Foibe e amnesie

Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Oggi il Presidente Napolitano ha tenuto il discorso commemorativo al Quirinale. Ne leggiamo il resoconto sui maggiori quotidiani. E scopriamo che…

Il Corriere.it : “Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato“.

La Stampa: “Napolitano: mai ostaggio del passato“.

Repubblica: “Napolitano: non restare ostaggio del passato“.

Titoli in fotocopia; forse se li passano o li concordano fra loro. In ogni caso non figura la parolina proibita “Comunismo”. Ma c’è chi fa ancora meglio. L’Unità, giusto per evitare complicazioni evita il rischio: non ne parla proprio, non c’è nessun articolo in Home. Beh, magari non si cita il comunismo nei titoli, per brevità, ma poi se ne parlerà all’interno degli articoli. No, per niente. Leggete pure gli articoli citati nei link, rileggeteli due volte, ma quella parolina “Comunismo” non è mai citata, nemmeno per sbaglio. Certo, ci vuole una grande professionalità per parlare delle foibe senza citare i titini comunisti responsabili delle stragi. E’ come parlare dei casini senza citare le puttane.  Solo i giornalisti ci riescono. Ed il presidente Napolitano.

Pensate che si tratti di una dimenticanza casuale? No, è così da anni.  Deve essere una amnesia cronica che colpisce i comunisti, anche ex o post, quando si parla dei loro crimini. Quando si accenna a gulag, foibe, laogai, hanno un pauroso vuoto mentale. Non ricordano più cosa siano.

–  “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…” (13 febbraio 2007)

–  “Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna” (13 febbraio 2007)

–  “Foibe, profughi e smemorati” (11 febbraio 2009)

–  “Napolitano, il muro e le amnesie” (9 novembre 2009)

–  “Foibe, stragi, esodo” (10 febbraio 2010)

–  “Ricordi e amnesie” (11 febbraio 2010)

Vuoi vedere che i comunisti non sono mai esistiti? Devono essere la solita leggenda metropolitana. Eppure ricordo che qualcuno era comunista. Beh, almeno uno c’è stato, Togliatti “il migliore”. Ed ecco cosa pensava Togliatti dei profughi istriani che arrivavano in Italia, abbandonando tutto ciò che avevano, per sfuggire alla furia dei comunisti titini

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (Lettera di Togliatti sui confini orientali)

Dimenticato anche questo? Strano che nel “Giorno del ricordo” siano tutti smemorati…

 

8 pensieri su “Foibe e amnesie

    1. Giano

      Ciao Ivy, già, tu lo sai bene. Ma evidentemente queste cose sono scomode, tutta la storia delle stragi titine è scomoda. E allora non bisogna parlarne, come hanno fatto per 60 anni. E soprattutto non bisogna dire che erano comunisti. Libertà di stampa, certo, ma…purché non si parli dei crimini comunisti. Che bella la libertà di stampa a senso unico…

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  1. Angelo C.

    Ciao, mi pongo sempre la stessa domanda ormai da tanto tempo ma non trovo una risposta. Ma la gente ha ben capito che la stragrande maggioranza della stampa omette o falsifica le notizie? C’è un rimedio a tutto questo?. Probabilmente sono io che ragiono male, ma quando leggo certe cose mi intristisco, penso alla povertà culturale del popolo italiano che si fa abindolare da “quattro cretini” che pur di negare l’evidenza scrivono fandonie spacciandole per il vangelo.

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    1. Giano

      Ciao Angelo, condivido il tuo dubbio. La stampa ci campa con la distorsione dell’informazione e la usa a scopi politici. Ormai è chiaro anche ai bambini. Spero solo che la gente cominci a porsi qualche domanda sull’attendibilità di questo tipo di informazione. Ma non sono molto ottimista.

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  2. ivy phoenix

    la storia di trieste con la risiera di san sabba e le foibe è ancora sommersa, la verità non è venuta fuori… noi la sappiamo (come sapevamo della gladio mentre il resto dell’Italia era all’oscuro e i fatti sono collegati)… il presidio tedesco di san sabba con il suo forno crematorio dava fastidio ma non si osava, quindi magari è stato chiesto l’intervento dei titini per eliminarlo e magari, i titini hanno accettato di farlo chiedendo però qualcosa in cambio… magari di prendersi trieste? magari è per questo che non è l’italia ad essere intervenuta a fermare il genocidio ma gli anglo americani… ed è per questo che a trattato di osimo saltato (col cavolo che la zona B è ridiventata italiana) per paura di un ulteriore avanzamento hanno messo la gladio..
    cioè… magari… eh… giano… son tante le cose ancora nascoste

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    1. Giano

      Hai ragione Ivy, ciò che sappiamo è solo la punta dell’iceberg. E anche su quello che sappiamo ci sarebbe da dubitare, perché l’informazione viene manipolata per costruire l’opinione pubblica per fini non sempre leciti, puliti, chiari e onesti. Figuriamoci quello che non ci dicono…

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  3. ivy phoenix

    qui c’è qualcosa… non tutto ma almeno qualcosa–

    «La mia gente sparita nel nulla»

    di Antonio Giuliano10-02-2011

    «Si chiamava don Angelo Tarticchio, era un mio parente. La polizia comunista di Tito lo prelevò dalla canonica di Villa di Rovigno, nell’Istria, il 16 settembre del 1943. Aveva 36 anni. Fu mutilato, lapidato ancora vivo e gettato in una foiba con una corona di filo spinato in testa. La sua salma fu recuperata solo due mesi dopo. Ricordo come fosse ieri il suo funerale. In chiesa una folla immensa che piangeva. Mio padre mi teneva la mano. Non immaginava che un anno e mezzo dopo avrebbe fatto la stessa fine…».

    Piero Tarticchio da Gallesano (Istria), classe 1936, scrittore e pittore, è un testimone come pochi del doppio dramma delle foibe. Non solo perché suo padre e altri parenti finirono tra le 5 mila persone (quasi tutti italiani) che la Jugoslavia comunista di Tito fece sparire nelle spaventose cavità carsiche (foibe) durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Ma anche perché fu tra quei 300 mila che lasciarono l’Istria e la Dalmazia quando queste regioni furono assegnate alla Jugoslavia con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947.

    «Tutto cominciò – racconta Tarticchio – dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando nell’italiana Istria arrivarono gli emissari di Tito per conquistarla. Volevano l’Istria e non gli italiani. Così cominciarono a sparire circa 700-800 conterranei, tra cui funzionari statali e sacerdoti. 243 salme furono ritrovate solo due mesi più tardi: erano stati infoibati. Una pratica mai usata prima che consentiva di eliminare le persone senza lasciare traccia: venivano gettati in queste cavità carsiche usate dai contadini come discariche per animali morti o sterpaglia». Ma l’ondata persecutoria più massiccia ci fu al termine della guerra. «Mentre in Italia si festeggiava la Liberazione, noi cadevamo in un incubo. Ci fu una vera caccia a noi italiani considerati fascisti sfruttatori. Anche i sacerdoti finirono nel mirino. Il comunismo di Tito basato sul marxismo-leninismo chiuse le chiese dell’Istria, abolì il culto religioso… Non si poteva nemmeno morire con il conforto di un prete. Tra i religiosi martirizzati, oltre a don Angelo cugino di mio padre, ci fu anche il beato don Francesco Bonifacio».

    E la furia della polizia jugoslava non risparmiò proprio nessuno: «Gli antifascisti furono i primi a essere gettati nelle foibe, perché il regime jugoslavo non voleva interlocutori. Molti partigiani italiani caddero nel tranello di Tito che li mandò a combattere sui monti al centro della Jugoslavia per annettersi senza intralci l’Istria. E anche sulla tragedia di Porzus, con l’eccidio fratricida tra i partigiani cattolici della Brigata Osoppo e quelli rossi della Brigata Garibaldi c’è la responsabilità di Togliatti che considerava fratelli i partigiani di Tito…». Di sicuro i comunisti jugoslavi non si fecero alcuno scrupolo: «In Istria la gente spariva di notte – dice Tarticchio -. Ho conosciuto persone che non hanno dormito due notti di seguito nello stesso letto. Sapevano di essere scritti nel registro della famigerata polizia segreta dell’Ozna. La psicosi era tale per cui si andava a dormire, ma l’indomani mattina non si era sicuri di svegliarsi nello stesso letto».

    E i ricordi di Tarticchio, raccolti anche in un prezioso libro di Marco Girardo Sopravvissuti e dimenticati (Paoline), vanno sempre a quella notte del 3 maggio 1945: «Non avevo ancora 9 anni. Quattro uomini fecero irruzione a casa nostra alle 2 di notte. Mi svegliai e mi rifugiai subito tra le braccia di mia madre. Andarono da mio padre col mitra spianato intimandogli di seguirlo al comando. Gli legarono i polsi con il filo di ferro e lo spinsero col calcio del fucile fuori dalla porta. Mia madre piangeva e continuava a chiedere perché. L’unico dei quattro senza mitra che parlava italiano disse: “Non gridate o sparano”». I giorni seguenti furono pieni di angoscia: «Con mia madre andavamo tutti i giorni a portare biancheria e viveri a mio padre nel carcere di Pisino, una fortezza a strapiombo su una foiba. Ma non c’era possibilità di contatto con lui. Lo vedevamo solo attraverso le grate dalla strada. Lì l’ho visto l’ultima volta. Dopo 10 giorni, una mattina ci dissero che nella prigione non c’era più nessuno: nella notte i camion avevano portato via 800-850 persone».

    Non poteva finire così. «Mia madre non si rassegnò all’idea di perdere suo marito. E con un coraggio che ancora adesso non mi spiego, si inoltrò in Jugoslavia per avere notizie. Ci avevano detto che lo avrebbero portato a Fiume per processarlo insieme con tutti i prigionieri. Ma solo dopo tanto tempo ho saputo che lì non arrivò nessuno: furono tutti infoibati». Ed era solo l’inizio di un’odissea senza fine: «Quando mia madre tornò dalla Jugoslavia un funzionario l’avvertì: “Guarda che sei nelle liste della polizia segreta, fai troppe domande, è probabile che ti arrestino e ti mandano nei campi di lavoro forzato della Jugoslavia e il bambino lo mandano in un collegio di rieducazione comunista nel nord della Slovenia”. Così scappammo di notte e attraversammo la linea di confine per sentieri di campagna passando sotto i reticolati. Prima ci rifugiammo a Pola, poi andammo via anche da lì di notte col piroscafo per Trieste insieme con il 98% della popolazione».

    È l’inizio di quel triste esodo degli istriani di cui parla anche lo scrittore Diego Zandel in un bel libro uscito da poco I testimoni muti (Mursia). Una partenza sofferta ma senza alcuna alternativa: «Sei mesi prima che venisse firmato il trattato di Parigi – spiega Tarticchio – a Pola un atto terroristico di chiara matrice slava fece 110 vittime. Era l’ennesimo segnale che Tito ci costringeva ad andarcene. Partimmo il 20 gennaio 1947. Peraltro il trattato ci avrebbe comunque obbligato a scegliere: rimanere italiani e andarcene via. Oppure rimanere jugoslavi e restare sulla nostra terra». Prima a Taranto da una sorella, poi a Milano. Ma l’accoglienza dei nostri connazionali non fu delle migliori. Anzi. «Non ci fu quella solidarietà fraterna che ci aspettavamo. Eravamo un corpo estraneo in una società che non ci voleva. La gente all’indomani della guerra chiedeva pane e lavoro e noi eravamo un ulteriore peso. Poi siamo stati invisi dai comunisti italiani sin dall’inizio, ci consideravano fascisti e reazionari per aver voltato le spalle al “paradiso” comunista di Tito».

    Un’ostilità che ha pesato anche sulla storiografia: «I politici di ogni schieramento tacquero. Lo stesso Andreotti ammise che i democristiani non volevano incrinare l’arco costituzionale con i comunisti. Ma la cultura di sinistra ha negato per anni le foibe e quando ha dovuto prenderne atto le ha “giustificate” come la conseguenza delle malefatte del Fascismo aggressore della Jugoslavia. Ho fatto una ricerca: su 31 libri di storia per le scuole medie e superiori, soltanto 2 trattano le Foibe con onestà intellettuale. La maggior parte dei testi non ne parla neppure. Va bene il Giorno del ricordo: ma come si può ricordare qualcosa che non si conosce?».

    e questo è l’ultimo numero di playboy sloveno… trst je nac, trieste è nostra lo scrivevano sui muri delle case i titini quando facevano la pulizia etnica.. che una cosa simile appaia proprio nei giorni del ricordo… e su una rivista slovena, fa proprio male giano
    http://www.playboy.si/dekleta/zakulisje/giulia-cobez-trst-je-nas/

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