Comunisti in crisi d’identità

Ieri in televisione si è rivisto “Baarìa” di Tornatore. Ecco cosa scrivevo anni fa, in occasione dell’uscita del film nelle sale.

Baarìa o non Baarìa?

Ovvero: atroce dubbio di un post comunista in crisi. Siamo sinceri, oggi essere di sinistra è un problema. Una volta era più facile. Una volta c’era il PCI, il partito dei proletari, dei poveri. E se tu eri povero, o pensavi di esserlo, non avevi problemi, dovevi solo essere comunista, leggere l’Unità e credere per fede in quello che c’era scritto. Anche perché, come si usava dire:  “La verità è ciò che conviene al partito“. Questa affemazione sembra essere l’unica cosa rimasta alla sinistra del suo patrimonio storico e ideologico. E’ ancora valida. Tutto il resto è cambiato. Sono cominciati i cambiamenti, le divisioni, le proliferazioni di sigle, partiti e partitini, tutti comunisti, ma ognuno con la propria bandiera. Il PCI diventa PDS, nascono Rifondazione e Comunisti italiani, ed il vecchio proletario già è in crisi: con chi andare? Chi ha scelto di restare nel PDS dopo un po’ cambia ancora nome e diventa DS, poi si ritrova, lui vecchio marxista, ateo e mangiapreti, ad andare a braccetto con i cattolici di Rutelli, Rosi Bindi e la Binetti (quella che indossa il cilicio per penitenza), tutti insieme appassionatamente nel nuovo PD. Peppone e Don Camillo diventano compari e dicono di avere le stesse radici e di volere le stesse cose (lo dicono i dirigenti e sembrano anche convinti; gli elettori sono meno convinti, ma stanno al gioco). Molti storcono il naso, ma tutti, allineati e coperti per il bene del partito, marciano insieme (fino a nuovo ordine). Quelli che hanno scelto di seguire Rifondazione dopo qualche anno si trovano a dover scegliere se restare con Rifondazione o seguire Ferrando che lascia il partito e fonda una nuova sigla “Partito comunista dei lavoratori”, come se tutti gli altri fossero partiti comunisti degli scansafatiche! Non basta, perché dopo un po’ Rifondazione tiene il congresso. Sono rimasti in quattro gatti, ma riescono a dividersi ancora: due gatti di qua con Ferrero, due gatti di là con Vendola. E non è detto che finisca qui.

Grandi cambiamenti anche nello stile di vita dei dirigenti. Una volta percorrevano le polverose stradine di un’Italia ancora da ricostruire, per raggiungere i più sperduti paesini e tenere i loro comizi contro il capitalismo, i ricchi e gli sfruttatori del popolo. Oggi, da segretari e dirigenti, li vedi bordeggiare sotto costa a bordo di eleganti barche a vela da 18 metri (D’Alema), oppure acquistano vecchi cascinali in Umbria (Giordano e Bertinotti) e ci ricavano lussuose ville con piscina e parco intorno. Qualcuno, che solo qualche anno fa sognava Mosca e la piazza rossa, oggi fa l’americano a Roma, dice di non essere mai stato comunista e compra casa a Manhattan (Veltroni).

Certo che il povero proletario si trova un po’ spaesato ed in crisi. E non ha più nemmeno il conforto dell’unico giornale di partito che ti diceva cosa pensare. Il PD, per esempio, porta in eredità due quotidiani dei rispettivi partiti di provenienza: L’Unità, organo del partito comunista, ed Europa, quotidiano della Margherita. Quale leggere? Ma soprattutto, a chi credere, visto che spesso e volentieri, su alcuni argomenti fondamentali, specie di carattere etico, hanno posizioni contrarie? Non basta, perché oltre a L’Unità ed Europa, ci sono Liberazione, Rinascita, Manifesto e, tanto per complicare le cose, due direttori defenestrati di Liberazione e L’Unità, Padellaro e Sansonetti, fondano altri due quotidiani, L’Altro ed il Fatto quotidiano. Ora, un vecchio proletario in pensione, magari la minima, mica può acquistare 4 o 5 quotidiani al giorno; è già un lusso poterne acquistare uno, basta e avanza. Già, ma quale? Così, il vecchio proletario è sempre più confuso, in crisi, spaesato, perde l’orientamento, i riferimenti, la bussola. Molti, fidandosi dei compagni, perdono anche i risparmi di una vita investendoli in cooperative rosse che poi falliscono (vedi Argenta), qualcuno è in totale crisi d’identità e invece che cantare Bandiera rossa intona “Over the rainbow“,  altri hanno le visioni mistiche, si convertono e si rinchiudono in convento a meditare.

Sì, tempi duri per i vecchi compagni, quelli che la domenica uscivano in gruppo e facevano il giro di tutto il paese per diffondere L’Unità. Era una passeggiata che sapeva di festa. Scomparsi, come la foca monaca. Scomparse perfino le vecchie “sezioni” dove la sera militanti e simpatizzanti si riunivano e dove spesso arrivava il delegato del partito per impartire lezioni di comunismo; parlava di Marx, del Capitale, del Plus valore, concetti complessi che non tutti capivano bene, ma si fidavano del compagno delegato. Altri tempi, altri volti, altri discorsi. Cose che ormai si vedono solo al cinema.

A proposito, di recente a Venezia è stato presentato l’ultimo film di Tornatore “Baarìa“, una storia autobiografica in cui il regista racconta le vicissitudini della sua famiglia di comunisti in Sicilia. Ne parlano tutti i media, forse sarà segnalato anche per l’Oscar. Insomma un’occasione per rivedere, almeno al cinema, quelle storie di una volta, con i vecchi proletari che lottavano per la giustizia, l’uguaglianza, il comunismo. Ed il vecchio proletario, con un po’ di malinconia, ci fa un pensierino e decide di andare a vedere il film. Ma poi scopre che il film è stato prodotto dalla Medusa, casa di produzione cinematografica della famiglia Berlusconi. Oh, cacchio, e adesso? Anche questo è un bel problema di coscienza. Vado o non vado? Se vado a vederlo è come regalare dei soldi a Berlusconi. Non sia mai detto, sarebbe inaudito, quasi un’ignominia. Ed ecco che il vecchio proletario, assillato, negli ultimi decenni, da dubbi di ogni genere, anche quando vorrebbe concedersi un po’ di svago con una serata al cinema, quasi deve rinunciare perché si ritrova davanti ad un nuovo dilemma che farebbe impallidire ancor più il già pallido prence danese: “Baarìa or not Baarìa? That’s the question!”.

 

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