, certo che questi comunisti, anche se ex/post, pentiti o meno, soffrono di strane improvvise amnesie. Mistero…

Facciamoci un partito

Quasi quasi mi faccio un partito. Oggi sembra essere questo  il trend del momento, farsi il partito personale. Dopo il fallimento del PD e la sua frammentazione in tante piccole repubblichette indipendenti dove ognuno sembra aspirare a fare il segretario, ogni giorno c’è qualcuno che propone il suo modello di partito “del cambiamento“. Hanno già dichiarato la propria volontà di creare un nuovo partito Matteo Renzi che, dopo aver sfasciato il PD, pensa di creare un nuovo partito che, per guadagnare tempo, nascerà già fallito in partenza (per Statuto; potrebbe chiamarsi “Partito male”).

A seguire, esprimono la stessa volontà, il governatore del Lazio Zingaretti che prima si candida alle primarie del PD, ma  non userà lo stemma del PD (si vergogna), l’ex segretario Martina, l’ex ministra Kyenge, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, e Di Battista (quello che non si è ancora capito cosa farà da grande) che vuole creare un partito africano (questo ci mancava, vero?) e Carlo Calenda che ha in mente un partito tutto nuovo di zecca per rilanciare il PD, ma che con il PD non deve avere niente a che fare (vedi PD e psichiatri). E non finisce qui; l’elenco dei nuovi partiti e dei loro creatori è lungo; ogni giorno se ne aggiunge uno nuovo (l’ultimo Giovanni Toti, e l’erba del vicino). Pensate che perfino Fabrizio Corona ha detto che vuole farsi un partito. E Lele Mora ha annunciato la nascita del partito dei cattolici. Anche il premier Conte, forse stressato dagli attriti interni alla coalizione sembra pensare ad una nuova formazione: “Conte pensa ad un partito“. Manca il partito dei vegani, il partito dei tronisti e quello degli Amici di Maria De Filippi. Lo so, sembrano notizie da pagina del buonumore, da rubrica “Ridete e starete sani“. Invece, purtroppo per noi, è tutto vero. Questa è la situazione, da ridere; per non piangere.

Ma io non dovrei parlare perché non sono innocente. Anch’io, qualche anno fa, proposi di costituire un nuovo partito.  Ecco il post in cui, nel 2007, annunciavo la nascita del PdC (Partito del cavolo):

E’ nato il PdC

La politica è in crisi, l’economia è in crisi, il cinema è in crisi, la famiglia è in crisi, la RAI è in crisi, la scuola è in crisi, tutto è in crisi. Perfino gli psicologi, non riuscendo a contrastare il dilagare di questa epidemia di crisi globale, sono in crisi per eccesso di crisi.
In politica si naviga a vista e si tenta di tutto per far finta di cambiare le cose in modo che tutto resti come prima. Il libro di testo più usato in Scienze politiche non è “Il Principe”, ma “Il gattopardo”.
Né sembrano destinati a migliorare la situazione i tentativi di creare partiti, come il PD, che vorrebbero conciliare il diavolo con l’acquasanta.
In questa atmosfera di estrema confusione è necessario intervenire con proposte concrete che, una volta per tutte, riportino la politica nel suo ambiente naturale: il mercato delle vacche.
Per questo motivo abbiamo deciso di scendere in campo e fondare un nuovo partito che sia improntato alla massima chiarezza.

Premessa
Il nostro movimento si batterà per contrastare il confusionismo integralista del cerchiobottismo doppiopesista dello statalismo liberale perseguito dall’ateismo clericale, dal bigottismo ateo dei marxisti cattolici e dall’immobilismo movimentista del relativismo dogmatico.

Il programma
A tal fine proponiamo un liberalsocialismo cattolaicista conservatore e riformista che si batta per una democrazia totalitaria in un libero mercato di Stato, fondato sul capitalismo noglobalista autarchico. Un partito movimentista che nasca dal fusionismo dell’ultralibertarismo postradicale e neoreazionario e dell’ultraclericalismo dell’estremismo moderato, mediati da un garantismo giustizialista non disgiunto dall’anarchismo nazionalista del proletariato aristocratico. Chiaro?

Il nostro programma completo sarà stampato, in elegante veste tipografica, in 24 volumi per complessive 25948 pagine, più un aggiornamento che, essendo un aggiornamento, verrà aggiornato continuamente secondo i ghiribizzi e le paturnie dei vari candidati, sostenitori, fiancheggiatori, amici, parenti e conoscenti e secondo gli umori dello zio Peppino il quale, essendo un bastian contrario per natura, ha sempre qualcosa da aggiungere.
Il programma verrà sottoposto ad approvazione dei cittadini i quali potranno, inoltre, scegliere i candidati nel corso di regolari elezioni primarie, secondarie e terziarie francescane che voteranno in convento a favore e convento contrario, tanto per garantire la par condicio.

Il nome, il simbolo.
Seguendo l’abitudine diffusa di adottare simboli di ispirazione naturalistica, alberi e fiori in particolare, anche noi abbiamo deciso di seguire la moda.
Ma per dimostrare da subito la grande democrazia e la natura popolare del movimento, piuttosto che scegliere fiori o alberi pregiati, abbiamo optato per un modesto ortaggio: il cavolo.
Altri creano il PD? Noi andiamo oltre e creiamo il PDC.
Il nostro sarà, quindi, il “Partito del cavolo“.
Aderisci anche tu al partito del cavolo e risolveremo tutti i problemi, anche quelli che non hai. E se non hai problemi te li creiamo noi, gratis.
– Col cavolo troverai un lavoro fisso.
– Col cavolo avrai uno stipendio sicuro.
– Col cavolo avrai una casa.
– Col cavolo avrai una pensione garantita.
Che cavolo volete di più?

L’inno del Cavolo (Parole di Circostanza, musica di Atmosfera)
Con verze e cavolfiori
nessuno resta fuori.
Cavoli e broccoletti
Saremo tutti eletti.
Col broccolo e col cavolo
Si mangia tutti a un tavolo.
Col cavolo che avanza
Ci riempirem la panza.

Sosteneteci.
Col cavolo risolveremo tutti i problemi e fin da oggi garantiamo “Più cavoli a merenda per tutti”.
Aderite numerosi, altrimenti saranno cavoli vostri!

Nell’immagine sotto il ritratto ufficiale del fondatore e Presidente onorario del partito del cavolo.

Testa di cavolo

Toti e l’erba del vicino

L’erba del vicino è sempre più verde“. E’ questo vecchio motto che deve aver pensato Giovanni Toti Forza Italia (ancora per poco, sembra), guardandosi intorno e vedendo quanti bei prati verdi aveva davanti agli occhi. Così, ecco lo scoop: “Toti lascia Forza Italia”.

Toti composizione

Così il nostro orso Yoghi in forma umana, stanco del solito  menu, cambia Zoo in cerca di erba fresca.

Yoghi e compagnia

Gatti e Sanremo

C’è più inventiva melodica e creatività musicale in questo scherzo rossiniano, “Duetto dei gatti“, che in tutto Sanremo, ospiti compresi. Animazione di Lele Luzzati. In verità a Sanremo più che gatti si vedono e si sentono cani (mascherati da cantanti).

In confronto a questa pagliacciata di regime le canzoncine dello Zecchino d’oro degli anni ’60 erano capolavori. (Ecco Cristina d’Avena nel ’68 ed il suo Valzer del moscerino).

 

Se arrivo a citare Cristina D’avena, significa che abbiamo proprio superato il limite di sopportazione, sono all’esasperazione, al limite di una crisi di nervi. ma non ne posso più di questa sceneggiata demenziale che chiamano spettacolo. Lasciate perdere la musica, non è roba per voi. Tornate in campagna dove mancano braccia per zappare la terra. Coltivate patate, allevate polli; almeno farete qualcosa di utile nella vita. E vergognatevi. Una volta non vi avrebbero fatti salire sul palco nemmeno alla sagra della porchetta.

Avete dei dubbi? Allora guardate cosa hanno il coraggio di pubblicare: “Standing ovation per Loredana Bertè“. Standing ovation? Per chi, per questa specie di oltraggio vivente all’estetica ed al buon gusto?

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Bertè dovrebbe essere interdetta dal presentarsi in pubblico, specie in fascia protetta, per evitare traumi ai bambini ed alle persone sensibili. Solo a vederla si ha la sensazione di qualcosa di sconcio, di fastidioso, di depravato, di insopportabile, ripugnante; è un pugno nello stomaco per chiunque abbia conservato un minimo di buon gusto. Altro che standing ovation. “Se questo è un uomo…” si chiedeva Primo Levi. Guardando la Bertè viene spontaneo chiedersi “Se questa è una donna“. E si capisce perché i gay siano in costante crescita. Se queste sono le donne meglio tornare alle vecchie buone abitudini da ragazzini e farsi le pippe.

Ormai i media sono completamente fuori di senno. Pur di riempire le pagine e adulare gli sponsor ed i padroni del mondo dello spettacolo (quelli che pagano bene per avere articoli redazionali favorevoli) esaltano tutto e tutti ed usano l’iperbole per gonfiare qualunque scemotto voglia farsi passare per artista. Voi e l’estetica siete come le rette parallele.

Sì, io sarò pure un “Hater”, come dice Bisio, ma voi, con questa ipocrisia in quantità industriale, pronti a tessere le lodi di chiunque vi offra il panettone a Natale, ci avete abbondantemente rotto le palle. Per voi sono tutti bravissimi, fantastici, straordinari, le cantanti sono tutte bellissime (anche Bertè!) e le canzoni sono tutte capolavori. Sembrate tutti nipotini di Vincenzo Mollica. “Ma mi faccia il piacere“…direbbe il buon Totò. E Salinger direbbe che questo è “un mondo schifo” (dal Giovane Holden). Appunto.

Sanremo; festival di regime

Comincia il festival di Sanremo, che non guarderò. Sarà la solita passerella di pseudo cantanti e intrattenitori militanti che fanno propaganda politica mascherandola da intrattenimento, spettacolo, satira. Tra le presenze c’è Virginia Raffaele, che ultimamente riscuote un buon  successo. Anni fa, alle sue prime apparizioni in TV, le dedicai questo post del 2013 “Satira monotematica” sulla comicità e satira a senso unico del mondo dello spettacolo. Da allora non ho cambiato idea su questa “comica e sulla Compagnia di giro”. Ecco cosa scrivevo:

Satira monotematica (2013)

Tempo fa mi è capitato di vedere, facendo zapping, una “comica” (si fa per dire) che, il pomeriggio domenicale, a “Quelli che…”, faceva l’imitazione di Nicole Minetti. L’ho capito perché lo diceva la conduttrice, Victoria Cabello, altrimenti non avrei capito chi stesse imitando. Era talmente brutta, non so se naturalmente o a causa del trucco, che pensai: ma è così brutta la Minetti? Poi mi è capitato di vedere la stessa “comica”, ancora con la Cabello, che imitava Francesca Pascale, fidanzata di Berlusconi. E di nuovo ho pensato: ma è così brutta la Pascale? Ieri, a Striscia la notizia, nella rubrica “Che satira tira“, ho visto l’ultima performance della nostra “comica”; l’imitazione della deputata del PdL Michaela Biancofiore. Ed ancora ho pensato: ma è così brutta la Biancofiore? Intanto proprio ieri, leggendo un articolo su Libero, ho scoperto che la nostra “comica” si chiama Virginia Raffaele.

Buono a sapersi. Poi, pensandoci bene, e ricordando qualche immagine delle ragazze imitate penso che non sono affatto così brutte come le presenta la nostra “comica”, anzi. Però lei, con un trucco pesantissimo riesce a renderle orribili. Allora l’unica conclusione è questa: non sono Minetti, Pascale e Biancofiore ad essere brutte, è la Raffaele ad essere brutta. Spiegato il mistero.

virginia-raffaele
Ciò che mi ha sorpreso, invece, è che Libero le dedichi un articolone, con tanto di fotografia, e definisca la sua imitazione della Biancofiore “Strepitosa“. Se anche quelli di Libero si sono rincoglioniti significa che davvero per la nostra povera Italia non c’è speranza di salvezza. Ma davvero non si rendono conto di quanto anche questa ennesima “comica” sia perfettamente in linea con la strategia mediatica della sinistra e che sia solo l’ultimo acquisto di quella banda di comici militanti che hanno capito che per avere successo bisogna stare a sinistra e sparare a zero contro Berlusconi, il PDL e la destra? Davvero non l’hanno capito? (Nota. Diceva Virna Lisi a proposito del mondo dello spettacolo, “Se non sei di sinistra non lavori“).

Ora, sorvoliamo sulla qualità artistica delle sue imitazioni che definire “penose” è già un complimento. Facciamo finta di non vedere che i personaggi imitati vengono esasperati in atteggiamenti, tic e discorsi che non hanno alcun riferimento reale, ma sono solo frutto della fantasia della Raffaele e della sua voglia di sbeffeggiare e ridicolizzare i personaggi imitati. Facciamo il caso di Francesca Pascale. Dove l’ha sentita parlare in quel modo sguaiato, come lei la presenta? E’ talmente fuori dal giro del gossip che le sue foto in rete sono pochissime e non è certo un’assidua frequentatrice di salotti televisivi. Anzi, non la si vede mai. E allora come fa la nostra “comica” a dipingerla come una “vaiassa” da quartieri spagnoli?

C’è un’altra considerazione da fare. Nessuno si chiede come mai la Raffaele, imita Minetti (ex consigliere PDL in Lombardia), Francesca Pascale (fidanzata di Berlusconi) e Michaela Biancofiore (deputata PDL), ovvero solo personaggi dell’area PDL e non personaggi della sinistra che pure in fatto di “soggetti” offre un vasto campionario? Sarà un caso? Ecccheccaso…direbbero a Striscia! E quelli di Libero non lo notano? Ed è proprio indispensabile dedicarle un articolone in prima pagina, definendola addirittura “strepitosa“?

Questa promozione mediatica di comici di regime lasciamola fare al Corriere, a Repubblica, a coloro che li usano come strumenti di propaganda. Il Corriere, per esempio, ha un’attenzione particolare per Maurizio Crozza. Tutte le sue imitazioni, gag, battute e siparietti a Ballarò, finiscono in prima pagina, con tanto di video. Lo fa per due buoni motivi. Il primo è che così facendo fanno pubblicità al suo programma “Crozza nel paese delle meraviglie” che va in onda su LA7, rete della Telecom che è anche fra gli azionisti che controllano lo stesso Corriere. Quindi è pubblicità gratuita per la stessa azienda. Il secondo motivo è che anche Crozza fa parte di quella schiera di personaggi dello spettacolo che sono funzionali alla sinistra ed alla strategia politica che usa l’arte, la cultura, il cinema, la canzone, la satira, come arma di propaganda.

Sarà un caso che poi il Corriere venda i DVD di Crozza allegati al quotidiano? Sarà un caso che sempre il Corriere pubblichi articoli (veri e propri spot pubblicitari per il comico e per i suoi DVD) che ne esaltano la bravura “Ci fa ridere fino alle lacrime” (!?) evitando accuratamente di dire che dietro Crozza c’è uno stuolo di autori che scrive battute e monologhi per lui? (Leggete questo illuminante articolo: Il mondo di Crozza, mille facce da ridere). E’ solo un caso? Eccheccaso!

Sembra che a destra non abbiano capito, a parte qualche timida protesta quando certi comici eccedono, che esista una precisa strategia di propaganda camuffata da satira o da eventi culturali, che la sinistra applica scientificamente da decenni. Anche Crozza, per esempio, basa i suoi spettacoli in gran parte sull’imitazione e la parodia di personaggi dell’area di centro destra: da Berlusconi a Bossi, a Formigoni, a Briatore, a Maroni, a Renato Brunetta. Sono i personaggi fissi dei suoi monologhi ai quali aggiunge, di volta in volta, personaggi di secondo piano, ma quasi sempre di area PDL, come Razzi o Nitto Palma. E quando cita personaggi della sinistra, come Bersani, o il Presidente Napolitano, tanto per dire che la sua satira è “super partes” (ma non lo è affatto), lo fa sempre con un atteggiamento benevolo, amichevole, da vecchi compagni. Atteggiamento ben diverso da quello che usa nei confronti di Berlusconi. Anche la satira non è tutta uguale; dipende da chi si vuole prendere di mira e da come lo si fa.

Ma forse non tutti hanno capito quale sia l’importanza dei media e dello spettacolo ai fini della propaganda e della creazione del consenso. Ho paura che molti ne sottovalutino la portata. Prendiamo il caso del “Salone del libro” di Torino. Un importante evento culturale che si potrebbe chiamare più propriamente “Salone del…libretto rosso“, vista la larga partecipazione di autori illustri, tutti rigorosamente di area sinistra. E’ un’occasione non solo per far conoscere le ultime novità editoriali, ma anche per organizzare convegni, incontri e dibattiti pubblici. Ma, per gli stessi motivi ai quali ho già accennato, diventa l’occasione per far sfilare la solita compagnia di giro dell’intellighenzia di sinistra.

Sono quei personaggi che monopolizzano la cultura ed i media, quelli che saltano da un salotto televisivo all’altro, e devono farsi in quattro per essere presenti a tutti i convegni, seminari, incontri, premi letterari, manifestazioni culturali di ogni genere. Sono ancora quelli che tengono conferenze, lezioni pubbliche, rilasciano interviste, scrivono su vari quotidiani e ogni tanto si beccano anche una laurea honoris causa. Ormai l’hanno data a Zoff, a Valentino Rossi, ad Andrea Camilleri; una laurea honoris causa non si nega a nessuno. Sono sempre loro, sempre la stessa compagnia di giro. Li trovi ovunque ci sia un palco, un premio da ritirare, una telecamera che li riprende, dai più prestigiosi premi letterari alla sagra della porchetta.

Così sul palco di questo “Salone del libretto rosso“, vediamo Roberto Saviano, Matteo Renzi, Daria Bignardi, Serena Dandini, che vanno a presentare la loro ultima fatica letteraria. Il caro sindaco di Firenze lo stesso giorno era ospite in TV a “In mezz’ora” da Lucia Annunziata. Ormai lo si vede ovunque, ai convegni, ai congressi, alle assemblee, in televisione a reti unificate, deve avere il dono dell’ubiquità, come Padre Pio. Fra poco lo faranno santo. Ed ancora Umberto Eco, Eugenio Scalfari che approfitta del palco e del pubblico per dire che chi vota PDL è un idiota. E ancora Massimo Gramellini il quale, non soddisfatto di essere vice direttore de La Stampa, ha il suo spazio televisivo da Fabio Fazio dove gioca a fare il Travaglio di RAI3, leggendo il suo “Vangelo“, a metà strada fra giornalismo e cabaret (come si usa oggi) naturalmente senza contradditorio (Santoro, Travaglio, Saviano hanno fatto scuola), ma con una spalla preziosa, Fazio, che lo asseconda. Poteva mancare alla rassegna del libro di Torino? Certo che no, visto che gioca in casa.
E ancora Gianni Riotta, Asor Rosa, Flores d’Arcais, Vito Mancuso e tanti altri più o meno noti o in cerca di gloria, sempre pronti ad occupare una poltrona, a maneggiare un microfono, a firmare autografi, a regalare consigli non richiesti, a dispensare massime e minime al popolo che li ascolta in estasi, come i pastorelli a Fatima. Ecco una buona rappresentanza di questa strana specie di “animali da palcoscenico“ (vi si riconoscono, fra gli altri, Umberto Eco, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari)

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P.S.

Quest’anno non sarà molto diverso. Musicisti che, persa ormai ogni capacità di inventarsi qualche novità,  continuano a cantare la stessa canzone da 40 anni, ma non se ne rendono conto. Cambiano solo le parole, la musica è la stessa, la solita lagna.

A proposito, ecco alcuni vecchi post sul festival e dintorni:

Sanremo, polemiche (2004)

Bonolis, la fatina bionda e du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Sanremo, big e tubi (2012)

Sanremo, un rospo in carrozza (2013)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Sanremo bazar, c’è di tutto, anche musica (2016)

Sanremo e i riti collettivi (2017)

Facce da festival (2018)