Battista e le nozze gay

Il Consiglio di Stato boccia le nozze gay. E la cosa non piace a Pierluigi Battista, editorialista del Corriere. “Un giudice dovrebbe parlare solo con le sentenze. Ora invece parla anche sui social network, come Carlo Deodato, cui si deve la sentenza che ha bocciato la registrazione delle nozze gay celebrate all’estero.”, dice Battista. Insomma, si contesta al giudice l’espressione di valutazioni extra giuridiche, opinioni personali sull’oggetto della sentenza. A prima vista sembra che Battista abbia ragione; non sta bene che un giudice esprima la sua opinione personale su una questione sottoposta al suo giudizio. Si è portati a pensare che, più che giudicare sulla base delle leggi, giudichi sulla base delle proprie simpatie. Giusto.  Eppure sono quasi certo, dico “quasi”, che se la sentenza fosse stata favorevole ai gay, e lo stesso giudice avesse rilasciato qualche dichiarazione pubblica sulla sentenza, Battista non avrebbe avuto niente da dire. Chissà perché mi viene questo sospetto. Forse perché, come ripeto da anni, certi politici ed intellettuali, hanno una doppia morale: chi la pensa come loro è libero di esprimersi (lo garantisce la Costituzione), altrimenti la libertà di  espressione è momentaneamente sospesa e si trovano pretesti e cavilli per limitare quella libertà. In campo giuridico questo concetto si esprime con il classico “La legge, per i nemici si applica, per gli amici si interpreta.”.

Esattamente ciò che fa Battista con questo articolo: “Esibizionismo di Stato sui social network del giudice che condanna le nozze gay“. Ma quali argomentazioni usa per criticare l’atteggiamento del giudice? Dice che dovrebbe limitarsi a giudicare ed emettere le sentenze e non esprimere valutazioni personali specie sui social network: “Un giudice, si diceva un tempo, dovrebbe parlare solo con le sentenze.“. Anche questa sembra una affermazione condivisibile: chi ricopre un incarico istituzionale dovrebbe attenersi al rispetto delle competenze del proprio ruolo.  Giusto. Solo che se Battista si prende la briga di guardarsi intorno, potrebbe scoprire che in Italia nessuno si attiene a questa regoletta. Anzi, sembra che l’hobby preferito dagli italiani sia proprio quello di occuparsi di questioni non di propria competenza o delle quali non si ha conoscenza specifica. Tutti gli italiani sono allenatori di calcio, barbieri e taxisti sanno benissimo come risolvere la crisi economica e perfino gli idraulici hanno in tasca la ricetta per risolvere qualunque problema. Ecco perché poi abbiamo comici che fanno politica, politici che fanno ridere e giornalisti che fanno piangere. Prova ne sia il fatto che ogni giorno, su tutti i canali televisivi, spopolano ciurme di opinionisti tuttologi che dissertano, con grande sicurezza ed apparente serietà, di tutto lo scibile umano.

Che dire poi di tutti quei personaggi, anche magistrati, che hanno acquisito notorietà proprio grazie all’esposizione mediatica derivante dal proprio ruolo e che poi, grazie a questa popolarità hanno intrapreso con successo la carriera politica o, comunque, ne hanno ricavato grandi benefici professionali? Da Di Pietro a De Magistris, da Ingroia a Emiliano. E che dire di tutti quei politici che, pur ricoprendo importanti ed impegnativi ruoli istituzionali, sindaci o governatori di regione, che hanno grossi e seri problemi da risolvere,  passano più tempo negli studi  televisivi che nei propri uffici, a discutere non dei problemi della loro Regione o Comune, ma su tutti i possibili temi politici, sociali, culturali e morali? Scrivere un messaggio su Facebook o Twitter è più grave che essere ospiti fissi in televisione a fare gli opinionisti, invece che pensare ai problemi dei cittadini? In quanto poi a “esibizionismo di Stato sui social network“, c’è un personaggio, ad alti livelli istituzionali, che fa un uso compulsivo, spasmodico, assillante, quasi patologico, dei social network: Matteo Renzi, il presidente del Consiglio, quello che le grandi decisioni politiche e le riforme costituzionali le annuncia quotidianamente su Twitter con 140 caratteri. Battista, ne ha mai sentito parlare?

Ma torniamo alla terzietà ed imparzialità auspicata da Battista, ed alla necessità di attenersi alle competenze del proprio ruolo. Succede che  Laura Boldrini, terza carica dello Stato, il cui compito istituzionale è quello di regolare l’attività della Camera e garantirne il regolare svolgimento, e che in quanto tale dovrebbe avere una posizione di terzietà, imparziale e super partes, non perda occasione per esprimere il suo illuminato parere personale su tutto ciò che riguarda questioni culturali e morali. Non passa giorno che le agenzie di stampa non divulghino il pensiero boldriniano su tutti i temi possibili, con particolare riguardo a ciò che sta a cuore alla nostra presidenta (con la A finale, altrimenti si risente): immigrazione, diritti umani, accoglienza dei migranti,  rom, terzomondismo, frontiere aperte, invitando gli italiani a prendere esempio dall’Africa (Bollettino dei migranti). Non disdegnando di intervenire anche su questioni più leggere, come il ruolo della donna all’interno della casa, chi deve fare le pulizie, cucinare o lavare i piatti, ed altri residuati culturali delle battaglie femministe del ’68.

Ma soprattutto denunciando con grande fermezza lo sfruttamento del corpo femminile sui media e la pubblicità sessista in televisione: “Basta spot con mamme che servono la famiglia a tavola“. Ed infine, Battista dovrebbe saperlo molto bene in quanto giornalista e direttamente interessato, interviene anche sul linguaggio giornalistico per dettare regole e cambiare la grammatica (Boldrini, vuole insegnare a scrivere ai giornalisti). E siccome parla da terza carica dello Stato, tutti i media danno grande risalto alle sue parole che acquistano  autorevolezza proprio in virtù del ruolo ricoperto. Ed il Corriere non è certo secondo a nessuno nel fare da megafono ai messaggi del Palazzo. Dov’è Battista quando Boldrini parla e straparla intervenendo su argomenti che nulla hanno a che fare con il suo compito istituzionale e vuole insegnargli a scrivere “presidenta” e “richiedenti asilo” invece che immigrati clandestini?  Il sessismo in televisione, il linguaggio giornalistico, o il compito delle mamme sono argomenti inerenti i regolamenti della Camera e, quindi, di competenza della Boldrini? Battista era assente, in ferie, dorme, è in missione speciale all’estero? Oppure ultimamente si occupa solo di giudici e di messaggini su Twitter?

Sarà appena il caso di ricordare che  lo stesso discorso, il travalicare i limiti delle competenze e prerogative del proprio ruolo, ho fatto, detto e ripetuto fino alla nausea, durante tutto il mandato del presidente Napolitano, il quale non lasciava passare giorno senza esprimere il suo parere su tutto e tutti, condizionando anche pesantemente la stessa attività politica e parlamentare. Dov’era Battista?  Sempre in ferie? E dov’era quando l’allora presidente della Camera Fini, andando ben oltre i limiti delle proprie competenze, non solo si permetteva di esprimere il suo parere personale su questioni che nulla avevano a che fare con il regolare svolgimento dei lavori dell’aula parlamentare, ma, alla faccia della terzietà, diventava soggetto politico attivo, militante e di parte, si permetteva di uscire dalla coalizione che lo aveva portato in Parlamento ed eletto presidente della Camera, fondare un nuovo movimento politico, di fare politica attiva come fondatore del nuovo partito e non passava giorno che non criticasse duramente la politica e l’attività del governo Berlusconi. Alla faccia della sua posizione che dovrebbe essere super partes e imparziale. Dov’era Battista?

Poi, un bel giorno, Battista si sveglia e scrive: “Si diceva un tempo che un giudice non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire imparziale.”.  Toh, ha scoperto che un giudice deve essere ed apparire imparziale.  Eppure lo stesso discorso sulla imparzialità si dovrebbe applicare ad altri ruoli istituzionali come quelli che ho appena ricordato: il Presidente della Repubblica (che in quanto garante della Costituzione deve essere al di sopra delle parti. “Sarò il Presidente di tutti“, si affrettano a dire appena eletti. Poi se ne dimenticano e, camuffandosi abilmente, giocano con la propria squadra), i presidenti di Camera e Senato, i giudici della Consulta, ed altri ruoli pubblici, perfino il sindaco di un piccolo borgo di montagna, una volta eletto, non rappresenta più solo la sua parte politica, ma tutta la cittadinanza e deve essere imparziale e super partes. Allora, Battista, le sembra che la Boldrini sia imparziale e si attenga al proprio ruolo quando dice che gli italiani devono aprire le porte ai migranti? Rientra nei regolamenti della Camera? Esprime il pensiero degli italiani, oppure la sua particolare, e sinistra (in tutti i sensi), visione del mondo? Era imparziale Napolitano quando ordiva nell’ombra, con la complicità e l’approvazione dei burattinai europei, macchinazioni per far dimettere Berlusconi e portare al governo prima Monti e poi Renzi, senza che fossero eletti dal popolo? Era imparziale Fini quando diventava soggetto politico attivo e contestava il governo? Erano o “apparivano” imparziali? Di quale imparzialità parla Battista?

A proposito di Napolitano si veda “La vecchia, il tiranno e le quirinarie“, dove sono riportati i link a diversi post che lo riguardano. Vedi anche, sulla sua quotidiana interferenza nella vita politica e sociale “Il galletto del Colle“. Per dire, anche Napolitano rimproverava i politici di cercare troppa visibilità mediatica e di essere troppo spesso in televisione. Rimproverava gli altri, ma lui, tutti i santi giorni in tutti i Tg aveva il suo spazio riservato, e sulla stampa le sue dichiarazioni erano sempre riportate come titoli di apertura, con grande evidenza; aveva sempre da esprimere una opinione su tutto e tutti e questo presenzialismo e protagonismo lo ha accompagnato fino all’ultimo giorno del suo mandato (quando si dice predicare bene e razzolare male): “Presidente, cosa diceva sui politici in TV?”.  Ma Napolitano ha, di fatto, instaurato una Repubblica presidenziale, senza che nessuno gli facesse notare che andava ben oltre le prerogative e le competenze presidenziali; nemmeno Battista. Per capire la differenza tra il nostro presidente e quello di altri Paesi leggete qui: “Presidenti e sesso“.

Contesta infine anche  l’uso di argomentazioni filosofiche e morali  fatte dal giudice a sostegno della sua sentenza contraria alle nozze gay: “… inerpicandosi sui sentieri impervi della discussione filosofica e disquisendo sullo scandalo «ontologico che i matrimoni tra omosessuali alimenterebbero. L’ontologia dovrebbe essere lasciata ai maestri della morale. Il diritto è un’altra cosa.”, dice. Il diritto è un’altra cosa dalla morale? Anche questa sembra un’affermazione condivisibile. Ma è solo la dimostrazione di come sia facile sbagliarsi quando si vuole piegare un concetto alle proprie tesi (cosa che nel mondo dell’informazione, ma anche della politica e della cultura,  sembra essere la prassi consolidata). Il diritto non solo non è e non può essere disgiunto dalla filosofia e dalla morale, ma ne è la logica conseguenza, la diretta emanazione. Il diritto è la codificazione, la rappresentazione giuridica, dei principi morali di un popolo. Prima viene la morale, dopo, e solo dopo, vengono i codici e le leggi che scaturiscono proprio dall’accettazione di quei principi fondamentali di convivenza sociale; e vengono codificati in leggi perché siano rispettati da tutti, pena l’esclusione dalla comunità o pesanti pene e sanzioni. I reati contro la persona ed il patrimonio, prima che essere leggi dello Stato sono principi morali di un popolo. E’ un principio così elementare che glielo avrebbe spiegato un bambino.

Tanto clamore, scandalo e indignazione solo perché quel giudice ha bocciato le nozze gay. Se le avesse approvate oggi sarebbe un eroe e sarebbe liberissimo di  spiegare le ragioni della sentenza su facebook,  twitter,  social network vari, nei talk show e nei salotti televisivi di tutti i canali.  E nessuno lo attaccherebbe. Il fatto è che, apparentemente, sono tutti strenui difensori del famoso motto di Voltaire, ma in pratica, si vorrebbe applicare l’art. 21 della Costituzione solo a chi la pensa come noi,  gli altri, gli avversari, quando è possibile  è meglio farli tacere o non dargli troppo spazio mediatico. In fondo, però, bisogna tener sempre presente ciò che, qualche anno fa in un improvviso impeto di onestà intellettuale, disse e scrisse lo stesso Battista, proprio sul Corriere, mettendo in dubbio l’attendibilità delle notizie fornite dalla stampa e l’onestà, ed imparzialità, dei giornalisti stessi. Disse: “Non credete a quello che scrivono i giornali.”. Appunto, bravo Battista, concordo.

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