Scalfari: l’uomo che non credeva in Dio.

L’ultima fatica letteraria dell’ex direttore di Repubblica, “L’uomo che non credeva in Dio“, suscita polemiche e pareri contrastanti. A me fa sorridere. E’ la dimostrazione lampante di una mia vecchia convinzione: non necessariamente invecchiando si diventa saggi. Anzi, talvolta, o spesso, si diventa solo vecchi, arteriosclerotici, pieni di acciacchi e con la dentiera traballante. E, in alcuni casi, rincoglioniti. Ma non divaghiamo. Per caso ho riletto un mio vecchio post, scritto di getto e  dedicato proprio al nostro Scalfari, subito dopo averlo seguito in una puntata di Otto e mezzo, su La7, l’anno scorso. In un certo senso anticipava già alcuni temi importanti del suo ultimo libro. Lo ripropongo perché, anche se un po’ lungo, cerca di spiegare la fondamentale inconsistenza di certa ideologia dilagante. E non è solo un esercizio letterario. Le conseguenze pratiche di questa ideologia in offerta speciale sono sotto gli occhi di tutti. Anche se facciamo finta di non rendercene conto. Eccolo…

Scalfari e la mosca cavallina.

Ho appena seguito, su La7, la puntata di Otto e mezzo dedicata ad un tema sempre attuale “Religione e politica“. Unico ospite in studio l’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari. L’argomento trattato prende spunto proprio da un editoriale nel quale Scalfari chiede espressamente alla senatrice Binetti di rivelare se abbia avuto delle comunicazioni telefoniche con un alto prelato che avrebbe condizionato il suo voto negativo al Senato.

Bene, così, dopo le intercettazioni telefoniche che non devono essere rese pubbliche se riguardano Fassino o D’Alema, ma che è giusto divulgare, anche se non rilevanti penalmente, se riguardano Berlusconi, ora andiamo oltre: in mancanza di intercettazioni si vuole sapere anche se una senatrice abbia parlato con qualcuno, cosa si siano detti e se il colloquio abbia avuto influenza sul voto.

Siamo all’apoteosi dell’idiozia politica. Di questo passo si comincerà a sospettare di qualunque comunicazione, anche col macellaio, il verduraio e la parrucchiera, per sapere se la conversazione possa influire sulla tenuta del Governo. Così se la Melandri parla con la sua hair stylist (oggi si chiamano così) per sapere se ha scoperto come rendere presentabili quei capelli che ricordano il mocho Vileda o se Rutelli chiama il suo verduraio di fiducia per sapere se è arrivata la cicoria fresca (lui si alimenta così da anni “pane e cicoria“), queste conversazioni potrebbero avere gravi ripercussioni sulla tenuta del Governo e imprevedibili ricadute sulle relazioni internazionali. Ridicoli e buffoni. Buffoni si può dire, lo ha stabilito la Cassazione; pare che il termine “buffone” abbia una valenza sociale. Ma non siatene così certi. Buffone ha una valenza sociale se è rivolto a Berlusconi, ma se lo usate per definire esponenti di sinistra state molto attenti perché improvvisamente potrebbe diventare un insulto. Lo so, sto rischiando anch’io.

Il bello di questa puntata è che è durata poco, forse una trentina di minuti, non di più. Sarebbe stato molto difficile seguirlo oltre questo tempo. Anche se, devo confessarlo, ho sopportato ben altro. Sembrerà incredibile, ma sono riuscito a vedere, tempo fa, un’intera puntata di Ballarò. Ma anche (questa l’ho copiata da Veltroni) qualche puntata di Anno Zero, compresi i monologhi di Travaglio che tira in ballo Berlusconi, Dell’Utri e Previti (qualunque sia l’argomento della puntata, sempre lì va a finire), le prove da “brava conduttrice” della volenterosa, quanto impacciata, signorina Borromeo che sembra chiedersi (ma ce lo chediamo anche noi) “Ma che ci faccio qui?“, e perfino le vignette di Vauro; il che è tutto dire. E, come se non bastasse, perfino qualche puntata dell’Infedele di Gad Lerner che definire solo “fazioso” sarebbe come dargli un attestato di obiettività.

Aggiungiamo che, talvolta, seguo il TG3, che vedo spesso sul digitale terrestre RAI News24 (che sembra una succursale di Al Jazeera), perfino “Parla con me” della coppia Dandini/Vergassola e qualche puntata di Lucia Annunziata che, in quanto a faziosità, se la gioca a pari merito con Santoro, Lerner e Floris; beh, la situazione è preoccupante, penserete voi. La ciliegina sulla torta? Eccola; ho seguito tutta l’intervista al premier Prodi, ieri a “Che tempo che fa” di Fazio. Beh, ma quella è stata esilarante. E poi dicono che i comici in TV vengono censurati. Che bisogno c’è di avere Luttazzi, Grillo e compagnia comicante; fateci vedere Prodi, basta e avanza. Una per tutte. Perché, ha chiesto Fazio, il nostro premier ridens non ha ricevuto il Dalai Lama? Semplice: “Per ragion di Stato”. E poi, ha concluso “Non è stato invitato”. Quest’uomo ha un avvenire assicurato a Zelig! E meno male che, come continuano a ripetere da anni i sinistri, l’informazione è controllata da Berlusconi. Figuriamoci se la controllassero i comunisti!

Ma se mi ostino a guardare certe delizie in TV non è per puro masochismo. No, è per semplice curiosità. Lo faccio sempre con lo spirito con cui, in una vecchia scenetta, Totò sopportava la violenza di un energumeno che, avendolo scambiato per un certo Pasquale, lo riempiva di botte, e si chiedeva: “Vediamo questo stupido dove vuole arrivare...”. Ecco, io continuo a guardare il mondo, in tutte le sue espressioni, lo osservo nelle innumerevoli contraddizioni, nella sua ipocrisia, nelle false certezze, nella mistificazione costante della realtà, nella devastante stupidità che spesso assurge al potere e mi chiedo “Ma dove vogliono arrivare?”.

Continuavo a chiedermelo anche ascoltando Scalfari. Superato quasi subito l’argomento Binetti, si è passati al nocciolo della questione; il rapporto fra i cattolici e la politica. Ovvio che il nostro grande direttore si sia affrettato a sbandierare il suo laicismo ed il fatto che non è credente, rivendicando la completa autonomia dello Stato nei confronti della Chiesa. Perfetto, non fa una grinza, anche perché tanto è già stabilito dal Concordato. Allora dov’è il problema? Ed ecco che l’argomento si sposta su temi generali, sulla morale, sulla natura dell’uomo e sulla visione dell’universo alla luce del più puro darwinismo. Oplà, doppio salto mortale, e si passa a temi profondi. Altro che telefonata della Binetti, qui siamo ai massimi sistemi. Ci mancano solo le classiche eterne domande; chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Ma, soprattutto, all’arrivo, troveremo le valigie?

Ecco la domanda cruciale: cos’è l’uomo e qual è il suo rapporto con la religione? Domande pesanti che mettono in difficoltà chiunque, compresi filosofi e teologi. Ma non il nostro direttore “Grandi firme“, lui lo sa, sa tutto ed ha la risposta pronta. “L’uomo è una forma della natura, come la mosca.”, afferma con sicurezza. Oh, cavolo, e dire che per duemila anni le più brillanti menti della specie umana si sono interrogate per dare una risposta sensata a queste domande. Beh, bastava aspettare e chiederlo a Scalfari. Sì, l’uomo non è altro che una delle tante forme sviluppatesi dall’evoluzione. Come una mosca, appunto, o il prezzemolo, lo scarabeo, le zanzare, le amebe o gli elefanti. Curiosa l’evoluzione; secondo come ti gira puoi diventare una mosca cavallina o il direttore di Repubblica. L’unica differenza, secondo il nostro direttore è che l’uomo pensa. Ma va? Sì, anzi, sotto sotto solleva anche qualche dubbio sul fatto che il pensare sia una caratteristica positiva. In fondo, se non pensi non hai coscienza del tuo essere. E non è detto che ciò sia un male. Anzi, guarda dove va a parare, la religione nasce proprio dal fatto che l’uomo pensi e, quindi, si sia inventato un Dio. Dio esiste perché l’uomo lo pensa. Le mosche, invece, non hanno un Dio. Nemmeno lui: “Nel mio mondo Dio non c’è.”, afferma.

Insomma, Scalfari e le mosche hanno qualcosa in comune: l’assenza di Dio. Dio esiste solo perché l’uomo lo pensa. E per confermare questa grande intuizione aggiunge: “Nel momento in cui tutti cessassero di pensare Dio è evidente che Dio non esiste.”. Chiaro, no? Vi sembra una sciocchezza? No, no, è di una tale profondità che per capirla bisogna essere o grandi direttori di quotidiano o almeno redattore capo. E’ una applicazione moderna del celebre aforisma di Protagora “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono.”. Solo che molti, oggi, non l’hanno capita bene e, quindi, la interpretano a modo loro. Come dire; se per qualche calamità globale, l’uomo scomparisse dalla faccia della terra non esisterebbe più l’universo per il semplice fatto che l’uomo, essendo scomparso, non potrebbe pensarlo. E se l’uomo non lo pensa il mondo non esiste.

Allo stesso modo, tutto ciò che è stato scoperto nel corso dei secoli non esisteva prima della scoperta. Non esisteva perché l’uomo non lo pensava e l’uomo non lo pensava perché non esisteva. Non esistevano neutroni, elettroni, protoni e quark, non esisteva la gravitazione universale, né la relatività generale, non esistevano pulsar, quasar e buchi neri. Niente di niente. Hanno cominciato ad esistere solo nel momento che sono stati scoperti e l’uomo ha cominciato a pensarli. E’ quello che in fisica quantistica si chiama “collasso della funzione d’onda“. Prima della scoperta potevano esistere e, al tempo stesso, potevano non esistere. Esistono solo nel momento della scoperta. Curioso, ma, anche se un po’ tirata per i capelli e adattata al nostro caso, questa è proprio la risposta che potrebbe fornirci la fisica quantistica. Se siete curiosi fate una ricerca sul “Gatto di Schoedinger” che, poverino, al tempo stesso può essere vivo o morto. Ma allora, qualcuno potrebbe chiedersi giustamente: se queste cose non esistevano, come hanno fatto a scoprirle? E che ne so io? Chiedetelo a Scalfari, lui lo sa di certo.

Ogni tanto mi capita di riportare qualche perla di saggezza, di quelle che chiamo “Cazzate d’autore”. Sì, ci sono le cazzate normali, quotidiane, quelle che si possono sentire al bar dello sport, in pizzeria, nel bus, insomma, niente di speciale. Poi ci sono quelle che sentiamo da illustri ed autorevoli esponenti della cultura, dell’arte, della filosofia e di qualunque branca dello scibile umano. Ecco, quelle, grazie all’autorevole fonte, sono cazzate d’autore, firmate. Beh, forse le mosche hanno un pregio; non pensano, quindi non corrono il rischio di dire cazzate.

La cosa aberrante di questa visione del mondo non è tanto la negazione dell’esistenza di Dio (ognuno è libero di credere o non credere), quanto l’implicita affermazione che nell’universo non esista altro se non ciò che noi conosciamo e che l’uomo sia l’apice dell’evoluzione. Se si volesse sintetizzare con una sola affermazione l’infinita stupidità e presunzione dell’uomo, questa sarebbe quella giusta. Basterebbe pensare che, secondo le ultime scoperte, il mondo, così come noi lo conosciamo, non è che una parte minima dell’intero universo. Sarebbe, più o meno, una percentuale che varia, secondo stime diverse, dal 5% al 10% del totale della materia presente nel cosmo. Il restante 90/95% è costituito da materia oscura. Chissà se in quell’universo di materia oscura esistono mosche e direttori di quotidiani. Di sicuro, se il mondo conosciuto è solo un 10% del totale, forse c’è qualcosa al di là del nostro orizzonte spazio temporale e delle nostre conoscenze empiriche. No? Almeno un dubbio, Scalfari. No?
La conseguenza di questa illuminata visione del mondo è che Scalfari ritiene che, alla luce di quanto affermato, non possa esserci dialogo fra lui e la Chiesa, almeno in tema di fede. L’unico colloquio possibile, precisa, può essere quello sulla morale.

Ecco, ci siamo arrivati. Mi chiedo se almeno ogni tanto, questi grandi pensatori si pongano qualche dubbio. Presumo di no, visto che affermano le loro opinioni con tanta sicurezza che sembrano teoremi. Morale? Già. ma quale morale? Ovvio, la morale laica. Già, ma su quali principi si basa la morale laica di tutti coloro che considerano l’uomo niente di più che una delle tante specie viventi generate dall’evoluzione? Se l’uomo, come afferma Scalfari, è solo una forma della natura, come le mosche e le mosche non pensano e non hanno una morale, perché l’uomo dovrebbe avere una morale? E da dove nasce? Ovvio, dal pensiero umano. La morale esiste perché l’uomo la pensa. Ma allora è come Dio. Anche Dio esiste perché l’uomo lo pensa, secondo il nostro direttore. Ma allora, se anche la morale esiste solo perché l’uomo la pensa, nel momento in cui l’uomo smettesse di pensarla la morale non esisterebbe più. Beh, mi dispiace per Scalfari, ma questa è la conseguenza logica. E non solo. Posto che l’uomo è come una mosca, una delle tante forme di vita frutto dell’evoluzione, dovrebbe seguire anche le leggi di questa evoluzione. E Scalfari sa molto bene, e con lui tutti i darwinisti, atei, non credenti, evoluzionisti e affini, che l’unica regola che scaturisce dalle teorie darwiniane è la selezione naturale, la legge del più forte, del più adatto alla sopravvivenza. Per dirla con un termine popolare “La legge della giungla“.
Ma allora, l’unica morale accettata da questi laici dovrebbe essere questa; la legge del più forte. Beh, se si deve essere evoluzionisti lo si deve essere fino in fondo. No?

Ma allora, quando questi illustri pensatori laici parlano di morale, di uguaglianza, di giustizia, di libertà, di diritti umani, di cosa stanno parlando? Ci sono due cosette, due dettagli, che questi evoluzionisti non sono riusciti ancora a spiegare: come nasce la prima cellula e come nasce la morale. Dovrebbero spiegarcelo, prima o poi. Il fatto è che non è propriamente molto facile. Per esempio, supporre come fanno gli evoluzionisti, che la prima cellula si sia formata per caso, dal punto di vista delle probabilità statistiche è talmente improbabile, vista l’estrema complessità dell’operazione, che la percentuale delle possibilità che la cellula sia nata per caso è pari a zero virgola qualcosa. In pratica, matematicamente è pari a zero. Più o meno come il livello intellettuale di una mosca o di un direttore di quotidiano che considera l’uomo come una mosca.

Ma se dimostrare la casualità della nascita di una cellula è impresa molto ardua, molto più facile è dimostrare, per loro, la nascita della morale. Semplice, la morale esiste, indipendentemente dall’esistenza di Dio, perché è nella natura umana. E tanto gli basta: è la natura dell’uomo. Già, la natura umana, ognuno la usa a proprio comodo e per soddisfare le proprie voglie; come le puttane. Beh, se così è, allora dovrebbero rileggersi Rousseau, altro autore molto caro a coloro che credono nella fondamentale bontà dell’uomo. Nel suo “Emile” c’è una specie di intermezzo intitolato “Professione di fede di un vicario savoiardo” in cui il buon vicario trova una spiegazione molto semplice all’esistenza di Dio. Secondo lui non c’è bisogno di dimostrazioni filosofiche o complicate argomentazioni e spiegazioni razionali; Dio esiste perché lui lo sente nel cuore, è nella natura dell’uomo sentire la presenza di Dio. E tanto basta.

Allora, se la natura umana è una ragione sufficiente per dimostrare l’esistenza della morale, dovrebbe essere sufficiente per dimostrare, secondo la tesi del buon vicario, anche l’esistenza di Dio. No? Oppure la natura umana va bene per la morale e non va più bene per Dio? E perché mai? E siamo poi tanto sicuri che la morale esista solo nella natura umana? Cos’è la morale? E’ quell’insieme di norme che regolano il comportamento dell’uomo ed i suoi rapporti con i propri simili. Ma anche gli animali hanno regole più o meno simili. Hanno il senso dell’appartenenza al gruppo e riconoscono l’autorità del capo branco. Hanno il senso dell’aiuto e della difesa reciproca in caso di pericolo. Hanno il senso del lavoro collettivo per il bene della comunità (pensiamo alle api ed alle formiche). Hanno il senso materno, allevano i cuccioli e li difendono, sentono l’appartenenza ad una sorta di “famiglia”, cosa molto evidente specie nei primati. Hanno perfino il senso dell’aiuto a specie diverse. Non è raro che all’interno di un gruppo si allevino individui di altre specie. E da dove nasce, per esempio, la spinta che porta un delfino ad aiutare un naufrago in difficoltà, trascinandolo a riva e salvandogli la vita? Puro istinto?

Eppure sono tutte norme comportamentali elementari che, in qualche modo, sia pure in forma più complessa ed articolata, troviamo anche nell’uomo. Perché negli animali è solo istinto e nell’uomo diventa morale? La risposta, immagino, potrebbe essere che mentre per gli animali è puro istinto, in quanto non è una derivazione del pensiero cosciente, nell’uomo, in quanto pensa, è frutto della volontà e ne ha piena coscienza. Già, l’uomo pensa, le mosche no. Allora dovremmo concludere che, siccome la morale è frutto del pensiero umano e della sua specifica natura, nel caso sfortunato di un cataclisma globale che portasse alla scomparsa dell’uomo, scomparirebbe anche la morale. E quindi qualunque forma di norma comportamentale in natura. Compresi, ovviamente, gli animali. Nessun animale alleverebbe più i cuccioli? Nessuno riconoscerebbe più l’autorità del capo branco? Le api si rifiuterebbero di nutrire la regina? Le formiche smetterebbero di fare scorta di cibo per la comunità? Un bel casino, no? E tutto perché non c’è più l’uomo che “pensa” la morale.

Ma siamo sicuri che sia così?. Siamo davvero certi che l’uomo possa spiegare il mistero della vita e capire e spiegare tutte le leggi che regolano la natura e l’universo? Diceva il grande matematico e logico Alfred Tarski: “La neve è bianca se e solo se la neve è bianca.” Sembra una sciocchezza, ma non lo è. E’, invece, la definizione, in forma volutamente tautologica, del fatto che la verità è vera se e solo se è vera. Anche questa sembra poco più che una sciocchezza, ma nemmeno questa lo è. In pratica, chi ci assicura che la neve sia veramente bianca? Sappiamo che i sensi ci ingannano. Allora come facciamo ad essere certi del suo colore? Il fatto che tutti gli uomini la vedano bianca non significa che lo sia. Sarebbe ugualmente bianca per un visitatore che venisse dallo spazio? E’ bianca per tutti gli animali della terra? E’ bianca per i microbi? E poi cos’è il colore bianco e perché lo definiamo tale? Come è evidente l’affermazione di Tarski non è poi così strampalata.

Un’altra celebre citazione di Wittgenstein afferma: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere-“. Ma il vecchio Bertrand Russel gli rispondeva, giustamente: “Su ciò di cui non si può parlare in un linguaggio si può parlare in un altro linguaggio“. Cosa c’è dietro queste affermazioni che possono apparire astruse? C’è il vecchio problema che da sempre affligge i pensatori: stabilire cosa sia la verità e poterlo dimostrare in maniera inconfutabile. Purtroppo, da Goedel in poi la questione ha trovato una risposta piuttosto frustrante per l’umanità. Lo stesso Tarski è noto per il suo teorema sulla “Indefinibilità della verità“. Signifca che non possiamo stabilire cosa sia vero e cosa non lo sia? Non esattamente. Significa che la verità di un sistema non è definibile all’interno dello stesso sistema, ma diventa definibile all’esterno del sistema stesso. E’ quello che comunemente viene definito come “metalinguaggio“. In parole povere, per valutare un evento bisogna essere al di fuori dell’evento stesso. Se io faccio parte integrante della realtà del mondo naturale non potrò mai stabilire con esattezza cosa sia vero o no all’interno della realtà. Ma posso farlo tranquillamente stando al di fuori della realtà. Cosa non propriamente facile. Ma la conseguenza è che per stabilire che esiste una realtà, e che questa sia vera, deve esistere un livello superiore, al di fuori della realtà, una “metarealtà” da cui solamente si potrà decidere cosa sia vero o non vero all’interno della realtà naturale. Forse la risposta alla verità del nostro mondo conosciuto risiede in quell’altra parte sconosciuta che costituisce il vero universo, quel 90% di materia oscura che è al di là della nostra realtà e che noi non possiamo conoscere. So bene che ciò non gratifica la nostra presunzione, ma così è.

Per tornare alla morale, se essa esiste in quanto prodotta dal pensiero umano, e l’uomo fa parte della natura, io non posso stabilire con certezza la natura della morale. Per farlo dovrei essere al di fuori della realtà stessa. Questo la mosca non lo sa e non può saperlo, perché non pensa, ma un grande direttore come Scalfari dovrebbe saperlo, perché è convinto di pensare. Ma anche il pensiero è opinabile. E’ solo uno dei grandi inganni della mente umana. Siamo convinti che sia la nostra volontà a produrre il pensiero. In realtà è il pensiero a manifestarsi a livello di coscienza ed illuderci che sia frutto della nostra volontà. Ma individuare l’nganno è quasi impossibile, poiché l’inganno sta proprio nel profondo dell’inconscio di quella mente che noi vorremmo usare per spiegarne i meccanismi mentali. Ma, per dirla con Tarski e gli altri, noi non possiamo spiegare la mente col linguaggio della mente. Possiamo spiegarla solo con un metalinguaggio al di fuori della mente stessa. Ma questo metalinguaggio non potrà essere all’interno di quella realtà scaturita dall’evoluzione. Dovrà necessariamente essere al di fuori della nostra realtà. Già, anche se questo significa ridimensionare di molto l’assurda convinzione che l’uomo sia l’espressione più alta dell’universo.

Probabilmente anche la mosca è convinta di essere l’animale perfetto. E lo scarabeo è convinto che l’unica attività possibile in questo mondo sia rotolare palline di sterco. Così come ci sono giornalisti convinti di essere grandi pensatori e direttori convinti di sapere cosa sia la morale, convinti che l’uomo sia solo una forma della natura, come le mosche ed il prezzemolo, convinti che nell’universo non esista nient’altro di superiore all’uomo, e convinti, soprattutto, che Dio non esista, ma sia solo una invenzione dell’uomo; Dio esiste perché l’uomo lo pensa. Se l’uomo smette di pensarlo, Dio non esiste più. E non lo sfiora nemmeno il dubbio che, sulla base di questo ragionamento, si potrebbe affermare, con altrettanta sicurezza, che l’uomo esiste solo perché Dio lo pensa. E se Dio smettesse di pensarlo?

Ed ora, dulcis in fundo, arrivo alla conclusione (fnalmente!); questa sì potrebbe sembrare strampalata ,e potrebbe essere molto, ma molto frustrante per i direttori di quotidiani che paragonano l’uomo alla mosca e per tutti gli evoluzionisti, atei, agnostici, non credenti e via laicizzando. Se è vero che la verità di un sistema non può essere dimostrata all’interno dello stesso sistema (e queste non sono bizzarrie di scienziati pazzi, ma sono dimostrazioni matematiche), allora bisogna concludere che anche la nostra realtà non è necessariamente vera. Il mondo che noi conosciamo, e di cui siamo parte integrante, potrebbe non esistere, potrebbe essere una specie di sogno o di ologramma. E noi, all’interno del sistema, non possiamo in alcun modo stabilire se questa realtà sia vera o no. C’è un solo sistema per stabilirlo: l’esistenza di un’altra “metarealtà”, diversa dalla nostra, nella quale qualcuno possa affermare che questa nostra realtà naturale sia vera. Cosa del tutto verosimile, visto che secondo la scienza esistono decine di dimensioni diverse oltre alle tre (quattro, se consideriamo anche il tempo) che definiscono il nostro mondo reale.

Il che significa che il nostro mondo esiste ed è reale solo se esiste un altro mondo, fuori dalla nostra dimensione, che ci osserva e può affermare che il nostro mondo è reale. Noi esistiamo solo se esiste qualcuno, fuori dal nostro mondo, che possa garantire della nostra esistenza. Altrimenti la nostra è pura illusione ed il mondo, così come lo osserviamo, non esiste. In altre parole; il nostro mondo è reale? Noi siamo vivi? Esistiamo? Noi non possiamo saperlo e dimostrarlo con certezza. Ma siccome noi sentiamo di esistere significa che il nostro mondo, per noi, qui ed ora, è reale. Lo sentiamo reale perché lo pensiamo reale. Noi esistiamo perché pensiamo di esistere. Ma ne siamo sicuri? Samo sicuri che il pensiero sia un valido strumento per stabilire la verità dell’universo? Basta affermare, con Cartesio, che “Cogito, ergo sum“? Beh, secondo la visione scalfariana, e di tutti gli evoluzionisti, quella frase dovrebbe essere trasformata nel suo esatto contrario e dire “Sum, ergo cogito.” Non cambia la sostanza dell’esistere, ma non spiega né perché “cogito”, né perché “Sum”. Non è, e non può essere, il pensiero umano a svelare il segreto ed il mistero dell’universo. Dovrebbe svelare il segreto di se stesso. Ma ciò contraddice l’assunto di Tarski. Quindi, non solo non è vero che Dio esiste solo quando e se l’uomo lo pensa. E’ vero esattamente il contrario. L’uomo esiste se e solo se esiste una Entità superiore che pensa l’uomo. Se non vi piace chiamarlo Dio, chiamatelo come vi pare. Ma il concetto è quello. Che siate mosche o direttori, esistete solo perché esiste qualcosa di diverso e più alto della nostra misera realtà quotidiana. Il segreto, forse, è in quel 90% di materia oscura. E forse anche oltre.

Oggi, adattandola al celebre direttore “Grandi firme”, Amleto modificherebbe così la sua celebre battuta all’amico Orazio: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Eugenio, di quante ne sogni la tua filosofia da mosca cavallina.”

4 pensieri su “Scalfari: l’uomo che non credeva in Dio.

  1. OT
    Hai visto come Napolitano, non ascoltandoti, si è messo a disquisire sui rifiuti campani… soffermandosi su quelli illeciti provenienti dal Nord? Caspita, ma non credevamo certo che le discariche fossero state riempite con la monnezza leghista e che la spazzatura che si vede per le strade campane… sta a vedere che magari salterà fuori che è ligure o emiliano-romagnola.
    Quanto ai tuoi pensieri su Eugenio, bhe lasciami un po’ di tempo. Non sono fatto come te: capace di sorbirti -almeno in parte- quel “mal di Dio” che sono Lerner, Ballarò, Anno Zero e compagnia rossa varia.
    Parola da digitare: “godi”. Non credo sia riferita all’ascolto di Scalfari, tuttavia è un mistero che può sciogliere solo Tiscali…
    Buona serata.

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  2. Ma lo sai Giano, che sei davvero TERRIBILE! Innanzitutto rilevo che “nostro”, “grande” e “direttore” reggono necessariamente la maiuscola iniziale, non trattandosi, come potrebbe superficialmente apparire di una mosca, ma di una “particolare” mosca che, come loro, non ha un qualsivoglia Dio. Certo che alcune affermazioni sono sconvolgenti, ma caspita come diavolo (soggettivamente parlando, è ovvio) hai fatto a ricordare tutto? Non è che ti registri pure queste “fantasie” per vedere, come scrivi, dove arrivano? E qui mi blocco. Eugenio è troppo per me. Mi hai sconvolto, siamo passati dalla mosca al gatto. Qui non c’è più niente di certo. Ma lui esiste? E chi lo dice? Non può affermarlo da se stesso o sì… cavolo non riesco ad andare oltre. Mi auguro che altri riescano a commentarti in maniera maggiormente adeguata. Per il momento devo digitare “menalo” e mi verrebbe di farlo… pensando a Scalfari.
    Ciao e buona notte (ma le mosche di notte dormono o no?)

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  3. sabbia200315

    Ciao Gianino, non mi sono “DIMENTICATA” ma non ho potuto chiamarti per problemi familiari, purtroppo! Se accendi il cell questo pomeriggio verso le 17, vorrei rimediare… Un abbraccio forte!!!

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  4. Giano

    Caro Piero, ormai non li guardo più. Il mio televisore è guasto da quasi 3 mesi e non ho nessuna intenzione, almeno per ora, di ripararlo. Sto così bene senza vedere le loro facce! Però me li ricordo…eccome! Quel pezzo l’ho scritto di getto, subito dopo aver visto il nostro direttore Grandi firme in TV. Non ho resistito davanti alla presunzione di quest’uomo. Almeno mi sfogo.
    Ciao 🙂

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