Natale global

I ricordi del Natale di una volta sembrano racconti fiabeschi. Non c’è traccia, nella versione moderna e “laica” del Natale (sembra un ossimoro e forse lo è) dell’atmosfera natalizia di quando si era bambini. I nuovi riti collettivi natalizi, più che alla nascita di Gesù, sono improntati al consumismo sfrenato, anche in tempo di crisi, alla ricerca e lo scambio di regali e a tavolate imbandite per abbuffate pantagrueliche. La novena quasi dimenticata, i canti tradizionali, da Tu scendi dalle stelle ad Astro del ciel, Adeste fideles, sostituiti da White Christmas e Jingle Bells, i regali ai bambini portati non più da Gesù bambino, ma da un vecchio Babbo Natale che viaggia su una slitta trascinata dalle renne; cosa anche verosimile se si vive in Lapponia, ma molto meno credibile per chi, in altre latitudini,  non ha mai visto una slitta, le renne e neppure la neve. Presepi e canti tradizionali aboliti dalle scuole e asili per non urtare la sensibilità dei bambini musulmani e dei non credenti. Lo stesso Natale abolito e sostituito da una generica “Festa d’inverno” (Vedi “Auguri di stagione”  e “Natale, festa degli alberi“).

Anche il Natale si è globalizzato, omologato, uniformato a simboli validi universalmente, dalla Siberia alla Patagonia. Tutti cantano Jingle Bells, aspettano Babbo Natale ed augurano Merry Christmas. Così il ricordo del Natale di quando eravamo bambini svanisce, sovrastato e confuso da nuovi canti in lingue allora sconosciute, nuovi riti edonistici e nuovi simboli imposti dalla TV. Perfino la pubblicità si è adeguata al nuovo corso. In questo periodo in TV passa la pubblicità di un noto panettone di Milano festosamente presentato non da un meneghino doc, come sarebbe logico, ma da un negro che canta e balla vestito da Babbo Natale. E’ come vedere un esquimese vestito da tuareg che pubblicizza le banane e i datteri della Tripolitania.  La Apple, invece, ci fa gli auguri con le immagini di una anziana donna nera americana che tiene fra le mani le foto di lei giovane e del suo uomo in divisa militare anni ’40 e riascolta un messaggio augurale registrato in gioventù, ovviamente in inglese. Un’immagine tenera e quasi poetica che va benissimo per gli americani. Ma cosa c’entra con le nostre tradizioni? Ma sono certo che questo spot della Apple viene diffuso così in tutto il mondo. Ormai siamo tutti americani o americanizzati, come il Sordi di Un americano a Roma.

Facciamo un esempio pratico. Ecco il programma di una delle tante manifestazioni del periodo natalizio. La Here I Stay  propone il “Christmas Stay“, un Party con   live set, dj set, drink e “INVADERS PART Ø – THE COLLECTIVE“,  live set PUSSY STOMP, HANGEE V, REVEREND BEAT-MAN” con DJ SET rock’n’roll finale. Un bel programmino, non c’è dubbio. Non ci sarebbe niente di strano, visto che è anche scritto in inglese, se questo fosse il classico programma natalizio di una tranquilla cittadina del Midwest o del profondo sud degli States. Ma la cosa buffa è che questa manifestazione è organizzata da una associazione culturale sarda e si svolge ad Ussana, un paese del Campidano a circa 20 chilometri da Cagliari (Campidarte, il Natale Here I stay). Come volevasi dimostrare. Eh, signora mia, non c’è più il Natale di una volta.

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