Descamisados

Sono gli “scamiciati” di casa nostra. Leader socialisti europei ospiti di Renzi alla festa dell’Unità. L’Unità ha fallito ed è chiusa da tempo, ma loro continuano a fare la festa. Così, vendendo birra,  salamelle e tortellini ai compagni nostalgici, fanno un po’ di autocelebrazione, sfilano in passerella vecchi e nuovi capi e recuperano un po’ di soldi per la causa. E si presentano in camicia, come si usa oggi per sembrare più vicini al popolo, più alla mano, più “proletari”.

Meglio ancora se con le maniche rimboccate. Tempo fa l’allora segretario del PD Bersani lanciò una grande campagna mediatica al grido di “Rimbocchiamoci le maniche“. L’Italia fu invasa da manifesti (vedi qui) che mostravano il nostro smacchiatore di giaguari in maniche di camicia e lo slogan in bella evidenza. Già, perché questa gente ormai fa politica a forza di slogan. Ogni tanto se ne inventa uno nuovo e con quello ci campano mesi. Poi, quando l’effetto è esaurito, se ne inventano uno nuovo e vai, fino al prossimo slogan. Ricordiamo ancora l’invenzione del “governo ombra“. Qualcuno si ricorda cos’era ed a cosa è servito? Poi lanciarono “I care” che creava non pochi problemi ai compagni non proprio pratici della lingua inglese, che leggevano così com’è scritto e non capivano il significato. Poi lanciarono la campagna “Salva l’Italia” con un pullman che girava il Paese per raccogliere 5 milioni di firme contro Berlusconi. Qualcuno sa se le hanno raccolte ed a cosa sono servite?  Ma Veltroni, entusiasta, rivendicava l’iniziativa come una grande vittoria popolare e si esaltava parlando al Circo Massimo davanti a 2.500.000 (diceva lui) di compagni convenuti per sostenere il progetto “Salva Italia“. In realtà, secondo il risultato di uno studio fatto proprio per volere di Veltroni quando era sindaco di Roma (quindi, dovrebbe conoscere bene quello studio), nel Circo Massimo possono starci, al “Massimo“, 300.000 persone. Ma Veltroni fa finta di non saperlo e si esalta.

L’elenco degli slogan usati in politica sarebbe lungo. Essi pensano, forse,  che la cosa più importante della politica sia questa: trovare lo slogan giusto, creare e gestire il consenso e raccogliere più voti possibile . A tal fine è fondamentale sfruttare nel migliore dei modi i mezzi di comunicazione di massa e creare un’immagine rassicurante e affidabile del partito. Non necessariamente l’immagine fornita deve corrispondere alla realtà. l’importante è che la gente creda che sia vera. Ovvio che la gestione mediatica diventa così importante che finisce per assorbire in gran parte il tempo, l’impegno e le energie di dirigenti e militanti. La conseguenza aberrante è che quello che dovrebbe essere solo un mezzo per informare i cittadini sull’attività politica ed i programmi del partito, finisce per essere lo scopo principale della propaganda: il mezzo diventa il fine ultimo della politica.

Ecco perché danno tanta importanza all’apparire, all’esposizione mediatica, alla partecipazione ai salotti televisivi, allo spazio riservato sulla stampa, alla cura dell’immagine del partito ed a quella personale. In questo contesto uno slogan azzeccato può essere determinante per la vittoria finale. Basta pensare al famoso “Yes, we can” che fu il leitmotiv della campagna presidenziale di Barack Obama. Slogan subito adottato anche dai democratici di casa nostra,  e tradotto in “Si può fare“. Ed insieme allo slogan presidenziale copiarono anche l’abbigliamento “da lavoro” obamiano. L’abitudine dei nostri democratici di presentarsi in maniche di camicia, e di averne fatto addirittura il messaggio di una campagna mediatica,  è presa dall’immagine di Obama che si mostrava in camicia al suo tavolo di lavoro nella stanza ovale. Ecco da dove nasce la “camicia bianca” che è ormai la divisa pubblica di Renzi. Prestano più attenzione alla cura dell’immagine che ai programmi.

E forse hanno ragione, perché la gente ci casca e si lascia abbindolare. Basta pensare all’ultimo slogan col quale Ignazio Marino ha affrontato la sua campagna elettorale per l’elezione del sindaco di Roma. Il suo motto era “Daje“, riprodotto in migliaia di manifesti affissi in città. Non programmi, non idee, non progetti seri per Roma, ma semplicemente una parola “Daje“! Montesano direbbe, alla romana: “Ma che vor dì?”. Se un candidato sindaco, invece di fare discorsi seri e presentare programmi precisi, si presenta agli elettori con un cartello “Daje” e con una risatina scema (tanto per non infierire) e gli elettori gli credono, o è cretino il candidato o sono cretini gli elettori.

Così anche l’ultimo segretario PD, Renzi, ha lanciato la sua campagna per la segreteria del partito con un nuovo slogan “L’Italia cambia verso“, con la parola “Italia” ” scritta al contrario, grazie al durissimo lavoro delle migliori menti creative dello staff renziano che continuano a sfornare nuovi slogan, battute e metafore, ad un ritmo quotidiano. Tanto che Renzi può ben vantarsi di essere il miglior premier battutista della Repubblica. In quanto a slogan e battute non lo batte nessuno: dalla rottamazione allo sblocca Italia, da una riforma al mese all’ultimissimo “passo dopo passo“. Il bello è che sembra convinto di dire cose serie. Ma la cosa ancora più curiosa è che sembra che milioni di italiani ci credano davvero. Infatti, nonostante la crisi economica gravissima, la recessione, la deflazione, l’aumento del debito pubblico, l’aumento della disoccupazione, milioni di poveri, l’invasione da parte di africani ed asiatici, si va al voto per il Parlamento europeo ed il 40% vota per il PD. Sembra incredibile, ma è vero. Il che significa che hanno ragione loro: più prendi per il culo la gente e più ti segue.

Ed ecco che alla festa dell’Unità di Bologna, arrivano, a dare sostegno morale al nostro “Bomba” nazionale, alcuni leader socialisti europei. Tutti rigorosamente in maniche di camicia “descamisados“, come peronisti di casa nostra, rivoluzionari de borgata, socialisti all’amatriciana. Più che leader politici sembrano camerieri in attesa delle ordinazioni. A quanto pare questa è la nuova divisa della sinistra “politically correct“. E’ l’evoluzione della camicia italica: dalla camicia rossa da garibaldini alla camicia nera da fascisti, alla camicia bianca da gelatai. Quando arriveremo alla camicia di forza per tutti i politici sarà festa nazionale. Ma loro, così, si sentono pop, innovatori, moderni, progressisti, socialisti e democratici che più democratici non si può. La camicia è un simbolo che suggella un indissolubile legame di sangue: sono “fratelli di camicia“. E per dimostrare l’impegno e la comunità d’intenti della sinistra europea, come tutti i grandi leader della storia, firmano un patto di lavoro, un impegno preciso di collaborazione e intesa. Dopo il Patto di Yalta, il Patto di Varsavia ed  il Patto atlantico, per restare in tema con la festa, ecco il “Patto del tortellino“.  In futuro, forse, per doveroso scambio di cortesie, si terranno altri importantissimi vertici in altri paesi e si stipulerà il Patto di wurstel e crauti,  quello della paella valenciana e quello degli escargots.

Ma i nuovi democratici sono così,  sono estrosi, creativi, un po’ nostalgici ed un po’ confusi, un po’ ex democristiani, un po’ ex socialisti, un po’ ex comunisti, un po’ ex boy scout. Insomma, più che altro sono “Ex“, come gli “Ex voto” offerti in ringraziamento per aver ricevuto una grazia o un miracolo. Ed in realtà il fatto che esistano ancora questi ibridi socialcattocomunisti è un vero miracolo. Il dramma, invece, è che quando questi scamiciati finto proletari vanno al potere, di solito finisce così: i capi in camicia, la gente in mutande.

Vedi “Psicopatologia del potere“.

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