Studenti d’Italia

Puntuali come le tasse, con l’inizio del nuovo anno scolastico, arrivano le prime manifestazioni studentesche. C’è sempre qualche buon motivo per scendere in piazza, urlare qualche slogan inventato per l’occasione  dal creativo del gruppo, agitare bandiere, cartelli e striscioni e farsi una giornata di vacanza col pretesto di manifestare per una giusta causa (c’è qualcuno che ci crede davvero). La manifestazione di protesta, lo sciopero, la contestazione, fanno parte dell’immagine pubblica dello studente modello; così intrinseche alla scuola che, forse, la “contestazione studentesca” diventerà materia di studio e verrà  inserita direttamente nei programmi scolastici ministeriali, con tanto di ore settimanali di lezione, esercitazioni, interrogazioni, prove pratiche e, naturalmente, esame finale.

La contestazione studentesca è ormai istituzionalizzata e fa parte, a pieno titolo, dei riti sociali che scandiscono il calendario delle celebrazioni ufficiali, delle festività nazionali, dei santi patroni. Forse, per facilitare la partecipazione e l’organizzazione programmata degli eventi, le date verranno riportate direttamente nel calendario ufficiale; così sarà più facile prepararsi in tempo e non correre il rischio di saltare qualche manifestazione importante. Che sia una cosa seria e fondamentale lo si capisce anche dall’incipit di questa breve nota Ansa di ieri: “Gli studenti, medi e universitari, sono tornati in piazza oggi in decine di città per la prima mobilitazione ufficiale del nuovo anno scolastico.“.  Sembra che contestino per le riforme introdotte con la “Buona scuola” di Renzi. Se protestano contro la buona scuola, figuriamoci cosa farebbero contro quella cattiva: una strage.

Poche parole, ma confermano esattamente quanto dicevo: 1) Si tratta di una manifestazione “ufficiale“, da non confondere con altre manifestazioni sporadiche e non approvate ed autorizzate dai capetti locali del movimento. 2) E’ la “Prima” del nuovo anno scolastico. Il che sottintende che ce ne saranno molte altre e che sono ormai riconosciute come manifestazioni “ufficiali” all’interno della scuola. Le occasioni ed i pretesti per giustificarle non mancheranno. Ed ecco un’immagine della manifestazione di ieri a Milano.

Da cosa si capisce che questi sono studenti e non militanti comunisti? Non è facile, ma lo si può capire dalle bandiere rosse; queste sono più piccole di quelle solitamente usate dai compagni rossi più o meno camuffati da anarchici, antagonisti, No global etc. Un po’ a causa della crisi che consiglia di risparmiare sul formato delle bandiere ed un po’ perché gli studenti non hanno grandi disponibilità economiche; la loro paghetta settimanale è poco più di quella di un migrante africano. Quindi è d’uopo risparmiare sulla tela delle bandiere; tanto l’effetto cromatico nel corteo c’è comunque e la bandiera rossa fa sempre la sua bella figura.  Se poi si vuole aggiungere un tocco di impegno socio/politico, un pizzico di antifascismo, un omaggio alla Resistenza (cose che ci stanno sempre bene, fanno parte del folklore caratteristico di ogni corteo che si rispetti,  e fanno contento Dario Fo), basta intonare Bella ciao ed il gioco è fatto: il massimo.

Siccome, però, organizzare queste manifestazioni costa tempo, impegno e fatica, non si può pretendere che poi questi “studenti che studiano, che si devono prendere una laura“, come direbbe Totò, abbiano anche il tempo di applicarsi sui libri. Non si può chiedere tanto. Infatti non glielo chiedono; si chiude un occhio, si largheggia con i voti e si promuovono tutti, anche i bidelli; pardon, i collaboratori scolastici.

Tanto poi c’è sempre tempo per rimediare alle lacune culturali. Ci hanno già pensato le università di Venezia, Padova, Pisa, Roma; vista la diffusa ignoranza della lingua italiana da parte dei ragazzi appena diplomati, già da qualche anno organizzano per le matricole degli appositi corsi per l’insegnamento della grammatica e della sintassi. Non si parla di corsi di scrittura creativa per aspiranti romanzieri, ma di nozioni elementari di grammatica. Chiaro?  Lo ricordava di recente anche il Corriere, citando il caso dell’università di Pisa: “Se l’università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi“.

In verità, il problema è più serio di quanto sembri e non riguarda solo il mondo della scuola. Da una ricerca di alcuni anni fa risulta che un terzo dell’intera popolazione scolastica ha difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Come sia possibile, avendo difficoltà a capire quello che si legge, studiare su un libro di testo, conseguire un diploma ed arrivare all’università, resta un mistero. Ma se si prende in considerazione l’intera popolazione, allora il dato è preoccupante: “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano”. In questa percentuale ci sono, ovviamente, tutti coloro che la scuola l’hanno frequentata in passato. E se c’è questa diffusa difficoltà a capire un testo significa che tutta questa gente o  non ha studiato, o ha studiato male, oppure gli insegnanti non erano all’altezza del loro compito. In ogni caso la scuola ha fallito.

Più di 2/3 della popolazione ha difficoltà a capire il senso di un testo scritto. Un dato allarmante, anche perché nessuno sembra preoccuparsi delle implicazioni e delle conseguenze che, invece, sono devastanti per quanto riguarda la comunicazione, le relazioni interpersonali, l’informazione ed i livello culturale della nazione. Una popolazione che non capisce quello che legge, e  non ha, quindi, la capacità di informarsi,   come può partecipare in maniera attiva, consapevole e responsabile,  alla vita pubblica, lavorativa, sociale, politica? Così, se i dati forniti da quella ricerca sono reali (e non abbiamo motivo di dubitarne), ancora oggi abbiamo le scuole piene di ragazzi che hanno difficoltà a capire quello che leggono. Ma invece che preoccuparsi, applicarsi maggiormente nello studio e cercare di migliorarsi, scendono in piazza agitando bandiere rosse e protestando contro le riforme scolastiche. Forse il testo della riforma non l’hanno nemmeno letto. Oppure, se dobbiamo dar retta alla ricerca, non l’hanno capito.

Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto; anzi, è del tutto  normale e scontato.  Sono gli effetti di una scuola in mano ad insegnanti reduci del ’68, quelli che sono arrivati a conseguire una laurea, ed essere abilitati  ad insegnare, grazie alle interrogazioni di gruppo, al 6 politico, al vietato vietare, alla contestazione del potere e dell’autorità di qualunque genere, anche e soprattutto quella dei professori, arrivando perfino alle minacce ed all’aggressione fisica. Così intimorivano gli insegnanti ed hanno decretato lo sfascio dell’istituzione scolastica. Il risultato è questo; bandiere rosse  e studenti che possono essere scambiati per scioperanti durante un corteo sindacale.

Certo, non si può e non si deve generalizzare, né sui maestri, né sugli alunni. C’erano anche studenti coscienziosi ed insegnanti seri e responsabili; e ci sono ancora. Non tutti gli insegnanti, per fortuna, sono nostalgici sessantottini, cresciuti con il libretto rosso di Mao, Marcuse, fuori l’Italia dalla Nato, l’imperialismo americano, il Vietnam, il capitalismo dei padroni, la lotta di classe, i collettivi, le comuni, il sacco a pelo, sesso libero, il poster di Che Guevara, assemblee permanenti, occupazioni, autogestione, guerriglia urbana, Valle Giulia, spinello ed eskimo d’ordinanza. Non tutti, ma molti sì; qualcuno è anche al governo, è pure sottosegretario all’istruzione (Faraone), difende e giustifica gli studenti che occupano le scuole, e dice che “le occupazioni sono formative ed aiutano a crescere“.

Ed oggi ne paghiamo le conseguenze, perché molti di quei sessantottini hanno fatto carriera e sono diventati l’attuale classe dirigente del Paese; specialmente quella genìa di politici di professione, inetti, incapaci, corrotti e corruttori, terzomondisti ipocriti, cattocomunisti mascherati da democratici e progressisti, rivoluzionari mancati con la mente obnubilata da cascami culturali di tragiche ideologie condannate dalla storia, che stanno portando l’Italia alla rovina totale. Se questa è la classe dirigente di oggi, i figli non possono che fare ancora peggio in futuro, quando prenderanno il posto dei padri; cattivi maestri  generano allievi ancora peggiori.  Ed i segnali premonitori della catastrofe finale si possono già intuire in quella foto: la classe dirigente di domani. Arrangiatevi.

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