Il peccato originale

Perché i fedeli cristiani, quando entrano nella casa del Signore, hanno sempre quell’aria contrita, compunta, afflitta, mogia mogia, da  cani bastonati? E’ la convinzione, inculcata nei fedeli da secoli di sermoni e prediche alienanti, di essere peccatori e, quindi, di doversi presentare davanti al Signore in atteggiamento da penitenti. Anche la liturgia ha sempre un che di penitenziale. Perfino i canti, specie i gregoriani, sono tristi, deprimenti, sanno di conventi di clausura, di monaci in penitenza ed evocano immagini da inquisizione. Ascoltare questi canti può comportare reazioni allergiche, casi di orchite acuta o arrivare, in casi più gravi, a suscitare istinti suicidi, pur di evitare la tortura dell’ascolto. Sembra che la Chiesa viva un’eterna quaresima, anche a Natale. Sembra che sia rimasta al medioevo. Sembra di vedere ancora  schiere di penitenti, vestiti di stracci e col capo cosparso di cenere, che pregando e flagellandosi, percorrono i sentieri sacri che portavano ai santuari, per invocare il perdono divino per i propri peccati.

Già, il peccato. Questo è il punto cruciale, l’origine di quel senso di colpa che affligge gli uomini e che, al cospetto del Signore, li rende così tristi, sottomessi e con la sensazione di essere già condannati e destinati alle fiamme dell’inferno per l’eternità. Non solo i piccoli peccatucci quotidiani, ma quello fondamentale, il primo, il peccato originale. Così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia. Ce lo portiamo appresso fin dalla nascita, come il debito pubblico. Sei appena uscito dal caldo e rassicurante ventre materno, indifeso, inerme,  innocente, incapace di parlare e proferire bestemmie, incapace di muoverti e compiere qualsiasi azione malvagia, incapace perfino di pensarla, ed hai già dentro di te 30.000 euro di debiti ed il “peccato originale”. Ecco perché il primo atto del neonato è piangere; forse ha già la consapevolezza di questa sua tara iniziale. Partiamo già svantaggiati con un gravissimo handicap che condiziona tutta la nostra esistenza. E non c’è modo di liberarsi dal fardello di quest’onta indelebile. Non c’è penitenza o implorazione di grazia che tenga. Il peccato ce l’hai e te lo tieni.

Pazienza, si può pensare, visto che siamo peccatori fin dalla nascita, ce ne facciamo una ragione e cerchiamo di vivere la nostra vita da peccatori consapevoli e rassegnati. No, troppo facile, per complicare ancor più l’esistenza e tenerti sempre sulle spine come un feroce assassino braccato da tutte le polizie del mondo, ecco l’invenzione geniale: la confessione. Così, per alleggerire quel senso di colpa, bisogna confessarsi frequentemente e raccontare tutte le nostre piccole o grandi malefatte, e perfino la fugace e momentanea intenzione di commettere un piccolo peccatuccio, a qualcuno che non conosciamo, che sta dietro una grata e sembra interessatissimo a conoscere i nostri più intimi pensieri. Per fortuna ce la caviamo con poco; il più delle volte basta un Padre nostro e quattro Ave Maria e siamo assolti; lindi e puliti, freschi di bucato, appena usciti dalla lavatrice spirituale, innocenti come neonati. Anche i bambini. Ma quali peccati gravissimi può mai commettere un bambino? E gli adulti, uomini e donne che si uniscono, seguendo il dettato biblico, formano una famiglia, allevano dei figli con dedizione, amore e sacrifici e che hanno l’unico pensiero di procurarsi il necessario per garantire la sopravvivenza e trascorrere la vita serenamente ed in pace con Dio e con gli uomini? Salvo che non abbiano rubato, ucciso, usato violenza, o rechino gravi danni alla comunità, quali peccati mai possono commettere?

Eppure il peccato c’è, è sempre in agguato. Basta uno sguardo concupiscente nei confronti di una bella donna, una pettegolezzo scambiato fra comari in cortile, un eccesso di edonismo, uno scatto  d’ira  o il semplice e naturale desiderio di godere dei piaceri della vita.  E scatta subito il cartellino rosso del peccato che ci obbliga a confessarci. Eppure la maggior parte di questi peccati sono una diretta conseguenza delle debolezze, degli istinti, delle pulsioni, dei pensieri che fanno parte integrante della natura umana. Allora verrebbe da dire che se l’uomo è predisposto al peccato, allora c’è stato un errore iniziale nella sua creazione e che, se si voleva un uomo perfetto che non cadesse in peccato, bastava crearlo senza tutti quei difetti e quella inclinazione naturale. Bastava crearlo direttamente perfetto. Ai bambini poi, basta un niente per essere in peccato: basta “toccarsi”. E non è nemmeno un peccatuccio leggero, veniale; no, è un gravissimo “peccato mortale”.  Mortale, capite? Ma se toccarsi il pisellino è peccato mortale perché Dio ha messo quella protuberanza in bella evidenza proprio lì a portata di mano? Se non deve essere toccato, poteva sistemarlo in una posizione meno agevole, oppure farlo con un cartellino di serie “Vietato toccare”.

Lo ha fatto apposta per tentarci e mettere alla prova la nostra ubbidienza? Ma se davvero i pensieri e le azioni umane sono una costante occasione di peccato, significa che quando ha fatto l’uomo Dio era distratto. Poteva farlo meglio, esente da colpe, da imperfezioni e da pensieri negativi. Visto che c’era poteva prendersi un giorno in più e farlo un po’ meglio. Che gli costava, mica doveva registrare il brevetto o pagare le royalties a qualcuno. Invece lo ha creato imperfetto, con una serie di errori di progettazione. Se all’uomo si applicassero le attuali norme europee sul commercio a tutela del consumatore, verrebbe ritirato dalla circolazione, come si fa per certi modelli di auto o di elettrodomestici; per gravi difetti di costruzione.  Invece niente, siamo ancora qui, imperfetti, propensi al male e peccatori incalliti. Ma se Dio è perfetto, come ha fatto a creare qualcosa di imperfetto? Si era distratto un attimo? Lo ha fatto apposta per divertirsi a vedere come ce la saremmo cavata? Ma questa sarebbe cattiveria bella e buona, altro che perfezione, misericordia e perdono; sarebbe sadismo puro.

Proprio di recente, il Papa ne ha detto un’altra delle sue. Spesso il Papa si lascia andare a dichiarazioni che suscitano sconcerto e polemiche. In occasione della recente presentazione ufficiale dell’Expo a Milano, a proposito della necessità di usare meglio le risorse naturali per garantire un’equa distribuzione del cibo anche al terzo mondo, ha detto che bisogna rispettare la Terra ed evitare di sfruttarla eccessivamente come stiamo facendo. “Dio perdona sempre. L’uomo perdona a volte. La Terra non perdona mai”, ha detto, rimarcando le parole. Questo Papa parla troppo, spesso a vanvera e senza rendersi bene conto delle conseguenze. Sembra una bella frase, che non si presta a polemiche. Invece in queste poche parole c’è una evidentissima contraddizione.  Ed ecco nascere un altro dubbio. Se Dio perdona sempre, come è possibile che abbia creato qualcosa, la Terra, che non perdona mai? Dal perdono e dalla misericordia infinita può nascere il “non perdono”? Dal perdono e dalla misericordia infinita non può nascere la sua negazione. Dalla perfezione non può nascere l’imperfezione. Dal bene non può nascere il male. Dalla volontà creatrice di Dio non può nascere qualcosa che vada contro la sua volontà.

Forse non dovremmo porci queste domande irriguardose. Non abbiamo la facoltà di giudicare il pensiero di Dio. Viene in mente l’aneddoto di Einstein che, sollevando delle perplessità sulle implicazioni della fisica quantistica, diceva che “Dio non gioca a dadi“. Ma Planck gli rispondeva di rimando “Non dire a Dio quello che deve fare“. Ma se lo facciamo è perché l’uomo è un essere imperfetto che, fra i tanti difetti, ha anche quello di porsi troppe domande; è nella sua natura. Per i credenti l’uomo è il prodotto, la creazione di un essere perfetto, Dio. Ed allora, nella nostra ignoranza e costante ricerca di risposte ai dubbi esistenziali, viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un essere “perfettissimo” faccia qualcosa di non perfetto.  Ma ci si chiede anche perché  gli istinti, le pulsioni, i pensieri che sono parte integrante dell’uomo e della sua natura e ne determinano il comportamento, siano considerati peccati. Sarebbe come dire che per gli uccelli sia peccato volare e per i gatti fare le fusa. Ma anche pensare che Dio abbia commesso un errore è peccato gravissimo, è dubitare della perfezione divina. Non c’è scampo, qualunque cosa l’uomo faccia o pensi, rischia di cadere in peccato. Sembrerebbe, quindi, che l’uomo sia in condizione di peccato per il solo fatto di esistere, di vivere. La natura umana è essa stessa incline al peccato e, quindi, è già peccato in sé. Ma in fondo i peccatucci quotidiani non sarebbero nemmeno tanto  gravi se non si sommassero a quel peccato  originale che ci portiamo dietro dalla nascita; quel peccato grave, anzi gravissimo, anzi  “mortale”; il peccato di vivere. Ma se già vivere è peccato e la vita è un dono di Dio, allora il peccato è un dono di Dio? Quindi è Dio l’origine del peccato? No, non può essere. E se lo pensate state commettendo peccato e dovete correre a confessarvi. Non c’è scampo.

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