Le Buffonarie

Fallita la prima votazione per il Quirinale. Fumata nera che più nera non si può. Eppure, viste le premesse, doveva essere una votazione tranquilla con un esito quasi scontato. Il candidato, Franco Marini, proposto dal PD, accettato da PDL e Scelta civica, era destinato, in teoria, a raccogliere i voti del PD, del PDL. di SEL e della lista Monti, necessari per essere eletto al primo scrutinio. In teoria sembrava cosa fatta. Ma siccome siamo in Italia, ecco che spuntano i franchi tiratori, gli scontenti, i renziani, i vendoliani, i grillini che puntano su Rodotà, le schede bianche (quelli che in tutti i sondaggi rispondono sempre “Non so“), voti sparsi a caso (D’Alema, Prodi, Napolitano, Finocchiaro…) e le previsione della vigilia vengono stravolte.

Eppure, fino a ieri, sembrava raggiunto un accordo di ferro fra Bersani, Berlusconi e Monti. Poi, evidentemente, i mal di pancia della vigilia hanno preso corpo. Vendola si dissocia dal patto elettorale col PD e vota per il candidato del M5S.  I seguaci di Renzi contestano la candidatura di Marini e non si sa cosa abbiano votato (forse scheda bianca o nulla, o nomi diversi). Altri contestatori, all’interno del PD, si dissociano dalle scelte del segretario e preferiscono sostenere, in sintonia con i vendoliani,  il candidato dei grillini, Rodotà. PDL  e  Scelta civica di Monti hanno rispettato l’accordo col PD e, salvo qualche immancabile pecora nera,  hanno votato compatti per Franco Marini. La sinistra (PD e Sel), invece, si sono frantumati come al solito. A sinistra sono così: l’unica cosa che li tiene insieme e li unisce è combattere Berlusconi. In tutti gli altri casi si dividono, spuntano le correnti, i contrasti, le faide interne e si sparpagliano come pecore inseguite dai lupi.

E’ chiaro che a sinistra, in area PD e Sel, regna la confusione più completa e quello che sembrava un accordo di ferro, fondato su principi condivisi, si rivela per quello che era: un semplice accordo elettorale anti Berlusconi che garantisse ai vendoliani l’ingresso in Parlamento, altrimenti, grazie allo sbarramento elettorale, quasi impossibile. E’ lo stesso accordo fatto dal PD, alle precedenti elezioni, con l’Italia dei valori di Di Pietro. Anche Di Pietro, subito dopo le elezioni, assicuratosi una larga rappresentanza parlamentare, mandò all’aria la coalizione e, al fine di gestire in proprio i rimborsi elettorali ed i lauti contributi per i gruppi parlamentari,  creò un gruppo autonomo, alla faccia dell’alleanza col PD. Ma nel PD, come dico spesso, sono duri di comprendonio, hanno i riflessi lenti e passano anni prima che capiscano. E così ci sono ricascati con Vendola che, adesso, contrariamente alle indicazioni fornite dalla coalizione, invece che votare Marini, votano Rodotà, il candidato del M5S.

In queste condizioni, in un momento cruciale per la vita democratica quale è l’elezione del Presidente della Repubblica, qualunque segretario di partito che venisse smentito dalla propria base sulle decisioni assunte dalla dirigenza, sulle indicazioni di voto e sulla tenuta della coalizione con la quale si è presentato due mesi fa alle elezioni, avrebbe una sola via d’uscita: dimettersi.

 Bersani si dimette? Ma nemmeno per sogno. Ecco la soluzione, dopo il flop Marini: votare scheda bianca per le prossime due votazioni. Così si prende tempo e si arriva alla quarta votazione, quando, invece che la maggioranza dei 2/3,  sarà sufficiente la maggioranza assoluta (50% + 1). Ormai è una strategia consolidata a sinistra: quando non sanno cosa fare prendono tempo. Lo ha fatto lo stesso Bersani quando, subito dopo aver ricevuto l’incarico esplorativo dal Presidente Napolitano, invece che verificare subito la disponibilità dei gruppi politici in Parlamento, ha perso giorni e giorni a sentire tutte le “parti sociali” operanti sul territorio (Risultato?  Zero!). Anche Napolitano, visto il fallimento di Bersani e non sapendo che pesci pigliare, ha preso tempo e, come Ponzio Pilato, se ne è lavato le mani ed ha nominato un Comitato di “Saggi” per fare non si sa bene cosa (Risultato? Zero!).

Ora Bersani deve constatare il fallimento della sua proposta per il Colle e, invece che dimettersi, visto che non è in grado di controllare un partito che lo contesta e gli sfugge di mano, pilatescamente propone di votare scheda bianca per le prossime due votazioni. Poi si vedrà, sperando in un miracolo. Questi sono gli eletti dal popolo italiano, quelli che stanno in Parlamento, quelli che dovrebbero garantire la democrazia rappresentativa. Quelli che, tanto per gettare un po’ di fumo negli occhi, ogni volta che c’è da scegliere qualche candidato (per il Parlamento, per la Regione o il Comune), fanno le “Primarie“. E le spacciano come prova di grande democrazia. Poi, alla prima occasione, invece che rispettare la volontà degli elettori o le indicazioni e le direttive del partito o della coalizione, si appellano alla libertà di mandato,  si dividono su tutto e vanno in ordine sparso, come reclute in libera uscita. Sono quattro gatti e riescono a dividersi sempre e su tutto: due gatti a destra, due gatti a sinistra. E dire che, tempo fa, questa accozzaglia sconclusionata di “Tutti contro tutti“, in perenne conflitto, la chiamavano “L’Unione“.

Così, dopo aver assistito alle “Primarie” del PD, alle “Parlamentarie” dei grillini, alle “Quirinarie” ancora dei grillini, ora, sconsolati, assistiamo a questa nuova e poco seria carnevalata parlamentare: le “Buffonarie“.

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