Sgarbi, capre e animalisti

Animalisti contro Vittorio Sgarbi. Lorenzo Croce, presidente dell’AIDA (Associazione italiana difesa animali e ambiente: questa ci mancava, vero?) ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Ferrara, chiedendo di “verificare se l’uso spregiativo del termine ‘capra’, che lo stesso critico d’arte usa a sproposito, non sia un incitamento al maltrattamento di animali”.

Certo anche questo è uno dei gravi problemi che affliggono gli italiani ed è urgente dare una risposta. Chissà quanti disoccupati, precari e pensionati si svegliano al mattino ponendosi questa angosciante domanda: dare della capra a qualcuno può indurre ad atti di violenza nei confronti dell’animale? Strano che di un problema così grave non se ne siano ancora occupati Renzi, Mattarella, l’Unione europea, l’ONU, il WWF, Pannella e Bonino (quelli si occupano di tutto, specie delle cose di cui alla gente non interessa un tubo).

In effetti se qualcuno presenta un esposto significa che ci sono fondati motivi, e magari anche le prove, che ogni volta che Sgarbi usa apostrofare qualcuno in televisione con l’epiteto di “capra”, si registrino reazioni incontrollate da parte della gente e si vedano cittadini apparentemente normali, colti da improvviso ed irresistibile raptus, andare per prati e pascoli di montagna alla ricerca di capre da violentare. Ironia a parte, si vede proprio che c’è gente che a questo mondo non ha un cazzo da fare e si inventa la prima stronzata che gli viene in mente giusto per avere un po’ di visibilità e 5 minuti di notorietà sui media.

Il motivo per cui Sgarbi usa il termine “capra” nel senso di ignorante, imbecille, idiota e sinonimi vari, è semplicemente per evitare querele per insulti, calunnie, diffamazione ed offese personali. Pare che, nel corso della sua ormai pluridecennale carriera di personaggio pubblico, abbia collezionato circa 470 querele per questi motivi; il che comporta anche un notevole esborso economico, sia per spese legali, sia per i danni morali pagati alle persone offese. La prima querela la ricevette da un’insegnante che, in una puntata del Maurizio Costanzo show nel 1989, lesse una sua poesia,  giudicata subito negativamente da Sgarbi. Alle rimostranze della poetessa che lo definì “Un asino poetico”, Sgarbi rispose “E lei è una stronza”. Gli costò 60 milioni di risarcimento danni. Ecco perché ad un certo punto ha ritenuto più conveniente, e meno dispendioso, sostituire termini come ignorante, incapace, idiota, e sinonimi dello stesso tenore, con un meno offensivo “capra”. Ne fece un tormentone, tanto che anni fa, nel corso di un programma su Rai1 che lo vedeva come conduttore (e che fu un flop, durò solo una puntata), portò una capra in televisione. Solo pochi giorni fa, per sua fortuna, l’insulto è stato depenalizzato. Quindi ora Sgarbi può tornate ad usare, al posto di capra,  termini ed insulti più precisi.

Però è curioso che questi animalisti si siano sentiti in dovere di mettere sotto accusa Sgarbi per l’uso di quel termine e non si siano mai preoccupati di altre espressioni ben più gravi nei confronti degli animali. Per esempio, non è più preoccupante dire “In culo alla balena”?  Cosa ha fatto di male la povera balena per essere oltraggiata in quel modo? Oppure sentire usare comunemente “Tagliare la testa al toro”, per indicare la necessità di prendere una decisione drastica e risolutiva. Questa sì è una espressione forte che incita esplicitamente ad un atto di violenza estrema nei confronti del povero toro, auspicandone la morte per decapitazione. E poi, perché mai per superare una situazione di stallo e di incertezza, spesso a causa dell’incapacità umana di assumere decisioni,  ci deve andare di mezzo un toro che non c’entra niente con la discussione e non ha alcuna responsabilità? Nessuno ha mai presentato un esposto per vietare l’uso di questa espressione popolare.

Ma le azioni irrispettose nei confronti degli animali hanno radici antiche. Perfino nel Vangelo si racconta che, per festeggiare il ritorno del figliuol prodigo, si ammazza il vitello grasso. Cosa c’entra il vitello grasso? E’ colpa sua se quel ragazzino scavezzacollo in cerca di avventure ha abbandonato la casa paterna per andare in giro per il mondo? E’ colpa sua se poi è tornato? No, il vitello non se ne preoccupava minimamente; pensava solo a pascolare, trovare le sue erbe preferite, mangiare in santa pace e ruminare con calma (perché “prima digestio fit in ore”) e ingrassare. Ecco l’errore, essere grasso. Avesse mangiato di meno, sarebbe rimasto magro e l’avrebbe scampata. Ma allora, purtroppo per lui, non c’era la televisione, né riviste specializzate, e non c’erano tutti quei dietologi e nutrizionisti che ad ogni ora invitano a mangiare con moderazione e, per combattere l’obesità, consigliano esercizio fisico e diete stravaganti. Nessuno allora avvertiva i vitelli del pericolo di ingrassare (specie se c’era il pericolo che un figlio giramondo tornasse a casa all’improvviso) .

Ci sono poi espressioni usate comunemente che, anche se non proprio violente, sono almeno poco rispettose. Pensiamo a “menare il can per l’aia”. Si può intendere che si accompagni il cane a fare una tranquilla passeggiata per l’aia. Ma “menarlo” lascia intendere un’azione che potrebbe non essere gradita all’animale. E se il cane non avesse voglia di farsi menare per l’aia? Non sarebbe un atto violento? E se così fosse, perché gli animalisti non lo hanno mai denunciato? Due pesi e due misure: capre sì e cani no?

Che dire poi della frase “Il bue che dice cornuto all’asino”. E’ altamente offensiva per entrambi gli animali. Per il bue che, dando del cornuto all’asino, passa per ipocrita, falso, bugiardo ed in malafede, lanciando un’accusa infondata e attribuendo all’asino i propri difetti. Ed anche per l’asino che, sentendosi dare del cornuto, può pensare di essere tradito dall’asinella dai facili costumi. Ed ancora del detto “Fare come lo struzzo… che nasconde la testa sotto terra”. Ma voi avete mai visto uno struzzo comportarsi in quel modo stupido? No, è un’invenzione senza riscontro; pura cattiveria.  Ed ancora “Lavare la testa all’asino”, o  “Dare le perle ai porci”, per dire di azioni inutili. Come dire che questi animali sono ignoranti e irriconoscenti, perché non conoscono il valore delle cose e delle azioni.

Usiamo dire di qualcuno che “è imbufalito”, o che “è matto come un cavallo”. Ma sia bufali che cavalli non sono matti, non vanno in escandescenze; sono gli umani che impazziscono senza motivo. E perché per identificare un’associazione malavitosa e criminale come la mafia dobbiamo usare il termine “piovra”? Le piovre non fanno pagare pizzi ai gamberetti, non chiedono tangenti sul plancton, non fanno niente che può essere assimilato alla cattiveria umana. Perché per definire delle ragazze prive di senno e cultura le chiamiamo “oche” o galline? Considerate nel loro ambiente, e confrontate con gli altri animali, oche e galline sono meno stupide di quanto si pensi e di quanto lo siano, paragonate ai loro simili della specie umana, certe ochette dalle sembianze femminili che starnazzano nei salotti televisivi (ma ci sono anche polli e capponi in sembianza maschile).  E sono anche più utili all’umanità (oche e galline).

C’è, infine, un’espressione che non ho mai usato perché non ne ho mai capito il senso. La sentiamo spesso, ogni volta che dobbiamo augurare a qualcuno il buon esito di una prova, un’impresa o un esame. Qual è l’espressione più usata? E’ questa: “In bocca al lupo”. L’immancabile risposta è “Crepi”.  E guai a dire semplicemente “Auguri”, porta male; a noi. Invece a noi porta bene quello che porta male al lupo. Sentendo questo strano modo di augurare fortuna mi chiedevo sempre, fin da piccolo, che senso avesse quella frase, e perché mai per assicurare qualcosa di positivo dovesse crepare un povero lupo che non c’entra niente con le nostre vicende personali. Così immaginavo che, di colpo, in qualche bosco, un lupo si accasciasse improvvisamente ogni volta che qualcuno ne augurava la morte. Una strage di lupi. Ecco perché ho sempre evitato di usare quello strano augurio, anzi credo proprio di non averlo mai usato, proprio per evitare di sentirmi rispondere “crepi”. Questione di sensibilità personale, anche quando ancora non c’era la Brambilla, il WWF, l’AIDA, Croce, gli animalisti e quelli che pensano che usare il termine capra possa invogliare all’uso della violenza. “Più conosco gli uomini, più amo i cani”, diceva Heinrich Heine. Oggi potrei aggiornare quella frase e dire che più conosco certi uomini, più amo le capre (ed anche i cani); sono più intelligenti di quanto sembrino, le capre (ed anche i cani).

Le vere oche sono quelle della TV, ed i polli sono quelli che le guardano. Punto.

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