Il posto fisso, bambini e la TV

Una simpatica battuta da “Quo vado?” di Checco Zalone è quella del bambino che quando gli chiedono cosa voglia fare da grande, risponde: “Voglio fare il posto fisso”. Bella risposta, in linea con la cultura popolare dilagante, quella diffusa e imposta da tutti i mezzi di comunicazione, quella per la quale il mito del posto fisso garantito a vita è uno dei cardini della società fondata sull’assistenzialismo di Stato. Quella frase sembra una battuta umoristica (e in effetti lo è), cosa normale in un film comico, messa lì per provocare una risata. Ma l’umorismo nasce dall’osservazione di fatti, situazioni e personaggi reali. Il desiderio del bambino non è, quindi, un’invenzione dello sceneggiatore, ma è la presa d’atto di un aspetto reale della cultura dominante. Forse lo dimentichiamo spesso o, più probabilmente, neppure lo dimentichiamo, per il semplice fatto che non l’abbiamo mai saputo. Mi riferisco all’enorme potere dei media che influenzano in maniera determinante il linguaggio, i temi da trattare, le opinioni, i gusti, le scelte economiche, politiche, artistiche, letterarie e formano quella che chiamano “cultura popolare”, che è un altro nome, più elegante, dell’ignoranza diffusa. 

Ma quando i cittadini sono chiamati ad assumere decisioni importanti su qualche argomento di carattere generale o fare delle scelte personali su questioni di vita quotidiana, non ci rendiamo conto che le scelte sono prese in base alla nostra formazione culturale, ovvero all’idea che noi abbiamo acquisito di un certo problema, o di un prodotto qualsiasi, e che tale giudizio nasce e si forma a causa dell’educazione scolastica e familiare, e poi a seguito del martellamento continuo dei mass media che plagiano le menti e decidono (non completamente, ma in gran parte) i nostri orientamenti. Questo condizionamento interessa tutti i settori di attività sociale; dalla scelta politica  alla scelta di prodotti alimentari, moda e abbigliamento, mete delle vacanze, spettacoli da vedere o libri da leggere. Ecco perché la scelta di quel bambino è nient’altro che la conseguenza di ciò che sente e percepisce nella realtà. Il principio del “posto fisso” vale per tutte le scelte e le decisioni che condizionano la nostra esistenza, da quelle più importanti a quelle più frivole; solo che, forse per nostra fortuna, non ce ne rendiamo conto.

Ora si potrebbe fare una piccola variante di quella frase (in musica si chiamano “variazioni sul tema”), ed alla stessa domanda si potrebbe rispondere: “Da grande voglio fare televisione”. Anche questa potrebbe sembrare una battuta umoristica, ma è ciò che un bambino è portato a pensare vedendo quello che passa in TV. Una volta i bambini volevano fare i pompieri, i tranvieri o mestieri che avevano ogni giorno sotto gli occhi e li affascinavano per la divisa, per la bravura o l’autorevolezza. Oggi sotto gli occhi, ogni santo giorno ed a tutte le ore, hanno la televisione. Ovvio che si identifichino nei personaggi che vedono passare in TV e sognino di diventare come loro. Così vediamo bambini piccolissimi che già si atteggiano come i modelli e idoli del mondo dello spettacolo, che vogliono fare i cantanti, le ballerine, che già da adolescenti, o poco più, confessano che la loro massima aspirazione non è fare il pompiere, ma è partecipare ad un reality o, comunque, andare in televisione.

E’ un inganno fatale, perché si convincono che la vita reale sia quella che vedono in TV (e confondono la realtà con la sua rappresentazione); un paese da operetta o da musical dove si rappresenta senza interruzione un unico grande spettacolo dove tutti cantano, ballano, si divertono attorno a grandi tavolate sempre imbandite, a tutte le ore del giorno, con prelibatezze preparate da uno stuolo di chef stellati (e nessuno si chiede chi paghi il conto). Credono che i soldi si facciano vincendo nei giochini scemi con o senza pacchi, che i preti siano investigatori e i cani facciano i commissari, che la politica sia quella specie di ring dove ci si scambia insulti reciproci ed ha ragione chi urla più forte, che le notizie importanti siano quelle dei TG, che l’oroscopo del giorno sia una cosa seria, che guardare film o fiction significhi vedere inseguimenti, cadaveri, fucili, pistole, sparatorie, sesso in tutte le posizioni, varianti e combinazioni di genere (il Kamasutra ormai è roba da educande), e ancora coltelli, obitori e  morti ammazzati ogni dieci minuti. Credono che i biscotti che mangiano a colazione li faccia Banderas e che tutto quello che propone la pubblicità sia ottimo, perché “lo dice la televisione“.

Così credono  che sia normale che le ragazze facciano a gara nel mostrare le proprie grazie (vince chi è più nuda o mostra una farfallina a livello pubico, con o senza mutandine), che muoiano dalla voglia di scopare col primo che passa e, quindi, che sia normale stuprarle perché, in fondo, è quello che vogliono.  Lo credono perché vedono continuamente  ochette implumi (le piume se le tolgono apposta, meno piume hanno addosso e più sono sexy), giulive e starnazzanti con l’eterno sorriso ebete stampato sul volto, che guardano sempre la telecamera per vedere se le inquadra, vi si specchiano e sembrano chiedere “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più scema del reame?”. Ecco, questo vedono i bambini, a tutte le ore, e credono che questa sia la vita e fare i buffoni e le zoccole in televisione sia un lavoro, anzi l’unico lavoro possibile e desiderabile. Quando si cresce con queste premesse le conseguenze sono inevitabilmente tragiche. Ma forse è proprio questo il risultato finale che si vuole ottenere, incoscientemente (cosa che sarebbe grave) o coscientemente (ancora più grave).

Ed infatti la televisione asseconda queste aspirazioni mettendo in scena programmi espressamente dedicati a loro, con bambini canterini, ballerini, che recitano, cucinano, sfilano nelle passerelle di moda per bambini, si vestono come “Piccoli gangsters”, si atteggiano e si truccano come adulti o come la pupa del boss, per la gioia di mamma e papà che, pur di vedere i loro pargoli in televisione, sarebbero felicissimi anche se fossero come  Luxuria. Vedere certi spettacoli ed esibizioni, imitando gesti ed espressioni da adulti, è deprimente. Ma lo è ancora di più vedere qualche conduttrice che, per essere intonata al programma, si veste come un uovo di Pasqua, ancheggia e fa smorfie da bambina all’asilo e sorride compiaciuta della propria insulsaggine. Vogliono sembrare spontanei, simpatici e divertenti, ma sono solo ridicoli e patetici. Sono miniature di modelli adulti, bambolotti umanoidi: sembrano piccoli uomini, ma sono piccoli mostri. E purtroppo per loro, viste le premesse, è molto facile che, crescendo, i piccoli mostri diventino grandi stronzi.

Ma in questo mondo di ambientalisti ed ecologisti non si butta via niente, tutto si ricicla. Non più bambini e non ancora uomini, perché mai cresciuti, saranno spaesati e confusi, probabilmente diventeranno soggetti psicologicamente instabili che cadranno facilmente nel tunnel di alcool e droga, e spesso finiranno in cronaca nera. Ed ecco che la televisione,  che ha creato i piccoli mostri e li ha usati come fenomeni da baraccone, ora usa di nuovo i mostri adulti per sbatterli in prima pagina, riempire i telegiornali e proporre toccanti servizi in cui familiari, parenti e amici ci racconteranno che “Era un bravo ragazzo“.

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