Shoah: El Mole Rachamim

Giornata della memoria, di ricordi, di discorsi ufficiali, di cerimonie commemorative, di frasi di circostanza, di retorica, di documentari, di servizi speciali, di immagini strazianti, di sensi di colpa mai sopiti, di “Never more“, di apparente presa di coscienza collettiva dell’esistenza del male. Apparente, solo apparente, perché in realtà non basta condannare il nazismo e dire che non deve più ripetersi una shoah. Non basta inaugurare un monumento alle vittime del nazismo o deporre una corona di fiori al binario 21 di Milano. Non basta organizzare dei treni della memoria e partire in gita scolastica verso Aushwitz.

Non basta se, al tempo stesso, non si prende atto dell’esistenza reale e concreta del male, della sua costante e tangibile presenza nel mondo e della necessità di combatterlo. Perché non si ripeta un’altra shoah occorre combattere l’ideologia che ne è stata la causa. Per fermare il nascere di un’altra ideologia fanatica e criminale occorre fermare in tempo i suoi ideologi, promotori e sostenitori ed i loro seguaci. Occorre avere l’intelligenza ed  il buon senso di riconoscerli subito, prima che sia troppo tardi. Ed una volta riconosciuti bisogna combatterli con ogni mezzo e senza falsi buonismi. Il male si combatte distruggendo le sue radici, non piangendone le vittime. Ma non voglio essere polemico proprio oggi e ripetere cose già dette e ripetute. Chi vuol capire ha già capito da tempo e chi non vuol capire non lo capirà mai.  Voglio dedicare, invece, a questa giornata della memoria, un post scritto tempo fa su un film ambientato a Ferrara negli anni delle leggi razziali e le tragiche conseguenze per una famiglia di ebrei. Lo riporto di seguito…

El Mole Rachamim.

Il Giardino dei Finzi Contini” è un film del 1970, tratto dal racconto omonimo di Giorgio Bassani e diretto da Vittorio De Sica. Vinse L’Orso d’oro al festival di Berlino del ’71, l’Oscar per il miglior film straniero nel 1972 ed il David di Donatello per il miglior film. Premi ampiamente meritati perché si tratta di uno dei capolavori del cinema italiano. Quel cinema di Visconti, di Fellini, di Antonioni, dello stesso De Sica, quello che ha fatto grande il nostro cinema e che tanti riconoscimenti ci ha fruttato nel mondo. Lo vidi a suo tempo al cinema e l’ho sempre rivisto volentieri quando è stato riproposto in TV. In un ipotetico elenco di film da salvare questo occupa un posto di primo piano, insieme ad altri capolavori del nostro cinema.

Mi torna spesso in mente; alcune scene, la fotografia, la storia, i personaggi, lo splendido giardino, il volto della bellissima Dominique Sanda. Ma, in particolare, mi tornano in mente le scene finali del film. La famiglia del professor Finzi Contini che viene prelevata dai fascisti, l’ultimo sguardo di Micol alla sua stanza, ai suoi oggetti, alla sua vita, prima di lasciare la casa, conscia che non l’avrebbe più rivista. Il ritrovarsi, insieme ad altre centinaia di ebrei, ammassati nelle aule di quella scuola che aveva frequentato da bambina, gli stessi banchi. Tutti in silenzio, ammutoliti, con gli sguardi increduli, ma che già presagiscono la tragica fine. Sono le ultime scene, i tetti di Ferrara, alcuni flash back dei tempi felici, accompagnate in sottofondo da un canto, il più triste e disperato che abbia sentito. E’ questo canto che, non so per quale ragione, mi torna molto spesso in mente, per la sua bellezza struggente e per la capacità di esprimere, molto più che le parole, l’ineluttabilità del destino.

Quel canto è proposto in un video che riprende i titoli del film ed  alcune scene. Si tratta, lo riprendo dai titoli, di “El Mole Rachamim”. Ma lo troviamo scritto anche come “El Male Rahamim” o “El molah Rachamim” ed in altri modi ancora, ed è cantato da Sholom (o Shalom) Katz. Non so niente di più di questo canto, né dell’autore. Le uniche poche righe che ho trovato sono queste: “Nato nel 1919 nel villaggio di Nagyörság in Ungheria, noto allora con nome tedesco di Grosswardein, il “cantor” Shalom Katz fu catturato e deportato nel 1942. Nel lager, Shalom Katz era uno dei 1600 ebrei la cui esecuzione era stata programmata. Ebbe il permesso di cantare El Male Ra’hamim mentre ogni prigioniero scavava la propria tomba. Il comandante nazista, impressionato dalla sua voce, lo separò dagli altri in modo che potesse cantare per gli ufficiali. Il giorno dopo, Shalom Katz riuscì a fuggire dal lager. Fu il solo superstite di quei 1600 ebrei.”

Perché quelle scene finali restano così impresse nella memoria? Perché sono il momento fatale della separazione, l’inizio della fine. Quando ci si rende conto che un mondo è finito per sempre, cancellato, disintegrato nello spazio di un giorno, di un attimo. Quando il destino è segnato da un nome in un elenco e dalla voce di qualcuno che legge quel nome. Essere o non essere in quell’elenco significa vivere o morire.  Quando ci si chiude alle spalle la porta di casa e davanti  si apre il baratro. E non si torna indietro. E’ quella sensazione difficilmente spiegabile a parole. E’ la separazione che ci allontana dal passato, dalle cose amate, conosciute, dai suoni, dalle parole, dagli odori, dai volti, dai ricordi.

La separazione. Un ultimo sguardo, in silenzio. Le pareti, i mobili, gli oggetti, l’impalpabile presenza dei ricordi di una vita. Assaporarli per l’ultima volta. Uscire da quella casa, con pochi stracci, con la disperata sensazione che non la si vedrà più. Separazione. Donne separate dai propri uomini, bambini separati dalle madri, mani separate da mani tese. Separazione. Occhi che si guardano, disperati, sapendo, sentendo che sarà l’ultimo sguardo, che non si incontreranno più. Radici antiche strappate alla terra con violenza. E bruciate.

Nota

Notizie sul canto e traduzione della preghiera “El Male Rahamim” (Grazie alla gentilezza dell’amica Ariela: Da un suo commento al post del 2009)

El male rahamim, in ebraico vuol dire Dio pieno di misericordia, cioè misericordioso, è una preghiera che si dice quando si seppellisce una persona. Siccome è una preghiera che si pregava nell’Europa orientale e in quei paesi parlavano yddish, hanno deformato l’ebraico e dicevano El mole rahamim. La preghiera originale è di qualche secolo fa, oggi si cambiano leggermente le parole se dedicata a soldati caduti sul campo di battaglia o a morti nella Shoà. In traduzione libera. “Signore misericordioso che stai nei cieli, trova una giusta sepoltura sotto le ali del tuo spirito divino negli spazi luminosi per le anime dei nostri fratelli, figli d’Israele puri e santi, caduti per mano degli assassini che hanno versato il loro sangue ad Auschwitz, Maydanek, Treblinka e negli altri campi di sterminio in Europa. Che sono stati ammazzati, bruciati, sgozzati e sepolti vivi in tutte le strane e crudeli morti per aver santificato il tuo Nome, noi che siamo i loro figli, le loro figlie, i loro fratelli, le loro sorelle, facciamo voto solenne di ricordare le loro anime. Che il loro riposo sia in paradiso e che il Misericordioso li nasconda sotto le sue ali per l’eternità e raccolga nell’involto (pacco) della vita le loro anime. Dio è la loro strada, riposino in pace, diciamo amen.”.

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