Il calcio “for dummies”.

Il calcio, lo sport più amato dagli italiani, è un gioco abbastanza facile e con regole semplici. Si gioca fra due squadre su un campo con due porte e lo scopo del gioco è quello di riuscire a mandare un pallone nella rete avversaria. Non essendo un’attività intellettuale, non è strettamente necessario l’uso della testa; infatti si gioca con i piedi. Ma poiché qualcuno potrebbe avere difficoltà a capirne i meccanismi, vediamo di dare una spiegazione facile facile che possano capire tutti, anche i “dummies”.

Vince la partita la squadra che fa più punti. Per fare un punto bisogna segnare una “rete”. Per segnare una rete bisogna far entrare il pallone in quell’area ristretta che è delimitata da due pali e da una traversa. Per far entrare il pallone nella porta bisogna tirare verso la porta stessa (e non fuori, né sopra, né di lato; non vale). Per tirare verso la porta bisogna essere ad una distanza ravvicinata. Per avvicinarsi alla porta  bisogna che i giocatori avanzino, con la palla (altrimenti non serve allo scopo), verso l’area avversaria. Quindi, in sintesi, lo scopo del gioco è quello di avanzare con il pallone verso l’area avversaria e, appena si è ad una distanza utile, tirare in porta, sperando di sorprendere il portiere. Tutto qui? Già, tutto qui. Facile, vero?

Poi succede che, per verificare se avete capito bene le regole di questo gioco, decidete di vedere la partita Spagna-Italia. Già dai primi commenti dei cronisti e degli “esperti” cominciate, però, ad avere qualche dubbio. Li sentite parlare di tattica, di moduli, di zona, di 4-4-2, di 4-3-3, e pensate che, forse, visto che danno i numeri, il calcio abbia a che fare con il lotto, la tombola o il bingo.  Poi comincia la partita. Secondo quelle poche nozioni che abbiamo illustrato, vi aspettate che i giocatori partano a spron battuto e che, palla al piede, corrano verso l’area avversaria e, appena giunti ad una distanza utile tirino in porta. In verità i nostri avversari spagnoli fanno esattamente questo. Appena hanno il pallone fra i piedi corrono verso la nostra porta e, appena possono, tirano. Lo stesso che abbiamo visto fare ad altre squadre, l’Olanda, la Germania, la Russia. I nostri no. Niente di tutto questo. Li vediamo giocherellare al centro del campo, calmi, tranquilli, rilassati, come se stessero scaldando i muscoli. Ma soprattutto ogni tanto qualcuno dal centrocampo lancia il pallone molto avanti, dove non c’è nessuno. Il cronista ci spiega che è un lancio “a cercare Toni” (forse si è perso negli spogliatoi, per questo lo cercano).

Questo sembra lo scopo dei nostri giocatori: cercare Toni. Cassano cerca Toni, Ambrosini cerca Toni, De Rossi cerca Toni, tutti cercano Toni.  Ma chi è questo Toni tanto ricercato? Poi lo si capisce, quando le telecamere inquadrano l’area spagnola, solitamente deserta, o quasi. Ci sono solo il portiere e due giocatori. Uno di questi è il famoso e ricercato Toni. Un giovanottone alto, spilungone, che se ne sta tranquillo, solo soletto, a guardare da lontano cosa succede dall’altra parte del campo; osserva. Tanto che ci si chiede se questo Toni giochi con la nostra squadra o faccia parte di un contingente segreto UNIFIL mandato ad “osservare” la partita. E così, per tutta la durata dell’incontro, i nostri continuano a “cercare Toni” e Toni continua a non farsi trovare (pare che non abbia nemmeno lasciato un recapito). Allora, visto che le regolette che pensavate di aver imparato sul calcio si dimostrano sbagliate, vi resta il dubbio; ho capito male io, oppure questi applicano strane regole calcistiche? Boh!?

Ogni tanto, però, questo Toni veniva inquadrato in primo piano. Allora si poteva notare bene la sua espressione attenta, con lo sguardo che si perde verso un orizzonte lontano. E sembra chiedersi “Cosa succede laggiù? Chi sono quelli che rincorrono un pallone? Che ci faccio io qui? Ma perché non mi hanno lasciato a casa? A quest’ora me ne starei, bello, tranquillo, spaparanzato sul divano, con una birra fresca, a guardarmi la partita Spagna-Italia...”. Già, i dolori del giovane Toni. E’ vero che il calcio si gioca con i piedi, ma, talvolta, anche i calciatori pensano.

A guardarlo bene in primo piano, però, mi viene un dubbio e mi sembra di conoscerlo. Mi ricorda tanto…ecco chi. Data la buona causa, faccio una rapida ricerca in rete e lo trovo: Rocco Casalino, quello che diceva di essere ingegnere e passava per essere un po’ effeminato, uno dei partecipanti alla prima edizione del Grande fratello. Lo ricordate? Due gocce d’acqua. Ma questo Toni sarà Rocco, con qualche anno in più, che, visto che usare la testa è faticoso, ha deciso di darsi al calcio? Si sarà fatto crescere i baffi per mimetizzarsi? Oppure si tratta dei soliti gemelli separati alla nascita? Mah, giudicate voi, eccoli nell’immagine sotto, per la serie “Rocco e i suoi fratelli”; a sinistra Toni, a destra Rocco.

A proposito, credo che dovrò studiare un po’ meglio le regole del calcio. C’è qualcosa che mi sfugge. Ma poi, alla fine, lo avranno trovato questo Toni? Boh…!?

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