Dylan, Nobel e poesia

Bob Dylan ha vinto il premio Nobel per la letteratura. E, com’era prevedibile, si scatenano le polemiche: “Cosa c’entra Dylan con la letteratura?”. 

C’entra, c’entra. E’ più poeta Dylan di tanti poetastri della domenica o presunti poeti che affollano le serate letterarie di casa nostra. Ma poi cos’è la poesia? Scomparso l’uso della rima e della metrica, qualunque testo, che vada a capo dopo qualche parola, può essere considerato come poesia. Appena cominciai a frequentare la rete sorrisi nel leggere una notizietta; secondo un’indagine risultava che in rete ci fossero 8 milioni di poeti. Abbiamo più poeti che idraulici. Ecco perché i poeti li trovi ad ogni angolo di strada e in tutte le sagre paesane, mentre trovare un idraulico è un’impresa. Solo che, vista la facilità con la quale si riproducono, viene il dubbio che si tratti  di una nuova specie di poeti, geneticamente modificati, che sembrano poeti, ma sono altro (Vedi “Poeti Ogm“).  Allora cos’è un testo poetico? E’ un testo nel quale si va spesso a capo o dove si parla di tramonti romantici? Per spiegare questa possibile interpretazione molti anni fa scrissi anche un post: “Questa non è una poesia“. Riporto il testo:

Scrivere banalità

andando a capo

ogni due parole

non è poesia,

è solo

inutile spreco

di spazio.

Allora, se non c’è più la metrica e la rima e non basta andare a capo per scrivere una poesia, come la si definisce o la si riconosce? Un modo per riconoscerla è che sia inserita in una antologia di poesia. Così non sbagli. Se c’è scritto “antologia di poesia” è sicuro che dentro ci trovi le poesie. Oddio, non sempre, qualche volta si va incontro anche a delle sorprese. Per esempio, molti anni fa mi capitò di leggere un testo che mi è rimasto impresso come prova certa che in molti casi quella che spacciano per poesia, letteratura e arte in genere, sia una vera e propria truffa. In una antologia di poeti americani contemporanei (”Poesia americana oggi” – Ed. Newton Compton 1982) c’è una poesia di Clark Coolidge intitolata “Which which” (quale quale). In questa poesia non c’è altro che la parola “which” ripetuta 47 volte, ma andando opportunamente a capo ogni 5 o 6 Which. La suddetta antologia è presentata come una raccolta dei “testi più significativi per gli anni ottanta” (Vedi “Truffa culturale“).

Ed arriviamo a Bob Dylan. Ho una biografia scritta da Antony Scaduto nel 1971 e ripubblicata nel ’77 dalle edizioni Arcana, e diversi libri  pubblicati a fine anni ’70 da Newton Compton e Lato side, con tutti i testi, con originale e traduzione a fronte, delle sue canzoni pubblicate fino a quel momento, fine anni ’70. Ho anche tutti gli LP originali di Dylan, fino ai primi anni ’80. Materiale che usavo anche per condurre un programma su Dylan nulla mia radio libera in quegli anni (eh, sì, avevo anche fatto la mia radio personale, anche molto seguita). Poi, a causa della involuzione musicale ad opera della Disco music e di Cantautori in crisi che, avendo perso del tutto l’estro creativo, cercavano di riciclarsi come autori impegnati, specie politicamente, o come poeti, ho smesso di seguire la musica pop.  Da allora, infatti, quando i nuovi personaggi della canzone parlano della loro ultima composizione, non accennano mai alla musica, alla melodia, all’armonia o un particolare giro armonico. No, fateci caso, dicono sempre “Ho scritto una canzone che parla di…”.  Oggi le canzoni non si cantano, non si suonano, oggi…”parlano di“; ha più importanza il testo della musica. Ecco perché tutti si atteggiano a poeti; perché come musicisti fanno pena.

Ed ecco perché da allora ho cominciato ad avere una sorta di idiosincrasia verso la musica pop; cosa che dura ancora oggi, anzi è peggiorata a tal punto che se mi capita di vedere in TV qualcuno con un microfono in mano che, forse dico forse, sta per cantare, cambio canale. Però, se si parla di Dylan,  ho qualche piccola idea su ciò di cui stiamo parlando. Avrei voluto inserire un video con uno delle sue canzoni più belle con uno dei  testi più ispirati “Desolation row“, dall’album “Highway 61 revisited” del 1965 (uno dei migliori album della storia del rock, insieme a Desire del 1976, alla faccia delle classifiche degli esperti e di tutti quelli che pensano di essere esperti di musica pop: vaffanculo!), ma incredibilmente, fra tutte le versioni disponibili su Youtube non ce n’è una, nemmeno una originale; sono tutte versioni successive, dal vivo o cover di altri interpreti (inascoltabili per chi conosca l’originale). Molto meglio, per chi vuole avere un’idea della canzone, ascoltare la versione italiana, rispettosa dell’originale sia nel testo che nell’arrangiamento musicale,  di Fabrizio De Andrè “Via della povertà“.

I testi di Dylan non hanno nulla, ma proprio nulla da invidiare a certi testi di poeti nostrani esaltati dalla critica come geni della poesia; tanto per restare in casa e non citare geni come Clark Coolidge, quello di “Which”. E non dico altro per carità cristiana e rispetto per i morti. Ma la domanda finale è sempre la stessa: come si riconosce una poesia? Siamo sicuri di saper riconoscere un testo poetico o un’opera d’arte da ciò che arte e poesia non è? Noi riconosciamo le poesie perché le troviamo nelle antologie scolastiche, ci dicono che quella è una poesia e chi l’ha scritta è un poeta. Altrimenti non saremmo in grado (vale per la stragrande maggioranza della popolazione), se non c’è una targhetta che ce lo spiega, di riconoscere la differenza di valore fra l’Infinito e la Vispa Teresa, tra la Gioconda ed una ignobile crosta, tra un diamante ed un fondo di bottiglia.

Qualcuno, rispondendo ai miei commenti in rete, dice che canzoni e poesia sono cose diverse e non bisogna confonderle. Ma sono davvero così diverse? E nel caso le poesie vengano musicate cosa diventano? “Les feuilles mortes” è una poesia scritta da Jacques Prévert, successivamente musicata Joseph Kosma, musicista ungherese traferitosi in Francia, e divenuta un grande successo musicale nell’interpretazione di Yves Montand e di tanti altri interpreti. Una poesia in musica che diventa canzone cessa di essere una poesia? E perché? Mordechai Gebirtig è un poeta ebreo polacco ucciso dai nazisti nel ghetto di Cracovia nel 1942. Molte sue poesie sono state musicate da Manfred Lemm, musicista di origini francesi. Cercate in rete “Farewell Cracow” o “Kinderjohren. Sono solo due casi di tanti testi poetici messi in musica. Allora, sono canzoni o sono poesie?

Per capire il mondo abbiamo bisogno del maestro in cattedra o delle didascalie che ci spieghino cosa stiamo guardando. Un ammasso casuale di ferri vecchi in un cortile è semplice ferraglia. Ma la stessa ferraglia in un museo con una targhetta, il nome dell’artista e titolo dell’opera “Tormento“, non è ferraglia, diventa un’opera d’arte. Il famoso “orinatoio” di Duchamp dal titolo “Fontana“, o la celebre “Merda d’artista” di Piero Manzoni ne sono la prova storica. Siete sicuri che, trovandovi di fronte a queste opere fuori dal contesto di un museo, le riconoscereste come “opera d’arte”? Siamo sicuri che la gente comune (non editori, galleristi, critici e pseudo artisti; tutta gente che sulla truffa culturale ci campa), la gente comune sappia riconoscere un’opera d’arte, specie quella contemporanea? Allora, quanti saranno quelli in grado di giudicare il valore dei versi di Dylan e dire se è o non è poesia e se merita o no un Nobel? Credo davvero pochi. E dico pochi giusto per lasciare un margine di speranza sulle probabilità statistiche.

L’arte moderna da “Così parlò Bellavista

Prima parte

Seconda parte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...