Caffè col morto

Molti anni fa facevano scalpore sulla stampa le notizie dell’indifferenza dei passanti, nelle metropoli americane, nei confronti di persone che si accasciavano al suolo in strada, per improvviso malore o, addirittura, per morte improvvisa. I passanti, riferivano le cronache, proseguivano tranquillamente il loco cammino, senza degnare nemmeno di uno sguardo le persone per terra. Era così incredibile ed assurdo, in tempi in cui da noi era ancora fortissima la solidarietà umana (sembra si parli del medioevo, invece si tratta di pochi decenni fa), che si stentava a credere a queste notizie. Sembravano esagerazioni della stampa, giusto per fare colpo sui lettori.

Bene, oggi apprendiamo dalla stampa una delle solite edificanti notizie quotidiane alle quali, purtroppo, ci stiamo abituando. Quasi non ci facciamo più caso; come i  passanti distratti delle città americane. Anche le cattive notizie, come certe medicine, a lungo andare danno assuefazione e non fanno più effetto.  A Napoli un clochard muore nella galleria Umberto. Una volta si chiamavano barboni. Ora li chiamano clochard; fa più elegante, bohémien, romantico, come personaggi creati dalla penna di Henri Murger (Scènes de la vie de bohème).

Uno dei tanti clochard che, sempre più numerosi, vivono ai margini delle nostre belle e prosperose città, riscaldate d’inverno e refrigerate d’estate, affollate di persone indaffaratissime, in eterna corsa verso qualcosa di non precisato ed irraggiungibile. Così indaffarate che non hanno il tempo di notare i morti in strada, le persone che hanno bisogno d’aiuto, gli emarginati, i clochard infreddoliti sotto i ponti. Non c’è tempo per fermarsi, non ci si può permettere il lusso di prestare attenzione e, magari, dare una mano d’aiuto a chi ne ha bisogno. Il tempo è denaro. No?

Così, un clochard, uno dei tanti, muore in una bella  galleria del centro di Napoli e resta lì, per terra,  pietosamente celato sotto una coperta, mentre, al tavolino affianco, due persone gustano con piacere il sacro rito del caffè mattutino. Come se niente fosse, del tutto indifferenti. Beh, ma il caffè bisogna gustarlo con calma e completa concentrazione. Mica ci si può distrarre pensando al morto. Si rischia di non assaporare pienamente l’aroma.

Temo che la notizia non sembri proprio sconvolgente. Anzi, ho paura che molti non ci trovino niente di strano, di particolarmente significativo o interessante; una semplice notizia di cronaca, come tante altre. Questo è il dramma e, se così fosse, questa indifferenza dovrebbe farci riflettere, perché significa che anche noi,  come i pedoni di New York, ci stiamo “americanizzando“. E’ il progresso, bellezza!.

Caffè col morto…

P.S.

La celebre Galleria Umberto si trova in uno dei tratti più belli del lungomare di Napoli. Di fronte al teatro San Carlo, a due passi dal palazzo reale che si affaccia sulla grande piazza Plebiscito e da un rinomato e storico caffè. Lo stesso locale dove, durante una recente visita in città, il Presidente Napolitano è andato a gustare la sua “tazzulella ‘e caffè“. Se avesse fatto giusto pochi passi in più, sarebbe arrivato in galleria e, forse, avrebbe visto quel clochard per terra. Uno dei tanti. E magari (non è detto, ma potrebbe succedere), alla vista di questi derelitti, avrebbe potuto chiedersi cosa poteva fare. Che so, donargli un po’ di denaro, tanto con l’appannaggio di cui dispone, può permetterselo. O magari pensare a diminuire le spese del Quirinale; ci costa più il nostro Presidente, la sua dimora ed il suo staff di quanto costi agli inglesi la regina Elisabetta. Il che è tutto dire.

Ma sono solo ipotesi frutto della fantasia. In realtà i nostri esimi politici non passano mai in galleria, né sotto i ponti, né sotto i portici delle città dove, giorno e notte, si possono incontrare questi clochard. No, essi frequentano solitamente palazzi signorili, dimore principesche e reali (meglio se “rubate” al Papa, in nome della libertà). Essi vivono in un mondo diverso, di fiaba, ovattato, rassicurante, a temperatura costante, come sensibilissime apparecchiature elettroniche. Essi vivono un’altra vita, in un altro pianeta, un altro mondo, dove non si hanno problemi a campare, dove è del tutto normale avere compensi esorbitanti, più una serie di ulteriori benefici e privilegi. Dove si fa finta di occuparsi del bene comune, della nazione, del popolo, della Res pubblica. Dove ognuno recita il proprio ruolo, convinto di essere indispensabile. Dove tutti affermano di lavorare per il bene del Paese. Dove si campa di chiacchiere e nient’altro.  E’ un mondo da favola, dove non ci sono clochard che muoiono all’alba.

2 pensieri su “Caffè col morto

  1. Annamaria

    Troppo sorriso amaro, troppa indecenza, troppo dolore che stringe il cuore! Troppa opulenza da una parte troppa miseria umana dall’altra! Ma che mondo è mai questo, sensibilissimo Giano…che poi ci meravigliamo…giustamente, e non poco per un cane abbandonato? Ma cosa siamo diventati? Spesso me lo chiedo!E…ho paura di una risposta. Abbiamo dimenticato, forse,d’essere uomini? O, è altro?

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