Cento lire di felicità.

Spesso ci vengono in mente ricordi dei tempi andati, dell’infanzia, della giovinezza; così, senza un motivo. Ultimamente, quando sembra che il denaro non abbia più valore e senti parlare di milioni di euro come fossero noccioline, mi capita di tornare indietro nel tempo e di pensare a come era una volta il rapporto con il denaro. E penso non alle famose “Mille lire al mese” della canzone degli anni ’40, ma alle cento lire degli anni ’50/’60.

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Il primo ricordo risale a quando ero ancora un bambino e quasi tutti gli anni, d’estate, andavo a trascorrere un mesetto dai nonni paterni, in un delizioso paese del nord Sardegna posto non sul mare, ma dentro il mare. Era, infatti, ed è tuttora, costituito nella sua parte vecchia, da un antico castello, passato diverse volte di mano nel corso della storia, dai Doria agli aragonesi, costruito su un promontorio sul mare. E’ li che, già all’età di 5 o 6 anni imparai a nuotare. La casa dei nonni era proprio nel castello, un intricato dedalo di viuzze strette, acciottolate, che odoravano di umido, di salmastro e di tutti gli odori possibili, compresi odori di stalla, visto che al piano terra delle abitazioni veniva spesso ricavato l’alloggio per gli animali da lavoro, soprattutto asini e muli. Uno dei ricordi rimasti nella mente è proprio quello delle cento lire. Ogni giorno passavano per le stradine dei ragazzini con una grande cesta sulla testa colma di frutta di stagione e la vendevano, gridando per attirare l’attenzione. Il grido che mi è rimasto in testa è questo:  “Cento lire al chilo i fichi buoni“.

La cosa mi sorprendeva perché da noi, nel mio paese natale, nessuno andava in giro a vendere fichi, per il semplice fatto che le campagne erano piene di alberi di fichi ed anche nel centro abitato e dentro le grandi case con cortile, tipiche degli agricoltori, si trovavano spesso dei fichi. Quasi tutti, poi, possedevano un pezzo di terreno e quei frutti, data l’abbondanza, erano a disposizione di chiunque, pur non avendo alberi di sua proprietà, volesse coglierne un po’ per consumarli in famiglia; più o meno, e purché non si esagerasse. Diciamo che era un “furto” tollerato, così come succedeva per olive, fichidindia, uva, piselli e favette fresche a primavera ed altri prodotti della terra. Quindi nessun bambino sarebbe andato in giro a vendere quello che tutti potevano cogliere in campagna. Chissà perché, mi è sempre rimasto in testa quel “Centu franchi”, cento lire. Allora era già una somma di rispetto. Ma anche successivamente negli anni, quelle cento lire mantennero un certo valore.

Ancora a cavallo degli anni 50/60 cento lire era, per esempio, il costo di una bibita al bar. Costavano cento lire i primi succhi di frutta, quelle bottigliette piccole, quasi sempre al gusto di pera o albicocca, ma che di tali frutti avevano poco o niente ed erano fatti, come si scoprì molti anni dopo, a base di semi di girasole e chissà cos’altro. Cento lire era anche il costo, lira più lira meno, di un “bicchierino” di liquore. Allora non c’era tutta la grande scelta di liquori che arrivarono dopo. Erano pochi, si potevano contare sulle dita della mano. Il più diffuso era un liquore forte dal gusto leggermente dolce e dall’aroma di anice, che prendeva il nome dal paese in cui veniva prodotto: il Villacidro. Per il resto si beveva ancora birra o vino, oppure dei vini più pregiati, tipo vernaccia, malvasia o moscato. Data la scarsità di scelta gli avventori al bar non chiedevano un liquore particolare, ma semplicemente “un bicchierino”, lasciando in pratica decidere al gestore quale liquore versare. Il caffè costava 40 lire e quando, dopo anni, venne portato prima a 45 e poi a 50 lire fu quasi uno scandalo. Ma nessuno rinunciò alla tazzina al bar. Ancora cento lire, nei primi anni ’60, era la moneta da inserire nei primi distributori automatici delle bottigliette di Coca Cola.

Ricordo ancora quando scoprimmo il “trucco” dei prezzi, cosa che poi nel tempo non è certo cambiata, anzi. Solitamente usavamo organizzare feste e balli. Eravamo un bel gruppo di amici e amiche e la domenica pomeriggio, e tutte le feste comandate, inevitabilmente, ci si ritrovava a casa di qualcuno di noi che avesse una stanza abbastanza grande, e si ballava. In occasione, poi, di feste particolari, come la Pentolaccia o il Capodanno, allora si facevano le cose in grande, si organizzava una grande festa, il classico “Veglione”, si mandavano, pensate un po’, i bigliettini da visita con gli inviti scritti alle famiglie, si preparava un ricco buffet, con bibite, liquori, dolci di ogni genere, tartine (fatte da noi), insomma un gran festa alla quale partecipavano più di cento persone. Tutto questo ben di Dio era, naturalmente, a carico di noi ragazzi che, come organizzatori, ci quotavamo, per molti anni la somma fissa era mille lire, per sopperire alle spese. Si raccoglievano i soldi, si faceva un salto in città e si acquistava tutto il necessario; bibite, liquori, paste e pasticcini, pizzette, salatini e tutto l’occorrente per preparare panini e le nostre squisite tartine. Oltre che, naturalmente, grandi scorte di coriandoli, stelle filanti, festoni e addobbi vari per abbellire la sala. Fu in occasione di una di queste feste che scoprimmo che in un paese vicino c’era un deposito di bibite all’ingrosso. Tentammo, pensando che, essendo un negozio all’ingrosso, difficilmente ci avrebbero consentito di acquistare della merce. Invece, con nostra grande sorpresa, arrivati al deposito, non fecero nessuna difficoltà a venderci bibite varie. E la sorpresa fu nel constatare che quei succhi di frutta che al bar pagavamo 100 lire costavano, pensate un po’…25 lire. Una bella differenza, vero? Quella inspiegabile differenza fra costo all’origine e costo al banco nessuno l’ha mai spiegata e giustificata, nonostante ancora oggi sia in quei termini.

A fine anni ’50, quando arrivarono i primi juke box nei bar, cento lire era il gettone per farli funzionare. Ma si poteva mettere anche una moneta da 50 lire per ascoltare una sola canzone. Per noi ragazzini, che già andavamo matti per il rock di Presley e di Little Richard, che ascoltavamo alla radio, era il massimo. Per gli anziani, invece, erano solo delle assordanti macchinette infernali. Celentano, ai suoi esordi, gli dedicò anche una canzone “I ragazzi del juke box”; un verso della canzone diceva “La felicità costa un gettone per i ragazzi del juke box…la gioventù, la gioventù la compro per cinquanta lire e nulla più.”. Beh, forse non proprio felicità, però era il nostro modo di sentirci al passo con i tempi. Le mie prime 50 lire al juke box? Per ascoltare “Tom Dooley” del Kingston Trio, un gruppo americano che faceva folk. Nello stesso periodo, quando si usciva da scuola per la ricreazione a metà mattinata, si andava in un vicino negozio di alimentari per acquistare il panino. La rosetta imbottita con mortadella costava 25 lire; con salame 30 lire. Sì, ma non pensate alla rosetta di oggi, quella specie di palla gommosa che a tutto serve, meno che ad essere mangiata. Era tutta un’altra cosa.

Con cento lire si potevano acquistare, per esempio, una decina di sigarette; allora si vendevano anche sfuse ed era quasi abitudine per molti acquistarne 5 0 6, o anche semplicemente due. Non si fumava molto e, forse, 5 o 6 sigarette era il consumo medio di molti fumatori. Le più scarse erano le “Alfa”, uno strano miscuglio triturato molto grossolanamente in cui “forse” c’era anche del tabacco; costavano 160 lire al pacchetto. Appena appena migliori, si fa per dire, erano le Nazionali; 180 lire al pacchetto. Un po’ più accettabili le “Nazionali esportazione” che costavano 200 lire. Tutte senza filtro. Quelle estere, specie americane, che anche noi acquistavamo nelle grandi occasioni, tanto per darci delle arie con le ragazze, costavano qualcosa in più, oltre le 250/300 lire.

Ma in periodo normale, visto che in un giorno difficilmente si fumavano più di una decina di sigarette, quando uscivi di casa con 500 lire eri quasi ricco. Perché in fondo, bastavano ad acquistare 5 o 6 sigarette, a bere un caffè o una bibita e per il resto si passava la serata a chiacchierare, ridere e scherzare con gli amici o addentrarci in impegnative discussioni letterarie, politiche o filosofiche, alla ricerca del “senso della vita”, quando i Monty Python erano ancora di là da venire. Bastava poco.

Ma cento lire era anche il costo di un litro di benzina. In quel periodo, uno del gruppo di amici, quelli più affiatati, eravamo in 5, appena raggiunti i 18 anni prese la patente, ed  i suoi acquistarono una vecchia 600 Fiat di seconda mano. E su quella vecchia 600 si scorrazzava in lungo ed in largo. Così, d’estate, mettevamo 100 lire a testa, si mettevano 5 litri di benzina nel serbatoio e si andava a trascorrere la giornata al mare; al Poetto. Si partiva già col costume da bagno addosso, sotto i pantaloni, un grande asciugamano da mare, una busta con due o tre panini e via, non serviva altro. Qualcuno penserà “Ah, il Poetto, lo conosco.”. No, no, non dico quella specie di sterrato che è diventato oggi, parlo del Poetto quando c’erano i casotti multicolori e le dune di sabbia bianca e finissima, così alte in certi tratti del lungomare che, venendo dalla strada, non vedevi il mare. Già, 500 lire di benzina, andata e ritorno, magari giusti giusti, magari al limite, magari al ritorno lampeggiava la spia rossa della riserva, ma bastavano. Una giornata al mare con 100 lire. Ripensando a quei tempi mi viene in mente che spesso felicità fa rima con semplicità. E ricordo una vecchia canzone degli anni ’50, “Canzone da due soldi”, classificatasi seconda al festival di Sanremo del 1954. La cantava Katyna Ranieri. “E’ una semplice canzone da due soldi che si canta per le strade dei sobborghi…” dicevano i versi del ritornello. E concludeva: “Canzone da due soldi, due soldi di felicità…”. Appunto, una volta costava poco essere felici.

Qualche tempo fa cercai questa canzone su You Tube. Non c’era la versione originale, ma in compenso c’era l’interpretazione, in italiano, di una cantante, bella e brava,  inserita in un vecchio film russo “Likvidazia”, a riprova che quella canzoncina, semplice ed orecchiabile, era diventata famosa anche al di là dei confini nazionali. Se ho capito bene l’annuncio del presentatore, la cantante dovrebbe essere Antonina Tzarikova. Ecco il video:

 

Oggi ho rifatto la ricerca e, sorpresa, la versione originale di Katina Ranieri è stata inserita proprio due mesi fa. Ecco il link: http://it.youtube.com/watch?v=hm2HUeB9t1E

18 pensieri su “Cento lire di felicità.

  1. Da quanto letto nel tuo articolo devi avere più o meno la mia stessa età, trentanove anni.
    Anch ‘io ricordo il primo panino imbottito a 50 lire, i carburanti intorno ai 500 lire, più o meno come le sigarette… .Anche io come ho avuto una infanzia semplice come semplicie genuini erano i tempi di allora, quando si stava ore e ore nel cortile a giocare con le macchinine di legno o le figurine dei calciatori,se ci si azzuffava si faceva solo per futili motivi, non esisteva bullismo, al massimo si facevano piccoli scherzi.Non c’erano telefonini,sms,mms,e mail, (sic!!! computer internet e blog) si mandavano cartoline di auguri, si viveva in un mondo lontano anni luce.Anni vissuti in campagna, sotto un grande albero di gelsi a due passi da un fiume il cui argine era segnato da maestosi eucalipti che colpiti dalla brezza sembravano parlare,come quei papiri sul fiume dalla testa chiomata a guardare quelle acque limpide con le rane a gracidare e le anatre a rincorrersi.Già i vecchi tempi della salsa messa a scaldare al sole, del pane fatto in casa,delle case con il soffito di travi legno, delle tegole a coppi dove nidificavano le rondini..scusa se sono stato sdolcinato, ma tu con questo tuo post mi hai fatto andare indietro nel tempo.Vieni a visitarmi mi farebbe piacere

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  2. Mmmm, Caro Montalbano, a me pare che Giano abbia ben più di 39 anni. Beato Lui! :-)Bel post e bel blog, soprattutto per Asturias. Grazie al video adesso la eseguo un po’ meglio di prima. Anzi, scusate, meno peggio….Ciao

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  3. Giano, ma tu sei una specie di Istat vivente! Caspita che ricordi (molto belli, il mese nel castello nel mare deve essere stato qualche cosa di veramente unico) e che precisione.
    Peccato davvero che ci sia chi si approfitta delle persone con quel malefico meccanismo dei “ricarichi” che hai illustrato sapientemente. E peccato che nessuno provi, sul serio, a metterci un freno.
    Buona domenica.

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  4. Piero P.

    OT
    E’ arrivata la risposta di Andrea sul tuo quesito relativo all’espressione Elohim. Te la riporto integralmente:
    uh, è una questione davvero complessa.
    schematizzando: secondo la filologia biblica Dio viene chiamato Elohim da uno degli autori del testo, e questo pone dei problemi a chi crede che la Bibbia sia dettata da Dio. Problemi che vengono risolti considerando l’autore del testo “divinamente ispirato” – ma è una formula che gli ebrei ortodossi non possono accettare. Molto probabilmente all’epoca dell’autore le tribù di Israele di cui lui era espressione chiamavano Elohim (al plurale) una divinatà che riasumeva tutte le possibili divinità dell’epoca. E fin qui la filologia.(che noi non ortodossi, la maggioranza degli ebrei, accettiamo senza problemi). La presenza di differenti modi di chiamare Dio nel testo biblico (il Tetragramma, p. es.: YHWH; o anche, appunto, Elohim) ha dato luogo a tante differenti interpretazioni che con la filologia non c’entrano nulla – p. es. c’è chi dice che dove Dio viene chiamato Elohim mostra il suo aspetto di giustiziere, mentre dove viene chiamato con il Tetragramma (molte più volte) mostra l’amore per gli esseri umani. Scusa se riassumo questioni molto complesse in poche righe, siamo di passaggio in Italia e devo ancora disfare i bagagli, se vuoi ti passo i titoli di qualche libro (conosci l’inglese?) sia sulla filologia (che si chiama teoria delle fonti) sia di intepretazioni non filologiche (e molto più divertenti).

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  5. Giano

    Ciao Montalbano, mi sa che ha ragione pg8, gli anni sono molti di più. Mi fa piacere che anche tu abbia vissuto tempi felici, specie se li hai trascorsi in campagna. E’ lì, a contatto diretto con la terra e la natura che impari alcune cose essenziali che poi ti porti appresso. Credo che buona parte dei nostri problemi odierni derivino anche da questa lontananza dalla natura, dal crescere in casermoni, in quartieri metropolitani che, a lungo andare, alterano la natura umana. La storia del panino mi ha fatto venire in mente un’altra notiziola che ho aggiunto al post. I soffitti in legno, le rondini; le avevo in casa…tanto che molto tempo fa ho scritto un post proprio sulle rondini. Passerò a trovarti con piacere.

    Ciao pg8, hai ragione sull’età, ma non so se definirmi beato o dire purtroppo. Diciamo che la prendo così com’è. Mi fa piacere che abbia apprezzato i video di chitarra classica. L’ho suonata anch’io per molti anni; suonavo anche Asturias e Recuerdos de la Alhambra e tanti altri pezzi. Quanto mi sarebbero stati utili allora, quando ho cominciato, i video. Non solo non c’erano i video, non c’era nessuno che potesse darmi un consiglio. Mi sono dovuto arrangiare da solo, con pazienza. Ti racconto un fatto. Uno dei primi pezzi che cercai di imparare fu “Giochi proibiti”, che conosci di certo e magari lo suoni. Bene, cercai di impararlo leggendo le note una alla volta su un vecchio spartito. Ma non c’era verso di riuscire a suonarla. Erano posizioni impossibili. Finché un giorno venne a trovarci, in quel periodo avevamo un circolo, un chitarrista che suonava in un gruppo in Olanda. Suonò qualche pezzo e fra i vari anche “Giochi proibiti”. Lui suonava, io lo guardavo e non capivo perché suonasse in quel modo che era completamente diverso da quello che cercavo di fare io. Alla fine gli chiesi: “Ma perché la suoni così?”. E lui, tranquillo “Si suona così…”. Qual era l’arcano? Il fatto è che io non avendo studiato musica, né avendo qualcuno che mi desse lezioni, stavo cercando di suonare quel pezzo su uno spartito che, lo accertai subito dopo, era per fisarmonica! Ovviamente, tutte le posizioni erano diverse da quelle per chitarra, quindi impossibili da eseguire. Dopo pochi giorni volai in città ad acquistare lo spartito giusto per chitarra e finalmente riuscii a suonarla. Pensa tu, altro che video. Coraggio, auguri, è un pezzo piuttosto impegnativo, ma molto bello.

    Buona serata

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  6. Giano

    Ciao Piero, sì, ho bei ricordi. Non solo il castello, ma le spiagge della zona, una in particolare con una sabbia bianchissima e fine e deserta. Mi accompagnava mio nonno che andava lì a lavorare una vigna. Io, mia sorella e mia madre stavano in spiaggia tutto il giorno. Non c’era nessuno, solo noi. L’aria profumava di mare e di piante marine. Ho ancora in mente quel profumo. Ora quella spiaggia è scomparsa completamente.
    Grazie per le informazioni su Elhoim. Sapevo, come ha detto Andrea, che è una questione complessa. Forse ho fatto male a porre la questione. Ho letto molto in merito, ma quel dubbio mi è rimasto, anche perché le spiegazioni sono tante, tutte sembrano attendibili, ma il dubbio resta. E purtroppo non è il solo. Ti ringrazio, ma il mio inglese è tendente a zero. Ed il francese, benché lo abbia studiato a scuola ormai è dimenticato. Insomma, una schiappa. E’ già molto se ancora capisco l’italiano. Grazie ancora, buona serata 🙂

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  7. io ricordo che il topolino in edicola costava 50 lire, anche una pallina di gelato costava 50 lire. le gomme colorate, le palline. Le ricordi? C’erano i distributori di gomme per le strade.. costavano 10 lire. 10 lire anche i distributori di palline con dentro i vari giochi.. che andavano dai mostriciattoli in plastica ai braccialetti ai puppazetti.
    la pizzetta margherita per la merenda prima di andare a scuola, veniva 100 lire. ah.. anche allora c’erano le caramelle tic tac.. ma solo al limone e non ricordo quando costavano. ah.. le gomme lunghe con dentro il tatuaggio da fare con l’acqua 10 lire.

    ho letto i commenti.. elohim non è quello che ha gridato gesù in croce? anche lì c’era chi diceva che chiamava elia, chi pensava dio, insomma idee confuse anche allora…

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  8. ariela

    Mamma mia quanti ricordi caro Giano. I luoghi devono essere magnifici ma quello che mi ha colpito in questo post è il profumo di un passato che ho conosciuto bene. Little Richard, i primi juke box (e le critiche di mio padre), i maschietti con la sigaretta all’angolo della bocca, le conversazioni “impegnate” e i festini in casa. Sarò vecchiotta ma credo fermamente che felicità e semplicità siano in stretta relazione.
    Un abbraccione stretto stretto (dai, è un’occasione unica abbracciare un gagliardo trentanovenne…)

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  9. Ebe

    “Vero”.

    E’ la parola da digitare ora ed è quanto mai opportuna.
    Avere ricordi così ti consente di essere la persona straordinaria che sei perchè, evidentemente, sei cresciuto accompagnato da valori profondi e non occasionali.

    Ecco perchè lo scollamento col mondo di oggi appare disperante ed ecco perchè molti adulti commettono il crimine più odioso nei confronti di bambini e ragazzi: accontentandoli prima ancora che esprimano desideri ed imparino a conquistarsi con proprio merito le loro piccole soddisfazioni, tolgono il gusto della scoperta, del mettersi alla prova, di costruirsi la propria autostima e quindi anche la fiducia nel futuro.

    Inserisco qui un video di you tube con un’intervista al prof. Galimberti sul nichilismo giovanile.

    E poi, se ti va, cerca il significato dell’espressione “Nag factor” così capirai perchè far felice un bambino oggi è impresa quasi disperata.

    p.s. noto che la differenza di età tra te e me sta nel costo del panino per l’intervallo di metà mattina a scuola: ai miei tempi costava già il doppio delle cifre indicate da te. Accidenti all’inflazione…
    🙂

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  10. Mary

    “Se potessi avere 1000 lire al mese…” si cantava tanti anni fa. Me la cantava sempre mia nonna. Ah, i nonni! Anch’io ero solita passare le vacanze con loro e quanto ci si divertiva! Anche stando insieme agli amici dei nonni, che tanto giovani poi non erano…
    Un tuffo nei ricordi, quando veramente semplicità faceva rima con felicità. Quando ci si riuniva in casa di qualcuno per festeggiare qualche compleanno: mangiadischi, dischi e quattro salti. Alle ore 20 si doveva rientrare a casa, rigorosamente. Quando si organizzavano gite sulla neve partendo alle cinque della mattina e per tutto il viaggio si cantavano le canzoni di Battisti. Quando ci si divertiva sciando con i sacchi neri della spazzatura e fra capitomboli e giravolte si rideva come matti. Quando si facevano collette fra amici per racimolare 500 lire, mettere benzina e girare per il quartiere in 5 o 6 con l’unico amico che aveva una Fiat 500…
    Nostalgia, nostalgia canaglia… dice una canzone. Noi oggi abbiamo nostalgia di quel poco che avevamo, ma i ragazzi di oggi di cosa avranno nostalgia?
    Mi è piaciuto molto questo post, caro Giano.

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  11. Giano

    Ciao Bird, buona vita anche a te e vola alto…

    Ciao Violacolor, già era bellissima ed arrivare all’acqua era una fatica, perché c’era tutta una serie di dune da superare prima di arrivare a bagnarsi i piedi. Ma si faceva con piacere. Ora è rimasto solo del terriccio che chiamano spiaggia…

    Ciao Ivy, mi sa che abbiamo ricordi in comune. Ricordo bene quei distributori di pallime colorate che funzionavano con dieci lire. Le Tic tac erano in una piccola scatoletta verde. Raramente però le acquistavo, così come le gomme da masticare, non erano la mia passione. Ricordo il Topolino a 50 lire, ma c’era anche Capitan Mihi e Il grande Black, quei fumetti rettangolari, costavano 20 lire…20 lire. Ma anche di quelli ne prendevo pochi. Non mi piacevano perché alla fine chiudevano con…”Continua”, e la cosa non mi piaceva. Già allora mi sembrava una presa in giro perché erano storie che non finivano mai. Già fin da piccolo ero un po’ strano e non seguivo le mode. La questione di Elohim è piuttosto complessa. Lasciamo perdere, buona serata 🙂

    Cara Ariela, mi fa piacere che anche tu abbia quei ricordi. Se non sbaglio hai lasciato Genova proprio alla fine degli anni ’50. Quindi hai gustato in pieno quegli anni, compresi juke box e festini fra amici. Grazie per l’abbraccio che ricambio. Ma non stringere troppo, perché quel trentanovenne ha parecchi anni in più e le ossa cominciano a scricchiolare…:))) Coraggio.

    Ciao Ebe, grazie per la stima. Sì, ho sempre considerato una fortuna essere nato in un paese, a contatto con la natura, gli animali e le cose vere. Si imparava presto a riconoscere i valori, a distinguere le cose che contano da quelle superflue. Come diceva il titolo di una vecchia canzone di John Denver “Thank God I’m a country boy”, grazie a Dio sono un ragazzo di campagna. Concordo con te sui disastri del mondo odierno. E purtroppo non ho alcuna speranza per il futuro, anzi. Mi dispiace per i bambini di oggi. Non li aspetta certo un bel mondo. Conosco quel video di Galimberti, anzi l’ho salvato fra i miei “preferiti” nella pagina You Tube, perché pensavo di dedicargli un post (molto critico). Il prezzo della rosetta è quello di quando ero alle medie. Poi in pochi anni c’era stato un generale adeguamento dei prezzi. Bei tempi…

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  12. Giano

    Ciao Mary, tu scriveri mentre io rispondevo ai commenti. Succede. Anche tu allora facevi le collette con 100 lire a testa per bighellonare in macchina? Bene, bene, mi fa piacere. Bastava poco, vero? Poi ognuno ha dei ricordi particolari, tu sulla neve, io sulle spiagge deserte di allora. Ma ciò che è comune è il riuscire a divertirsi con niente, pochi amici, pochi soldi in tasca, ma tanta allegria e voglia di divertirsi. Non so cosa domani il mondo riservi ai ragazzi di oggi. Ma la vedo brutta…peccato. Mi dispiace per loro. Anche se, come ho scritto altre volte, spero sempre di sbagliarmi e che domani si possa tornare a scoprire valori veri ed essenziali e che si corra ai ripari. Altrimenti c’è da stare poco allegri. Ciao nonna Mary, spero proprio di sbagliarmi, lo spero pensando a quei tesori che tu chiami “fagottini rosa”. Per loro mi auguro di sbagliarmi e che ci sia un mondo migliore. Buona serata 🙂

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  13. Ebe

    Proprio oggi verso le 12,15 rai 3 ha trasmesso un bel servizio sul mondo agricolo della tua regione alla luce dei problemi e delle necessità dell’economia attuale. Che posti bellissimi ci sono nella tua isola e che gente in gamba! Fa piacere constatare che molti imprenditori sono giovani e preparati e cercando di organizzare il lavoro nel rispetto della natura e dei vecchi insegnamenti con le esigenze del mercato.
    Anche se c’è sempre il rischio di cadere nella retorica del “buon tempo antico” il confronto con gli aspetti più marcati della società contemporanea è disperante, davvero.
    Anch’io avevo nonni contadini e braccianti e ricordo la poesia dei pomeriggi autunnali nella vigna del nonno a mangiare pane, uva e fichi e la cura della nonna nel potare i tralci e nell’innaffiare i gerani, la sobrietà dei consumi, basati sul giusto utilizzo e mai sullo spreco.
    Non c’erano gli isterismi ecologisti di oggi ma una convivenza sana con piante e animali, dove il loro uso era basato comunque sul rispetto per la fatica di allevarli e il sacrificio fatto essi per il fatto di sfruttarli per il nostro vivere.
    Sono lezioni di vita indimenticabili e non sai quanto fa male vedere molti bambini di oggi in balia di una sorta di analfabetismo di sentimenti e di desideri, dovuti proprio alla mancanza di quel genere di esperienze.

    p.s. anche per me il prezzo dei panini era quello del periodo delle medie e delle superiori. Certo che, per essere un trentanovenne (eheheh!) mi batti di parecchio sul carovita dell’epoca. Misteri dell’economia…

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  14. Giano

    Ciao Ebe, non ho visto il programma. La mia TV è guasta da almeno 3 mesi e non credo che la riparerò molto presto. Meno la guardo, meno mi arrabbio. Ringrazio a nome dei miei conterranei. Spero che non abbiano detto troppe sciocchezze. Sì, a tornare indietro nel tempo si corre il rischio di fare discorsi poetici alla Gozzano. Mi chiedo anch’io se i bei tempi andati siano tali perché erano belli, oppure solo perché eravamo ragazzi e tutto ciò che ricorda la giovinezza sia o ci sembri migliore. Ma a ben valutare i cambiamenti avvenuti in questi ultimi 50 anni, forse, dovremmo essere onesti e riconoscere che non si tratta di semplici cambiamenti, ma dello stravolgimento totale di tutto ciò che era alla base della nostra cultura, delle tradizioni, dell’educazione. Non è rimasto nulla. Ecco perché la gente brancola nel buio alla ricerca di un riferimento o, come diceva Battiato (che a te piace, a me meno), un “centro di gravità permanente”. Non c’è più, siamo in balia dei venti.
    Mi fa piacere che anche tu abbia ricordi di vita contadina. Quelle erano le cose vere. E le abbiamo buttate all’aria per riempirci la testa di falsi miti, false ideologie, falsi modelli. Abbiamo sostituito la cultura con il gossip, le tradizioni col multiculturalismo, l’educazione con l’assenza di regole. Cosa può riservarci il futuro? Niente di buono, cara Ebe, niente di buono…

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  15. dinamischina

    Bellissimo questo tuo post; anche io ho vissuto le stesse emozioni di quel periodo dove la spensieratezza era insita in tutto quello che potevamo fare o pensare, avevamo poco, ma bastava per essere felici. Ora quei ricordi li tengo sempre con me nel cuore e nella mente. Difficile dimenticare, anzi, con il passare del tempo diventano sempre più presenti come in un film. Le sigarette senza filtro piacevano a mio fratello,e molte volte mi mandava a comprarle. Anche se piccola dovevo proprio farlo. Buona estate.

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