Turisti per caso

E morti per scelta. Ogni giorno si leggono notizie di persone che perdono la vita in situazioni non proprio normali.  Tutto può succedere e si può morire anche per un incidente domestico o andando a passeggio. Cadi, sbatti la testa con violenza o ti cade un pezzo di cornicione sulla nuca e crepi.   Succede. Ma altro è andare a cercarsela: scalare vette impervie imitando Bonatti, buttarsi giù da un palazzo con una tuta alare, inoltrarsi in una giungla inesplorata, andare alla ricerca di serpenti velenosi, attraversare il deserto, o immergersi in mezzo ad un branco di squali. Ecco, praticare queste attività, e molte altre simili, così,  giusto per vedere l’effetto che fa, non è normale. C’è anche un’altra differenza; quella fra chi affronta situazioni pericolose, con le dovute cautele, per lavoro o per ricerca scientifica e chi lo fa per “sport” e passatempo, spesso senza alcuna esperienza, per provare delle emozioni forti; l’adrenalina. Ah, l’adrenalina!

Anche i safari rientrano in questa tipologia di situazioni a rischio. Molti degli animali non sono propriamente mansueti come agnellini, anzi, nel loro ambiente naturale dove vige la legge della giungla, possono essere molto pericolosi. Una volta per conoscere la vita degli animali bisognava andare a studiarli sul posto. Oggi non passa giorno che su qualche canale TV  non ci siano documentari che ti mostrano tutti i dettagli della vita animale, dagli insetti agli elefanti., dalle meduse alle balene, dal drago di Komodo agli orsi polari. Sappiamo tutto e vediamo tutto, grazie a chi si espone ai pericoli delle riprese ravvicinate, ma lo fa con esperienza, competenza, attrezzature adatte e tute le precauzioni del caso. E nonostante tute le misure di sicurezza, ogni tanto qualcuno ci rimette le penne e la pelle. Noi, invece, ci godiamo lo spettacolo tranquillamente seduti in salotto. Allora che bisogno c’è di andare in Africa a ficcarsi nel mezzo di un branco di elefanti per scattare una foto o farti un “selfie”, come si dice oggi? Eppure c’è tanta gente che lo fa: “Turista italiano schiacciato da un elefante“.

Ora, fatta salva la pietà per i morti, sempre doverosa, bisogna, però, fare qualche necessaria distinzione fra morti e morti. Ultimamente, come riportano ogni giorno le cronache, molti muoiono non per cause accidentali, malattie, incidenti sul lavoro o imprevedibili calamità naturali, come i terremoti, ma perché cercano emozioni forti con alcol, droga, sport estremi al limite del tentato suicidio, safari, corse folli in auto e moto come se fossero al circuito di Monza. E comincio a diventare un po’ cinico e poco propenso a trovare giustificazioni sempre e comunque. Allora vale sempre la pietà per i morti, ma se poi qualcuno dice che vanno a cercarsela non ha tutti i torti.

Troppi morti per responsabilità personale, incoscienza, per abuso di sostanze che alterano le facoltà mentali, per mancanza di un minimo di prudenza, per esibizionismo, per mettersi alla prova, per tentare di superare i propri limiti psicofisici, per una cultura diffusa imposta dai media che pone quasi come stile di vita obbligatorio e modello da imitare la ricerca costante dell’eccesso, del rischio, del pericolo: “Voglio una vita spericolata…la voglio piena di guai“, cantava Vasco. E tutti in coro sognano Easy Rider, le interminabili Highway americane, vite On the road, viaggi cost to cost, tutti amanti dei motori, delle gare e della velocità spericolata, come dei piccoli Steve McQueen della Bassa Padana, che spesso, invece, fanno la fine tragica di James Dean, un altro appassionato di corse e gare, che su quelle strade  si è sfracellato a bordo della sua Porsche.  E poi c’è sempre l’immancabile scarica di adrenalina. Ah, l’adrenalina!

Quando succedono incidenti d’auto, molti si affrettano a consigliare l’uso delle cinture, perché possono salvare la vita. Giusto, ma non basta. Così si concentra l’attenzione sulle misure che possono attenuare il danno, non sulla causa della maggior parte degli incidenti, che è l’alta velocità o la distrazione o la stanchezza. Come curare i sintomi, invece che la causa della malattia. Le cinture sono utili e possono salvare la vita, ma anche l’uso del cervello, la prudenza ed il buon senso aiutano molto; salva più vite la prudenza che non le cinture. E poi la prima regola per evitare pericoli è quella di non cercarli. Ovvero: se quel signore fosse rimasto a casa, invece di andare a rompere le palle…le zanne agli elefanti, sarebbe ancora vivo. Banale, certo, ma è vero. E quando c’è in ballo la sicurezza, non è importante che i consigli siano intelligenti, ma che funzionino e ti salvino la vita; anche se banali.

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