Un Napolitano a Roma

Almeno con "Un americano a Roma" di Sordi si rideva. Con questo c’è poco da ridere, anzi. Dopo aver seguito il discorso del Presidente Napolitano in TV, la prima parola che mi è venuta in mente è stata "banalità". Sì, niente più che una serie di banalità di circostanza, com’è ormai abitudine di una classe politica che tira a campare ed ha smarrito anche il senso del ridicolo e l’unico problema sembra essere quello di restare al potere il più possibile. L’Italia è afflitta da grandi e gravi problemi. La politica dovrebbe avere il compito di risolverli. Ma è una missione impossibile, poiché il primo e più grave problema dell’Italia è proprio la politica. Ma i politici fanno finta di non saperlo e continuano a recitare il loro ruolo, perché ci campano. Ogni giorno danno luogo al teatrino delle banalità e, nelle occasioni speciali, ci regalano anche qualche banalità extra, festiva, ma solo nelle grandi occasioni, come a Capodanno.

La prima tentazione è stata quella di scrivere un post per esaminare tutte le banalità, una per una. Ma poi, guarda caso, qualcuno deve aver avuto la mia stessa sensazione. E non è un qualunque blogger, è un direttore di un quotidiano. Allora, visto che mi trovo il lavoro già fatto, e meglio di quanto avrei fatto io, mi limito, una volta tanto, a riportare l’articolo completo.

 

La banalità al potere!

Non ho invidiato, la sera del 31 dicembre, Giorgio Napolitano davanti alle telecamere per il rituale – liturgicamente noioso – augurio agli italiani. Mentre attaccava a parlare, poveraccio, mi è sembrato a disagio nel ruolo di predicatore televisivo istituzionale. D’altronde una specie di maresciallo in pensione dell’Armata Rossa alla presidenza di una Repubblica sedicente liberale è di per sé una forzatura, se non altro del destino. Dalla guerra fredda, in cui Napolitano stava coi nemici della Nato e del Patto Atlantico, al Quirinale simbolo delle democrazie occidentali alleate degli Stati Uniti: è un salto che dà le vertigini.

Sorvolando su queste faccende cui solo noi di una certa età diamo rilievo, c’è da dire che nessun nostro capo dello Stato, escluso Cossiga, è stato capace o ha avuto l’oppor tunità di liquidare la pratica augurale di fine d’anno con un discorso all’altezza delle aspettative dei cittadini. Aspettative minime eppure sempre ingannate: un po’ di franchezza e di sincerità.

Non era Napolitano l’uomo adatto a dare un segno di novità, lui che è l’antitesi del nuovo e che, per l’occasione, si è imbellettato come Berlusconi in una delle sue migliori performance. Il presidente, da perfetto ex comunista di forte fibra, si è esibito in una serie di esercizi equilibristici e ha sferrato con certosina precisione un colpo alla botte e un colpo al cerchio. Risultato: una vaghezza degna di un priore.

Prima banalità.
Bisogna avere fiducia nell’avvenire e puntare su innovazione e merito, privilegiando l’istruzione. L’incipit pareva prelevato da un intervento routinario di Montezemolo nei giorni di scarsa forma. Qui da noi l’innovazio ne o è frutto degli sforzi di alcuni privati – aziende leader – o è una chimera. Lo Stato considera la ricerca un lusso e quindi non la finanzia a meno che si tratti di accontentare la signora Levi Montalcini, alla quale mollare dei milioni di euro per la sua fondazione in cambio della fiducia al governo Prodi. Per il resto, zero al quoto.

L’università si è trasformata in un diplomificio sostitutivo delle medie superiori (declassate a scuola di intrattenimento) salvo rare eccezioni, la Bocconi, la Normale e poche altre. L’istruzione in generale, a furia di riforme peggiorative dello statu quo ante, è stata ridotta a impresa assistenziale la cui funzione principale è: distribuire stipendi umilianti ai docenti che aumentano di numero in misura inversamente proporzionale alla loro qualità. Conviene cambiare argomento, per senso di pietà.

Seconda banalità.
L’incertezza del lavoro, specialmente per troppi giovani del Sud. I lavoratori precari, dei quali si straparla, sono una netta minoranza. In ogni caso la precarietà come dimostra il fatto che la legge Biagi non è stata toccata dal governo – è fisiologica in una società avanzata. Nella nostra poi, in cui è vietato licenziare per Statuto (dei lavoratori), è una necessità imprescindibile. L’alternativa per le aziende è non assumere. Comunque, meglio precario che disoccupato.

Il lavoro al Sud? Ci sarebbe se ci si desse una mossa, anzitutto imparando un mestiere, magari nel settore del turismo che invece è trasandato nonostante le risorse naturali e ambientalistiche, al punto di essere stato superato da quello spagnolo, croato eccetera. Il lavoro inoltre occorre aver voglia di farlo e di affrontarne le fatiche. Più comodo rifilarlo agli immigrati e sperare in un posto in comune o in provincia dove talvolta ci si gratta.

Terza banalità.
Incidenti sul lavoro. Gli enti pubblici non controllano. I sindacati se ne fregano. Gli stessi operai sono convinti non valga la pena di prevenire, tant’è che nei cantieri edili e nelle fabbriche volontariamente non usano, per idiosincrasia, né caschi né scarpe né altre protezioni. E gli addetti alla sicurezza nel vano tentativo di far rispettare le norme si mangiano il fegato. Eppure dalle statistiche si evince che gli incidenti non sono in aumento, semmai il contrario, salvo qualche picco.

Quarta banalità.
Napolitano ha scoperto con stupore che all’estero il nostro patrimonio artistico e culturale è molto quotato. Ma va’ là… E si compiace della mostra allestita al Quirinale con pezzi sottratti illegittimamente all’Italia e riportati in Patria. A parte che la mostra non sta riscuotendo un gran successo, se c’è un settore in cui lo Stato è deficitario è proprio questo. Un esempio per tutti. Presidente, faccia un salto a Pompei senza farsi annunciare da squilli di trombe e vedrà come è stato conciato il maggior giacimento archeologico del mondo. Una discarica. Poi ne parli con i giovani del Sud che si lagnano perché nelle loro regioni non si sfruttano le risorse locali.

Quinta banalità.
Il presidente ha disquisito di sicurezza e criminalità legata alla crescita dell’immigrazione. Peccato si sia dimenticato che il nostro è l’unico Paese della Ue che accetta i clandestini perché non è capace di espellerli e preferisce, periodicamente, metterli in regola, legalizzando così l’illegalità. Quanto ai comunitari, l’unico romeno rimpatriato – sottolineo, uno solamente – è già rientrato in Italia col pullman. I complimenti a chi vanno rivolti? Al compagno Amato? A tutta l’Unione?

Sesta banalità.
La magistratura e le Forze dell’Ordine si sono date da fare raggiungendo degli obiettivi. Le credo, signor presidente. Le credo meno quando aggiunge che serve garantire a Polizia e Carabinieri mezzi adeguati. Ma lei ha presente il parco automobili delle questure? Le più recenti hanno percorso 100 mila chilometri. Le meno recenti hanno sette o otto anni di vita e sono scassate. Lo sa che spesso manca la benzina per avviarle? Lo sa che agenti e funzionari sono pagati come badanti, a differenza delle quali tuttavia non hanno diritto a vitto e alloggio gratuito? Mentre i Palazzi della politica dispongono di 500 mila e passa macchine blu con più di un milione di autisti dipendenti pubblici? Perché queste cose non le ha dette in tivù?

Settima banalità.
Parole sue: "Paure irragionevoli o particolarismi, politici o localistici, emergono in troppi casi: impedendo, a esempio, la soluzione del sempre più allarmante problema dei rifiuti in Campania, con grave danno per le condizioni e per l’immagine di una città e di una regione nelle quali invece non mancano energie positive, realtà nuove e iniziative di qualità". Si rende conto dell’enormità di questa osservazione? In ogni regione l’immondizia non è un problema: si raccoglie e si smaltisce senza rompere l’anima a nessuno. Soltanto a Napoli, e in Campania, siamo a livelli di subporcilaia. Ci sarà un motivo, di sicuro non localistico, che determina simile schifezza. Nelle sue visite periodiche, includa Brescia, per citare una città del Nord. Lì c’è un termovalorizzatore che brucia il pattume e produce energia bastevole a riscaldare alcuni quartieri popolosi. O sono dei fenomeni i bresciani o i campani sono schiavi di chi, dei topi? Telefoni al suo compagno Bassolino o alla vispa Iervolino e si faccia spiegare. Non mi pare un cattivo consiglio.

Ottava banalità.
Ieri ricorreva il sessantesimo anniversario della Costituzione di cui Napolitano ha tessuto le lodi, raccomandando di rimanere ancorati ai suoi princìpi e valori morali. Quindi ha posto l’accento sull’esigenza di approvare riforme, senza precisare quali. Un’idea ce l’avrei. Riformate proprio la Costituzione, vecchia come il cucco e paralizzante visto che non tratta solo questioni di principio, ma anche di ingegneria istituzionale che blocca e rende asfittici gli apparati, Parlamento compreso. La Costituzione fu scritta quando i cannoni della Seconda guerra mondiale fumavano ancora e l’Italia si era improvvisata antifascista, uccidendo i gerarchi per evitare il suicidio della nazione. E gli autori erano, in numero non esiguo, ex fascisti o comunisti cioè democratici con la coda.

Nona banalità.
Nemmeno un accenno al referendum, che si decide fra quindici giorni, anzi quattordici, e sarebbe l’unica riforma elettorale di assoluta rilevanza. È stata una dimenticanza o un eccesso di prudenza pelosa?

Decima banalità.
Napolitano ha chiuso il discorso sostenendo, a proposito di pari opportunità, che l’equiparazione Uomo-Donna è avvenuta parzialmente. È vero. Tant’è che gli uomini, che crepano cinque anni prima delle donne, vanno in pensione cinque anni dopo le signore che campano cinque anni di più. Anche questa è una bella riformetta da fare, ma non si fa perché farebbe risparmiare tanti soldi all’Inps, agli italiani. Meglio parlare di omofobia.

Lei che ne dice, Presidente?

(Vittorio Feltri su Libero 2 gennaio 2008)

 

3 pensieri su “Un Napolitano a Roma

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