Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia

Siamo la provincia più povera d’Italia. Finalmente ci facciamo notare, facciamo notizia, siamo i primi della classifica (partendo dal basso).  Fino a poco tempo fa la zona più povera d’Italia era il Sulcis iglesiente, sempre in Sardegna. Tanto è vero che molto spesso citavo il Sulcis come drammatica realtà sociale in contrapposizione ai vuoti discorsi dei politici di turno ed alle loro beghe lontanissime dai problemi quotidiani della gente. Quello che non specificavano  i media, e quindi non sapevamo, era che se il Sulcis iglesiente era la provincia più povera d’Italia, subito prima c’era il Medio Campidano, eravamo penultimi. Ora ci hanno superato anche i sulcitani, siamo proprio ultimi della classifica.

Lo abbiamo appena scoperto e la cosa non ci rende particolarmente felici, né orgogliosi: “Disoccupati e povertà, allarme Sardegna. Medio Campidano maglia nera d’Italia“. La particolare graduatoria è basata sul PIL del 2013. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Infatti, il Sulcis fa solo un passetto in più e, invece che ultima, è penultima.  E’ un bel progresso, no? Ma anche le altre province sarde non è che fanno salti di gioia; sono tutte nella parte bassa della graduatoria. Siamo l’immagine vivente della crisi perenne, delle cattedrali nel deserto che hanno prodotto disoccupazione, dello spreco inutile di ingenti fondi pubblici e della funesta gestione di una classe politica che ha causato alla Sardegna più danni  delle calamità naturali.  Hanno fatto più danni degli incendi, delle alluvioni, della siccità, della peronospera, della lingua blu, della peste suina e perfino della malaria (se non ci avessero pensato gli americani a debellarla, avremmo ancora anche quella piaga). Noi la crisi la viviamo da sempre. I sardi nascono già con la crisi incorporata, in dotazione di serie.

Però, come ho scritto spesso, ogni tanto arriva in visita ufficiale qualche grosso esponente da Roma, tanto per consolarci e rassicurarci sul fatto che anche noi siano italiani e che  siamo sempre nei pensieri di chi ci governa (Vedi “Morti e presidenti“). Così, Presidenti, Papi, esponenti politici e sindacalisti, arrivano in pompa magna, prendono atto della endemica crisi economica, della disoccupazione, della chiusura delle fabbriche e delle miniere, assicurano vicinanza, attenzione, impegno, benedicono la folla, stringono mani, baciano bambini, intervengono a cerimonie ufficiali di benvenuto, sfilano in corteo, elogiano la Sardegna, ne decantano la bellezza selvaggia, e prima di ripartire fanno scorta di prodotti locali offerti dai sardi, notoriamente molto generosi ed ospitali, specie con chi arriva dal “Continente” (abbiamo ospitato tutti, fenici, punici, romani antichi, vandali, pisani, genovesi, spagnoli, piemontesi, romani moderni; l’ospitalità è il nostro forte). Poi salutano tutti e tornano a Roma. I Presidenti tornano a fare i Presidenti, i Papi a fare i Papi ed i sardi a fare i sardi; tutto come prima. Va avanti così da 50 anni.

Il Medio Campidano comprende 28 comuni. Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana. Ma qui facciamo provincia, con tanto di consiglio, consiglieri, presidente, assessori, consulenti, sedi e auto blu. Eppure una volta questa zona era una delle più ricche della Sardegna, con grandi pianure fertili che producevano il miglior grano duro in commercio ed un’agricoltura fiorente che era la base dell’economia del territorio e garantiva un’esistenza decorosa a tutti. Poi è arrivato il progresso, i macchinari, nuove sementi, pesticidi, diserbanti, progetti di sviluppo, incentivi e contributi pubblici, esperti che hanno stravolto le storiche colture della zona, sciacalli che campano sfruttando il lavoro altrui e tromboni di Stato per abbindolare gli ingenui. Ed infine, ciliegina sulla torta, è arrivato il mercato globale, che ha aperto le frontiere, ha consentito l’arrivo di prodotti a minor costo da tutto il mondo, ha sconvolto l’equilibrio economico ed ha scardinato tutti i criteri che per secoli avevano regolato gli scambi, il commercio, l’artigianato e la vita delle comunità.  Il colpo di grazia. Vedi “Il cappellino di Lianne“.

Risultato, oggi l’agricoltura, che era l’asse portante dell’economia della zona, è in crisi perenne e molte terre restano incolte, abbandonate, un po’ perché i giovani sono attratti da lavori meno gravosi e abbandonano la campagna, ed un po’ perché i ricavi spesso non coprono i costi. Ed in molti casi, le aziende, confidando sui contributi pubblici, integrazioni, sussidi e vari aiuti di Stato, invogliati dalla facilità di ottenere mutui agevolati dalle banche (dietro ipoteca dei beni, ovvio), si sono indebitate e poi, non riuscendo a far fronte agli impegni, falliscono.  Gli ultimi anni hanno visto le fertili pianure della Sardegna diventare cimiteri di guerra, con centinaia di croci di agricoltori e allevatori che o hanno fallito, o sono sull’orlo del fallimento. Spesso le loro proprietà vengono pignorate e vendute all’asta dalle banche; perdono tutto, casa, terra e aziende.  Emblematico il recentissimo caso della famiglia Spanu (padre di 76 anni, madre e tre figli), ad Arborea, solo l’ultimo in ordine di tempo, che dopo una vita di lavoro hanno perso casa ed azienda, pignorate e messe all’asta dalla banca.  Ne dava notizia venti giorni fa l’Unione sarda: “Arborea, famiglia costretta a lasciare la casa, 100 agenti impegnati“.

Cento agenti di polizia per obbligare la famiglia, che minacciava di darsi fuoco, a lasciare casa e azienda. Nemmeno per l’arresto di Totò Riina si era visto un tale dispiegamento di forze. Ma evidentemente la famiglia Spanu era molto più pericolosa di un boss mafioso. Un patrimonio di circa 600.000 euro messo all’asta per 115.000 euro. Tutto per una cambiale non pagata di 15 milioni di vecchie lire (Una delle tante vittime di Equitalia). Vedi qui il servizio video “Arborea, sfratto ad alta tensione, sfiorato il dramma.”.

Ma non è un caso unico o isolato. Solo ad Arborea sono almeno una cinquantina le aziende a rischio, come riportava La Stampa un anno fa: “Presidi e barricate ad Arborea, 50 aziende sotto procedimento giudiziario.”. Ma l’episodio di Arborea non è che l’ultimo di una lunga serie di sfratti forzati e l’esempio di quella tragedia che colpirà presto  centinaia o forse migliaia di famiglie che dovranno abbandonare le loro abitazioni. Secondo le stime di associazioni di consumatori, solo  nei prossimi due mesi si andrà incontro ad un’autentica svendita per circa” 700 immobili pignorati e messi all’asta“. Ma per capire qual è il perverso meccanismo che porta a queste tragedie e quale sia la portata devastante per la comunità sarda (ma il problema è nazionale) basta leggere quest’ultima notizia che riguarda una vedova di Macomer, Maria Citzia: ” L’ipoteca giudiziaria le porta via la casa da 300.000 euro, venduta a 30.000“. Ed a quanto riporta l’articolo, solo a Macomer sono una sessantina le famiglie nelle stesse condizioni e che rischiano di perdere case e attività. E noi pensiamo a Sanremo!

Arborea, un gioiello che è sempre stata un fiore all’occhiello del settore agroalimentare e sede della più importante azienda lattiero casearia della Sardegna. Un paese giardino con grandi viali alberati, giardini fioriti, belle ed eleganti palazzine, aziende modello, così diversa dai paesi agricoli del Campidano che negli anni ’50/’60 era diventata meta delle gite di Pasquetta (Vedi “Arborea“). Nacque per volontà di Mussolini negli anni ’30 e fu creata dal nulla (così come Carbonia), ricavata dalla bonifica di una vasta area paludosa nel territorio dell’oristanese. Ed una volta terminata l’opera di bonifica, i poderi vennero assegnati ai coloni veneti. Già, ai coloni provenienti dal Veneto, quella che allora era una delle zone più depresse d’Italia. Ma siccome i sardi sono generosi ed ospitali, si fanno le bonifiche, si crea un paese modello, con poderi, case, stalle e animali, ma invece che assegnarli ai sardi, li diamo ai veneti. In verità anche i sardi, in precedenza, erano andati in Veneto ed al nord nel ’15/’18; non per prendere possesso di case e terre, ma per morire nelle trincee del Carso. Poi il tempo cancella croci e ricordi, i veneti diventano ricchi, si inventano la “Padania“, si dimenticano di quando erano poveri contadini, dimenticano quanti sardi e meridionali sono morti per difendere le loro case, vogliono creare la Repubblica veneta, staccarsi dal resto d’Italia  e ci chiamano terroni. Così va il mondo.

Ma torniamo al Medio Campidano. Ha due centri capoluogo; Sanluri e Villacidro. A Sanluri ha sede la presidenza, la giunta e la sede legale, a Villacidro si riuniscono il Consiglio provinciale e le commissioni. Non bastava una sola sede? No, meglio averne una di scorta, non si sa mai. E poi anche il Parlamento europeo ha due sedi, Bruxelles e Strasburgo. Mica potevamo essere da meno, ne va del prestigio della provincia.  Così abbiamo due sedi, giusto per adeguarci alla spending rewiev e risparmiare sui costi. Sanluri è il paese di nascita dell’inventore di Tiscali, Renato Soru, che oltre ad essere attualmente europarlamentare, è stato anche governatore della Sardegna per 5 anni. Ma forse, oberato dal gravoso lavoro del ruolo ricoperto, non ha avuto molto tempo da dedicare al suo paesello di nascita, né al territorio circostante. Tuttavia la provincia, è stata amministrata, fino al 2013, quando è stata commissariata, da compagni del suo schieramento politico, giunte di sinistra guidate per 10 anni dallo stesso presidente, Fulvio Tocco, anch’egli proveniente dal PCI/PDS/DS/PD. Insomma, da quello schieramento che è sempre pronto ad accusare gli avversari di malgoverno, di corruzione, di incapacità e bla bla bla. Quelli che quando sono all’opposizione accusano gli avversari di ogni malefatta e nefandezza. Poi, quando riescono ad andare al potere, fanno esattamente come gli altri, se non peggio. Quelli che sono convinti di essere gli unici onesti, buoni, perbene, capaci, competenti, mani pulite e superiorità morale. Ecco, quelli, in dieci anni di governo della provincia, non solo non sono riusciti a rilanciare l’economia, il commercio e l’agricoltura, ma non sono riusciti nemmeno ad inventarsi uno stemma. Uno stemma, anche piccolo, senza pretese ce l’hanno tutti, regioni, province e comuni. Ce l’ha perfino Setzu, il paesino con 146 abitanti.  Il Medio Campidano è l’unica provincia d’Italia a non avere uno stemma (fonte Wikipedia). Eppure se si visita il sito istituzionale (Vedi “Provincia Medio Campidano“) sono elencate tante di quelle attività e settori di interesse da far invidia ad un ministero. Ecco perché non hanno avuto tempo, in dieci anni, per inventarsi uno straccio di stemmino che potrebbe fare qualunque ragazzino al computer con un programmino di grafica da quattro soldi. In compenso, però, si sono attivati moltissimo per riuscire a far diventare la provincia del Medio Campidano la più povera d’Italia. Bravi, complimenti.

Vedi:

– “I sardi sono poveri

– “Sardegna: province, meloni, tartufi ed auto blu“.

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