Muscoli a peso d’oro

Le Olimpiadi sono la vetrina del muscolo, il trionfo della forza e dell’agilità, l’esaltazione della prestanza fisica. Doti che ai tempi dei giochi di Olimpia erano essenziali per competere vittoriosamente sul campo di battaglia; cosa che a quei tempi era abbastanza frequente. Giochi e gare erano, quindi, un modo per tenersi in forma, allenarsi continuamente per migliorare le prestazioni fisiche dalle quali dipendeva non tanto la vittoria in uno stadio, ma la sopravvivenza, la vita stessa. In tempi moderni, venuta meno la motivazione bellica, l’attività fisica è diventata puro passatempo fine a se stesso o quasi, per il semplice gusto di tenersi in forma e di verificare le proprie capacità nel confronto con altri competitori.

Solo alcune specialità hanno mantenuto fino a tempi abbastanza recenti, una loro connotazione anche militaresca: la scherma, il lancio del giavellotto, l’equitazione, il tiro con l’arco o la balestra. Poi, la polvere da sparo e l’invenzione di armi sempre più sofisticate, hanno fatto scomparire spade, archi e frecce e, quindi, la necessità di esercitarsi nel loro uso. Quindi tutta l’attività fisica praticata precedentemente, finalizzata all’applicazione sul campo di battaglia, perdeva il suo significato originario; si continuava a praticare alcune attività, ma come semplice passatempo, per il piacere di competere con avversari in maniera amichevole, senza altro scopo se non il piacere del confronto. E per dimostrare che non aveva niente a che fare con le antiche motivazioni belliche, ha cambiato anche nome, da addestramento militare è diventato “sport”, parola che etimologicamente è l’abbreviazione dell’inglese “disport” che significa divertimento. Infatti, nell’accezione comune, il termine sport aveva appunto il significato di un’attività svolta per puro divertimento, per il piacere di farlo, come passatempo, per svago, per diporto, “per sport”; il che significava anche “gratis“, concetto ormai quasi completamente dimenticato, grazie agli sponsor e con grande gioia degli atleti.

Infatti per molto tempo lo sport era un’attività che si praticava gratuitamente o quasi; salvo piccoli rimborsi, targhe e medaglie o premi ed ingaggi per i professionisti di particolari specialità. Con questo spirito il barone Pierre De Coubertin, agli inizi del secolo scorso rilanciò le gare sportive in memoria di Olimpia, le chiamò Olimpiadi, erano riservate a chi praticava sport da dilettante, ed il suo motto era “L’importante non è vincere, ma partecipare”; e gratis. Se sapesse che oggi tutti gli atleti incassano cifre consistenti, che molti campano grazie allo sport, che fra i più pagati al mondo ci sono proprio personaggi dello sport (dal tennis, al golf, dal pugilato all’automobilismo), e che Usain Bolt guadagna circa 60 milioni di dollari all’anno, continuerebbe a rivoltarsi nella tomba per l’eternità. I nostri atleti non arrivano a tanto, ma se vincono una medaglia d’oro, incassano 150.000 euro (noi siamo sempre in testa, quando c’è da spartire un po’ di soldi, meglio se denaro pubblico).

Ma il tempo passa, la specie umana si evolve, e scopre che lo sport può diventare attività di richiamo non solo per chi lo pratica, ma anche per il pubblico che assiste; come una volta si assisteva alle corse delle bighe o alle lotte fra gladiatori. E dove c’è pubblico c’è sempre qualche intraprendente imprenditore che fiuta l’affare, apre un botteghino e vende i biglietti. E vendi oggi, vendi domani, si scopre che lo sport può diventare fonte di guadagni e profitti o, come si dice oggi, “business”. E dove c’è business, si muove un apparato mediatico ed affaristico che promuove l’ interesse attorno agli avvenimenti sportivi per poterlo poi sfruttare commercialmente.

Così si creano idoli da applaudire, si esalta il campanilismo, si sfrutta la naturale tendenza a schierarsi e dividersi in fazioni avverse, si creano marchi, simboli, bandiere e slogan,  e si favorisce la nascita di gruppi di sostenitori di un campione o di una squadra. Nasce il tifo sportivo che, nella sua forma più esasperata, come nel calcio, diventa motivo di aggregazione per gruppi di esagitati (inizialmente sostenuti anche finanziariamente dalle squadre, ma poi difficilmente gestibili) che in nome del tifo commettono violenze e vandalismi, spesso con conseguenze tragiche. Con il tifo nascono i club e circoli di fan, cresce  l’interesse pubblico e lo spazio mediatico  (due fattori direttamente proporzionali che si alimentano a vicenda) che si dedica agli avvenimenti sportivi, e, contemporaneamente, cresce lo sfruttamento economico dello sport.

Nascono i campioni, i miti, gli idoli, i semidei, le leggende, le storie avvincenti e le rivalità fra campioni (e se non ci sono si inventano). E nascono anche gli sponsor, i manager, i procuratori, gli agenti e tutto quel circo di varia umanità che ruota intorno allo sport (e ci campa). Più sono bravi, più vengono esaltati e più creano giro d’affari. Non importa se abbiano qualità umane, intellettuali, capacità specifiche in qualche settore; conta solo che vincano e che diventino idoli da esaltare; e sfruttare. L’esaltazione del muscolo, dietro la bandiera dello sport, acquista sempre più importanza e l’attività fisica diventa prevalente sul cervello e l’attività mentale. Prova ne sia il fatto che nel bilancio dello Stato una parte consistente è riservata ai finanziamenti per lo sport, mentre la parte riservata alla cultura viene assorbita in gran parte dallo spettacolo e da associazioni, cooperative e privati che organizzano manifestazioni culturali. Poi non lamentiamoci se stampa, internet e televisione sono invasi da campioni e campioncini sportivi, cuochi, tronisti, finti naufraghi e casalinghe disperate, ma raramente vediamo persone intelligenti.

Così nei piccoli paesi sparsi sul territorio raramente troviamo un teatro, una biblioteca o un centro culturale; mentre non c’è paesello o borgo di montagna che non abbia  almeno un campetto di calcio dove adulti e bambini possono praticare attività sportiva o fare semplice esercizio fisico. Forse nessuno ci fa caso, ma non esiste uno spazio attrezzato per l’attività culturale corrispondente al campetto di calcio,  per chi volesse praticare attività intellettuale o esercitarsi in giochi e passatempi mentali. Teatri, biblioteche o centri culturali (dove esistono, raramente) sembrano soddisfare questa esigenza, ma non  è così, sono qualcosa di diverso; sono quello che per lo sport sono i centri di avviamento e addestramento sportivo, le palestre, le scuole per le specifiche discipline, i centri CONI, le scuole di calcio, etc. Non esiste un corrispondente “campo di calcetto” per attività intellettuali; esiste il “campo sportivo“, ma non esiste il “campo intellettuale” dove esercitarsi in attività letterarie o artistiche. Non esiste proprio, nemmeno nella fantasia dei nostri governanti e nemmeno in quella del ministro dei beni culturali. Strano, ma è proprio così.

Recentemente è scomparso uno di questi campioni, un idolo delle folle, un pugile considerato un semidio e, come egli stesso si definiva “Il più grande“: Cassius Clay, alias Muhammad Ali. Esaltato dalla stampa non solo per le sue doti sportive, ma anche per le sue caratteristiche personali e l’attività extra sportiva; un’icona del pacifismo (si rifiutò di partire per il Vietnam), della difesa dei diritti umani e delle lotte contro le discriminazioni razziali. Non c’è dubbio, un personaggio di primo piano, un mito del pugilato e dello sport, che con la sua immagine vincente ha contribuito notevolmente alla causa dei diritti degli afro-americani. Ora, un uomo simile dovrebbe essere portato ad esempio come simbolo e modello della grandezza della specie umana, quella che si è evoluta nel corso di millenni grazie alle doti di intelligenza, fantasia, creatività, scoperte ed invenzioni. Sembrerebbe che certi campioni dello sport (ma il discorso vale anche per i personaggi del mondo dello spettacolo) siano grandi non solo per le loro qualità sportive, ma anche per le qualità morali, umane, intellettuali e, forse, anche artistiche. Ovvero che essere “il più grande” come sportivo significhi automaticamente essere anche un “grande uomo” in tutti i sensi. Sarà vero? Bene, allora vediamo quali sono le sue qualità intellettuali e dove si colloca il nostro semidio in una graduatoria delle eccellenze umane.

Tutti sanno cos’è il Q.I. (l’indice che misura il quoziente di intelligenza). Magari non è attendibile al 100%, ma è un valido test per misurare, con buona approssimazione, la capacità intellettuale di una persona. Il quoziente 100 è fissato come indice che dovrebbe rappresentare il “quoziente medio” della maggioranza della popolazione. Per intenderci, la famosa casalinga di Voghera, rappresentando la cittadina media, dovrebbe avere un Q.I. uguale a 100. Un indice più alto rappresenta un livello di intelligenza maggiore ed uno più basso una intelligenza inferiore alla media. Sapete quanto è il Q.I. del nostro semidio Cassius Clay, Muhammad Ali, l’idolo delle folle che per decenni ha monopolizzato il tifo di milioni di fan, l’attenzione dei media ed ha fatto guadagnare milioni di dollari a chi gli stava intorno? E’ pari a 73 (rilevato alla prima visita militare). Del resto, lo stesso Clay diceva  ( forse, per evitargli l’eccessivo sforzo mentale, gliel’hanno suggerita): “Sono il più grande, non il più intelligente“.

Infatti, già a scuola aveva un Q.I molto basso, sapeva a malapena leggere e scrivere, affermava di non aver mai finito di leggere un libro, ed a 20 anni fu scartato alla prima visita militare proprio per “basso quoziente intellettivo“. Solo successivamente, nel 1965, l’esercito, avendo l’esigenza di reclutare il maggior numero possibile di soldati, abbassò notevolmente l’indice minimo dei test per essere giudicati abili all’arruolamento, ed Alì rischiò di essere arruolato; allora si proclamò obiettore di coscienza, divenne un eroe icona del pacifismo ed evitò di partire in Vietnam; anche se pagò conseguenze pesantissime sul piano sportivo. Il più grande, certo, ma solo dentro quel piccolo quadrato segnato dalle corde che chiamano ring. Appena mette piede giù dal ring e invece che i muscoli si deve usare la testa, il signor Clay vale meno della casalinga di Voghera. Il che è tutto dire. Bello lo sport, specie quando si guadagna un sacco di soldi ed i muscoli si pagano a peso d’oro: alla faccia di Olimpia, di De Coubertin e del quoziente intellettuale.

Quando si dà più valore ai muscoli che al cervello è più facile fare a pugni che ragionare.

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