1° maggio zippato

Il Concertone compresso in due minuti; basta e avanza, tanto la musica è sempre la stessa.  Ieri pomeriggio RAI3 trasmette in diretta il Concertone del 1° maggio da piazza San Giovanni a Roma. C’è sul palco una faccia conosciuta, uno di quegli intellettuali militanti di sinistra che sono ovunque ci sia un fotografo, una telecamera, un cronista di strada o una poltrona disponibile in un salotto televisivo; sempre pronti a rilasciare profondissime riflessioni su tutto lo scibile umano (loro hanno la scienza infusa e la verità incorporata in dotazione di serie). Non ricordo il nome, o forse non voglio ricordarlo. Sta leggendo un brano che parla di scioperi, di raduni e cortei operai, di bandiere rosse, di garofani rossi all’occhiello, intona in maniera approssimativa “il sol dell’avvenire…”. Insomma, ci siamo capiti, il tipo è quello giusto, da palco sindacale o da Festa dell’Unità d’altri tempi.

Finito il suo intervento (per fortuna era quasi alla fine, quindi ho “goduto” pochissimo del suo elogio delle bandiere rosse), un ragazzotto con microfono scende  giù dal palco, si avvicina alle transenne e chiede ad una ragazza del pubblico di presentare il prossimo personaggio sul palco. E la ragazza, che deve solo dire il nome del complesso che si esibirà, leggendo dalla cartella del presentatore, annuncia che ora saliranno sul palco “I Statuto“. Deve solo dire il nome di un complesso e riesce anche a sbagliare l’articolo; “I Statuto“, invece che “Gli…”.

Andiamo bene, questa è la nuova generazione, quella che si sta formando in una scuola che vorrebbe abolire lo studio di filosofia e storia dell’arte e dove anche lo studio dell’italiano forse è facoltativo, ma dove professori molto progressisti e dalla mente aperta, leggono in classe, ai ragazzi del ginnasio,  i libri porno della Mazzucco (Brano su sesso gay a scuola), dove si parla di rapporti gay e si descrive dettagliatamente un rapporto orale (vedi “Che libertà è leggere in classe un libro porno?“) . Questa è oggi la scuola pubblica, dove in un liceo di Modena  si può assistere ad interessantissime “lezioni“, tenute dalla “professoressaVladimir Luxuria (Luxuria al liceo di Modena),  sulle delizie del sesso creativo, della diversità di genere e sulla bellezza dell’essere trans. Tutte cose, com’è evidente, fondamentali per garantire una crescita equilibrata dei ragazzi, nonché di grande utilità pratica per poi inserirsi bene nella società e nel mondo del lavoro e per accrescere la propria cul-tura. Altro che letteratura, latino e filosofia. Questa è la scuola oggi; sanno tutto sugli amori gay, sui trans, sulla fellatio, ma poi dicono “I Statuto“.

Comincia l’esibizione di questo gruppo musicale. Il cantante, il classico tipo fighetto di periferia (forse con qualche problema nella scelta dell’abbigliamento giusto per l’occasione) veste un elegante abito scuro, i pantaloni con la piega perfetta, giacca abbottonata, pochette bianca nel taschino, camicia bianca aperta su un  foulard colorato annodato intorno al collo e polsini con gemelli. Al polso destro diversi braccialetti, forse d’oro o d’argento, e anellone con grossa pietra al dito (era il mignolo?) della mano destra, in perfetto stile “Boss” di Chicago anni ’30. Gli manca solo un classico Borsalino in testa e sarebbe pronto per interpretare un personaggio nella riedizione del film  “La banda dei marsigliesi“. Insomma, il classico abbigliamento da classe operaia in corteo sindacale. No? Forse ha scambiato il palco del 1° maggio per un piano bar gestito dalla mafia. Succede.

Canta, a piena voce e con grande convinzione, “In fabbrica non ci voglio andare…in fabbrica non ci voglio andare…”.  Il titolo della canzone è “La fabbrica“, come chiarisce alla fine, ringraziando chi gliel’ha regalata (ma non ho capito chi sia il generoso elargitore di canzoni).  Che gliel’abbiano regalata è comprensibile, vista la qualità del pezzo che definire scadente sarebbe già un complimento. Ormai anche la musica è taroccata; sembrano canzoni, invece sono cagate. Ma siccome le fanno così da decenni, nessuno ci fa più caso. Forse esiste un algoritmo per crearle a casa. Forse esiste anche un’app per creare canzoni. Scarichi l’app e crei la tua canzone del giorno, secondo le preferenze e la disposizione d’animo.  Oggi ti fai “La fabbrica“, domani ti crei “La miniera“, poi “La movida di Pompu” e il giorno dopo, con grande sforzo creativo, t’inventi “Il cesso“, canzone per favorire il rilassamento. Ormai da decenni cantano tutti la stessa canzone, perfino le voci si somigliano. Le fanno in serie, con lo stampo. E le vendono a chili in offerta speciale o promozione “Tre per due” (ma c’è anche chi le regala). Si trovano nei mercatini rionali, in confezioni da dieci, cento, da un chilo, un quintale…canzoni per tutti i gusti e le occasioni. Ma bisogna stare attenti perché ormai anche le canzoni sono taroccate; sembrano cagate nazionali, invece sono cagate di provenienza cinese (le riconosci per il caratteristico colore giallo).  Forse questa “La fabbrica” l’hanno presa a Porta Portese, un’occasione, tutto per 5 euro: un set di calzini bianchi, due accendini, un parasole per l’auto, una confezione di fazzolettini ed una canzone in omaggio.

In fabbrica non ci voglio andare…”, continua a ripetere. E chi lo obbliga? Potrebbe andare in campagna, a cogliere viole mammole. Potrebbe coltivare patate, rape e ortaggi vari.  Se coltivare la terra è troppo pesante, potrebbe coltivare un hobby, è un’occupazione più leggera. Che so, darsi alla filatelia, all’ornitologia o  darsi all’ippica (oggi l’ippoterapia va di moda). Potrebbe andare a farfalle, a funghi, a more, a corbezzoli. Potrebbe andare in paesi lontani alla ricerca del Santo Gral o dell’Arca perduta. Ecco, questa sarebbe un’ottima soluzione; andare a quel paese…e restarci. Tanto ci va un sacco di gente, si sta in buona compagnia e ci si diverte un sacco (nei giorni di festa anche due sacchi).

Dopo questa esibizione ho cambiato canale. Pochi minuti di Concertone bastano e avanzano. Solita rassegna della più scontata retorica sindacale che è ancora ferma all’ottocento, alla lotta di classe, all’odio verso il padrone sfruttatore e che continua a sognare rivoluzioni e lotta operaia. Ci manca solo che su quel palco cantino “Sciur padrun dali beli braghi bianchi…”. E non è detto che non l’abbiano cantata davvero.

A parte altre considerazioni sul Concertone organizzato ogni anno dai sindacati e sulla strumentalizzazione politica della festa, cosa che ci porterebbe molto lontano, quando ho sentito il “fighetto” stile apprendista boss cantare a squarciagola “In fabbrica non ci voglio andare…” mi è venuto spontaneo pensare ad un’altra manifestazione sindacale, quella che sempre ieri si è svolta a Pordenone, con la presenza dei leader nazionali di CGIL, CISL e UIL, in segno di sostegno alla lotta dei dipendenti della Elettrolux che rischiano di perdere il lavoro per la chiusura della fabbrica. Loro vorrebbero andarci in fabbrica, ma rischiano di non entrarci più. Ho pensato anche  agli operai dell’acciaieria di Piombino che, sempre a causa della minacciata chiusura degli impianti, rischiano di restare senza lavoro. Penso anche ai minatori del Sulcis, ormai senza speranza di trovare una soluzione che garantisca il lavoro. Penso alle migliaia di lavoratori che, negli ultimi anni di crisi, hanno perso il lavoro a causa della chiusura delle fabbriche, per fallimento o per  delocalizzazione degli impianti di produzione. Penso a centinaia di imprenditori che si sono suicidati per l’impossibilità di mandare avanti l’azienda. Penso che oggi gli italiani abbiano un solo obiettivo; riaprire le fabbriche, rilanciare l’economia e garantire il posto di lavoro.  Hanno capito che la sorte dei dipendenti è strettamente legata alla sorte della fabbrica e degli imprenditori. Sono sulla stessa barca. Se fallisce l’imprenditore, chiude la fabbrica e gli operai restano senza lavoro. La “fabbrica” per loro è la vita.

E questo fighetto, sul palco di San Giovanni, per la festa dei lavoratori, nel momento di crisi profonda di tutta l’economia italiana, quando si tenta in tutti i modi di evitare la chiusura delle fabbriche, se ne esce, tomo tomo e cacchio cacchio, a cantare…”In fabbrica non ci voglio andare…“. E’ un vero e proprio insulto, un affronto, uno schiaffo a   migliaia di lavoratori che, a causa della chiusura delle fabbriche, sono senza lavoro. Se questi lavoratori fossero sotto il palco, avrebbero cantato “In fabbrica non ci voglio andare…”? No, molto più probabilmente, gli avrebbero lanciato addosso  quello che si trovavano a portata di mano, pietre, mazze, bastoni e transenne. Per sua fortuna, però, sotto quel palco, non c’erano lavoratori, operai, classe operaia; c’erano ragazzotti che forse campano con la paghetta settimanale del papà che, forse, “lavora in fabbrica” e proprio oggi sta rischiando di perdere il lavoro perché la sua fabbrica chiude. E quella fabbrica dà lavoro, stipendio e consente di vivere a lui ed ai figli che forse stanno lì, sotto il palco, che ascoltano e applaudono il fighetto che non vuole andare in fabbrica.

Ecco perché quella manifestazione è falsa, come le canzoni “regalate”, come  le cianfrusaglie cinesi taroccate. Ecco perché chi sale su quel palco e si riempie la bocca di paroloni e di accenti rivoluzionari, il più delle volte, non ha la più pallida idea di cosa sia il lavoro vero. Ecco perché il fighetto che canta canzoni che qualcuno gli ha regalato per l’occasione e che ha paura di andare a lavorare in fabbrica, su quel palco sta insultando pesantemente  i lavoratori veri. Dovrebbe scendere da quel palco ed andare in un altro posto più consono al suo abbigliamento; dovrebbe andare affanc…a quel paese. E restarci.

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