Don Benigni, la Bibbia e l’iperbole

E così, ancora una volta il nostro giullare di corte è riuscito a fare il pieno di ascolti e ad incassare un compenso di 4 milioni di euro per quattro ore scarse di catechismo, cosa che le brave catechiste della parrocchia una volta facevano gratis. I media riportano recensioni e commenti entusiasti, parlano di “strepitoso successo” e sbandierano trionfalmente i dati di ascolto; 33% la prima serata, il 38% la seconda e più di dieci milioni di spettatori (Benigni: boom di ascolti). In tempi in cui i bambini non frequentano più gli oratori e la gente non va più in chiesa, se non in occasione di matrimoni e funerali, è quasi incredibile sapere che  milioni di persone ascoltano due ore di lezione sui Dieci Comandamenti.

La cosa strana è che a tenere queste lezioni non sia un teologo, un catechista, un sacerdote,un rabbino, ma un comico e, per giunta, notoriamente mangiapreti, come nella miglior tradizione toscana. Ma ormai anche questo rientra nella prassi. I comici oggi non si limitano a fare i comici. Forse si sentono sminuiti dai limiti della comicità ed ambiscono ad esprimersi in ambiti più vasti che a rigore non sarebbero di loro competenza, ma che consentano di realizzare al massimo le enormi  potenzialità del loro genio creativo. Così fanno altro. La Guzzanti fa film d’inchiesta sulla ricostruzione de L’Aquila o  sulla trattativa Stato-mafia, Grillo fonda un movimento politico che ricorda un hotel di lusso e Benigni tiene lezioni sulla Divina Commedia, la Costituzione, l’Inno di Mameli. Ormai sono loro ad essere portatori e divulgatori della nuova cultura, della storia, l’etica, il diritto, la politica, ed ora anche interpreti della esegesi biblica, roba da far invidia a teologi e rabbini: sono i comici, la Treccani della Casa del popolo.

Tutto nel rispetto della generale e diffusa commistione di generi, ruoli e competenze che ormai imperversa in una  società in cui, grazie ad  un eccesso di libertà, tutti possono fare tutto con spregiudicatezza, senza limiti, senza riguardo, senza remore, senza scrupoli e senza vergogna.   Così Benigni, invece che fare il comico,  intrattiene il pubblico con lezioni sulla Bibbia e una monaca canterina, suor Cristina, invece di stare in convento a pregare, partecipa ad un talent in TV cantando e sgambettando come una qualunque ragazzotta in cerca di gloria alla vecchia “Corrida: dilettanti allo sbaraglio“. Forse, a breve,  vedremo don Mazzi partecipare a L’isola dei famosi, carmelitani scalzi raccontare barzellette a Zelig, trappisti fare monologhi a Colorado e monache di clausura partecipare al Grande fratello. Ecco perché poi, in tanta confusione, Benigni si sente autorizzato a fare il catechista. Ci mancava solo che si fosse presentato come don Benigni, curato di campagna, in abito talare, collarino e turibolo con l’incenso. In verità sono gli altri, i media di regime, ad incensare lui, il giullare di corte più pagato del reame.

Forse è anche bravo, non c’è dubbio. A quanto pare i toscani ultimamente stanno attraversando un periodo particolarmente favorevole. Più sono loquaci e logorroici e più hanno successo (vedi Renzi). Ha la parlantina facile da imbonitore, è un affabulatore nato, può parlare per delle ore su qualunque argomento, infilando una dopo l’altra battute, allusioni, metafore, citazioni colte, perle di saggezza popolare, il tutto mischiato, amalgamato sapientemente per farne “spettacolo”. Già, ecco il punto, il bagaglio lessicale ed espressivo è sempre lo stesso, identico, qualunque sia l’argomento che tratta. Ecco perché, a lungo andare, diventa perfino noioso, ripetitivo, prevedibile (cosa gravissima per un comico il cui fine è sempre quello di stupire), sai già cosa dirà, dove andrà a parare e quali aggettivi e superlativi userà, sai che ogni dieci minuti dirà che quel passo è straordinario, bellissimo, commovente, da far venire le lacrime, che non c’è niente di più bello al mondo. Lo sai già, lo aspetti, sia che parli della Costituzione, di Dante, dell’Inno nazionale o che parli della guida telefonica, dell’orario ferroviario o della lista della spesa.

Ecco perché ormai Benigni è un dejà vu, una continua rielaborazione di se stesso, una minestra riscaldata, un ferrovecchio al quale si dà una mano di vernice per farlo apparire nuovo, ma basta scrostarlo un po’ per scoprire che è sempre lo stesso ferrovecchio.  Se si potesse setacciare il contenuto dei suoi monologhi si noterebbe che, una volta ripulito il testo dei termini propri e riferiti al tema del discorso in esame, il resto è un insieme di parole, frasi fatte, luoghi comuni, aggettivi, similitudini, metafore, che lui usa in qualunque monologo faccia, dalle lezioni sulla Divina Commedia, alla Costituzione, all’Inno di Mameli, ai Dieci Comandamenti. La metà di un suo monologo potete prenderlo e trasportarlo, pari pari, in un discorso di argomento completamente diverso. Il grosso di ogni suo monologo è sempre basato su esclamazioni di ammirazione, meraviglia, esagerazioni, superlativi usati in dosi industriali, accostamenti lessicali finalizzati a sorprendere l’ascoltatore, elogio sperticato dell’autore o del testo in esame, sempre straordinario, fantastico, bellissimo, commovente, in un trionfo di verbosità, logorrea, enfasi, ridondanza e affermazioni di valore assoluto come assiomi. Insomma, l’ingrediente principale dei suoi monologhi è solo uno: l’iperbole. Solo che se tutto è straordinario, la straordinarietà non esiste più, diventa normale. E se è normale perde ogni valore e diventa irrilevante, inutile, superfluo, banale, scontato. Ed occuparsi con tanta enfasi di cose banali è stupido.

Ma per restare all’ultima performance, al di là delle lodi sperticate dei media, resta un dubbio. Chissà se parlando del settimo comandamento “Non rubare“, quello sul quale ha ironizzato, immaginando che Dio l’abbia scritto espressamente per gli italiani, non abbia avuto qualche momento di turbamento. Sì, perché rubare non è solo l’appropriarsi di qualcosa che non ci appartiene. Rubare è anche ricavare un profitto eccessivo dal proprio lavoro, ricevere un compenso stratosferico rispetto a quello  che sarebbe legittimo ed onesto ricevere, gonfiare le spese o truccare i conti per ricavarne un indebito profitto, pretendere un compenso molto superiore alla “giusta mercede” evangelica. Anche questo è rubare. E’ sicuro Benigni che ricevere 4 milioni di euro per la sua prestazione sia un compenso equo, sia la “giusta mercede” e non abbia niente da rimproverarsi? E’ sicuro di avere la coscienza pulita? E’ sicuro di poterci dare lezioni di etica e di rispetto dei Comandamenti divini, senza avere qualcosa di cui vergognarsi?

 Ha pensato che fra quei dieci milioni di spettatori che lo hanno seguito, forse ci sono milioni di persone che campano con una pensione minima con la quale è difficile conciliare il pranzo con la cena? E che nonostante facciano fatica a campare, dopo aver appena pagato la Tasi, fra poco dovranno mettersi di nuovo in fila agli sportelli postali per pagare il canone RAI…quello che serve poi per pagargli 4 milioni di euro? Sa che in Italia ci sono 9 milioni di persone che attraversano una gravissima crisi economica e che, se non sono già poveri, sono a rischio povertà? E che ci sono, lo hanno riportato le cronache questi giorni scorsi, circa un milione e mezzo di bambini che vivono in povertà completa e non hanno nemmeno di che sfamarsi?  Altro che spiegarci il settimo comandamento. Come fa a presentarsi in televisione a parlarci di amore per il prossimo, di “Non rubare” e poi intascare 4 milioni di euro alla faccia di chi lo sta ad ascoltare? A me sembra un vero e proprio insulto agli italiani, un oltraggio a chi deve pagare il canone obbligatoriamente, anche se a malapena ha i soldi per il pane, uno schiaffo in faccia a chi stenta a campare. Dovrebbe vergognarsi.

Già, ma tutti ne lodano la bravura, lo esaltano, gridano al successo del programma, agli ascolti esaltanti, quasi il 40% di share, dieci milioni di telespettatori, lo “strepitoso successo“. Ecco ciò che conta, gli ascolti. Tutto è finalizzato all’auditel, il nuovo idolo, il totem, il nuovo dio catodico al quale tutto si sacrifica e tutto è concesso. Non conta la qualità dei programmi, conta l’auditel. E’ la televisione spazzatura che legittima se stessa, si autoesalta. E’ la perfetta realizzazione dell’idiozia che si promuove a modello di vita. Se facesse buoni ascolti metterebbero in TV anche un asino che raglia. E tutti ne parlerebbero bene (Vedi “Asinerie; il segreto del successo“). Ma Benigni è così straordinario, così eccessivo, così fuori dalla normalità, che anche il suo compenso, ovvio, deve essere iperbolico. Ma voi italiani non fatevene un problema, pagate il canone e tacete; fessi e contenti.

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