Cambiamo il mondo

Governo del cambiamento.
La cosa difficile non è formare un governo, ma decidere come chiamarlo. Dopo aver provato il governo di scopo, il governo di transizione, il governo tecnico, il governo politico, il governo del Presidente, finalmente abbiamo trovato la definizione giusta: “Governo del cambiamento”.

Governo cambiamento

E’ importante trovare la definizione giusta perché caratterizza il governo ed il suo programma, l’attività e l’immagine che se ne fa l’opinione comune. Anche se non c’è mai stato un governo che abbia promesso di non cambiare niente e di essere come quello precedente. Tutti annunciano grandi cambiamenti, ovviamente positivi. Ma non stiamo a sottilizzare. Troisi affermava che a Napoli non c’è lavoro. Si trova lavoro a cottimo, lavoro nero, lavoro precario, lavoro sporco, lavoretto (con eloquente gesto della mano per intendere lavoro poco pulito). Ma solo lavoro senza aggettivi non c’è. Ecco, lo stesso vale per i governi. Deve essere sempre accompagnato da un aggettivo che lo identifichi. Una volta erano famosi i governi balneari che duravano lo spazio di un’estate.

Oggi va di moda il cambiamento. Infatti molti usano questo termine per cercare di dare al proprio partito una finzione di rottura col passato, con la cattiva politica, con la corruzione. A parole. In pratica sono decenni che annunciano il cambiamento, ma tutto è sempre come prima, se non peggio. Anche Renzi annunciava che “L’Italia cambia verso”. Ricordate? Del resto anche Obama, in occasione della campagna per le elezioni presidenziali lanciò lo slogan “Change”. Ed anche Prodi si sentiva investito della missione di “cambiare l’Italia”. Da cosa nasce questa frenesia del cambiamento? Sostanzialmente dalla necessità di rinnegare le responsabilità delle passate amministrazioni che, stranamente, sono sempre responsabili di grandi errori, e promettere uno sconvolgimento della politica che, di colpo, dovrebbe diventare corretta, pulita, onesta, capace, diversa dal passato e garantire un roseo futuro in un paese in cui scorrano fiumi di latte e miele (Prodi affermava che il suo impegno era quello di assicurare agli italiani la “felicità”; modesto, vero?). Insomma i nuovi tribuni promettono il cambiamento per sembrare puri e diversi da tutti quelli che li hanno preceduti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e non sono propriamente esaltanti. Anni fa scrissi qualcosa su questa mania del cambiamento. E siccome è sempre valido, lo ripropongo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (2007)
Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo”. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Più si cambia meglio è. Alcuni si limitano a cambiare la biancheria o il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso.

In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel D’Alema in veste da lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri Ikarus, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

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Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S. Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.
Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste che riponevano in apposite cassettine, da cui poi nacque la celebre “testa in cassetta“. Alcuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re Luigi XVI. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“.

Ghigliottina

Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore”. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio.
Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti. Gli venne in mente perfino di cambiare l’Egitto. Fece una spedizione, ma poiché smontare la piramide di Cheope e rifarla quadrata (tanto per dare un segno tangibile di cambiamento) era impresa ardua, rinunciò all’impresa e si accontentò di portarsi dietro, come souvenir, la “Stele di Rosetta“.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente”, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi della potenza della vecchia Europa, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani”, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso”.
E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

indiani
Circa un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e sterminarono l’intera famiglia. A seguire cominciarono a sterminare aristocratici, nobili, ricchi borghesi, artigiani, commercianti, intellettuali e milioni di piccoli kulaki la cui unica colpa era quella di essere proprietari di piccoli appezzamenti di terra che coltivavano personalmente (i nostri “coltivatori diretti“) e a malapena campavano. Ma era una colpa gravissima, perché, come diceva Proudhon “La proprietà è un furto“. Quindi, dopo un primo repulisti dai nemici del popolo, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri
E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti, ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media. Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati; aggiudicato! In confronto, Hitler era un dilettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo”, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

NICOLA-ROMANOV

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori”, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiamenti” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, tutti con la stessa divisa, i cinesi sembravano uguali, ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, sono diventati una potenza economica mondiale (alcuni degli uomini più ricchi del mondo sono cinesi o russi), attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere. Cambia la definizione, ma la truffa ideologica e semantica è la stessa.

mao libretto rosso

 

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare e ricambiare il mondo, di rifarlo ex novo,  perché hanno uno strano concetto del mondo. Ma siccome non coincide con la realtà, invece che cambiare le idee sbagliate, vogliono cambiare il mondo per adattarlo allo loro ideologia balzana e tragica. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia, la Patagonia ed i pinguini dell’Antartide. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo”. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.
Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese”. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali, radicali e irreversibili?
Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno… Poi mi sveglio. E mi tengo il mondo così com’è!
Nota
Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso  capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. Più istruttivo di un corso di scienze politiche. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero ed ingenuo Gondrano, la sintesi di quel libro:

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”.

fattoria animali

 

5 pensieri riguardo “Cambiamo il mondo”

    1. Ciao Marika. Io sono più che scettico. Sobo decenni che sento parlare di cambiamento. Ed ogni volta è peggio di prima. Cerca su Google “La vecchia e Dionisio, il tiranno di Siracusa”. E’ una storiella, brevissima, che esprime benissimo lo scetticismo verso il nuovo. Grazie.

      Piace a 1 persona

      1. Grazie per il consiglio prezioso. Quanto al governo lo scettro è nelle loro mani, non possiamo far altro che sperare in bene, magari il nostro scetticismo non è nient’altro che un pensar male…

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