Stampa, cozze e talebani.

A Kabul si combatte una strana guerra, anomala, non convenzionale. Non ci sono due eserciti contrapposti che si fronteggiano. C’è un esercito, quello composto da forze USA e Nato, che combatte contro i talebani, nemici irriconoscibili, senza divisa, né mostrine, né elmetto, né bandiere. Niente di ciò che rende individuabile il nemico. Tutti vestono allo stesso modo, quello che ricorda le vechie illustrazioni dei racconti delle Mille e una notte. In Afghanistan gli stilisti hanno poca fantasia. Prendiamo, per esempio, questi tranquilli e pacifici signori, dall’aria mite e rassicurante, ripresi intorno ad una batteria di razzi.

Si potrebbe pensare che siano talebani, visto che hanno delle armi. Sì, ma se questi signori si spostano di qualche centinaio di metri, tanto per sgranchirsi le gambe o per fare i loro bisognini, non si portano appresso i razzi. Quindi risulteranno disarmati. A quel punto possono essere dei normali civili a passeggio. Ma allora come si fa a distinguere i talebani dai civili? C’è un solo modo, il riconoscimento “a posteriori“, come le cozze (o mitili). Mi spiego. Come si riconoscono le cozze buone e fresche, provenienti da allevamenti controllati e garantiti, dalle cozze inquinate cresciute nei pressi di scarichi fognari? A prima vista sono identiche. C’è un solo modo per scoprirlo: bisogna mangiarle. Se le mangi e non succede nulla, erano buone. Se le mangi e ti viene il colera, erano inquinate. Facile, no? Ecco, questo è il riconoscimento “a posteriori“. Così, se una pattuglia Nato è in perlustrazione e sta per attraversare un villaggio, come si fa a sapere se tutte quelle persone per strada sono civili o talebani? Semplice, se la pattuglia attraversa il villaggio e ne esce senza problemi, sani e salvi, quelle persone erano civili. Se, invece, appena fuori dall’abitato, saltano tutti in aria, pattuglia e blindato, ecco, allora quelli erano talebani. Chiaro?

Ora, questa difficoltà di riconoscere i civili dai talebani crea qualche problema. La guerra è guerra. Anche se continuano a ripeterci che è una “missione di pace“. In guerra si spara e quando qualcuno spara, di solito, qualcuno viene colpito. E le pallottole, razzi, bombe, mica stanno a sottilizzare. Non succede che, prima di colpire una persona, la pallottola si fermi e chieda “Scusi, lei è talebano o civile?”. No, non succede. Quindi ogni tanto qualche civile ci rimette la pelle. Allora succede il finimondo, ci si scusa per l’errore, si aprono inchieste e parte il solito concorso “L’indignato speciale“; vince chi rilascia le dichiarazioni più dure e si dimostra più indignato degli altri. Di solito è una gara fra autorevoli rappresentanti dei governi, dell’Unione europea, della Nato, dell’ONU. Insomma, anche questo è un concorso “riservato“. Partecipiamo anche noi, col ministro degli Esteri Frattini, ma abbiamo poche possibilità di vincere. C’è sempre qualcuno più indignato. Ora, sarebbe fin troppo facile dire a questi indignati speciali che, se sono tanto colpiti dalla morte di qualche civile, invece che fare la guerra potrebbero fare la pace e  tornarsene a casa ad occuparsi di attività più tranquille e rilassanti; coltivare patate, lattuga, peperoni, allevare conigli o lumache. Perché non lo fanno?

Ed ecco l’ultimo episodio, l’attacco da parte delle forze Nato ad un gruppo di talebani che avevano rubato delle autocisterne piene di gasolio. Anche in questo caso ci sono delle vittime civili. E via col coro degli indignati di professione. La stampa si scatena, si fanno titoloni che sparano la notizia in prima pagina: “Strage di civili“. Ecco alcuni titoli dei quotidiani…

Afghanistan news

Tutti gli altri quotidiani, ed anche i vari TG, erano allineati e fornivano la notizia con lo stesso tono (un Si bemolle minore, molto funereo…), gli stessi numeri (dare i numeri è una nostra specialità nazionale) e, ovviamente, la stessa indignazione generale (più due colonnelli, un maggiore, tre marescialli ed un alto Commissario dell’ONU…). A proposito, c’è un dubbio che mi assilla da tempo: ma quanto è alto un alto Commissario dell’ONU? Boh…

Bene, dopo esserci indignati a dovere per due giorni, secondo le norme UE, ieri leggiamo le ultime notizie e vediamo l’apertura del sito ANSA…

Afghanistan civili

Oh, perbacco, direbbe Totò, guarda guarda, i morti non sono più 100, ma 54, la metà. Vuoi vedere che 46 erano solo “un po’ morti” e sono resuscitati nella notte? Succede. Non solo, ma i “morti civili” sono solo 6, dei quali 2 sono stati uccisi dai talebani, quindi i civili morti  per l’attacco Nato sono 4. Beh, da 100 a 4 c’è una piccola differenza. No? A riferirlo non è un guerrafondaio per giustificare la “strage”, ma Mohammad Omar, governatore della provincia di Kunduz:

Il governatore ha precisato che “48 uomini sono stati identificati come armati, mentre gli altri erano civili”. In particolare Omar ha detto che un bambino che si trovava su una delle autocisterne rubate dai talebani è morto al momento dell’attacco aereo, mentre altre due persone, l’autista di uno dei camion e il suo giovane figlio sono stati uccisi dai Talebani prima del bombardamento.” (ANSA)

Detto ciò, ne consegue che per due giorni la nostra stampa ci ha fornito informazioni false, non rispondenti al vero. Insomma, bufale! Questa volta, per fortuna, le bufale sno state prontamente smentite, ma in altri casi non succede. Allora, in mancanza di una smentita o rettifica, la bufala resta nella memoria collettiva e diventa, a tutti gli effetti una verità. Questa, però, la chiamano informazione, diritto di cronaca, libertà di stampa. Ma in taluni casi, più che libertà di stampa è libertà di bufala. Né vale  come giustificazione l’eventuale smentita, perché mentre le notizie scandalistiche sono sempre in prima pagina, a caratteri cubitali, le smentite, quando e se arrivano, finiscono in un trafiletto relegato nelle pagine interne, che nessuno legge o, se le legge, non ricorda più a cosa si riferiscono ed ormai il danno mediatico è fatto.

Allora, visto che anche i grandi mezzi di informazione, che tanto ci tengono alla propria libertà di bufala, possono sbagliare, ci si aspetterebbe che almeno riconoscessero i propri errori e si scusassero con i lettori: “Cari lettori, ci scusiamo per aver fornito delle notizie false...”. Ecco, questo dovrebbero scrivere oggi, in bella evidenza, tutti i quotidiani. E’ il minimo che possano fare. Lo faranno? No, potete giurarci, non leggerete in nessun quotidiano un comunicato simile. Perché la nostra stampa segue la classica regoletta tutta italica: in Italia tutti rompono, ma nessuno paga. Non pagano i giornalisti, né i magistrati, né i politici, né i funzionari pubblici. Sbagliano, rompono, ma nessuno paga. E rompi oggi, rompi domani, alla fine l’Italia s’è rotta…

2 pensieri su “Stampa, cozze e talebani.

  1. casinista buono

    È questione di interessi, i comuni mortali come noi non sanno quali accordi fanno tra nazioni, di certo nemmeno gli USA e NATO sono nella parte giusta si giustificano che portano la democrazia , è sempre un sistema di “dittatura”, una spiegazione logica non c’è, so solo chi muore civili o non sono esseri umani e chi tira i fili se l’ha cava sempre in un modo o l’altro

    ….
    Già, purtroppo…

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  2. è che ognuno tira l’acqua al suo mulino…cioè, oggigiorno molto della guerra si fa con l’informazione. l’opinione pubblica decide chi è il buono e chi il cattivo. peccato che si informi molto spesso mentendo 😦

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