Monaci, abiti, santi e tifosi

L’abito non fa il monaco“, si usa dire. Ma è possibile che un monaco faccia abiti, se è un frate sarto. Mentre un sarto può fare abiti, ma non può fare monaci. Monaci, invece, non fa sarti, né abiti, né frati, fa solo guide che, se sono guide alpine vi aiutano nelle scalate (e anche nelle discese), se sono guide turistiche vi illustrano i monumenti, se sono guide spirituali dispensano saggi consigli che tengono, appunto,  in dispensa; al fresco si conservano meglio.

Il monaco del Tibet

Questo a lato è il Dalai Lama, capo spirituale dei buddhisti tibetani; un monaco famosissimo che veste abiti fatti da uno stilista con poca fantasia. Infatti sono sempre giallorossi, come i colori dei tifosi romanisti. Ma non è detto che il Dalai Lama sia romanista, né che i romanisti siano monaci tibetani. Il che dimostra, appunto, che l’abito non fa il monaco. In ogni caso, quelli che vogliono togliere il crocifisso o vietare presepi e canti di Natale per non turbare la sensibilità di musulmani e non credenti, dovrebbero dire al Dalai Lama di cambiare abbigliamento per non urtare la sensibilità dei tifosi laziali.

La santa monaca di Calcutta

Per fortuna a rimediare c’è un’altra monaca altrettanto famosa, Madre Teresa di Calcutta che, forse per compensare lo sfacciato tifo romanista del Dalai Lama, indossa sempre un abito biancoceleste, colore ufficiale dei tifosi della Lazio. E così siamo pari. In verità, non proprio pari, perché c’è un’altra monaca, magari meno famosa, accesa tifosa laziale, Suor Paola. Molti anni fa appariva spesso in televisione nei programmi di calcio, anche come opinionista e addirittura commentatrice dallo stadio, proprio come tifosa laziale. Ma l’apparente eccesso di tifoseria laziale nella Chiesa è bilanciato dallo stesso Vaticano che adotta una bandiera che accontenta tutti: il bianco della Lazio ed il giallo della Roma. Così siamo tutti tranquilli e non c’è partigianeria o favoritismo per nessuno.

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La Santa…nchè della Scala

Questa, invece, non è monaca, non è santa e non è tifosa. In questo caso, quindi, l’abito non fa il monaco, ma fa… fa proprio schifo.  Molto meglio lo stilista del Dalai Lama e di Madre Teresa; magari poco estrosi, ma più seri. E’ Daniela Santanché alla Prima della Scala. Credo che una persona normale avrebbe qualche difficoltà a mostrarsi in pubblico conciata in quella maniera. E pure un uomo normale avrebbe difficoltà a mostrarsi in compagnia di una donna così agghindata. Bisogna concludere che la normalità non sia di casa alla Scala e non sia di casa nemmeno a casa Santanchè. Chi poi inventa certi abiti, che sono un vero insulto al senso estetico ed al buon gusto, dovrebbe essere condannato alla gogna nella pubblica piazza; se nella Piazza della Scala fa troppo freddo, va bene anche nella vicina Galleria. Visto però che da tempo sulle passerelle di moda si vedono cose orrende, più che sfilate di alta moda sembrano una rassegna di costumi di Carnevale, sospetto che esista qualche norma poco conosciuta del codice penale che riconosca una sorta di impunità a certi stilisti. Altrimenti non si permetterebbero certi obbrobri. La vera eleganza, diceva qualcuno, passa inosservata. Infatti Daniela non l’ha notata nessuno. Come dire che l’eleganza e la Santanché non si frequentano proprio, nemmeno per sbaglio. Si frequentano, invece, Santanché e Sallusti. Povero Sallusti, con quell’aria rassegnata, sembra capitato lì per sbaglio o per penitenza. Siamo in tempi di Giubileo, di misericordia e di perdono. C’è chi, per farsi perdonare i peccati, attraversa la Porta Santa e chi per penitenza si accompagna alla Santanchè in verde. Vai, vai Sallusti, hai il paradiso assicurato.

 

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