I piccioni di Piacenza

Quando la realtà supera la fantasia. Il Comune di Piacenza, forse avendo già risolto tutti i problemi della città e non sapendo come spendere i soldi appena incassati con la Tasi pagata dai contribuenti, ha deciso di fare un bel censimento dei piccioni presenti sul territorio cittadino (Comune Piacenza conta i piccioni).

Certo è di fondamentale importanza conoscere il loro numero esatto, è uno dei problemi storici di Piacenza. Come la spazzatura a Napoli, la nebbia in Val Padana, il Bisagno a Genova, l’acqua alta a Venezia e la mafia a Palerm… pardon, a Roma.  Ecco, a Piacenza hanno il problema dei piccioni. Credo, infatti,  che tutti i piacentini, quando si svegliano al mattino, ancora prima di chiedersi se riusciranno a mettere insieme il pranzo con la cena, a pagare le bollette, la Tasi, il mutuo ed i mille balzelli italici, si pongano da anni la stessa angosciante domanda: “Ma quanti sono i piccioni di Piacenza?”.

Per fortuna ci pensa il Comune a dare una risposta. Ma contare i piccioni non è un lavoro facile; non stanno mai fermi, difficilmente si dispongono ordinatamente in fila per due e non hanno un numero di targa sulla coda.  La questione è seria. Così, invece che affidare l’incarico ad un qualunque vigile urbano o ad una COOP specializzata nell’accoglienza dei piccioni e la manutenzione delle piccionaie (c’è sempre una COOP disponibile ad aggiudicarsi un appalto pubblico, Roma docet), assegnano l’appalto ad un istituto universitario, la Statale di Milano. Evidentemente, per contare i piccioni sono necessarie competenze avanzate, sistemi altamente tecnologici, tecnici  specializzati e metodi scientifici.

Come si fa a non sorridere leggendo queste notizie. L’Italia è nella merda fino al collo, stiamo vendendo i gioielli di famiglia per tirare a campare, le nostre aziende finiscono in mano a cinesi e arabi, cresce la povertà, non vediamo spiragli per il futuro, ma a Piacenza spendono 30.000 euro per contare i piccioni.

C’è una scena del film “Totò truffa ’62” che sembra profetica.  In quel caso Totò e Nino Taranto, i due truffatori, convincono il campagnolo Pietro De Vico ad accettare, dietro versamento di 55.000 lire, l’incarico di “contatore di piccioni“. Mai avremmo immaginato che, dopo tanti anni, quella “truffa” sarebbe stata messa in atto davvero e in piena legittimità, con tanto di delibera comunale. Con la fantasia di Totò si rideva, con questi amministratori e governanti di oggi, più spesso si piange.  Allora, meglio rivedere quella scenetta, almeno ci scappa un sorriso, tanto per consolarci.

 

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