Il prete sodomita

Ovvero; “toccarsi” è peccato, ma non per i monsignori. Premessa. Una volta la confessione era l’incubo dei ragazzini. Allora, molti e molti anni fa (non so come si siano evolute nel frattempo le consuetudini), era quasi un obbligo settimanale, perché la domenica dovevi fare la comunione, che era un  altro “obbligo” irrinunciabile; guai a non farla, ti  si prospettava la visione delle fiamme eterne e si alimentava nella comunità dei fedeli il gravissimo sospetto che, se non facevi la comunione, dovevi essere in peccato gravissimo ed aver compiuto  chissà quali orrendi crimini.  E forse eri anche scomunicato. Rito, quindi, al quale si doveva sottostare senza possibilità di rinuncia, ovviamente previa confessione.

Ma quali peccati può mai commettere un bambino? Difficile immaginarlo, oggi, in tempi in cui  le marachelle infantili ed i piccoli peccatucci quotidiani sembrano scomparsi e derubricati a caratteristiche individuali del comportamento e sono competenza non del confessore, ma dello psicologo. Oggi le anomalie comportamentali, anche le più aggressive e pericolose, e qualunque psicopatologia o disturbo più o meno grave della personalità, vengono giustificate dalle moderne teorie  pedagogiche e da stuoli di psicologi sempre ben disposti a scaricare sulla famiglia e la società le colpe delle turbe infantili, e pure quelle degli adulti, con cause esogene, esterne al soggetto ed involontarie. Insomma, l’individuo, specie se un bambino, quasi mai è responsabile del proprio comportamento; la colpa è della società, della famiglia, della scuola, della televisione, ma mai del diretto interessato. Ma allora non c’erano scusanti più o meno scientifiche, ognuno era responsabile dei propri errori e tutto poteva essere considerato “peccato” grave. Già, perché l’uomo  ha il peccato segnato nel destino. Fin dalla nascita, anzi ancor prima, già nel grembo materno,  l’essere umano si porta appresso l’onta indelebile del “peccato originale“. Ovvio che quando si parte già in peccato, tutto quello che segue non può che essere peccaminoso.

Quindi l’uomo è peccatore per il solo fatto di esistere. Non sei ancora nato, ma già sei un peccatore che, senza la misericordia divina, le più o meno plenarie indulgenze e la benevola intercessione  della Chiesa (una specie di succursale divina sulla Terra, con potere di giudizio insindacabile), sei destinato irrimediabilmente alle fiamme eterne. Ed è evidente che arrostire a fuoco lento per l’eternità non è proprio il massimo delle aspirazioni. Ma se l’uomo è peccatore fin dalla nascita, perché Dio l’ha creato peccatore? Per dimostrare poi la sua misericordia e perdonare quel peccato (forse un errore accidentale, un difetto di lavorazione; può succedere a tutti) che Egli stesso ha creato? Tanto valeva creare da subito un uomo perfetto, puro ed innocente, ed  evitarsi poi  la cura di doverlo perdonare. Oppure, dopo averlo creato, invece che spedirlo subito a colonizzare la Terra, avrebbe potuto sottoporlo ad un periodo di prove e verifiche per accertare il buon funzionamento e scoprire eventuali anomalie; e poi, nel caso si riscontrassero errori di progettazione, correggerli.  Con i controlli preventivi si evitano anche brutte figure,  gravi danni e conseguenze per l’immagine e la credibilità del produttore. Altrimenti, in mancanza di verifiche, succede, come alla Volkswagen, che poi si scoprono le magagne e si devono richiamare milioni di modelli.  Ma come si fa oggi a richiamare miliardi di uomini per correggere quel piccolo difettuccio iniziale che è il peccato originale?

Per fortuna Dio è così misericordioso che è disposto a perdonare tutto e tutti, anche i propri errori: può farlo, è Dio! Ma in ogni caso  quel peccato resta. Ne consegue che ogni atto e pensiero umano  è comunque viziato da questo “peccato originale“, così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia esattamente. Ora, per capire la gravità di questo “bug della creazione“, pensiamo che se in un calcolo matematico si commette un errore di partenza, l’errore si ripercuote sull’intero  procedimento ed il risultato finale sarà, inevitabilmente, errato.  Così tutta l’esistenza dell’uomo, viziata da quel “peccato originale” di partenza, da quell’errore iniziale,  è  irrimediabilmente fonte di errore e peccato. Ecco perché la Chiesa, per alleggerire questo insopportabile peso, ha inventato la confessione. Quel peccato è una colpa gravissima, una macchia di disonore nel cuore dell’uomo. Per fortuna si lava facilmente. Così, grazie alla confessione ed alla misericordia divina, con tre Pater Ave e Gloria, ti assolve dai tuoi peccati e torni lindo, pulito e fresco, come appena uscito dalla lavatrice; dicono.

Questo insegnavano già alle elementari ed al catechismo. Ovvio che, con queste premesse da Santa Inquisizione ci si sentisse sempre colpevoli di qualcosa. Si inculcava già nei bambini, anche se teneri e innocenti come  puttini, la consapevolezza e la convinzione di essere in peccato comunque, anche se non avevi commesso azioni peccaminose; basta il pensiero (come i regali di Natale).  Allora, tanto per giustificare la confessione, si dava sfogo alla fantasia e si “confessava” di aver disubbidito ai genitori, di aver detto le bugie, di aver bestemmiato, di aver fatto qualche dispetto ai compagni di scuola. Insomma, colpe gravissime di questo tipo. Te le inventavi anche se non era vero, perché dire o pensare  di non aver commesso peccati sarebbe stato, a sua volta,  un grave peccato di superbia; peggio che mai. L’uomo deve essere peccatore per forza, per natura, senza scampo o possibilità di redimersi dal peccato. A meno che non si sia San Francesco, o santi e beati equipollenti.

La confessione partiva, quindi, scaricando subito in pochi secondi peccati e peccatucci gravi e meno gravi, veniali e mortali, veri o presunti, e si restava in attesa della fatidica domanda che arrivava implacabile. La voce bassa, inquisitoria e minacciosa di quel Torquemada che si celava dietro la grata, ti chiedeva se avevi commesso atti impuri, se “ti toccavi“. Ora, toccarsi a quella età è istintivo e naturale, come succhiare il latte materno. Se il buon Dio non vuole che i bambini “si tocchino” non doveva mettere quel gingillo sporgente e penzolante proprio lì, a portata di mano. Altrimenti dobbiamo pensare che lo abbia fatto per  pura cattiveria, per indurti in tentazione e metterti alla prova. E non è un bel gesto, è proprio mancanza di fiducia. Posto, dunque, che è scontato che i bambini si tocchino, la risposta era sempre un “Si”, sussurrato in tono di vergogna e di supplichevole richiesta di perdono.  Ma non bastava, perché avuta la conferma, il confessore continuava chiedendoti anche come, dove, quando lo facevi e, soprattutto, quante volte.  E la richiesta di questi dettagli ti lasciava sempre una sensazione di disagio, come se quelle domande non fossero strettamente indispensabili,  ma sconfinassero nella curiosità morbosa. Il dubbio era legittimo e resta ancora oggi.

Bene, fatta questa lunga premessa sulla confessione (ma necessaria per capire il nesso con la notizia del giorno), arriviamo al dunque. Due giorni fa monsignor Krysztof   Charamsa, nel corso di una conferenza stampa in Vaticano, ha fatto “outing“; ha dichiarato pubblicamente la sua omosessualità (“Io gay, ho un compagno“), dedicando questo suo atto alla “fantastica comunità gay, lesbica e transessuale“, e chiedendo al vaticano ed al Papa comprensione, rispetto per le scelte sessuali e riconoscimento dei diritti.  E’ il trend del momento, non passa giorno che qualche noto personaggio non dichiari pubblicamente le sue bizzarre abitudini sessuali. Anzi, dichiararsi gay oggi sembra quasi un titolo di merito. Lo ha fatto anche questo prete.

Non un qualunque curato di campagna, un insignificante don Abbondio, ma un monsignore, teologo e componente della Conferenza per la dottrina della fede. E lo ha fatto proprio alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. Un caso? Non credo, anzi ha valutato bene il momento per dare massima visibilità alle sue dichiarazioni. Oggi l’aspetto mediatico è quasi tutto, il mezzo è il messaggio stesso, come diceva McLuhan. Eccolo a lato in una foto che lo ritrae mentre posa teneramente il capo sulla spalla del suo amato compagno. Che carini i nostri fidanzatini del Vaticano. Mancano solo i fiorellini,  i cuoricini, o un Cupido con arco e frecce, come i fidanzatini di Peynet.

Ma, come dicevo, niente di strano, questa è la tendenza, non c’è più una definizione netta e chiara di cosa sia il genere sessuale e di cosa sia la normale attività sessuale. Quelle che una volta erano perversioni, aberrazioni, depravazioni, vizi  e pratiche sessuali  immorali, oggi sono semplicemente abitudini stravaganti, gusti “diversi”. Così, eliminati tutti i limiti e le regole, tutte le variazioni sul tema sono lecite e “normali“; uomini con uomini, donne con donne, trans con trans, bisex, plurisex, in tutte le combinazioni possibili. Fra non molto, ormai ci siamo quasi, ciò che farà notizia non sarà vedere coppie gay e lesbiche, ma sarà vedere una coppia formata da un uomo e una donna; questo sarà lo scoop da prima pagina. E’ di questi giorni la notizia che al Grande fratello, non soddisfatti di aver fatto entrare in partenza un trans, hanno voluto esagerare ed hanno fatto entrare anche una coppia apparentemente costituita da un uomo e una donna. In realtà si tratta di una coppia di trans; lui è una donna diventata uomo e lei è un uomo diventato donna. A questo punto non possiamo più sorprenderci di niente, tutto è possibile.

Certo, ognuno è libero di avere i gusti sessuali che preferisce. Ma se tu vuoi dare libero sfogo alle tue bizzarrie e fantasie sessuali non fai il prete, fai altro. Puoi fare il cantautore e scrivere canzoni rock sui coccodrilli, puoi fare il filosofo ed inventarti una teoria sul pensiero debole, puoi scrivere romanzi che parlano di sodomie, puoi fare il direttore di settimanali di gossip, puoi fare il concorrente al Grande fratello o il giudice al concorso di Miss Italia, puoi anche dedicarti alla politica e diventare presidente di una Regione, oppure fare lo stilista e saresti in buona compagnia. Insomma, le opportunità non mancano. Tutto puoi fare, meno che il prete. Fare il prete, che significa rispettare il voto di castità, e pretendere di avere una relazione affettiva e sessuale, significa avere le idee molto, ma molto confuse. Pretendere poi, di avere questa relazione nemmeno con una donna, ma con un uomo  e, per di più, di avere anche l’approvazione della Chiesa, rasenta l’alzheimer; è idiozia pura.  Né più, né meno.

Questo monsignore, che  è anche un autorevole teologo e membro della Conferenza della dottrina della fede, dovrebbe conoscere a menadito le sacre scritture, compresa la storiella di quelle città  distrutte dal fuoco divino a causa della perversione sessuale degli abitanti. O forse monsignor Charamsa ha studiato su una Bibbia apocrifa di produzione cinese, taroccata, nella quale mancavano alcune pagine importanti, fra le quali proprio quelle su Sodoma e Gomorra?  Non si sa; è proprio il caso di dire “Mistero della fede”.

Ora, fatta questa lunga premessa su peccati più o meno originali, su “toccamenti infantili“, su confessione e confessori curiosi, come direbbe Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché se un bambino innocente “si tocca” commette peccato mortale, e se invece lo fa un adulto, prete, monsignore e teologo, che non solo si tocca, ma lo tocca anche al suo “compagno”, e ne fa uso improprio (e contro le sacre scritture), infilandoselo in pertugi corporali atti a contenerlo, non commette peccato, anzi, fa cosa di cui essere orgogliosi e per cui chiede la benedizione della Chiesa? Perché? Ecco, questo è un grande mistero della fede che il monsignore teologo, che dovrebbe conoscere molto bene la materia.  ha dimenticato di spiegarci. E’ a questi preti e monsignori che i bambini devono confessare la colpa di toccarsi e sentirsi per questo in gravissimo peccato mortale? E’ questa la Chiesa che ci fa sentire sempre colpevoli e ci chiede di far penitenza per i peccati? Sono questi i preti che fin da piccoli ci inculcano il senso di colpa su tutto ciò che riguarda il sesso? Quei preti che poi si gingillano toccandosi, toccandolo al compagno e sul resto stendiamo un velo pietoso? “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe Totò. E non infieriamo oltre giusto per un piccolo residuo di carità cristiana. Per sua fortuna il Signore è molto misericordioso con tutti: delinquenti, ladri, assassini, mafiosi; e anche preti.

Vedi: “Il peccato originale“.

2 pensieri riguardo “Il prete sodomita”

  1. complimenti per la lunga e interessante dissertazione. Mi ritengo un’atea pentita (o una cattolica di ritorno, fai tu), eppure a questi mostri sbattuti in prima pagina non credo più. Il monsignore, esperto del fatto suo, sapeva perfettamente cosa diceva e faceva. Non voglio entrare nel merito, disabituata oramai come sono diventata a non stupirmi più di nulla, se era meglio fare outing o continuare a restare nel buio. Però mi sono fatta l’idea che il voto di castità, previsto dalla chiesa ma mai da Gesù Cristo (tant’è vero che nella Bibbia non se ne fa menzione), col soffocamento di un istinto insopprimibile ha prodotto delle aberrazioni e delle perversioni che probabilmente, come sembri insinuare nel tuo articolo, esistono da sempre e che da sempre vengono taciute. Nell’antichità, al tempo dei greci, per esempio, non era uno scandalo che uomini adulti si accompagnassero a giovinetti che con la scusa di educare e istruire toccavano o si facevano toccare. Al netto del fatto che per me rimane grave approfittare di un bambino, che si indossi una tonaca nera o un colletto bianco, per rispetto della sua innocenza, credo, da cattolica, che la morale cattolica abbia prodotto diversi danni, ma che la morbosità globalizzata, il guardare attraverso vari buchi della serratura (speciali le iene, striscia la notizia e quanti altri…) per poi negare di averlo fatto, stia facendo il resto. D’altronde, l’italica memoria mediatica è a breve scadenza. Fino al prossimo scandalo…(che parola demodè)

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    1. Ciao Monica, grazie per questo bel commento. In realtà credo che nella nostra cultura, e nella Chiesa, ci sia una buona dose di ipocrisia con la quale, come dici bene tu, si tenta maldestramente di nascondere la natura umana e di comprimerla per adattarla a principi del tutto arbitrari che non hanno alcun fondamento. Questo avviene nella religione, imponendo dei veti alle pulsioni sessuali del tutto naturali, ed inculcando nell’uomo il concetto che l’attività sessuale al di fuori del matrimonio, e solo per scopi procreativi, sia peccato. Ma veramente molti dei principi e dei rituali sui quali si fonda il cattolicesimo sono pura invenzione della Chiesa nel corso dei secoli. Lo stesso tentativo di modellare il mondo sui principi astratti inventati dall’uomo viene messo in atto dalle ideologie politiche. Invece che cercare di adattarsi alle leggi della natura, si tenta di modificare la realtà per adattarla alla propria ideologia; con le tragiche conseguenze del caso (vedi la tragedia del comunismo). Quando non si tiene conto delle leggi di natura, dell’istinto e delle pulsioni umane, il risultato è tragico. In quanto all’usanza di avere rapporti omosessuali nei tempi antichi, specie in Grecia, il fatto che fosse diffusa e considerata quasi normale, non significa che debba essere istituzionalizzata. Lo stesso Socrate ne era “vittima”, in quanto assillato da corteggiatori maschi e adulti come Alcibiade (ne riferisce Platone nel Simposio). Che esista il vizio e la perversione non significa che si debbano considerare “normali”. Se lo fossero non avrebbe senso chiamarli vizi o perversioni. Per contro, se i vizi sono normali, allora tutto è permesso, senza limiti. Ma se tutto è “normale”, allora l’etica non ha più senso di esistere, poiché scompare anche il concetto di bene e male, di giusto ed ingiusto, di vero e falso: esattamente ciò che perseguono i cultori del relativismo o del pensiero debole alla Vattimo. C’è un vecchio adagio, una frase di Orazio che recita “Est modus in rebus”, che si dimentica spesso, quando ci conviene. Deve esserci negli atti e nel comportamento umano un senso della misura, un limite, una moderazione. L’eccesso, in tutti i sensi, porta sempre conseguenze gravi. Quel motto fa il paio con l’altro detto latino “In medio stat virtus” che, a sua volta, riprende un pensiero di uno di quei greci “pervertiti e sodomiti” (che si usa citare quasi a giustificare tutte le perversioni attuali), come Socrate, Alcibiade, Agatone,, Pausania, etc. Era un pensiero di Aristotele, il quale sosteneva la necessità di non eccedere, di perseguire la moderazione, l’equilibrio fra gli opposti. Ecco, ciò che è insopportabile in questa società è il voler giustificare tutti gli eccessi, ostentarli, farne motivo di orgoglio e volerli far passare come comportamenti normali. Il sole riscalda la Terra e favorisce la vita. Ma un caldo eccessivo la rende arida e deserta. La pioggia nutre la terra e favorisce la coltivazione dei prodotti essenziali per la vita. Ma una pioggia eccessiva la devasta (purtroppo ne abbiamo conferma molto spesso) distruggendo le coltivazioni e causando miseria e morte. L’eccesso è sempre tragico. La virtù è nella misura, nella moderazione. Così, per tornare alla sessualità dei preti, non si può reprimere ed annullare una pulsione naturale. La si può controllare, “moderarla”, ma non annullare; salvo pagarne le conseguenze. Anche la Chiesa, come il socialismo e le utopie ideologiche, cerca di adattare la natura e le sue leggi alla propria visione del mondo. Con risultati tragici.
      In sintesi, il concetto è espresso benissimo da questa frase che viene riportata come “proverbio arabo” (ogni tanto anche gli arabi ne dicono una giusta). Dice: “Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero.”. Ecco, ho la sensazione che oggi i disonesti siano in crescita esponenziale. Questo è il dramma del mondo moderno.

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