Africa: Land grabbing

Dice qualcuno che, per risolvere l’emergenza immigrazione, dobbiamo aiutare i migranti in casa loro. Forse non sono informati, ma è quello che stanno facendo già da anni; ma non proprio come pensano gli operatori umanitari, le Ong, l’Unhcr e le anime belle terzomondiste. L’Africa non la stiamo aiutando; la stiamo comprando.  O meglio, la stanno comprando altri, più svegli di noi, che investono enormi capitali per assicurarsi lo sfruttamento di terreni agricoli e miniere. Noi, invece, accogliamo a nostre spese quelli che dall’Africa scappano.

Quando leggiamo che di recente il presidente cinese Xi ha ricevuto una cinquantina di capi di stato e governanti africani ed ha regalato un assegno da 60 miliardi di dollari, non dobbiamo pensare che lo faccia per spirito umanitario. Non stanno “aiutando l’Africa”; la stanno comprando. Si chiama “Land grabbing” (Cercate in rete per saperne di più). Ecco cosa riferiva quasi dieci anni fa  (ma noi lo abbiamo ignorato tranquillamente; preferiamo riempire le pagine con gli stupidi pettegolezzi del gossip) un articolo del giornale tedesco Der Spiegel, tradotto e pubblicato su La Stampa il 3 agosto 2009 (lo riporto integralmente).

Wall Street a caccia di terre da sfruttare in Africa.

Ogni crisi ha i suoi vincitori. Alcuni di loro sono seduti nella sala Stuyvesant dell’Hotel Marriott a New York. Gli uomini sono agricoltori di mais, proprietari terrieri, manager di fondi provenienti dall’Iowa, da San Paolo, da Sydney. Ognuno di loro ha pagato 1995 dollari per partecipare alla prima conferenza sul commercio mondiale di terreni coltivabili: la Global AgInvesting 2009. Il primo a intervenire è un rappresentante dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico. Sui suoi grafici in Powerpoint ci sono delle curve che schizzano su e giù. Alcune si piegano tanto più verso il basso quanto più si avvicinano all’anno 2050: si tratta dei terreni agricoli che andranno persi a causa dei cambiamenti climatici, del degrado del suolo, dell’urbanizzazione e della carenza d’acqua. Le altre linee, invece, puntano decisamente verso l’alto: rappresentano la domanda di carne e biocarburanti, il prezzo del cibo e l’incremento demografico. Tra le curve si apre un divario che diventa sempre più grande. Quel divario è la fame.

La fame è il nostro business
Ma per gli uomini e le poche donne raccolti nella sala Stuyvesant si tratta di buone notizie, l’atmosfera è allegra. La combinazione «più uomini-meno terra» rende il cibo un investimento sicuro, con rendite annuali del 20 o 30%. Susan Payne, una inglese dai capelli rossi, è direttrice del più grande fondo terriero dell’Africa meridionale, che si estende per 150.000 ettari, principalmente in Sud Africa, Zambia e Mozambico. Payne, che vuole raccogliere dagli investitori mezzo miliardo di euro, parla di lotta alla fame, ma le slide della sua presentazione in Powerpoint, abbellite da foto di campi di soia al tramonto, hanno dei titoli come «Africa – the last frontier for finding alpha». Alpha è un investimento il cui ritorno supera i rischi. L’Africa è la terra-Alpha: su quel continente impoverito la terra costa poco. Il fondo della Payne paga tra 350 e 500 dollari per ettaro nello Zambia; in Argentina o negli Usa per la stessa superficie dovrebbe sborsare dieci volte tanto.
Si tratta di condizioni perfette per chi investe. La società d’investimento statunitense Blackrock ha creato un fondo agricolo da 200 milioni di dollari. La russa Investor Renaissance Capital ha acquistato oltre 100.000 ettari in Ucraina. Deutsche Bank e la banca statunitense Goldman Sachs hanno investito in aziende che allevano suini e pollame in Cina.

Il cibo sta diventando il nuovo petrolio. La novità di questo colonialismo sta nel fatto che i Paesi si lasciano conquistare volentieri. Il premier etiope ha affermato che il suo governo «arde» dalla voglia di mettere a disposizione centinaia di migliaia di ettari di terreni coltivabili. Il tutto è legato a due speranze: la speranza degli Stati poveri di poter sviluppare e modernizzare la loro agricoltura a pezzi e la speranza del resto del mondo che gli investitori stranieri possano produrre in Asia e Africa cibo sufficiente per i 9,1 miliardi di persone che popoleranno presto la Terra; che possano portare con loro tutto quello che adesso manca: tecnologie, capitali, conoscenze, sementi moderne e fertilizzanti.

Ma l’accaparramento moderno delle terre, il cosiddetto «land grabbing», è una questione politicamente delicata. Nessuno sa di preciso quanta terra in tutto sia in gioco. L’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari parla di 30 milioni di ettari. Klaus Deininger, un economista della Banca mondiale specializzato in politiche agricole, stima che simili trattative di accaparramento della terra potrebbero riguardare dal 10 al 30% dei terreni coltivabili disponibili.

Governi in prima linea
Gli affari più spettacolari però non li fanno i privati, bensì i governi. Il governo sudanese ha ceduto per 99 anni agli Stati del Golfo Persico, all’Egitto e alla Corea del Sud 1,5 milioni di ettari di terra coltivabile della migliore qualità. Il paradosso: il Sudan è il Paese che riceve i maggiori aiuti al mondo e la sopravvivenza di 5,6 milioni di sudanesi dipende dagli aiuti alimentari. Il Kuwait ha preso in affitto 130.000 ettari di risaie in Cambogia. L’Egitto vuole coltivare grano e mais su una superficie di 840.000 ettari in Uganda. Il presidente della Repubblica democratica del Congo ha offerto in affitto 10 milioni di ettari al Sud Africa. Il Pakistan vuole mettere a disposizione degli Stati del Golfo Persico un milione di ettari di terreni coltivabili, le Filippine attirano gli investitori con oltre 1,2 milioni di ettari.

L’Arabia saudita è uno dei più grandi e aggressivi tra i Paesi che fanno incetta di terra. In primavera il re ha partecipato alle celebrazioni per l’arrivo del primo raccolto di riso estero, coltivato per il regno saudita in Etiopia, un Paese tormentato dalla fame. Gli Stati ricchi scambiano soldi, petrolio e infrastrutture con cibo, acqua e foraggio. Tuttavia molti degli Stati in cui si verifica l’accaparramento dei terreni soffrono di scarsità d’acqua, come ad esempio il Kazakistan o il Pakistan. L’Africa subsahariana ha riserve idriche naturali a sufficienza, eppure soltanto il Sud Africa riesce a realizzare un surplus alimentare.

Olivier De Schutter, il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo, avverte: «Siccome in Africa gli Stati sono in concorrenza tra loro per accaparrarsi gli investitori, si superano l’un l’altro offrendo prezzi più bassi». Alcuni contratti sono lunghi appena tre pagine. Alcuni promettono di costruire delle scuole o di asfaltare delle strade, ma, anche quando gli investitori rispettano queste promesse, i vantaggi per lo Stato e i contadini locali sono spesso di breve durata. Questo perché i grossi proprietari terrieri stranieri praticano l’agricoltura su scala industriale, altrimenti sarebbe impossibile aumentare i raccolti in modo da raggiungere rendite annuali del 20% e anche più. E se dopo un paio d’anni la terra è ormai impoverita, gli investitori si trasferiscono semplicemente altrove.

Guerra tra poveri.
«Quando il cibo scarseggia – spiega l’imprenditore americano Philippe Heilberg – gli investitori hanno bisogno di uno Stato debole che non imponga loro nessuna regola». Uno Stato che, nonostante la carestia all’interno dei propri confini, consente l’esportazione di cereali, perché è piegato dalla corruzione o è iperindebitato. Heilberg ha trovato uno Stato così: il Sud del Sudan. Un pre-Stato, autonomo, ma non indipendente. Il quarantaquattrenne americano, figlio di un commerciante di caffè e fondatore della società d’investimenti Jarch Capital, è il più grande affittuario di terra nel Sud del Sudan, con 400.000 ettari.

Nella parte occidentale del Kenya l’appropriazione dei terreni è più avanzata. Lì vive il trentatreenne Erastas Dildo, il tipo di persona che gli investitori di New York definirebbero un «fattore di rischio»: Erastas è un piccolo agricoltore che possiede tre ettari di terra. Terra fertile, su cui il mais cresce, verdissimo, fino a due metri d’altezza, in cui i bovini sono grassi come ippopotami e le piante di pomodori si piegano sotto il loro stesso peso. Erastas raccoglie il mais due volte l’anno. Un ettaro gli frutta 3.600 euro all’anno; molto, per gli standard kenioti.

Multinazionali contro contadini.
Ora però alla porta di Erastas ha bussato la Dominion Farms, un’azienda agricola statunitense che ha costruito lungo il delta dello Yala una propria colonia, affittando per 45 anni 3600 ettari di terra per un prezzo irrisorio: 12.000 euro all’anno. Sui terreni dovrebbero crescere riso, verdure e mais. E Dominion vorrebbe volentieri anche i tre ettari di Erastas Dildo. Gli inviati della Dominion gli hanno offerto un indennizzo di circa dieci centesimi al metro quadro. Erastas ha rifiutato e ora quelli di Dominion gli rendono la vita difficile. La loro arma più potente è lo sbarramento idrico che hanno costruito. Quando lo scorso anno Erastas ha provato a raccogliere il suo mais l’ha ritrovato inondato. «E se questo non basta – racconta – mandano bulldozer, squadre di picchiatori». Dominion aveva promesso per contratto il risanamento di «almeno una scuola e un ospedale» in ognuno dei due distretti locali. «Invece hanno cacciato 400 famiglie», afferma Gondi Olima dell’associazione «Amici della palude dello Yala». Dominion Farms respinge le accuse e fa notare che ha fatto costruire otto classi, concesso borse di studio a 16 bambini e dotato una struttura ospedaliera di letti ed elettricità.

In Africa, stima la Banca mondiale, esistono diritti formali di possesso o affitto soltanto per una percentuale di terra compresa tra il 2 e il 10%, e ciò riguarda per lo più le città. Una famiglia può anche vivere da decenni su un pezzo di terra o possederlo, ma spesso non può dimostrarlo. Inutilizzata, comunque, la terra non lo è quasi mai. Soprattutto i più poveri vivono grazie a essa, raccogliendo frutta, erbe o legna da ardere o facendovi pascolare il bestiame. Così l’acquisto di grossi terreni può anche trasformarsi in un disastro, visto che oltre il 50% degli africani sono piccoli contadini.
La Banca mondiale e altre organizzazioni stanno ora preparando un codice di condotta per gli investitori. Al vertice del G8 dell’Aquila di luglio era prevista la firma di una dichiarazione di intenti, ma i capi di Stato non sono riusciti a trovare un’intesa su standard vincolanti. E così la caccia prosegue. E nella sala Stuyvesant a New York uno degli oratori chiarisce il ritmo di crescita del genere umano: 154 persone al minuto, 9240 all’ora, 221.760 al giorno. E tutte vogliono mangiare. (Horand Knaup, Juliane Von Mittelstaedt – Der Spiegel – Ripreso, tradotto e pubblicato su La Stampa 3 agosto 2009 (Wall Street a caccia dei campi africani)

Vedi: “La Cina compra terre in Africa per 60 miliardi

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2 pensieri su “Africa: Land grabbing

  1. Vendono, caro Giano. Non più le materie prime, stavolta vendono la terra, grassa, ricca, che una agricoltura da secoli gratta appena in superficie, o che è rimasta incolta per mancanza di mezzi, di braccia, di capitali. Milioni di ettari d’Africa ingoiati in un sol boccone. Ceduti per venti, trenta, novanta anni, per sempre, come colonie agricole; e gli uomini che vi sopravvivono sono venduti con loro, senza aver diritto di dire no, come ai tempi della servitù della gleba. E del colonialismo.
    Ormai se ne parla e se ne scrive.
    Quelli che non possono arricchire i loro conti nelle banche europee con il petrolio, il rame, l’oro, i diamanti, vendono l’Africa con la sua anima e i suoi orizzonti…
    Vendono con dei contratti mai resi pubblici, opachi come segreti di stato. Si compra bene l’Africa.
    Cina, India, Corea, Arabia Saudita, una corsa a chi compra ed investe di più. Cibo a volontà!
    Ma non per sfamare i locali…
    Ho letto che entro il prossimo anno ci saranno in Africa un milione di operosi contadini cinesi che lavoreranno in 14 gigantesche fattorie che Pechino ha comprato in Zambia Uganda Tanzania e Zimbabwe!
    Ho letto che la FAO sembra preoccuparsi… sembra…

    P.S. che bello il “vestito” del tuo nuovo blog!!

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    1. Ciao Mary, ho perso tempo per scrivere un nuovo post. E’ sempre un problema e perdo un sacco di tempo per recuperare link che non funzionano più, immagini che sono sparite. Insomma ci vuole una buona dose di pazienza; finché dura. Ti rispondo domasni perché adesso vado a letto, domani mattina devo essere in ospedale alle 8 per fare la Risonanza magnetica. Mi fa piacere vedere che sei abbastanza informata sulla questione africana. Quell’articolo che riporto è di dieci anni fa, ma noi facciamo finta di nulla. Hai sentito qualcuno di quelli che stazionano in televisione e dicono che “bisogna aiutarli a casa loro” accennare a questo accaparramento della terra? No, tutto tace. Io che potrei pensare ai cavoli miei, l’ho letto dieci anni fa e l’ho conservato in archivio, i nostri politicanti non sanno nemmeno cosa sia la “Land Grabbing”. Pazienza, coraggio, un abbracio…

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