Dispensatoi

Ovvero, come i media ci dispensano dal pensare.

Ho sempre immaginato che, come da noi esistono chiese e basiliche, luoghi adibiti al culto ed alla preghiera, in India debbano esserci dei grandi edifici pubblici adibiti espressamente a luoghi di pensiero: i “Pensatoi”.  Ma non riesco ad immaginare come possano essere strutturati. Possiamo figurarceli come immense biblioteche, con migliaia di persone chine su antichi testi segreti. Oppure come edifici strutturati come arnie, con migliaia di celle. E dentro ogni cella un “pensatore”. O ancora immensi giardini, dove i “pensatori” avanzano lentamente, lungo sentieri nascosti tra il verde di piante e fiori esotici. Ma, comunque siano, questi “pensatoi” devono esistere. Altrimenti non si spiegherebbe come, negli anni  ‘70/’80, da tutto il mondo partissero a frotte, tutti diretti in India,  per riflettere, per cercare se stessi, per meditare, insomma, per pensare.

Questi “viaggi del pensiero” continuano, seppure in maniera meno diffusa, ancora oggi. Sinceramente, non ho mai capito la necessità di andare in India, o località limitrofe, per pensare. Come se nelle nostre città, ad ogni angolo di strada, ci fossero degli enormi cartelli segnaletici con la minacciosa scritta “Vietato pensare. I trasgressori saranno puniti a norma di legge”. E, sottinteso, l’ordine che chi vuole pensare debba trasferirsi all’estero. Come se l’attività mentale sia direttamente proporzionale alla distanza percorsa. Più vai lontano più pensi.  Secondo questa ipotesi, piloti e marinai  sarebbero tutti dei grandi pensatori, tutti filosofi.

Allora penso (senza  andare in India) al povero Salgari che ha fatto sognare generazioni di ragazzi, raccontando di incredibili avventure in paesi esotici, dal Sahara alla Malesia, senza mai spostarsi dalla sua stanza. E’ vero che ai suoi tempi non esistevano  i viaggi organizzati, i last minute, i low cost, etc, però una gitarella  poteva farsela; magari un ferragosto in Sardegna. Come, è più facile andare in India e costa anche meno? Beh, si fa per dire.   Mi chiedo, quindi, cosa ci sia qui da noi che impedisca di concentrarsi, di pensare. Forse il traffico caotico delle città? Il rumore incessante e spesso assordante dei centri urbani? Le sirene quasi ininterrotte di ambulanze, polizia, carabinieri, vigili del fuoco, auto di scorta? Allarmi e antifurto che scattano continuamente, anche senza motivo? Sicuramente questi sono elementi di disturbo che possono rendere difficile la concentrazione. E come se non bastasse ci sono le scorribande quotidiane in auto;  per accompagnare i bambini all’asilo, a scuola, dalla nonna, per andare al lavoro, parcheggio, per tornare dal lavoro, per accompagnare la mamma dal dentista, per riandare al lavoro, riparcheggio,  la multa, il tergicristallo che si blocca proprio quando viene giù un diluvio, tornare dal lavoro, fare la spesa, tornare carichi di buste e pacchi  e non trovare l’auto.  ”Mi hanno rubato la macchina.”. “No”, vi informa gentilmente un signore, “l’hanno portata via i vigili con il carro gru, dieci minuti fa”. E per un attimo restate inebetiti e indecisi tra lo sprofondare subito in un banale e prosaico esaurimento nervoso, oppure offrirvi volontari per una dimostrazione pratica di eutanasia.

Sfido io che la gente, in queste condizioni, trovi difficoltà a concentrarsi, e prenda il primo volo per Bombay. Eppure non basta.  Ci deve essere qualcos’altro. E lo si capisce dai discorsi della gente. Al lavoro, al bar, nel salotto di casa fra amici, a passeggio, di cosa parla la gente? Della logica aristotelica? Della relatività generale?  Della gravitazione universale? Di Big Bang?  Dell’inconscio freudiano? Di dolce stil novo?  Della datazione della Sacra Sindone? Del periodo rosa di Picasso? No, no, fa di peggio. La gente parla di quello che ha visto in televisione. Come se non bastassero tutti i problemi quotidiani, c’è la ciliegina sulla torta; la televisione. Utilissimo accessorio domestico, di per sé innocuo, se tenuto spento.  Se lo si accende, invece, assume un’altra importante funzione. Basta accendere il televisore e si evitano discussioni  con mariti, mogli, figli, cognate, suocere e affini. Già, perché, qualunque cosa trasmetta la TV, tutti i componenti della famiglia, compresi cani, gatti e canarini, restano imbambolati a fissare lo schermo con una attenzione ed una meraviglia degne dei pastorelli a Fatima.  Magari non importa niente a nessuno di quello che passa sullo schermo, ma far finta di seguire il programma evita di dover parlare, specie quando non si hanno validi argomenti di conversazione.

Voglio dire che evita di dover parlare di cose serie, importanti, urgenti o, comunque, di argomenti fondamentali per i rapporti familiari, per l’economia domestica, per l’educazione dei figli etc. Una bella fortuna. Non solo offre il pretesto per evitare queste spiacevoli conversazioni, ma vi consente di parlare, in alternativa, di argomenti altamente istruttivi quali quotidianamente vengono suggeriti dai vari canali televisivi. A proposito, perché li chiamano canali? Hanno qualcosa  che li accomuna ai canali di raccolta delle acque piovane? O peggio, ricordano i canali di raccolta degli scarichi fognari? Mah, mistero.

Comunque, la TV ha il merito di proporre quotidianamente degli argomenti di conversazione, dando modo alla gente di parlare delle stesse cose. E parlare delle stesse cose vuol dire che le persone si sentono accomunate dagli stessi interessi, quindi si sentono normali. Questo è l’aspetto positivo della TV: è rassicurante. Se tutti, normalmente, parlassero di argomenti scientifici, filosofici, letterari, artistici, probabilmente ci sentiremmo un po’ cretini, non potendo, data la nostra ignoranza in materia, partecipare alla conversazione. Questo comporterebbe un lento e progressivo scivolare verso la mancanza di fiducia e stima in se stessi, che porterebbe ansia, depressione e conseguente necessità di ricorrere alle adeguate terapie mediche, con aggravio delle spese sanitarie nazionali. Ma se tutti parlano della Ferrari, del campionato di calcio, dell’ultima fiction o dell’ultimo reality, di Sanremo, degli amori delle veline, passaparoline, prezzemoline e VIP di turno, e via “gossipando”, allora siamo  tranquilli.

Tutti, infatti, possiamo parlare di questi argomenti poco impegnativi, Questa condivisione di interessi ci appaga. Queste “affinità elettive” di massa  ci fanno sentire normali. E’ il classico effetto rassicurante dei riti collettivi. Se ci si ritrova in cinquantamila allo stadio, a guardare dei ragazzi in mutande che inseguono un pallone, significa che non c’è niente di strano. Io faccio esattamente quello che fanno altre cinquantamila persone, quindi sono normale. Finita la partita, mi trattengo a parlare con gli altri tifosi, poi torno a casa, vedo le altre partite in TV, come tutti, e ancora, mi sento normale. Il lunedì, al lavoro, parlo con i colleghi delle partite, come fanno gli altri e poi, la sera, vedo il processo di Biscardi, come tutti e, quindi, sono normale.

E quando non basta il calcio, c’è la Ferrari, Valentino Rossi, il giro d’Italia, e il tour de France, e la vuelta spagnola, e le olimpiadi, la coppa America, i mondiali di calcio,  Sanremo, la lotteria Italia, la Carrà, Baudo, i telegatti, Costanzo, De Filippi, Platinette, fiction, reality, i morti ammazzati dei TG e tutte le disgrazie nazionali ed estere, furti, rapine, omicidi, sequestri, genitori che ammazzano i figli, figli che ammazzano i genitori, sconosciuti che ammazzano sconosciuti per il gusto di ammazzare qualcuno perché lo hanno visto fare in TV, cuochi, stupri e dichiarazioni dei politici (l’ordine delle disgrazie è puramente casuale). E soprattutto “Non cambiate canale. Restate con noi”. Giusto il tempo di andare in bagno, durante la pubblicità. Ovvio che la mente è talmente occupata che nessuno ha il tempo di pensare.

L’elenco degli avvenimenti citati prima è solo una parte di tutto quello che ci viene propinato giorno per giorno. Ed i vari eventi si susseguono con regolarità e, in pratica, senza soluzione di continuità, proprio per non darvi il tempo di fermarvi e, magari, distrattamente, di pensare. Ma torniamo a  bomba, voglio dire a Bombay.  Vuoi vedere che lì tutti possono pensare tranquillamente senza distrazioni perché non c’è la televisione? Sarà per questo che tutti vanno in India?  Ho la vaga impressione che la nostra bella società sia organizzata in modo da fornire quotidianamente dei buoni pretesti per evitare che la gente pensi. Insomma, i vari canali e programmi TV sono semplicemente dei mezzi che, tenendo costantemente occupata la testolina degli ignari cittadini, evitano di incorrere nel gravoso compito di pensare, di porsi domande, di guardare il mondo con atteggiamento critico, di mettere in dubbio ciò che viene propinato quotidianamente dai media come verità ufficiale, di correre il rischio di  affaticarci con riflessioni mentali alle quali non siamo abituati. No, meglio non correre ruschi. Meno si pensa, meglio è; si vive più sereni e tranquilli.

E allora? Gli indiani hanno i loro “Pensatoi”? Bene, noi abbiamo i nostri potenti mezzi di comunicazione di massa che, per fortuna, ci dispensano dal pensare. Insomma, i  “Dispensatoi”.

Vedi

– “Perdersi a Segrate, cercarsi a Bombay“.

– “Masquerade

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