Nudi a confronto

Il nudo ormai dilaga. E’ diventato una moda, un segno dei tempi. Nudi ovunque, sulle riviste, al cinema, in rete, nei manifesti pubblicitari. E’ diventato perfino un segno di protesta. Il movimento delle Femen, per esempio, usa presentarsi a seno nudo in pubblico. Altre si fanno fotografare nude con i pretesti più vari, per protesta, per beneficienza, per sensibilizzare l’opinione pubblica su qualche tema particolare, per farsi notare o per finire sui rotocalchi. Ogni motivo è buono per mostrarsi nude.

Tanto nudismo dovrebbe ormai aver abituato il pubblico che, così vaccinato, non dovrebbe più scandalizzarsi. Invece, a quanto pare, i media ritengono che esista ancora un minimo senso del pudore e, quindi, evitano di mostrare i nudi integrali. E’ l’ipocrisia elevata a sistema. Non c’è sito d’informazione, anche i più seri, che non abbia in prima pagina la rassegna quotidiana dei migliori culetti femminili in circolazione. Ma guai a chiamarlo come lo si è sempre chiamato.  Te lo mettono sotto gli occhi ad ogni pagina web, lo vedi ovunque in televisione, ma…guai a chiamarlo “Culo“, non si può, bisogna chiamarlo “Lato B“. Una volta quando erano in voga i 45 giri in vinile, il “Lato B” era la facciata con la canzone meno bella. Oggi, che progresso, è invece la facciata più attraente, il culo!

Oggi anche i bambini, usando internet, vedono tette e culi a piacere, quando e dove vogliono. Imparano presto. Ma i nostri moralisti dell’informazione, pensano che la gente creda ancora ai bambini che nascono sotto i cavoli e temono di turbare la loro ingenuità. Così, quando devono proporre una foto di nudo usano l’accorgimento di nascondere le parti intime con macchie, quadratini neri, sfocature. Tanto con Photoshop si può fare tutto. In certi casi si arriva quasi al ridicolo, come quando si mostra un bel seno nudo e prosperoso con delle piccole crocette che coprono a malapena i capezzoli. Già, perché mostrare un seno prosperoso, abbondante e supersiliconato si può, purché non si veda il capezzolo (!?). Viene da ridere, eppure è proprio così. Altre volte, invece, si pubblicano delle foto in cui il nudo è chiaro, integrale, senza veli, in primo piano. E non parlo di riviste porno, ma di normali quotidiani a diffusione nazionale e dei loro siti in rete.

Allora viene spontaneo chiedersi come mai gli stessi quotidiani passano da una pudicizia perfino esagerata e ridicola all’uso del nudo integrale. Il pudore viaggia a giorni alterni? Vale per certi nudi e per altri no? Dipende dalla posa della modella? Dalla “location” (oggi si dice così) della ripresa? Qual è il criterio per stabilire se un nudo può essere mostrato integrale o no? Poi, capita che, per pura combinazione,  dei nudi diversi si trovino affiancati, casualmente, sulla stessa pagina dello stesso quotidiano, nello stesso giorno. Ed allora salta agli occhi anche dei lettori meno attenti che c’è qualche cosa di poco chiaro in quei criteri. Anzi, viene proprio il sospetto che ci sia una buona dose di ipocrisia. Ecco un esempio lampante che si vede oggi nella Home page del Giornale.

Le due immagini che richiamano i rispettivi servizi sono affiancate, esattamente come riprodotte sopra. Il primo servizio a sinistra riprende una ragazza che circola completamente nuda a New York. E le foto (vedi qui) la mostrano senza alcun cenno di manipolazione. La seconda immagine si riferisce, invece, ad un video in cui l’attrice Kathy Griffin si sottopone a quella specie di gioco di società che è diventato l’ice bucket challenge;  una secchiata d’acqua gelida in testa. In questo caso, Kathy, per sottoporsi al rito gelato, esce da una piscina, completamente nuda, ma è ritoccata in maniera che si vede molto sfuocata, come se indossasse un costume intero color carne (vedi qui il video) o più simile ad una bambola vivente.

Stesso giornale, stessa pagina, immagini fianco a fianco, due nudi a confronto; uno integrale, senza trucchi, l’altro sfumato. Perché? Ecco, ogni tanto sarebbe bene che spiegassero ai lettori queste differenze d’interpretazione, giusto per curiosità. Ammesso che abbiano una spiegazione plausibile.

A proposito, poi, dello sport del momento, la secchiata d’acqua gelida, pare che lo facciano per raccogliere fondi per lo studio della SLA.  Intanto l’ideatore della secchiata d’acqua in testa, per tragica ironia della sorte, dieci giorni fa  è morto annegato (Morto Corey Griffin, inventore della Ice Bucket Challenge) . E dopo due giorni un altro ragazzo, in Scozia, ha voluto esagerare e si è gettato direttamente in un laghetto ghiacciato; morto anche lui (Scozia, l’Ice bucket challenge fa la sua prima vittima). Mi sa che questa idea è nata male, sotto una cattiva stella. Forse è meglio trovare un’altra forma di finanziamento.

Ma che bisogno c’è di farsi i gavettoni (una volta si chiamavano così) gelati per raccogliere fondi? Non si poteva fare una semplice sottoscrizione o lanciare una campagna di raccolta fondi, come fanno tutti gli altri? No, oggi bisogna essere originali per forza, inventarsi qualcosa di nuovo, diverso, possibilmente che faccia notizia. E la gente oggi va matta per queste stronzate virali e globalizzate che, grazie ad internet, si diffondono in tempo reale in tutto il mondo. Se qualcuno ha una buona idea, seria, intelligente, nessuno gli presta attenzione. Ma se qualcuno, tanto per sentirsi vivo, fa una stronzata, potete scommettere che avrà milioni di seguaci. In questo caso, machiavellicamente, si potrebbe giustificare la secchiata con la bontà della causa. Ma non sempre la nobiltà del fine giustifica la stupidità del mezzo.

 

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