Romanzi e polli

Nutro una certa diffidenza nei confronti di coloro che scrivono romanzi. Non tanto dei grandi romanzieri del passato (avevano una loro funzione che non stiamo qui ad analizzare), quanto di quei narratori moderni (specie americani) che negli ultimi decenni inondano le librerie di mostruosi polpettoni illeggibili. Spiegarne le cause sarebbe lungo e del tutto inutile; anche perché c’è libertà di scelta, molti apprezzano il genere ed ognuno è libero di torturarsi come più gli aggrada. Credo che, per riprendere una celebre battuta di Strauss su Schoenberg, molti romanzieri farebbero meglio a “spalare neve” o tornare a zappare la terra. Opinione del tutto personale, ma della quale sono sempre più convinto. Nella vita si possono scrivere romanzi e poesie, oppure piantare ulivi o allevare polli. La differenza è che ulivi e polli hanno una loro intrinseca utilità.

Spesso l’opera dello scrittore è solo l’appagamento del proprio egocentrismo ipertrofico, narcisismo patologico ed esibizionismo intellettuale. Il tutto spacciato come estro creativo e passione artistica; specie quando se ne ricava un proficuo tornaconto economico per sé e per l’editore. Ricordo una battuta di Sean Penn, protagonista del film “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Mi è rimasta nella mente perché molto sinteticamente esprime un concetto che è emblematico della società moderna. Dice: “Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico.“. Già, oggi sono tutti artisti, filosofi, poeti o romanzieri; anche Snoopy e…Fabio Volo.

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