Brasil, Brasil

Oddio, mi si è aperto il Mondiale di calcio. E adesso come faccio a chiuderlo? Ovvero, le domande cruciali della vita: “Perché quelli che lavorano con i piedi guadagnano molto di più di quelli che lavorano con la testa?“. Ah, saperlo…

Tra gli sport, nessuno spicca come il calcio, fenomeno di massa che, così come i concerti di musica moderna, raduna folle e le esalta più di qualunque altra mobilitazione urbana: comizi politici, processioni religiose, appelli civili. Una partita di calcio può essere per i tifosi – e io sono uno di loro – uno spettacolo stupendo, di abilità e armonia d’insieme e di affermazione individuale, che entusiasma lo spettatore.

Ma, ai giorni nostri, le grandi partite di calcio fungono soprattutto, come il circo romano, da pretesto e da sfogo per l’irrazionale, innescando una regressione dell’individuo alla sua condizione di parte della tribù, di elemento gregario, nella quale, protetto nel confortevole anonimato della tribuna, lo spettatore lascia briglia sciolta agli istinti aggressivi di rifiuto dell’altro, di conquista e di annientamento simbolico (e a volte persino reale) dell’avversario.

I famosi “ultras” di alcune squadre e le stragi che provocano con le loro mischie omicide, gli incendi di tribune e le decine di vittime mostrano come in molti casi non sia la pratica di uno sport ad attrarre tanti tifosi – quasi sempre maschi, sebbene le donne che frequentano gli stadi siano sempre più numerose – verso i campi, ma un rituale capace di scatenare nell’individuo istinti e pulsioni irrazionali che gli permettono di rinunciare alla sua condizione civilizzata e di comportarsi, per la durata di una partita, come parte di un’orda primitiva.”  (Da “La civiltà dello spettacolo”, Ed. Einaudi di Mario Vargas Llosa)

Magari è detto in forma diversa, ma il concetto è lo stesso che ripeto da anni (Vedi “Masquerade“) a proposito dei vari aspetti e delle diverse manifestazioni dei riti collettivi, intesi  come sublimazione di ancestrali cerimonie tribali. Fa piacere ogni tanto trovare autorevoli conferme alle nostre idee. Ci fa sentire meno visionari.

Alla folla bisogna offrire feste rumorose, perché gli imbecilli amano i rumori e la folla è fatta di imbecilli” (Napoleone).

Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

 

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