Oh, la Clinton

Tutti matti per Hillary Clinton. I nostri media sono tutti schierati con lei. Così come fecero a suo tempo con Obama. Ormai in USA abbiamo i presidenti per dinastia. Dopo i Kennedy, un’intera famiglia ai più alti vertici del potere; non arrivò il secondo presidente solo perché il legittimo aspirante lo ammazzarono prima. Poi fu presidente Bush padre al quale seguì George Bush figlio. Visto che non c’è due senza tre, ci ha provato anche Busch nipote, candidandosi alle primarie del partito repubblicano. Gli è andata male, ma è ancora giovane, magari ci riprova alla prossima.

Venne poi il presidente Bill Clinton e, una volta chiuso il mandato, ecco la mogliettina Hillary candidarsi per prenderne il posto, visto che ormai era pratica della Casa Bianca e delle sue usanze. La prima volta le è andata buca, sconfitta alle primarie da Obama. Ma lei, tenace, battagliera e ambiziosa, non demorde. Si ricandida, dunque, e pare che questa volta abbia molte possibilità di diventare la prima donna presidente degli USA. La vediamo nella foto, durante un comizio elettorale, avendo alle spalle proprio il marito Bill e la figlia Chelsea. Così, come già avvenuto con i Bush, avremo due presidenti nella stessa famiglia. E poi a chi toccherà, alla figlia Chelsea o al nipotino? Oppure gli USA in questa foga di rinnovamento e rottura con gli stereotipi del passato, dopo un presidente nero, un presidente donna, avranno un presidente nero, trans e musulmano?

Ma cosa avranno di così particolare questi personaggi per poter contare due presidenti nella stessa casa, quella Bianca, ovvio. Sarà una questione genetica, o di particolari capacità professionali? Sarà un semplice coincidenza, un caso? Ecccheccasooo…direbbe Greggio. Ma lasciamo perdere questi misteri democratici. Nell’euforia clintoniana della nostra stampa, dimenticano che Hillary, in qualità di segretario di Stato,  è stata implicata in diversi fatti non proprio chiarissimi della politica estera USA degli ultimi anni. Per cominciare non è estranea neppure all’esplosione della cosiddetta “Primavera araba” che ha sconvolto gli equilibri politico/economici di Egitto, Tunisia e Libia e Siria dove ancora si combatte. Molte testimonianze sembrano confermare un intervento diretto della diplomazia e dei servizi segreti Usa nella preparazione ed organizzazione delle prime manifestazioni popolari che portarono agli sconti ed alla successiva destituzione dei capi egiziani, tunisini e libici, Gheddafi in testa. Tutti sconvolgimenti gravissimi di cui l’Italia sta pagando per prima ed in maniera più grave le conseguenze in termini economici e di immigrazione incontrollata dalla Libia.

In questo scenario non proprio gratificante per un presidente USA Obama insignito del premio Nobel per la pace (concesso sulla fiducia e come acconto sui futuri miglioramenti), quale è stato il ruolo di Hillary Clinton? Ce lo ricorda un bel pezzo di Matteo Carnieletto sul blog “Gli occhi della guerra” che riprende alcuni articoli comparsi di recente su New York Times e Washington post. Eccolo.

Il lato oscuro della Clinton

Da qualche settimana, Washington Post New York Times stanno raccontando, con dovizia di particolari, le “imprese” libiche della candidata alla presidenza Usa Hillary Clinton. Ci sarebbe lei, infatti, dietro l’intervento in Libia del 2011. La notte del 14 marzo del 2011 non è una notte come tutte le altre. La Clinton è a Parigi. Tutto ormai è buio e l’aereo con a bordo Mahmoud Jibril, uno dei principali leader della rivolta libica, sembra non voler arrivare. È un incontro importante non solo per la storia americana, ma anche per quella mondiale. Una nuova guerra è alle porte. Jibril comprende che per convincere Obama a portare la guerra in Libia è necessario convincere la Clinton. Riuscirà nel suo intento e farà sprofondare la Libia nel caos, come nota anche il New York Times: “Oggi la Libia pone una minaccia sproporzionata alla sicurezza della regione, tanto da domandarsi se l’intervento, anziché scongiurare una catastrofe umanitaria, non abbia semplicemente contribuito a crearne una di diversa natura. Il saccheggio, durante l’intervento, dei vasti arsenali di armi del colonnello ha alimentato la guerra civile siriana, rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai, e destabilizzato il Mali. Un crescente traffico di esseri umani ha indotto 250mila rifugiati a spingersi verso Nord e attraversare il Mediterraneo, e centinaia sono morti annegati”. A ciò deve essere aggiunto anche il dilagare dello Stato islamico in Libia.

Passa un mese e la Clinton e Jibril si incontrano nuovamente. Questa volta a Roma. Un incontro lunghissimo: oltre un’ora. Jibril spinge per l’intervento e dipinge un futuro radioso per la Libia: elezioni, libertà di stampa e di pensiero. La Clinton ne è entusiasta. Mai profezia fu più sbagliata. Il volto nuovo della Libia è tumefatto da mille ferite, proprio come quello del colonnello Gheddafi, brutalmente ucciso nell’ottobre del 2011. L’ira dei ribelli è tutta rivolta contro di lui: calci, pugni e botte. “Venimmo, vedemmo ed è morto”, queste le parole – secondo il New York Times, pronunciate dalla Clinton, che subito organizzò la sua marcia trionfale in Libia.

Ma nel curriculum della Clinton non c’è solamente la Libia. C’è anche l’Ucraina, come spiega bene Diana Johnstone in Hillary Clinton regina del Caos (Zambon Editore). Non tanto (o, meglio, non solo) nell’organizzazione delle proteste, quanto nel diffondere sentimenti anti-russi. Subito dopo la tragedia del volo 17 della Malaysian Airlines, Kiev accusa i filorussi di aver commesso il fatto. Non ci sono prove però. Né a favore né contro i russi. Ma subito la Clinton, come scrive la Johnstone, fornisce agli europei la linea da seguire: “Se vi sono prove che collegano la Russia a questo evento, ciò dovrebbe indurre gli europei a fare molto di più, su tre fronti. Primo, inasprire le loro sanzioni. Rendere molto chiaro che c’è un prezzo da pagare. Secondo, (…) trovare alternative a Gazprom. E terzo, fare di più, di concerto con noi, per aiutare gli ucraini”. Questo incidente viene usato come casus belli. Si rischia un conflitto mondiale.

Il 4 dicembre 2014, scrive la Johnstone nel suo libro, “la camera dei rappresentanti degli Stati Uniti approvò una risoluzione che condannava la Russia per un’immaginaria ‘aggressione armata contro alleati e partner degli Stati Uniti’ (…). Il testo fu approvato senza alcun dibattito da una maggioranza di ben 411 rappresentanti apparentemente indifferenti, che stavano lasciando l’aula in quel momento; solo dieci votarono contro. Con questa risoluzione si potrebbe giustificare una guerra contro la Russia di Vladimir Putin e, come scrive la Johnstone, “questa leggerezza dimostra che il problema rappresentato da Hillary Rodham Clinton va ben al di là di lei come individuo, e rivela la crisi profonda del sistema politico americano”. (Matteo Carnieletto)

Che dire, C’è da essere poco tranquilli sul nostro futuro, se siamo in mano a questa gente. Ma non c’erano dubbi che dietro l’esplosione della protesta usata come pretesto per le rivolte in Egitto e Tunisia e per l’attacco alla Libia, ci fossero Obama, Cameron e Sarkozy; una destabilizzazione dell’intera area che era funzionale agli interessi economici e politici nella zona di Inghilterra, Francia e USA. Lo confermavano già allora notizie sull’uso spregiudicato di false notizie attraverso i media (in particolare il canale televisivo Al Jazeera, TV del Qatar) che servirono a giustificare l’intervento rapido contro Gheddafi. Non abbiamo bisogno di rivelazioni tardive, era già tutto chiaro fin da allora.

Ecco cosa scrivevo a marzo 2011, a pochi giorni dai primi bombardamenti: “Libia e mozzarella

E ancora:

Mr. Obama e la Siria

Guerra mediatica

Libia e bufale

Libia, ribelli e banane

La faccia come il culo

Missione umanitaria

Bombe intelligenti

Lo scemo della Nato

 

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