Cafoni di Stato

Ovvero, il premier con le mani in tasca. Anzi, è l’unico premier mondiale che usa  presentarsi in pubblico con le mani in tasca, in atteggiamento da bulletto o da cafoncello di periferia. Era una delle cose che si imparavano fin da piccoli; quelle norme di  buona educazione che, in una società civile, ci differenziavano dai trogloditi, dai maleducati e dai cafoni. Regolette comportamentali indispensabili per essere e sentirsi parte integrante di una società civile, in cui regnava ancora il rispetto per la comunità e per gli individui che la componevano. Si imparavano subito, fin da bambini, grazie ai consigli ed all’esempio degli adulti ed agli insegnamenti a scuola.

Vivere in società significa accettarne le regole fondamentali. Significa porre dei limiti alla libertà individuale, adottare dei comportamenti consoni al sentire comune, adeguarsi all’imprinting sociale costituito da usi e costumi, tradizioni secolari, cultura, arte, lingua, etica; pena, l’esclusione dal consesso sociale. Sono tutte quelle norme che consentono di instaurare con gli altri componenti della società un rapporto di quieto vivere, di empatia, di armonia, di rispetto reciproco e di pacifica convivenza. Non parlo di grandi principi etici o politici, ma di semplici regolette di educazione quotidiana: non mettersi le dita nel naso, non sputare per terra, coprirsi la bocca con la mano quando si tossisce, cedere il posto alle donne ed agli anziani, non giocare con le posate a tavola o agitarle come armi improprie, non alzare la voce o urlare (a meno che non stiate sprofondando nelle sabbie mobili e gridiate aiuto), non risucchiare rumorosamente mangiando brodini o minestre, e tante altre simili piccole norme di buona educazione e galateo. Una delle tante era questa: non tenere le mani in tasca.

Capisco che accennare oggi a queste  normali regolette possa sembrare anacronistico, vista la maleducazione dilagante. Parlare di educazione, bon ton, buone maniere, galateo, è come parlare di “archeologia del comportamento“. Eppure, non dico di insegnare nelle scuole il galateo di monsignor Della Casa (quella che una volta era una specie di Bibbia delle buone maniere, ormai del tutto dimenticato), ma almeno di conservare alcune norme elementari di buona creanza e di rispetto reciproco. Una di queste è l’evitare di tenere le mani in tasca. E’ un atteggiamento cafone, da bulletti, denota mancanza di rispetto  o scarsa attenzione e  considerazione nei confronti degli altri  e può essere considerato addirittura offensivo.

Da evitare sempre, quindi, ma soprattutto quando si è in pubblico.  Ancor più da evitare quando si ricoprono cariche pubbliche e istituzionali. Mai e poi mai durante incontri ufficiali, convegni internazionali o cerimonie pubbliche. L’unico che  non rispetta questa regoletta è il nostro premier sbruffone cresciuto fra i boy scout. Forse fra i lupetti si imparava a costruire capanne di frasche, ad accendere un fuocherello nel bosco, e non si aveva tempo di imparare le buone maniere. Al massimo leggevano il manuale delle Giovani marmotte.

Così vediamo il nostro borioso, egocentrico, vanitoso, superbo, arrogante, saccente, spocchioso (l’elenco degli aggettivi potrebbe continuare a lungo, ma sempre su questo tono) Matteo I da Pontassieve che ha sempre in viso e nello sguardo quell’aria di superiorità nei confronti del mondo ed anche in consessi internazionali saluta porgendo il cinque, come fra compagni di calcetto, e tiene regolarmente le mani in tasca, come se si trovasse in un bar dello sport  di periferia fra bulletti alla Gioventù bruciata. Lo abbiamo visto tante volte in questi atteggiamenti; una specie di Ciro ‘o guappo a Palazzo Chigi.

Questo ragazzotto toscano, che fino a pochi mesi fa si occupava di raccolta differenziata, della riparazione delle buche stradali  e del menu delle mense scolastiche a Firenze, oggi lo vediamo volare da Roma a Berlino, da Pechino a Parigi, da Londra a Washington, a confronto con i capi di Stato mondiali e discutere di politica internazionale con Obama e Putin. Poi non lamentiamoci se il mondo va a rotoli, come la carta igienica. Ma ormai nessuno ci fa caso. In tempi in cui tutto è lecito e consentito e qualunque rimprovero viene subito come un gravissimo atto di limitazione della libertà personale, anche la cafonaggine diventa normale. E se la maleducazione viene dal  capo del Governo, non solo diventa lecita, ma viene addirittura nobilitata: diventa cafonaggine di Stato.

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