Governo delle fresche frasche

La situazione politica ricorda la storiella del polpo, l’aragosta e la murena; acerrimi nemici, ma, se dovessero trovarsi rinchiusi in una vasca, non succederebbe niente perché avrebbero paura reciprocamente l’uno dell’altro e resterebbero immobili. Così sono i residuati bellici dei nostri partiti politici. Già dalle dichiarazioni in campagna elettorale i maggiori contendenti si dichiaravano non disposti ad alleanze con gli altri schieramenti. Ma, si sa, la notte porta consiglio; specie la notte dopo le elezioni e specialmente se nessuno è in grado di governare da solo. Così affermano ancora la non disponibilità a inciuci, ma, sotto sotto fischiettando con indifferenza,  cominciano a scrutarsi per capire cosa faranno gli altri. E gli italiani fanno come le stelle: stanno a guardare.

Ma  osservando le reazioni immediate dei vari autorevoli commentatori italici, mi viene in mente anche una famosa gag di Troisi il quale, parlando della difficoltà di trovare lavoro, diceva che a Napoli si poteva trovare “lavoro nero“, o “un lavoretto“, lasciando intendere con opportuno gesto delle mani che si trattasse di qualcosa di poco pulito, oppure “lavoro a cottimo“. Ma semplicemente “un lavoro e basta“, a Napoli non si trovava.

Così, una volta avevamo il “governo balneare” (i meno giovani lo ricorderanno), e dopo aver avuto quella anomalia unica nella storia repubblicana che hanno chiamato “governo tecnico“, già lunedì, visto il risultato elettorale che non garantisce un governo stabile, qualcuno cominciava a suggerire un “governo di scopo” (cosa sia e cosa significhi lo sanno solo le illuminate menti dei nostri esperti politologi). Ieri, nella sua conferenza stampa, Bersani ha dichiarato che il prossimo governo dovrà essere un “governo di combattimento “. Prepariamoci a scavare trincee, rifugi e dotarci di equipaggiamento tattico da combattimento. Oggi, sull’autorevolissimo Corriere, il direttore De Bortoli, tanto per non essere secondo a nessuno, in un videomessaggio,  lancia l’idea di un “governo di responsabilità“. Insomma, a quanto pare, come il lavoro per Troisi, in Italia un semplice e normale “governo e basta” che governi non si può avere.

E non è finita, perché di menti geniali il patrio suolo abbonda, specie fra gli osservatori politici, gli intellettuali per caso, gli opinionisti tuttologi e gli esperti del giorno dopo, quelli che dopo la catastrofe sanno spiegarti per filo e per segno casa è successo. Già ieri, vista la difficoltà di stabilire alleanze in Parlamento, nel solito talk show si prospettava la possibilità di concordare “convergenze di programma“. Chi ricorda il famoso “governo balneare” ricorderà senza dubbio anche un’altra genialata politica di quei tempi partorita dalla mente di Aldo Moro, leader storico della DC. Si stava preparando la strada per un accordo di governo con il PCI, ma siccome nessuno osava dirlo e chiamare le cose con il loro nome (consuetudine, purtroppo, ancora in uso), si accennava ad un vago ed innocente “compromesso storico“. E per giustificare una ipotetica unità d’intenti, pur nella diversità delle posizioni, Moro coniò l’espressione “convergenze parallele“. Un capolavoro del linguaggio politichese che stravolge tutti i principi della geometria classica, difficilmente uguagliabile e talmente astruso che, ancora oggi, i più acuti osservatori farebbero fatica a spiegarne il significato.

Le convergenze di programma sono solo l’evoluzione moderna delle convergenze parallele. E’ sempre una specie di compromesso storico, il concetto è lo stesso, ma detta così sembra una cosa del tutto normale, un semplice accordo fra buoni amici. Del resto, non possiamo mica scandalizzarci dopo aver assistito a quel matrimonio contro natura che ha visto felicemente sposi gli ex comunisti con gli ex democristiani. In quella occasione autorevoli esponenti dei DS e della Margherita dissero, senza che gli scappasse da ridere, che volevano le stesse cose e che avevano “radici comuni” (!?). Sic, ex comunisti ed ex democristiani vogliono le stesse cose. Ecco la perfetta attuazione del compromesso storico, ben oltre quanto sognasse Moro.  Una perfetta simbiosi fra devoti credenti e mangiapreti. Ormai tutto è possibile; anche che Vendola sposi Paola Concia.

Una volta i governi balneari servivano giusto a mandare avanti gli affari correnti e consentire il riposo estivo agli stressati onorevoli della prima Repubblica, in attesa della ripresa delle ostilità a settembre. Ora l’estate è ancora lontana, ma la primavera si avvicina. E perfino i vincitori delle elezioni non hanno difficoltà ad affermare che questa sarà una legislatura breve che non arriverà certo alla scadenza dei 5 anni. Lo ha detto chiaramente ieri la portavoce di Bersani, Alessandra Moretti. Insomma, un governo che passi la primavera, l’estate ed a settembre si vedrà quando e come tornare al voto. Così dopo il governo balneare si inventeranno il governo di primavera; quando la natura si risveglia, i prati sono in fiore ed invitano le coppiette ad infrascarsi in camporella. Sarà il governo delle fresche frasche!

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