E la volontà ?

Ho appena letto una notizia curiosa sulla pagina di Tiscali Notizie/Medicina. “Colori che vengono “ascoltati” o suoni da “gustare”. Accade più o meno questo nelle persone colpite da “sinestesia”, una sensazione che può essere indotta da alcune droghe o,in casi più rari, insorgere spontaneamente. E’ successo ad una musicista svizzera che si è accorta di percepire le note come colori e gli intervalli che le separano come “sapori” ben definiti, puo’ insorgere spontaneamente.” Curiosa notizia, quasi bizzarra, ma…

E’ solo una delle tante scoperte, che ultimamente si susseguono con sempre maggiore frequenza, che ci consentono di capire sempre meglio il funzionamento di quella ancora misteriosa macchina che è la mente umana. E giorno per giorno ho la conferma di una vecchia idea secondo la quale la mente umana non è altro che una macchina biologica, molto complessa, che risponde agli stimoli esterni. Basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre risposte non corrette e generare anomalie di comportamento. Ma cosa c’entra la volontà? C’entra, c’entra… E’ opinione piuttosto diffusa che il nostro comportamento e le scelte, più o meno complesse, che operiamo quotidianamente, siano solo frutto di un preciso atto di volontà. E’ come dire che l’uomo è artefice del proprio destino e che siamo noi, nel limite delle reali e concrete possibilità, a determinare la nostra vita. La volontà personale sembra essere l’unica e fondamentale causa del comportamento umano, del modo di pensare, di agire, di operare le scelte, di porsi in rapporto con la realtà circostante. Ora, se così fosse, non dovrebbe mai insorgere un qualunque difetto di funzionamento nel meccanismo mentale. E’ ovvio che tutti, con un semplice atto di volontà, deciderebbero di avere una mente che funzioni in modo perfetto. Saremmo tutti dei geni, dei superuomini. Ma visto che così non è, e che basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre comportamenti e risposte errate, anomale o non rispondenti alle aspettative, bisogna concludere che la volontà, così come la intendiamo, non è determinante. Anzi, dal momento che anche la volontà non è altro che una delle tante funzioni mentali, essa può manifestarsi in maniera più o meno corretta, più o meno forte e decisa, più o meno “normale”. E’ una semplice “funzione mentale” e, quindi, condizionata da meccanismi cerebrali che ne determinano il funzionamento più o meno corretto.

Tutta l’attività cerebrale, che è alla base del nostro comportamento, la chiamiamo “pensiero”. Ed il pensiero è ciò che noi percepiamo a livello cosciente. Ma non tutto il pensiero è cosciente. Prima che si abbia consapevolezza di un pensiero deve esserci una attività mentale precedente, che avviene ad un livello ” non cosciente”. Il pensiero cosciente è solo l’ultimo atto di un processo mentale complesso. La volontà non è altro che un pensiero cosciente. Ma cosa avviene un attimo prima che si abbia coscienza del pensiero che definiamo “volontà” ? Avviene che la nostra mente elabora autonomamente, a livello non cosciente, una serie di informazioni che “creano” il pensiero di volontà. Quindi la nostra volontà nasce in maniera non cosciente, non “volontaria”. La volontà è un effetto del pensiero, non la causa. In conclusione: la volontà è involontaria. Sembra un paradosso, ma non lo è.

Il vero paradosso è affermare il contrario, ovvero che la volontà sia determinata da un nostro atto volontario e cosciente. Come dire che è la volontà a creare la volontà. Come dire che la volontà è, al tempo stesso, causa ed effetto. Non solo non è un paradosso, ma è una delle poche certezze. Eppure il mondo continua a comportarsi come se così non fosse. Gran parte dei problemi relazionali sarebbero più chiari se visti ed esaminati tenendo conto di questa semplice verità. Ma ci piace illuderci, ci piace pensare che tutto, o quasi, dipenda dalla nostra volontà. Ci piace pensare di essere gli artefici della nostra vita, del nostro destino. Contenti voi… Ma quando fra non molto, ormai ci siamo quasi, scopriranno i segreti dei meccanismi mentali, allora sarà tutto più chiaro, anche se sarà molto, ma molto difficile accettarne le implicazioni e le conseguenze. Ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. E soprattutto ricordate che ” La volontà è un effetto del pensiero, non la causa. E che, quindi, “la volontà è involontaria.”

P.S. E il bello è che non sto scherzando… Riferimenti: ( Torre di Babele)

18 pensieri su “E la volontà ?

  1. zarima

    Giano ! Mi fà piacere trovare un tuo commento sul blog ologramma, consapevole di non essere più assidua come una volta…spero di mantenere i miei propositi con la frequenza di un tempo; a presto dunque ! Un abbraccio. ;-)))))

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  2. fragmenta

    SOCRATE – Poco fa chiedevo proprio questo: non ti sembra che siano sempre diversi colui che utilizza uno strumento e ciò che viene utilizzato?
    ALCIBIADE – Mi sembra di sì.
    SOCRATE – E che cosa dobbiamo dire del calzolaio? Taglia soltanto con gli strumenti, o anche con le mani?
    ALCIBIADE – Anche con le mani
    SOCRATE – Si serve, dunque, anche di queste?
    ALCIBIADE – Si.
    SOCRATE – E non si serve anche degli occhi nel tagliare il cuoio?
    ALCIBIADE – Si.
    SOCRATE – Ma abbiamo convenuto che sono diversi colui che si serve di qualcosa e ciò di cui si serve?
    ALCIBIADE – Sì.
    SOCCRATE – Dunque, calzolaio e citarista sono diversi dalle mani e dagli occhi di cui si servono?
    ALCIBIADE – E’ chiaro.
    SOCRATE – E l’uomo non si serve di tutto il corpo?
    ALCIBIADE – Senz’altro.
    SOCRATE – Ma non ci risultava diverso chi si serve di qualcosa da ciò di cui si serve?
    ALCIBIADE – Si.
    SOCRATE – Pertanto, l’uomo è diverso dal suo corpo?
    ALCIBIADE – Sembra di si.
    SOCRATE – Che cos’è, allora, l’uomo?
    ALCIBIADE – Non so che cosa rispondere.
    SOCRATE – Però, sai che è ciò che si serve del corpo.
    ALCIBIADE – Si.
    SOCRATE – Vi è forse qualcos’altro che se ne serve, al di fuori dell’anima?
    ALCIBIADE – Nient’altro.
    SOCRATE – E se ne serve comandandogli?
    ALCIBIADE – Si.
    SOCRATE – Penso che anche su tale altra questione nessuno possa avere un parere diverso.
    ALCIBIADE – Quale?
    SOCRATE – Che l’uomo sia almeno una di queste tre cose.
    ALCIBIADE – Quali?
    SOCRATE – O anima, oppure corpo, oppure entrambi insieme, come un tutto unico.
    ALCIBIADE – Senz’altro.
    SOCRATE – Ma non avevamo ammesso che l’uomo è ciò che comanda al corpo?
    ALCIBIADE – Esattamente.
    SOCRATE – Forse il corpo comanda a se stesso?
    ALCIBIADE – Assolutamente no.
    SOCRATE – Difatti, abbiamo detto che viene comandato.
    ALCIBIADE – Si.
    SOCRATE – Allora, questo non potrebbe essere ciò che cerchiamo.
    ALCIBIADE – Non sembra.
    SOCRATE- Ma forse, sono entrambi insieme a comandare al corpo, e questo è l’uomo?
    ALCIBIADE – E’ probabile.
    SOCRATE – Per nulla affatto: se una delle due parti non partecipa al governo, è impossibile che il loro insieme comandi.
    ALCIBIADE – Esatto.
    SOCRATE – Se, allora, non è uomo né fi corpo, né l’insieme di corpo e anima, resta, credo, da concludere o che l’uomo non sia nulla, oppure che, se è qualcosa, non sia altro che anima.
    ALCIBIADE – Perfetto.
    SOCRATE – Ed è necessario dimostrarti ancora più chiaramente che l’anima è l’uomo?
    ALCIBIADE – Per Zeus, mi sembra abbastanza dimostrato.
    SOCRATE – Anche se non è una dimostrazione rigorosa, bensì soddisfacente, ci può bastare: avremo una conoscenza rigorosa quando troveremo ciò che ora abbiamo trascurato, trattandosi di una lunga ricerca.
    ALCIBIADE- A che cosa ti riferisci?
    SOCRATE – A ciò che dicemmo poco fa, ossia che, innanzi tutto bisogna ricercare che cosa sia questo se stesso. Adesso, invece, al posto del se stesso abbiamo cercato che cosa sia in sé ogni singolo. Forse basterà, perché non si potrebbe dire che vi sia qualcosa di più alto dell’anima.
    ALCIBIADE – No di certo.
    SOCRATE – Pertanto, è giusto credere che, quando tu ed io conversiamo insieme, servendoci di parole, la mia anima si rivolga alla tua?
    ALCIBIADE – Esattamente.
    SOCRATE – E’ proprio quello che stavamo dicendo anche poco fa: quando Socrate dialoga con Alcibiade, servendosi di parole, non le rivolge al suo viso, come sembrerebbe, bensì ad Alcibiade stesso, ossia alla sua anima.
    ALCIBIADE – Sembra anche a me.
    SOCRATE – L’anima, dunque, ci ordina di conoscere colui che comanda di conoscere se stessi. ALCIBIADE – Sembra.
    SOCRATE – Chi, allora, conosce una parte del proprio corpo, conosce ciò che gli appartiene, ma non conosce se stesso.
    ALCIBIADE – E’ così.
    SOCRATE – Di conseguenza, nessun medico e nessun maestro di ginnastica, in quanto tale, conosce se stesso.
    ALCIBIADE – Non mi sembra.
    SOCRATE – Pertanto, i contadini e gli altri artigiani sono ancora più lontani dal conoscere se stessi. Anzi, questi non sembrano neppure conoscere ciò che è loro proprio, bensì qualcosa di ancora più distante, secondo le diverse arti da essi esercitate, dato che conoscono, di quello che riguarda il corpo, ciò che ad esso giova.
    ALCIBIADE – E’ vero.
    SOCRATE – Se, dunque, è temperanza il conoscere se stessi, nessuno di questi è temperante grazie alla propria arte.
    ALCIBIADE – Non mi sembra.
    SOCRATE – Proprio per questo motivo si ritiene che tali arti siano ignobili e non siano conoscenze degne di un uomo di valore.
    ALCIBIADE – Senz’altro.
    SOCRATE – Ancora una volta, dunque, chi si prende cura del corpo, si cura di ciò che gli è proprio, ma non di se stesso?
    ALCIBIADE- Può darsi che sia così.[?]
    Io:
    La volontà può agire in riferimento all’essere e ai suoi valori, ma può
    anche staccarsi dall’essere e agire per conto suo (per il piacere di
    agire, per il godimento della volontà, per conto delle ambizioni dell’io,
    per voler raggiungere un certo ruolo, per la competizione, per
    l ‘affermazione di sé, per la concorrenza, per il prestigio da mantenere.
    “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario
    dell’uomo dove egli si trova solo con l’io, la cui voce risuona nella intimità
    propria”

    Buona lettura
    fragmenta

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  3. webmaster

    Ecco, lo sapevo: mi hai intorcinato (c’è, c’è nel dizionario) un’altra volta. Io lo so che devo leggerti con un occhio solo, da chiudere non appena suonano le campane nel cervello. Niente, mi affascini e vado avanti: col risultato che alla fine mi sento come se avessi bevuto a ferragosto un bicchier di latte ghiacciato. Per me sei il marito di Crudelia de Moon, ma le pellicce te le fai coi gatti. Ora, mannaggia, chi mi convincerà che Dio fece prima la gallina e che la gallina fece l’uovo? Nessuno, ti giuro, nessuno…. 🙂 Giuliano

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  4. giano_1

    Ciao Fragmenta, non mi aspettavo un commento simile.
    Apprezzo molto la citazione del brano platonico, anche perchè il buon Socrate è una delle figure che stimo maggiormente.
    Credo tuttavia che Platone in alcuni casi abbia “forzato” un po’ il pensiero di Socrate, come per prepararsi la strada e avvalorare col pensiero del maestro le sue successive teorie sul mondo delle idee.
    Ma non abbiamo prove nè a favore, nè contro.
    Dobbiamo, quindi, prendere per buono ciò che Platone ha scritto.
    Come nel caso di quest’opera giovanile ” Alcibiade maggiore”.

    Pur con tutto il rispetto per Platone, e per Socrate, ho l’impressione che in questo brano ci siano delle inesattezze, delle “forzature” funzionali alla tesi da dimostrare.
    Sarei tentato di rispondere con un altro dialogo.
    E forse lo farò, ma dammi un po’ di tempo.

    In quanto alla “coscienza”, forse parliamo di cose diverse.
    Non intendo parlare della coscienza morale, ma semplicemente della condizione di consapevolezza dell’agire e del pensiero: lo stato di “coscienza” distinto da quello di “non cosciente”.
    Non è un discorso facile da affrontare.
    Eppure è il tema del mio secondo post.
    Potresti vederlo, volendo, in archivio nella prima settimana di blog (16 giugno 2003).
    E’ giusto un accenno di un argomento che mi affascina e che considero fondamentale.
    Ogni tanto mi viene voglia di riproporlo, come in questo caso, ma so benissimo che non è argomento da blog.

    Credo che dovrò rispondere in maniera più chiara.
    Ci proverò.
    Ciao :)))

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  5. dani-Dyodì

    Il nostro corpo è perfetto. Anche lo stomaco non ci mette la volontà per digerire. O il cuore a pompare sangue. Diciamo che sono delle volontà involontarie. Anche il pensare è involontario. Abbiamo solo una capacità da esercitare con una intenzione ben precisa e voluta: quella di renderci consapevoli di questi meccanismi di volontà involontarie… 🙂 e magari dirigerci consapevolmente dove pensiamo, anche se involontariamente :), sia meglio andare.

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    1. Giano

      Già, mi ha sempre lasciato perplesso sentire la definizione del cuore come “muscolo involontario”. Mi chiedevo: ma perché gli altri organi sono volontari? No, non lo sono; per fortuna. Stranamente riteniamo, però, che tutto dipenda dalla nostra volontà. Poi, se esaminiamo in dettaglio le funzioni del corpo umano, scopriamo che di volontario non c’è niente; nemmeno il pensiero che è una reazione di tipo biologico agli stimoli esterni che percepiamo con gli organi sensoriali. E’ così evidente che non c’è bisogno neppure di dirlo. Siamo noi a decidere volontariamente i sogni? No. Eppure la mente funziona, anche senza un preciso atto di volontà; tanto è vero che nello stato di sonno non siamo noi a decidere cosa sognare. Anzi, quando ci si sveglia ci si stupisce deI “non senso” dei sogni. Eppure è il nostro cervello che pensa. Quindi anche il cervello è un organo involontario. In realtà il processo mentale non è diverso da quello che avviene in stato di veglia. Il cervello è lo stesso, il funzionamento pure; cambia solo che da svegli abbiamo consapevolezza del pensiero, cosa che non abbiamo nello stato di sonno. Invece, incredibilmente, non vogliamo accettarlo; ne resterebbe sminuito il nostro orgoglio di “animale intelligente” che ha la presunzione di essere l’artefice del proprio pensiero, del proprio destino e di quello dell’umanità. Quando cominciamo a capire che così non è, ammesso che si arrivi a capirlo, ormai è tardi per rimediare.

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  6. dani-Dyodì

    … mmmm…. e i sogni lucidi? si può tentare di mandare i sogni dove si vuole con l’intenzione…
    Quando si capisce quanta sia stupida la follia dell’ Ego, la presunzione di voler essere perfezionisti per esempio, la razionalità che pensa di volere e potere tutto… allora si fa un salto importante. Non è vero che quando si arriva a capirlo è troppo tardi. Diventa un altro viaggio. Un modo differente di porsi davanti alle cose, Quindi davanti a se stessi. Si diventa testimoni di quell’io, lo si osserva e quindi con la consapevolezza si può orientare la propria vita mettendoci l’intenzione giusta. Grazie all’intuito dell’emisfero destro che finalmente scardina il potere autoritario dell’emisfero sinistro razionale, quindi limitato. La collaborazione dei due in accordo può veramente creare e non solo Arte.
    Si, comprendo ciò che dici sul teatro. Una stanchezza pazzesca. Anche io ho fatto teatro e me ne sono allontanata per noia, per poter fare ogni tanto solo le mie performances con i miei testi e musiche.
    Ciao Giano…

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    1. Giano

      Avevo già finito di scrivere il commento e, non so come, è sparito tutto. Le cose che mi fanno maledire queste diavolerie della tecnologia. Va bene, pazienza e ricominciamo. I sogni restano un mistero. Solo raramente mi è capitato di avere coscienza di sognare e talvolta di rendermi conto che stavo vedendo scene già viste in altri sogni. Ma sono attimi di lucidità, a metà strada fra conscio e inconscio. Di solito non ci rendiamo conto di sognare. Lo capiamo solo al momento del risveglio. Ho sempre cercato di capire il meccanismo mentale dei sogni, ma devo ammettere che c’è qualcosa che sfugge ad ogni tentativo di analizzarlo. Intendo dire nel momento stesso in cui stai vivendo il sogno. C’è una specie di blocco che impedisce al cervello di “guardare” il sogno da una posizione esterna e conscia. Così come credo che i matti non si rendano conto di essere matti, se non forse in rari sprazzi di coscienza. Ci rinuncio.
      Quando dico che “quando si arriva a capirlo è troppo tardi”, intendo dire in tarda età, nella vecchiaia, quando ormai è tardi per rimediare agli errori fatti. Perché questo succede spesso; si passa la vita convinti della bontà di un’idea, poi quando stai per crepare ti rendi conto di aver sbagliato tutto. Una bella fregatura. Ci sono molti esempi simili, anche di personaggi illustri. Mi viene in mente uno per tutti, Tiziano Terzani, scrittore e guru della sinistra. Ha passato la vita in giro per i paesi dell’est, Cina, Vietnam, poi da anziano si è ritirato, ha rinunciato a scrivere ed aveva rari contatti col pubblico. Salinger, l’autore del Giovane Holden, fece addirittura di peggio. Ritiratosi in una casa isolata nel mezzo di una foresta, non solo non aveva contatti con il mondo, ma sparava a vista a chiunque tentasse di avvicinarlo per un’intervista. Terzani non arrivò a tanto, ma certo finì la vita molto disgustato da ciò che aveva visto. Di Hanoi diceva che era una città ormai simile a tutte le altre città occidentali con tutti i difetti del consumismo. Tanto valeva lasciarla in mano agli americani, disse; avrebbero fatto lo stesso e meglio. Ma una frase ricordo in particolare, detta ad uno dei pochi amici che andavano a trovarlo poco prima della morte. Gli chiesero come vedeva il mondo. E rispose, cito a memoria: “Prima lo vedevo fatto a spicchi. Ora lo vedo come un tutt’uno.”. La prima cosa che mi venne in mente leggendo quella frase fu: “E bravo Terzani. Ed hai impiegato 70 anni per capirlo?”.
      Anche i rivoluzionari russi hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Ma prima hanno sterminato l’intera famiglia dello Zar e di tutta la nobiltà russa, hanno eliminato milioni di kulaki e di oppositori del regime, hanno distrutto l’intero sistema economico imponendo il controllo dello Stato su tutta la produzione e portando l’Ucraina, che era il granaio di Mosca, al crollo della produzione ed alla morte per fame di decine di migliaia di ucraini. Poi, un bel giorno, dopo 70 anni dalla rivoluzione d’ottobre del ’17, nel 1989 abbattono un muro a Berlino, abbattono steccati, recinti e recinzioni, e ricominciano a costruire la società capitalista com’era prima della rivoluzione. Tanto valeva lasciare le cose come stavano e tenersi vivo lo Zar.
      In quanto al teatro è andato degradando a partire dagli anni ’70, dalle avanguardie, la sperimentazione, teatro gestuale e palle varie. In quegli anni la programmazione, nella nostra città alla periferia dell’impero, era affidata a compagnie appena costituite, ed era fatta soprattutto con testi del Teatro dell’assurdo: Beckett, Ionesco, Pinter, Albee etc. La gente pensava che si trattasse di un particolare interesse per quel genere di teatro. La spiegazione era un’altra. Erano testi facili da mettere in scena per via delle scenografie ridotte al minimo. Molti anni fa Marzullo chiese a Mario Scaccia, ospite nel suo programma notturno, se andasse a teatro. Scaccia rispose di no. “Come mai?”, chiese Marzullo. “Perché mi annoio”, rispose Scaccia. E se lo dice lui. Lo ricordo interprete insieme a Fiorenzo Fiorentini di un classico del teatro dell’assurdo: Aspettando Godot. Un testo che per tanto tempo è stato sul mio comodino, insieme a La cantatrice calva di Ionesco, ed altri. Testi che a forza di leggerli e rileggerli li conoscevo quasi a memoria ed erano fra i miei preferiti. Bene, finalmente ebbi modo di vederli rappresentati a teatro. Bravo Scaccia, bravi gli altri, ma…durante l’intervallo mi alzai e andai via: mi stavo annoiando. Come Scaccia. Ancora oggi, quando ci penso non riesco a spiegarmi la ragione; eppure mi ero annoiato, fino al punto di andar via. “Ho detto tutto”, direbbe Totò. Buona serata…

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  7. dani-Dyodì

    Il teatro annoia ormai solo chi ha compreso , magari da sempre, che se è mera rappresentazione fatta da attori, peggio se bravi tecnicamente, non sarà mai vero Teatro. Tutti gli altri… ancora sono convinti che il teatro sia farsi “raccontare” o raccontare.
    Carmelo ha tentato di farlo capire in giro facendosi anche molti nemici.
    Diciamo che facciamo parte di una schiera che non ama “il così fan tutti”. Non certo per essere originali a tutti i costi ma se non si capisce una volta per tutte che l’esperienza di vita, di cultura, di letture, di ascolto, etc… fa prendere scelte totalmente diverse da quelle degli altri ci saranno sempre da una parte una maggioranza che solo per questo pensa di aver ragione e dall’altra chi viene o emarginato come outsider, oppure totalmente ignorato con una voluta indifferenza. Si è costretti a non partecipare. Si abbraccia la solitudine ricchissima di chance per la propria creatività ma ci si ritrova troppo in anticipo rispetto agli altri.
    Di lavoro di tanti per i posteri è piena la Storia di tutte le Arti.

    Ma a proposito di Terzani poche volte ho visto così tanta serenità e scelte di cambi di vita così limpide. Ha scelto di vivere il qui e ora, la meditazione, la pace, e grazie a questa è riuscito a viversi l’uscita da un mestiere che gli ha mostrato lo schifo del mondo e la malattia. Se alla fine della vita, magari prima è meglio.. :-), si riesce a sorridere delle disgrazie e delle peripezie di questa vita tanto bella che tanto insulsa… w i cambiamenti! w le metamorfosi…
    Anche perché certi cambiamenti avvengono solo quando si son fatte le esperienze più pesanti con coraggio… più difficile che capitino a chi vive una vita preconfezionata senza mai guardarsi dentro.

    Ora io non so quanti anni tu abbia, a volte sembri un 32enne, a volte un 46enne… a volte molto più grande… e trovo interessante avere contatti virtuali con chi non si conosce, di cui non sai nulla… ti basi solo su come scrive, capti la sua cultura, le sue convinzioni. le sue passioni, la sua ironia e/o la sua profondità, e ti fai un’idea anche fisica a volte… ma non è facile capirsi, si finisce ognuno dicendo la propria e ascoltando quella degli altri ma certi argomenti sono difficili da discutere.

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    1. Giano

      Mi sa che condividiamo lo stesso amore/odio per il teatro. Io, comunque, ho smesso già da molti anni di occuparmene, mentre tu, se non ho capito male, ancora lo segui. Bene, coraggio e non lasciarti scoraggiare dalle difficoltà. Credo che molti facciamo teatro, o altre attività di tipo culturale, perché ricevono lauti contributi pubblici. E non è una mia impressione. Lo dico per esperienza diretta. In quanto a Terzani non è che ce l’ho con lui in particolare. Mi è rimasto impresso quell’aneddoto che lessi molto tempo fa perché citava quella visione del mondo come un “tutt’uno”, rispetto alla sua precedente visione “a spicchi”. Immagino che vedere il mondo a “spicchi” fosse la visione normale della maggior parte della gente: una visione per stereotipi, paradigmi, categorie, schemi preconcetti che incasellano uomini, fatti, eventi, fenomeni, storia, letteratura, ideologie, in bacheche espositive con tanto di didascalia esplicativa in cui sono raccolti i vari esemplari delle specie da collezione, come le farfalle. Da guardare e accettare come unica rappresentazione possibile della realtà. Un po’ come gli elenchi “Buoni-Cattivi” a scuola. Ma il mondo non è divisibile in maniera così netta. Esistono anche le categorie intermedie, quelle con prevalenza degli aspetti buoni o di quelli cattivi, quelli difficili da inquadrare perché sono mutevoli e cambiano spesso classificazione. Non ci sono due categorie “Buoni e cattivi”, ne esistono migliaia. E sono in continua combinazione, formando sempre nuove tipologie e variabili. Quindi impossibile da stabilire una classificazione definitiva. E questo vale per tutti gli aspetti della realtà. Poi esiste un altro modo di guardare il mondo: vederlo come un tutt’uno, un’unica entità complessa, in cui tutte le componenti sono legate fra loro, interdipendenti, e si aggregano, si uniscono, si influenzano a vicenda, in una specie di moto perpetuo in cui è impossibile stabilire causa ed effetto, prima e dopo, priorità di valori, ma dove tutti gli elementi sono ugualmente partecipi dello stesso momento vitale; un turbinio di vita che lega minerali, vegetali, animali in un unico destino in cui tutti hanno il loro preciso posto, scopo e ruolo nell’universo; dalle formiche agli elefanti, dal prezzemolo alle sequoie, dalla pioggia al vento, dal fango ai diamanti, dalla gioia al dolore, dal riso al pianto, dalla nascita alla morte. Tutto è legato e interdipendente. E tutto si consuma nello spazio di un attimo di eternità. Pochi versi esprimono così bene la caducità dell’esistenza come quelli di Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuore della Terra trafitto da un raggio di sole; ed è subito sera.”. Tutto qui. Ma in quell’attimo di vita, contemporaneamente, vivono altri milioni di esseri, inconsapevolmente uniti nello stesso destino. Una visione quasi da fisica quantistica, visto che tu l’hai citata in un altro commento. Come la metafora della farfalla che vola in Brasile (o in Cina, secondo le versioni) e genera un tornado a New York. Questa, detto in breve, è la visione del mondo come un tutt’uno. Con tutte le conseguenze del caso. Ma non è facile da esprimere. Si corre il rischio di usare circonlocuzioni lunghe e complesse che, forse, più che spiegare il concetto, lo ingarbugliano e confondono. Chiedo scusa. Bene, questa visione del mondo l’ho avuta molto presto, poco più che ragazzo. E quando si ha questa idea del mondo non è facile convivere con chi ragiona, come dicevo, per paradigmi e preconcetti, con nozioni mal digerite e per capire cosa sta osservando ha bisogno di leggere la didascalia. Ciò che mi ha sorpreso di Terzani è che, nonostante fosse un intellettuale, lo abbia capito solo a 70 anni. Ho la sensazione che per tutta la vita sia stato bloccato dall’avere una visione del mondo condizionata dalla sua ideologia politica che ha il gravissimo difetto di dividere proprio l’umanità in buoni e cattivi, padroni e servi, lavoratori e sfruttatori, ricchi e poveri. E quando si cresce con questa ide è difficile cambiarla. Purtroppo, però, porta sempre a conclusioni sbagliate. Ecco perché mi è rimasta impressa quella frase.

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  8. dani-Dyodì

    … Commento con un aforisma…

    C’è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all’angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente.

    Jiddu Krishnamurti

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    1. Giano

      Sì, forse, ma chi decide la trasformazione della mente è la mente stessa (inconsciamente), non la nostra volontà che è un effetto della mente, non la causa. Questo lo ha capito Krishnamurti? Mi viene in mente una vecchia storiella zen che lessi in rete e che mi ispirò un post. La riporto:

      Il patriarca shou shan brandì la mazza davanti alla congregazione dei monaci, dicendo: “Se la chiamate mazza ne insultate l’essenza. Se non la chiamate mazza volgete le spalle alla realtà. Ditemi voi tutti, ditemi allora come la chiamerete!”

      Bella domanda vero? Noi abbiamo i nostri bei problemini a cercare di capire i discorsi di politici, opinionisti e vari maestri del pensiero, ma anche questi poveri orientali non se la passano poi tanto bene; specie se sono monaci ed hanno a che fare con shou shan e le sue domande della mazza. Immagino la perplessità di questi poveri monaci. Comunque rispondano sbagliano. Non c’è scampo, lo zen è così. Allora mmagino che la storiella potrebbe avere questo seguito.
      Allora i monaci presero l’oggetto che il patriarca shou shan teneva in mano, che alcuni chiamavano mazza ed altri non sapevano come chiamare, e con quello cominciarono a colpire ripetutamente il patriarca.
      Ed infine chiesero: “Patriarca, tu che sai come chiamare le cose, dicci: come chiameresti questo oggetto col quale ti abbiamo colpito?“.
      Ed il patriarca, stoicamente insensibile alle bastonate ricevute, rispose: “Se lo chiamassi mazza insulterei l’essenza dell’oggetto. Se non lo chiamassi mazza volterei le spalle alla realtà.” E tacque.
      Allora i monaci ripresero a randellarlo con più forza, fino a ridurlo quasi in fin di vita.
      E ancora chiesero: “Patriarca, dicci, con che cosa ti abbiamo randellato?”
      Il vecchio e saggio patriarca, con un filo di voce, rispose: “Non so come chiamarlo, ma…fa un male boia!”.
      Da quel giorno i monaci seppero come chiamare quell’oggetto: “Quella cosa che fa un male boia!”.
      Ringraziarono il patriarca per aver dato un nome a quella mazza che non è una mazza ed il patriarca, da quel giorno, si guardò bene dal fare domande del ca… pardon, della mazza!

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  9. dani-Dyodì

    etimologia di MAZZA
    mazza  1. attrezzo a forma di grosso MARTELLO utilizzato nei lavori edili e stradali per spaccare pietre, costituito da un’asta fissata ad una testa contundente per mezzo di un occhiello centrale; anche: mazzuolo (in genere di legno), mazzetta (più piccola), mazza ferrata (armi)
    1. (SPORT) bastone utilizzato nel BASEBALL nel Golf, e in altri sport…
    Bisognerebbe sempre ricordarsi che il significato delle parole è quello che gli diamo.
    L’oriente capiì la fisica quantistica molo prima della scienza di oggi.
    La medicina antica cinese solo oggi viene presa in considerazione da solo alcuni medici.

    Prima di giudicare con i propri limiti io decido da sempre di conoscere senza pregiudizi alcuni. L’oriente, come ogni altra cosa, persino l’occidente, è da comprendere con l’esperienza. Solo riscoprendo alcune verità in se stessi puoi confermarne la verità Oppure giudicarla non conforme alla propria natura.
    Penso… anzi, sicuramente sono.

    😉
    P.S.

    La trasformazione della mente è (volontaria o involontaria che sia), un processo che richiede tempo. Avviene. Se avviene. E se non avviene significa che non hai (è un tu generico) permesso di instaurarne il processo.

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  10. dani-Dyodì

    Io ora non posso postarti i migliaia dei miei post dal 2013 in poi su argomenti simili a quelli che tratti tu, anche se in maniera diversa, Giano. Le mie invettive, anche poetiche, su questi argomenti. Anche perché preferisco sempre aggiornare i miei punti di vista riscrivendoli. Non perché li cambi ma perché preferisco risintetizzare i concetti sempre con parole e argomentazioni diverse.
    Ecco perché amavo e amo i commenti. Sono l’unica possibilità di interloquire direttamente con un “TU” parlando anche a tutti gli altri che leggono, se li leggono.
    Infatti reputo più divertente anche per me leggere due che discutono che non solo sentire monologhi o solo punti di vista unici, a meno che non siano fresche uova di giornata, compresi i miei.
    Probabilmente tutto lo schifo e la desolazione deriva anche e forse soprattutto dal fatto che opinionisti o giornalisti o politici impongono il loro punto di vista e vince sempre chi ha più ascolto o più spazio nei programmi.. Ma neanche le varie battute e risposte alla Sgarbi, Travaglio e dialoghi e e Grandi Fratelli, discussioni accese .. etc… tra questi e quelli mi stanno bene. Penso infatti che siano tutti voluti e fatti ad hoc per l’odiens con il risultato di disorientare ancor di più chi ascolta.
    Nei forum e nei blog c’è la possibilità invece di discutere e riportare a galla certe convinzioni aggiornandole proprio nei commenti. Il fatto è che quasi nessuno commenta e chissà se e quanti leggono o si soffermano solo sui titoli…
    Io ho avuto nei miei blog e nei forum a cui ho partecipato, la fortuna di poter almeno avere qualche commentatore davvero interessante e non certo con dei: “bello! mi è piaciuto un sacco!!!”, grazie ai quali riconfermare certi concetti sempre appunto aggiornandoli tramite risposte… Infatti la grande fregatura dei blog e dei forum è una sola: tutto viene ingoiato e a risalire a post di anni prima sembra di guardare al passato. Sarà che vivo nel qui e ora e semmai il mio sguardo è più incline a guardare verso il futuro, non al passato.
    La sensazione è di leggere dei quotidiani di anni fa. Chi legge dei quotidiani di anni fa? Mah!
    Penso anche che i discorsi siano infatti sempre gli stessi ma è proprio il fatto di “riproporli” sempre con date odierne che cambia tutto.
    Ecco perché amo i commenti, i forum e le differenze di opinioni. Nel rispetto reciproco, s’intende.
    Oppure mi leggo testi, libri, tomi…

    🙂

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