Che vor di’?

Anche questo 1° maggio è andato. Concertone a Roma,, contestazioni a Napoli e concerto annullato, insulti contro il PD e Fassino a Torino, discorsi “sindacalesi” a Perugia e bandiere, striscioni, cartelli, maschere. Ma soprattutto parole, tante, troppe parole. Rileggendo oggi, sui quotidiani in rete,  i resoconti dei discorsi dei big sindacali verrebbe da chiedersi alla Montesano “Ma che vor dì?”. Boh.

Dice la Camusso (CGIL): “Senza lavoro il Paese muore e questo Paese non può morire“. Ma va? Chissà quanto ci ha pensato per fare questa scoperta. Magari non ci ha dormito la notte per inventarsi questa frase. La Camusso fa l’infermierina davanti all’Italia in coma. Ricorda il classico “Lo stiamo perdendo” di quelle fiction ospedaliere. Bonanni (CISL) aggiunge: “Basta litigi e furbizie“. Anche Bonanni deve aver passato la notte in bianco per mettere insieme questo accorato appello alla pace ed all’amore universale. Visto che c’era poteva aggiungere “Ama il prossimo tuo come te stesso“, così avrebbe rassicurato i minatori del Sulcis. Anche Angeletti (UIL) per non essere da meno, conferma: “O si risolve il problema di dare lavoro o affondiamo“. Un altro che fa la veglia sindacale per inventarsi una dichiarazione da lupo di mare pronto a lasciare la nave e saltare sulla scialuppa di salvataggio.

Ma non è tutto. Insiste ancora la Camusso: “Il Paese è attraversato da una crisi profonda. Bisogna ricostruire speranza e fiducia, solidarietà e rispetto“. Siamo in crisi? Ma va? “Cosa mi dici maiiii…” direbbe Topo Gigio. Sa, Camusso, che non lo aveva notato nessuno? Meno male che c’è lei a ricordarcelo. Per il momento è tutto, accontentatevi. Come si faccia a ricostruire speranza e fiducia ce lo dirà, forse, al prossimo 1° maggio, l’anno venturo.Chi c’è, c’è. Se crepate prima di sapere come si fa a ricostruire la speranza sono cavoli vostri.

Continuo a non capire come sia possibile che questa gente, siano sindacalisti, politici o opinionisti per caso, non si rendano conto che le loro dichiarazioni quotidiane sono del tutto prive di qualunque senso pratico. Eppure da mattina a sera, in televisione o sulla stampa, non vediamo altro che dichiarazioni di questo tipo. Dicono “Bisogna rilanciare l’economia…bisogna rivalutare il potere d’acquisto di stipendi e salari…bisogna garantire il futuro ai giovani…bisogna creare posti di lavoro…bisogna ridare fiducia alla gente…bisogna intervenire a sostegno delle piccole e medie imprese…bisogna…bisogna…”. Ma nessuno, dico nessuno, che dica chiaramente una volta, nemmeno per sbaglio, cosa “bisogna fare concretamente“. Nessuno che abbia uno straccio di idea o di proposta reale, concreta, pratica e attuabile. Una, anche una sola idea, ma che si possa realizzare subito. Niente, solo parole, dichiarazioni generiche e senza senso.

Fare l’elenco dei problemi d’Italia non significa sapere come risolverli. Dire che bisogna rilanciare l’economia non significa nulla, se non si dice “come” rilanciarla. Saprebbe dirlo anche lo scemo del villaggio. Non c’è bisogno di aspettare il 1° maggio, organizzare cortei e sbandieramenti, allestire enormi palchi ed essere grandi sindacalisti  per dire queste stronzate.  Sono banalità da bar dello sport. Anche Flavia Vento saprebbe dire qualcosa di più intelligente. Il che è tutto dire. Ma evidentemente alla gente va bene così. Si accalorano, ci credono, mettono il loro berrettino col marchio sindacale in testa, sventolano una bandiera, agitano cartelli in favore delle telecamere, ascoltano in estasi le baggianate della giornata e tornano a casa felici e contenti di poter dire “Io c’ero”.

Abbiamo anche messo su un governo di “tecnici” per risolvere la crisi. Tecnici, mica aspiranti, apprendisti economisti in prova. No, fior fiore di professoroni, bocconiani, tecnici che tutto il mondo ci invidia (dicono loro). Ci hanno lavorato per un anno e mezzo. Risultato? Hanno solo aumentato le tasse. E la crisi è sempre lì. Anzi, per ammissione dello stesso Monti, le misure adottate hanno aggravato la recessione. Bel risultato.  Hanno sbagliato perfino un elementare conto aritmetico degli esodati (forse non avevano a disposizione un pallottoliere), creando un pasticcio di migliaia di lavoratori che, da un giorno all’altro, si trovano senza stipendio e senza pensione. Ci volevano dei tecnici per fare queste pagliacciate.  E la crisi è sempre lì, anzi è peggiorata. E visto che i tecnici hanno fallito e non si riusciva nemmeno a formare un governo, Napolitano nomina un altro Comitato di saggi.  Da scompisciarsi dalle risate.

In Italia quando non si sa come risolvere i problemi si apre un “Tavolo” con le parti sociali, oppure si crea una Commissione. E campa cavallo! Che fine farà il lavoro dei saggi? Finirà in Parlamento dove verrà esaminato. Ma siccome bisognerà leggerlo e studiarlo con calma, si nominerà una Commissione parlamentare ad hoc. La Commissione, non avendo tutte le competenze necessarie per comprendere a pieno le varie implicazioni delle proposte dei saggi, avrà bisogno della consulenza di esperti. Quindi la Commissione nominerà un Comitato di consulenti i quali avranno bisogno di un tempo adeguato per studiare il documento dei saggi. Così passeranno mesi. Finito il lavoro il Comitato dei consulenti riferirà alla Commissione parlamentare che, però, per rispettare le diverse prerogative e competenze dei due rami del Parlamento, nominerà due sotto Commissioni: una per la Camera ed una per il Senato. Queste Commissioni ci lavoreranno con calma, poi riferiranno alla Commissione iniziale che, però… No, basta, la telenovela prosegue ancora a lungo, peggio di Beautiful.

Il prossimo primo maggio risentiremo gli stessi discorsi, le stesse parole, quelle che sentiamo da 50 anni. Stesse bandiere, stessi palchi, stesse dichiarazioni. Col passare degli anni cambiano solo le facce sul palco, i berrettini, i gadget, gli striscioni, i cartelli disegnati a mano. Sembrano tutti convinti di essere davvero seri, importanti, determinanti, essenziali, per il progresso della nazione. Ed usano le stesse parole, da sempre. Intanto i caporioni, quelli che sbraitano dal palco, col tempo acquistano potere, si dedicano alla politica, finiscono in Parlamento, si sistemano (loro) e gli operai sono sempre operai, i poveri sono sempre poveri e la Terra continua a girare. La gente, però, ci crede. E tanto basta. La gente ha bisogno di radunarsi periodicamente per sentirsi viva. Lo fa indipendentemente da chi sta sul palco e da quello che dice. Si accontenta del “rito” sindacale.  Ma questa è un’altra storia.

Arte moderna

Il nudismo è di moda ed ogni pretesto è buono per denudarsi; dalle foto “artistiche” di Spencer Tunick , fotografo americano che ama riprendere grandi masse di persone completamente nude, alle Femen, movimento di contestazione nato in Ucraina,  che amano spogliarsi in segno di protesta. Ogni giorno c’è qualcuno che si spoglia in pubblico per qualche motivo. E inevitabilmente finisce in prima pagina. Oggi, come vediamo in un box in bella evidenza sulla home del Corriere, è la volta di un “artista” (!?)  svizzero, Milo Moiré, il quale deve avere una strana concezione di cosa sia l’arte e,  non contento di fare l’artista nelle verdi vallate svizzere dove “gli sorridono i monti e le caprette gli fanno ciao“, come alla piccola Heidi, va ad esprimere l’estro creativo in Germania. Ecco la sua opera “The script system“, una modella che gira in città completamente nuda. Nuda sì, ma con il borsone.

E dire che una volta, tanto, ma tanto tempo fa, quando gli uomini non avevano ancora imparato a coprirsi e cucirsi dei vestiti rudimentali, andavano in giro tutti nudi, come le scimmie. Evidentemente, secondo i criteri estetici di certi artisti moderni, gli uomini primitivi erano tutti “artisti“. Oppure quelli che oggi vado in giro nudi sono rari esemplari sopravvissuti degli antichi trogloditi. Buona la seconda.

Ultimissime

E’ morto Massimo Catalano, l’indimenticabile personaggio di “Quelli della notte” di Renzo Arbore. Celebre per le sue considerazioni banali e lapalissiane spacciate per profonde riflessioni. Ho citato spesso una sua celebre frase “Meglio essere ricchi e sani che poveri e malati“, a proposito di dichiarazioni banali ed ovvie di personaggi famosi. Una massima che si adatta benissimo a ciò che ho scritto in questo post  a proposito delle dichiarazioni dei capi sindacali. Sono di una banalità che accomuna le loro dichiarazioni  alle “massime di Massimo“. Solo che quelle di Catalano erano perle d’ironia che facevano il verso proprio agli intellettuali rubati alla campagna che sproloquiano facendosi passare per grandi pensatori. Quelle dei sindacalisti (e di molti politici che imperversano in TV) sono banalità e basta. Ecco, in questo brevissimo video un’altra sua celebre frase.

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