Razzismo e antirazzismo

Se siete accaniti lettori di Saul Bellow o di V. S. Naipaul, di Mordecai Richler o di Martin Amis, di Ian McEwan o di Michel Houellebecq, insomma di celebrità meritatamente riconosciute nella repubblica delle lettere contemporanee, sappiate che i vostri scrittori preferiti sono stati prima o poi bollati con un verdetto tanto infamante quanto grottesco: «razzisti». Vi immergete nei romanzi di disgustosi portabandiera del razzismo e neanche lo sapevate? Per forza: non è vero. Non è vero, cioè, che quei meravigliosi scrittori siano razzisti. Ma è vero che c’è molta gente, nei tribunali dell’opinione pubblica, disposta a un uso sempre più spregiudicato di quell’accusa, diventata oramai una delle formule più fruste a disposizione dei sacerdoti dell’ortodossia politicamente corretta.

Del resto, come diceva Richler, «chi è politicamente corretto non ha senso dell’umorismo». E infatti, come ha raccontato Christian Rocca, le vestali del politicamente corretto, desolatamente prive di ogni barlume di senso dell’umorismo e dell’ironia, liquidarono il padre di Barney Panofsky come l’epitome di ogni nefandezza scorrettamente razzista, sottovalutando tuttavia il devastante sarcasmo con cui Richler era capace di demolire chi lo accusava di coltivare «pregiudizi contro gli afroamericani»: «Può dirlo forte», era la sua sprezzante risposta. Battuta feroce, a dire il vero, che bisogna essere Richler – Panofsky per pronunciare senza arrossire.

Non ha sorriso affatto invece Naipaul, l’ultimo scrittore ad aver subito gli strali di chi usa con disinvoltura l’arma di un presunto «razzismo» per squalificare uno scrittore troppo incline a lambire i confini del mondo infetto del politicamente scorretto. In Turchia, alla fine di novembre, volevano impedirgli addirittura di parlare, rinfacciandogli un’ostilità di lunga data verso l’islamismo fondamentalista, che di razzista non aveva e non ha niente ma che pure fu diagnosticata come inequivocabile sintomo di un inguaribile e morboso «razzismo». Poi è stato il turno di Robert Harris a proiettare l’ombra lunga del sospetto di razzismo a proposito di uno splendido reportage di Naipaul sul continente nero, pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo La maschera dell’Africa. Un incidente per Harris, che pure di senso dell’umorismo se ne intende assai, a giudicare dalla verve esilarante con cui ha minuziosamente raccontato il grande inganno in cui navigati editori ed illustri storici e giornalisti furono intrappolati con i falsi diari di Hitler. Ma stavolta l’autore di Fatherland ha clamorosamente sbagliato bersaglio: Naipaul non è razzista, e il suo libro, immerso nei misteri, nelle magie, nelle stregonerie, nelle crudeltà e nelle credulità dell’enigma africano, non ha nessuna assonanza morale e ideologica con i deliri sulla «ineguaglianza delle razze» partoriti dalla mente febbrile del conte de Gobineau. Solo che quel marchio deplorevole, «razzista», è rimasto indelebilmente impresso sulla fama di Naipaul. Il quale però, a differenza, di Richler, non è capace di riderne.

Peccato, ma un po’ si comprende la sua riluttanza a buttarla sullo scherzo. Non è uno scherzo, infatti, la ripetitività supponente, la tenacia intimidatoria, la caparbia malignità di chi dà impunemente del «razzista» a chiunque sia o appaia ideologicamente o culturalmente avverso. Gratificando con nobili patenti culturali i razzisti veri e perciò pericolosi. E banalizzando il razzismo autentico, quello spietato che ammorba come una nube tossica pregiudizi e comportamenti molto diffusi nella società contemporanea.

Ma Richler e Naipaul non sono state le uniche vittime di questa banalizzazione del razzismo, adoperato come formula onnicomprensiva e dunque sempre più generica e vuota di significato. Un’invettiva senza senso, e nulla di più. Anche a un uomo mite come George Steiner, critico letterario finissimo ed esempio di una moralità intellettuale inattaccabile, è capitato due anni fa di essere proditoriamente arruolato nella congrega dei razzisti letterari. Solo per una battuta. Questa: «È molto facile stare seduti qui a casa a Cambridge, e dire che il razzismo è orribile; ma venitemi a chiedere di ripeterlo dopo che una famiglia giamaicana con sei figli si è stabilita accanto a casa mia a suona reggae e rock’n’roll tutto il giorno».

Per questa battuta non proprio originale Steiner è stato additato al pubblico ludibrio come un «razzista» (qualcuno, più bonario, si è limitato a un’aggressione più convenzionale, chiamando Steiner «vecchio capriccioso»). Magari la battuta non era delle migliori. Troppo scontata. Troppo ovvia e da «uomo della strada». Ma «razzista», addirittura? «Razzista» un uomo come Steiner, che mai nella sua vita ha concepito un pensiero che possa avvicinarlo alle imprese teppistiche del Ku Klux Klan? E infatti Steiner, sbigottito e attonito, non l’ha affatto presa molto bene.

E chissà quale comprensibile furia avrebbe travolto un uomo sanguigno e combattivo come il grande Saul Bellow nell’apprendere che la città di Chicago (Chicago e Bellow, due entità inscindibili, come Woody Allen e New York) voleva negare all’autore di Herzog una targa commemorativa perché, sostenevano i solerti detrattori, non è lecito gratificare con un riconoscimento postumo un bieco «razzista». E perché poi Bellow sarebbe stato un «razzista»? Anche stavolta, per una frase sarcastica e corrosiva che lasciò senza fiato i guardiani della verecondia lessicale: «Chi è il Tolstoj degli Zulu? Il Proust degli abitanti di Papua? Sarei lieto di poterli leggere».

Un concentrato di disprezzo per tutto ciò che non è «occidentale», sentenziarono i suoi detrattori. Un’arguzia da «razzista» impenitente. E quel marchio è evidentemente rimasto sulla grandezza di Bellow. Già peraltro stritolata dall’infaticabile macchina del sospetto antirazzista, quando, dopo l’uscita di un romanzo che fece scalpore e destò scandalo nell’America liberal come Il pianeta di Mr. Sammler, il malcontento politicamente corretto si appuntò su una figura centrale di quel contestatissimo romanzo, un nero possente e prepotente che nell’androne di un palazzo usava minacciare l’inerme protagonista sfoderando la sua inconsueta prestanza fisica in segno di comando e di terrore. Ce n’era abbastanza per rovesciare sull’ebreo Bellow l’accusa più prevedibile: «razzista». Anche quella volta: l’ennesima volta.

Il «razzismo» immaginario, poi, entra con grande disinvoltura nel gioco di specchi che si instaura tra un autore e la sua opera letteraria. Bellow fu accusato di razzismo per come un afroamericano veniva raffigurato nel Pianeta di Mr. Sammler. Ma anche le disavventure del Coleman Silk ne La macchia umana di Philip Roth, vittima dei deliri politicamente corretti, furono interpretate da qualche pasdaran del «correttismo» politico come una proiezione delle ambiguità dello stesso Roth sulla questione razziale. E si sostenne addirittura che dietro quell’equivocato «spooks» rivolto agli studenti di colore che costerà tantissimo al protagonista del romanzo si annidasse (in fondo anche Coleman Silk era un nero rinnegato) una segreta ambivalenza dell’autore nei confronti dei «negri». Una stupidaggine, un’enormità, che però procurò a Philip Roth la solita, stolta, logora ma sempiterna accusa di «razzismo».

Razzismo immaginario. Come quello che venne scaraventato addosso a Michel Houellebecq, accusato di virulenta e compulsiva «islamofobia» per il suo Piattaforma (analoga, scontata denuncia che precipitò sugli scritti e sullo stile di Oriana Fallaci, peraltro). Qualcosa di meno, rispetto al «razzismo anti-islamico» di cui venne accusato Salman Rushdie per i suoi Versi satanici che gli attirarono nientemeno che una fatwa. Qualcosa di più, perché l’accusa di «razzismo» rivolta a Houellebecq si muterà addirittura in un caso giudiziario, trasformando un’opera letteraria in un reato, e una stroncatura in una requisitoria da declamare in un’aula di tribunale. Un (presunto) delitto morale diventa delitto tout court, perseguibile per legge. La censura letteraria era un tempo manifestazione arrogante di una persecuzione che procurava simpatia e solidarietà nei confronti della vittima cui veniva negata la libertà d’espressione. Armandosi di una nobile motivazione «anti-razzista», la censura cambia radicalmente significato e diventa un atto meritorio ed eticamente doveroso.

Ecco perché non suscitò molto scalpore il grottesco gioco al rilancio che negli anni scorsi mise sul banco degli imputati i (presunti) scrittori «razzisti» Martin Amis e Ian McEwan. Per aver confessato di «detestare» le società dominate dal fondamentalismo islamico, luogo di oppressione delle donne e di discriminazione degli omosessuali, inquinate da un «velenoso culto della morte» e avvilite da «un’ideologia mortifera paragonabile al nazismo», Amis venne marchiato con la solita accusa di «razzismo» dall’intellettuale marxista Terry Eagleton («Amis parla come il British National Party», il partito xenofobo inglese), il quale, non pago della demolizione del nemico Martin Amis, arricchì la sua invettiva con una raffica di insulti per il padre di Martin, lo scrittore Kingsley Amis, anche lui «un razzista, uno zoticone, un ubriacone, misogino e omofobico». Amis (figlio) venne difeso da McEwan, che trovava «logicamente assurda e moralmente inaccettabile» l’accusa di razzismo rivolta al suo «caro amico».

«Settant’anni fa», aggiunse McEwan, «un critico dell’Unione Sovietica poteva aspettarsi di essere definito fascista». Oggi il nuovo, pretestuoso insulto politico scagliato contro i nemici del totalitarismo è diventato «razzista». Il paradosso fu che la generosa arringa difensiva di McEwan pose le basi per una nuova, ulteriore accusa di «razzismo», stavolta lanciata contro chi, per soccorrere un amico infamato da una definizione tanto assurda, si domandava se davvero fosse esente da critica una società, come quella modellata sui precetti dell’islamismo radicale, nonché asfissiata da una «mancanza di libertà per le donne e da un’intolleranza verso l’omosessualità». Seguì un dibattito abbastanza grottesco dove, tra l’altro, lo scrittore inglese di origine pakistana Hanif Kureishi se ne uscì con una fantastica e calibratissima distribuzione di colpe: «Non credo che McEwan sia razzista, Martin Amis invece probabilmente lo è». Quale fosse il metro di giudizio, il canone di valutazione per distinguere un «non credo» da un «probabilmente», non è ancora dato di sapere.

Resta invece il retrogusto amaro di uno svilimento delle parole, dello svuotamento semantico che l’abuso del «razzista» rivolto a scrittori sgraditi procura a un fenomeno serissimo e seriamente preoccupante come il razzismo. Quello vero, non quello fantasticato da chi, prigioniero del luogo comune, non è nemmeno capace di emanciparsi dallo stereotipo dell’insulto. «Razzista» in letteratura è uno di questi stereotipi. Saul Bellow e Martin Amis, Naipaul e McEwan, Philip Roth e George Steiner saprebbero far di meglio. Magnifici scrittori, altro che «razzisti». (Pierluigi Battista – Corriere.it) , dicembre 2010

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