Severgnini, Franzen, la voce e le librerie

Beppe Severgnini, firma di primo piano del Corriere, ha l’aria di un intellettuale, anzi di un intellettuale che un po’ se la tira. Ed oggi, visti gli esemplari in circolazione, essere definiti intellettuali se non è proprio un’offesa, poco ci manca: è come ricevere un avviso di garanzia; non sei ancora condannato, ma è meglio che cominci a preoccuparti e trovare un buon avvocato. E come ogni intellettuale che si rispetti è un po’ vanitoso, narcisista e  ci tiene a curare la propria immagine. Infatti sul Corriere c’è sempre una sua bella foto o un video, oppure, nella storica rubrica “Italians” una sua caricatura con occhialoni, taccuino,  impermeabile fino ai piedi e lunga e nera capigliatura. Visto, però,  che ormai la capigliatura è incanutita e meno folta, forse dovrebbe cambiare immagine e cambiare pure l’impermeabile che, dopo quasi 20 anni di onorato servizio, deve essere ormai logoro.

 Uno dei segni distintivi  dell’intellettuale è il possesso di una vasta cultura. E se proprio non si possiede una cultura enciclopedica, almeno bisogna lasciare intendere di averla. Per accreditare questa immagine di sé, ogni volta che l’intellettuale viene ripreso da una telecamera, immancabilmente lo fa avendo alle spalle una ricca libreria. Più libri si vedono e più l’intellettuale sembra colto. Per qualche strana ragione la gente è portata a pensare che chi è circondato dai libri debba averli letti tutti e, soprattutto, li abbia capiti. Come se l’edicolante debba leggere tutte le riviste che ha in esposizione, o l’agente di pompe funebri abbia provato personalmente tutte le bare. Lo fa anche Severgnini.  Da qualche giorno nel sito del Corriere compare un video in cui il nostro giornalista annuncia una nuova rubrica domenicale dedicata alla lettura. Ma la voce è fuori campo, mentre la telecamera non inquadra il suo volto, come sarebbe normale, ma scorre lungo la sua libreria, mostrando libri e scaffali (video: “Ho ascoltato Franzen, l’ho amato di meno. Anche il suono della voce conta.“. Abbiamo scoperto un nuovo modo di giudicare gli scrittori (secondo il metodo Severgnini): dalla voce. Chissà che voce avevano Omero e Platone, Dante o Virgilio; mistero. Per loro fortuna, allora non c’era un Severgnini; altrimenti magari li avrebbe stroncati sul nascere.

Si, la voce conta, eccome se conta. La voce è una caratteristica fondamentale  degli esseri umani. Il timbro vocale è unico per ciascun individuo, può essere più o meno piacevole o fastidioso e sgradevole, con tutte le conseguenze del caso, e può essere determinante per raggiungere o meno il successo, specie per chi opera nel campo della comunicazione. Severgnini dice che la voce di Franzen non gli piace. Questione di punti di vista; anzi, di udito. Parlavo dell’importanza della voce in un post del 2008 “La voce umana” in cui, fra l’altro, dicevo che trovavo fastidiosa la vocina nasale di un attore celebratissimo come Mastroianni o l’insopportabile gne gne, sempre nasale,  di un’altra gloria del nostro cinema, Sofia Loren, ed in genere le voci stridule e acute. Ma è così terribile la voce di Franzen? Eccolo in questo video in inglese “Purity“, ed in una intervista a Che tempo che faJonatham Franzen da Fazio“. A me, sinceramente, sembra una voce del tutto normale, senza particolari connotazioni fastidiose. Ma forse Severgnini ha la capacità non umana di cogliere nella voce di Franzen  particolari vibrazioni o ultrasuoni, come i cani, che lo infastidiscono.

 A proposito di librerie, non bisogna lasciarsi ingannare  dalle apparenze; molto spesso i libri che vediamo dietro l’intellettuale di turno non sono nemmeno acquistati, glieli inviano in omaggio le case editrici o gli stessi autori, confidando in una recensione favorevole o almeno una citazione “casuale” all’interno di un articolo. E non sempre li leggono: l’importante è che facciano la loro bella figura sullo scaffale. Ovviamente, Severgnini non è l’unico che ama avere come sfondo i libri; è un vezzo comune, sta diventando uno status symbol.  Moltissimi personaggi della cultura, dell’informazione e perfino gente che con la cultura avrebbe poca attinenza, ama farsi riprendere avendo alle spalle una bella e ricca libreria; fa chic. Se poi fai un mestiere che in qualche modo rimanda alla lettura ed alla scrittura, allora la libreria è d’obbligo. Mai che si facciano riprendere in giardino (ammesso che lo si abbia), o in cucina davanti al frigorifero, in salotto, in bagno (beh, lì non sarebbe elegante). No, sempre davanti ad una libreria: fa cultura, e fa anche arredamento.

Qualche volta ho il sospetto che dietro l’uso delle librerie come sfondo, ormai consueto nelle riprese televisive, ci sia davvero un preciso accordo fra tutti gli operatori e che siano sponsorizzati da mobilieri e case editrici. Un po’ come succedeva nei film degli anni ’70/’80 che, anche per recuperare le spese, erano infarciti di richiami a bevande, sigarette,  quotidiani e automobili di marche particolari, sempre ben in vista e riconoscibili. Sembravano immagini ed inquadrature casuali, ma erano veri e propri messaggi pubblicitari; quello che poi si chiamò pubblicità occulta. Ecco un’altra illustre firma del giornalismo, Massimo Gramellini, che nella sua pagina sulla Stampa (vedi l’articolo di ieri “In nome del Papa re“; una volta tanto concordo con lui) usa questa foto (che sembra un’istantanea, ma non lo è; è una posa studiata) che lo riprende con lo sguardo rivolto verso un punto indefinito (ma dove guarda?) e l’espressione di serenità spirituale (forse ha le visioni mistiche), con la classica libreria d’ordinanza alle spalle.

 Ma torniamo al nostro Severgnini. Ciò che mi ha sorpreso in quel video è il fatto che dichiari di essere stato deluso dalla voce di Franzen e che ciò ha comportato un calo della sua stima nei confronti dell’autore. Qualcuno, non proprio assiduo frequentatore di librerie ed eventi letterari, potrebbe chiedersi chi sia questo Franzen che ha una voce che non piace a Severgnini. E’ Jonathan Franzen, uno degli scrittori più in voga oggi in America, autore di romanzi che sono stati grandi successi editoriali. Severgnini lo cita forse perché ne parlerà nella nuova rubrica a proposito dell’ultima fatica di Franzen, il romanzo “Purity“, appena uscito in USA;  un polpettone di 560 pagine che immagino pallosissimo e che non leggerei nemmeno sotto tortura (“Arriva Purity, il nuovo libro di Jonathan Franzen“, di Gianni Riotta). Ma io non sono un assiduo lettore di romanzi, la narrativa mi annoia, salvo rare eccezioni.

Ma di Franzen ho letto di recente con grande piacere un libro, “Il progetto Kraus“, edito in Italia lo scorso anno: una raccolta di note, scritte insieme a Paul Reitter e Daniel Kehlmann, su tre brevi saggi (Heine e le conseguenze, Nestroy e la posterità, Postfazione a Heine e le conseguenze) di Karl Kraus, scrittore austriaco vissuto a Vienna nel secolo scorso (morì nel 1936), ma che sarebbe utilissimo rileggere ancora oggi per la sua carica polemica e critica nei confronti di certi scrittori e certa stampa. Non è un caso che Franzen, che passa per essere una specie di enfant terrible della letteratura contemporanea americana, abbia scelto di riprendere quegli scritti di Kraus che un secolo fa si scagliava con rabbia contro certo giornalismo al servizio del potere e l’imbarbarimento della lingua tedesca proprio a causa dello stile letterario imposto da Heinrich Heine, scrittore, drammaturgo e poeta tedesco trapiantato a Parigi e morto nel 1856, e degli effetti negativi del suo stile letterario (imbarbarito dallo “stile latino” francese) sugli imitatori (le “conseguenze” alle quali accenna Kraus). La stessa rabbia che oggi, forse, anima anche Franzen, considerato un po’ troppo critico nei confronti di media e tecnologia.

Riporto due brevissime note, giusto per avere un’idea dell’atteggiamento di Kraus (e di Franzen) nei confronti della stampa del tempo. La prima nota è di Franzen e si riferisce al fatto che Kraus definiva “briganti” gli operatori della stampa: “Vale la pena ricordare che Kraus non sta parlando di “briganti” in senso metaforico. Giornali come la Neue Freie Presse erano effettivamente coinvolti in manipolazioni del mercato azionario, campagne diffamatorie, speculazioni edilizie, diffusione di pubblicità mascherata da contenuti editoriali e macchinazioni politiche in stile Hearst (in stile Fox news!), il tutto sotto il velo dell’estetismo viennese.”. Considerazioni che, com’è evidente, calzano a pennello anche alla stampa di oggi; niente di nuovo sotto il sole.

La seconda nota è di Paul Reitter e dà il senso di quale fosse lo spirito che animava la stampa viennese tanto deprecata da Kraus: “Il fondatore di Die Presse, un importante quotidiano viennese, una volta affermò che il suo obiettivo era possedere un giornale in cui ogni riga fosse pagata, cioè comprata, da qualcuno dotato dei mezzi e della volontà di manipolare le notizie.”. Forse è esattamente lo stesso auspicio di certi direttori di oggi.

Mi sono dilungato su questo saggio di Franzen perché tocca un argomento, la stampa, di cui mi occupo spesso. Ed è confortante trovare riscontro a ciò che dico da tempo nelle parole, ben più autorevoli delle mie, di uno scrittore come Franzen e, addirittura, nelle pesanti  denunce che faceva Kraus un secolo fa. Significa che quando attacco spesso e volentieri la stampa, forse qualche piccola ragione devo averla. Detto questo, ora sorge il dubbio che Severgnini non sopporti la voce di Franzen proprio perché si senta in qualche modo, in quanto giornalista, preso di mira e sotto accusa: touché? Sarà, non sarà, ma il dubbio me lo tengo.

Ma per pura combinazione, lo stesso giorno, sempre sul Corriere, c’è anche un servizio su Pier Paolo Pasolini, ricordato nell’ambito della festa del cinema di Roma, con due documentari che hanno per titolo “Ricordando Pasolini: la voce“, e ” Pasolini, il corpo e la voce“. Questo il video: “Niente è più feroce della banalissima televisione“. Come si vede, il punto focale è “la voce” di Pasolini. Ora, non è il caso di entrare nel merito del valore artistico di Pasolini; ogni pretesto è buono per ricordarlo, esaltarlo ed usarlo strumentalmente. E’ pur sempre un mito del  culturame di sinistra. Del resto, non a caso, tra gli ospiti chiamati ad animare l’immancabile dibattito dopo proiezione (è la versione aggiornata dei cineforum del post ’68), c’è quel giovane enfant prodige della sinistra, il filosofo neo-marxista che spopola nei talk show televisivi, Diego Fusaro. Speriamo che prima o poi, durante questi assembramenti pseudo culturali, passerelle per intellettualoidi militanti di regime, autoreferenziali, ripetitivi e funzionali solo al mantenimento del potere culturale della sinistra, arrivi un Fantozzi in versione nuovo millennio che salga sul palco ed urli “Questo dibattito è una cagata pazzesca“. Amen.

Una cosa, però, è chiara; la voce di Pasolini è così importante da meritare di essere celebrata con ben due documentari. Ora, verrebbe quasi spontaneo fare le solite considerazioni sulla doppia morale diventata prassi nell’attuale società uniformata al pensiero unico dominante della sinistra pre-renziana. Meglio specificare perché quella renziana è altra cosa, non è nemmeno sinistra, nessuno ha ancora capito cosa sia, nemmeno Renzi,  ma lui ci campa; ed il pensiero unico non è più quello della sinistra, ma è semplicemente il suo, il pensiero unico di Renzi; non si accettano punti di vista diversi, contrastanti o in dissenso. Punto.  Ma non si può fare a meno di notare che anche la voce si presta a diverse interpretazioni, secondo le circostanze: se è quella di un compagno è sempre bella, e gradevole, se è di chi critica la stampa è orribile.

Così mentre da una parte Severgnini non sopporta la voce di Franzen, che appare del tutto normale, più avanti si esalta la voce di Pasolini, del quale tutto si può dire, ma non che avesse una voce bella e piacevole. Anzi, se vogliamo essere sinceri, era proprio sgraziata e sgradevole, una vocina flebile, acuta, cantilenante, quasi infantile e lamentosa. Ma siccome Pasolini è Pasolini, state a vedere che adesso si dirà anche che aveva una bella voce, calda, suadente, affascinante e ci ricavano due documentari. Sono certo che anche Severgnini, che trova fastidiosa la voce di Franzen,  troverà affascinante e melodiosa quella del compagno Pasolini. Severgnini, ma  mi faccia il piacere; direbbe Totò.

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