Tumori e pudori

La spettacolarizzazione della sofferenza sta diventando una moda. Una volta le malattie si sopportavano in silenzio con pudore e riservatezza, ora si devono rendere pubbliche, come qualcosa di cui andare fieri, da condividere. E di solito a farlo sono personaggi pubblici. Tempo fa lo ha fatto Emma Bonino, annunciando di avere un cancro al polmone (forse effetto del fumo passivo delle 100 sigarette al giorno di Marco Pannella) e invece che curarsi e sperare nella guarigione, come fanno tutti i malati di questo mondo, sente il bisogno di annunciarlo “Urbi et Orbi“, approfittandone per mostrarsi su tutti i media con le cuffiette colorate che nascondono la testa pelata e salire in cattedra per dispensare saggi consigli sui “sette alleati contro il cancro“.

Immagino che ora, grazie ai preziosissimi consigli della Bonino, l’oncologia farà passi da gigante. Pochi giorni fa è stata la volta di una giornalista della BBC, Victoria Derbyshire, che comunica al mondo di avere un tumore al seno, fa l’immancabile selfie d’ordinanza, “con coraggio” si mostra senza capelli, e dichiara di “combattere la sua battaglia contro il cancro“.

Oggi è la volta di un’altra donna, Carolyn Smith, coreografa, che annuncia di avere un tumore al seno e, per mostrare gli effetti della chemioterapia, fa il solito autoscatto insieme al marito e si mostra completamente calva. E anche lei parla di  lotta e promesse di vittoria: “Sto combattendo contro un nemico odioso che chiamo l’intruso. E’ un tumore maligno al seno che mi è stato diagnosticato due mesi fa. Lo sconfiggerò.”. Le auguriamo di cuore di guarire, così come lo auguriamo a tutte le persone malate, anche se  non fanno autoscatti, non rilasciano dichiarazioni, non annunciano battaglie, non parlano di coraggio, non compaiono in TV, non finiscono in prima pagina ; semplicemente si curano e sperano di guarire.

Ma oggi sembra che tutto debba diventare di pubblico dominio; gioie, dolori, sofferenza, malattia, morte. Tutto fa notizia e diventa pubblico. Tutti smaniano dalla voglia di mostrarsi e raccontare i fatti e fatterelli privati, decenti o indecenti. Apparire è diventato l’undicesimo comandamento di una società fondata sulla rappresentazione di se stessa. Non esiste più la realtà, esiste solo la sua rappresentazione mediatica. Se non appari non esisti.  Ecco perché stampa, TV e web, sono invasi da messaggi, informazioni e foto di ogni genere, del tutto inutili, ma che sono il pane quotidiano di questa umanità frastornata che ha perso il senso della realtà. E’ una battaglia quotidiana per guadagnare visibilità con scandali, provocazioni, nudi sempre più nudi, confessioni pubbliche di fatti privati, intimità e segreti più o meno pruriginosi. Sta diventando motivo di orgoglio e titolo di merito l’ostentazione pubblica dei vizi privati.

Ecco perché in una società in cui apparire diventa quasi un obbligo sociale, anche la malattia diventa un fatto pubblico, da mostrare, raccontare, usare come pretesto per affermare la propria presenza nel mondo, per partecipare al rito collettivo dell’esibizione pubblica del privato, per guadagnarsi quel quarto d’ora di celebrità che ipotizzava Andy Warhol. Anche quando, come il caso dei personaggi dello spettacolo, quel quarto d’ora di celebrità lo hanno già avuto in abbondanza. Non è il caso, quindi, di parlare di grandi battaglie o di prove di coraggio nel mostrarsi senza capelli e annunciare vittorie. Quando si ha un cancro, le “battaglie” personali non esistono, il coraggio non serve, c’è solo la malattia e la cura: o si guarisce o si crepa. Punto. E non per particolari meriti personali.

Ci sono migliaia di persone che ogni anno vengono colpite da tumori, si sottopongono a lunghe terapie, a controlli periodici che vanno avanti per anni, sopportano gravi complicazioni ed effetti collaterali, dei quali la perdita dei capelli è il minore dei danni, e spesso muoiono; coraggio o non coraggio. Ma non vanno in TV a raccontarlo per mostrarsi come delle eroine che “combattono una battaglia“. Quando anche il cancro diventa quasi uno status symbol da mostrare con orgoglio, significa che anche il pudore è morto: amen.

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