Il tempo non esiste

Vatti a fidare della scienza. Per tanto tempo abbiamo creduto che il nostro universo fosse tridimensionale. Poi, per complicarci la vita, ci hanno detto che esiste una quarta dimensione, il tempo: difficile rappresentarlo, pensarlo, descriverlo, ma reale. Non abbiamo ancora capito esattamente cosa sia e come valutarlo, ed ecco l’ultimissima: il tempo non esiste.

Se chiedi ad una farfalla cos’è il tempo non ti risponde; non può permettersi il lusso di sprecare istanti preziosi per fornire spiegazioni inutili. L’uomo, al contrario, ha una particolare predisposizione a dilungarsi in discorsi inutili ed a porsi domande alle quali non troverà mai risposta. Eppure, agli occhi dell’universo, l’uomo non ha molto più tempo di una farfalla.

Ma il tempo è una dimensione di cui ci sfugge l’essenza. Ciò che noi misuriamo non è il tempo, ma la nostra idea del tempo: un’illusione. Se il tempo non fosse una illusione, ma fosse qualcosa di reale, misurabile e quantificabile esattamente, potremmo raccoglierlo, stiparlo in appositi raccoglitori, in modeste scatolette di latta, in raffinati portagioielli, o dentro scatole colorate e profumate, come quelle dove si usava conservare le lettere d’amore. Su ogni scatola potremmo stampare il titolo e la data e poi sistemarle in buon ordine in un armadio riservato, come una preziosa cassaforte: l’armadio del tempo. Potremmo salvare, così, eventi speciali, giornate ed istanti, incontri, discorsi, emozioni, visi e sorrisi, carezze e tenerezze, volti e voci di persone care. E potremmo, a nostro piacere ed in qualunque momento, aprire quell’armadio, prendere una scatola e rivivere una giornata o un momento particolare. Se il tempo non fosse un’illusione il treno della vita sarebbe sempre puntuale e noi pure. Invece, tante volte lo perdiamo, perché sia il treno che il tempo sono solo illusioni e quell’armadio non esiste. Noi stessi ci illudiamo di essere ciò che non siamo.

 

Macron e la democrazia

In democrazia governa la minoranza. Sembra una battuta, ma è una cosa seria. Invece, dire che la democrazia è “il governo del popolo” la fanno passare per una cosa seria, invece è una battuta. In democrazia tutti hanno il potere, eccetto il popolo. Il fatto che dicano il contrario e lascino credere che sia il popolo a scegliere liberamente i propri rappresentanti è solo un inganno. “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“, diceva Marcuse (ogni tanto ne diceva un giusta).

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Stefano Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione. Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.“.

Mi pare che l’esempio dimostri in maniera chiarissima quello che intendo dire. Stranamente però, nessuno si pone mai il problema di chiarire questo piccolo dettaglio. Forse perché nessuno ha interesse a farlo; si corre il pericolo di delegittimare il voto popolare, gli eletti, le elezioni ed il principio della rappresentatività nel sistema democratico. Meglio far finta di niente e proseguire questa autentica truffa ideologica. Ed arriviamo ad oggi. Si sono appena svolte elezioni in Gran Bretagna, in Italia ed in Francia.  Prendiamo in considerazione quelle francesi perché tutti i media hanno dato grande risalto al candidato Macron, esaltandone la vittoria e lo straordinario risultato elettorale (Clamoroso trionfo per Macron).  Sarà davvero così straordinario? Vediamo.

Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio contro Marine Le Pen per le elezioni presidenziali, dopo aver vinto il primo turno con una percentuale di circa il  30%. Se ci fermiamo a prendere in considerazione questo dato rischiamo di commettere già  un errore; sembrerebbe, infatti che quel 30% rappresenti il consenso di 1/3 dei francesi. Ma non è così. In Francia, sia al primo che al secondo turno, ha partecipato al voto il 50% degli aventi diritto. Macron ha preso il 30% di quel 50% di votanti. Ovvero circa il 15% del totale degli aventi diritto al voto. Eppure con il consenso del 15% della popolazione adulta (“contro” o almeno “senza” il consenso del 85% dei cittadini), vince il primo turno, va al ballottaggio, vince,  si prende circa il 70% dei parlamentari (fra 400 e 445 su 577) e governa. Macron ha la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e governa la Francia, avendo solo il consenso del 15% dei francesi. Il 15% di elettori è una maggioranza? No. Macron ha il consenso della maggioranza dei francesi? No. Il fatto che al secondo turno la percentuale sia raddoppiata è dovuto al fatto che molti lo hanno votato per fermare Le Pen e la destra. Quindi non sono voti “pro” Macron, ma sono voti “contro” Le Pen. Non cambia la sostanza del fatto che rappresenta una esigua minoranza dei francesi. Allora, non vi pare che in questo sistema elettorale democratico che determina la scelta dei rappresentanti e la loro legittimazione a governare in nome del popolo  ci sia qualcosa di strano? Sbaglio quando dico che in democrazia governa la minoranza? No, è la pura e semplice verità. Ma a quanto pare va bene così. Bella la democrazia.

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

(Post di dieci anni fa, ma sempre valido) Nei giorni scorsi, il 10 dicembre, si sono celebrati i 60 anni della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Bel documento, pieno di lodevoli propositi e buone intenzioni. Peccato che restino tali. Peccato che sia un lungo elenco di “diritti” che restano sulla carta. Peccato che non sia citato, fra i tanti diritti, nessun dovere. Quando avremo anche una bella “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo”, forse, saremo a posto.

Peccato, infine, che il principio stesso della “libertà”, che è alla base della Carta, sia messo in dubbio, o contraddetto, già nel primo articolo.

Art. 1): ” Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Già la prima frase dell’articolo 1 si presta a molte considerazioni sul concetto di “eguaglianza”, che però ci porterebbero molto lontano. Limitiamoci, quindi, alla seconda proposizione. Ci sono in una sola riga due affermazioni ed entrambe discutibili. La prima riguarda l’affermazione che tutti gli esseri umani siano dotati di ragione e di coscienza. E’ un’affermazione o un auspicio? Già, perché la ragione è la capacità raziocinante, che può manifestarsi in misura diversa in ciascun individuo, fino ad essere molto limitata o quasi inesistente, se non, per traumi o malformazioni congenite, inibita del tutto. Lo stesso dicasi per la coscienza che non è altro, al di là di differenze concettuali astratte e non rispondenti alla realtà, un aspetto della capacità raziocinante, ovvero della stessa ragione, o della attività mentale, o di quello che chiamiamo genericamente “Pensiero”. Questa differenza della capacità ragione/coscienza, presente nei singoli individui in maniera diversa, contraddice il principio di eguaglianza.

La seconda affermazione, ove afferma che tutti gli esseri umani “devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”, è ancora più contradditoria. Non solo è l’esempio lampante di quelle belle affermazioni che sono solo buone intenzioni, ma non hanno alcun riscontro nella realtà, ma è anche in contraddizione con il diritto fondamentale alla libertà di pensiero e di espressione (articoli 18 e 19). Il verbo “devono” esprime, infatti, non un auspicio, ma una imposizione comportamentale che, come tutte le imposizioni, pone necessariamente dei limiti alla libertà di scelta individuale. Si stabilisce con una norma l’obbligo di agire in spirito di fratellanza. E se qualcuno non avesse voglia di agire secondo questo criterio? Non è libero di dissentire? Oppure è libero di essere un criminale, un assassino, un terrorista, un pedofilo, un razzista, un dittatore sanguinario che stermina milioni di avversari, e continuare a godere di tutti i diritti garantiti dalla Carta, nonché di essere dotato di “ragione e di coscienza”? La libertà di pensiero individuale non può essere limitata da un “obbligo” morale. Si può limitare, con opportune leggi, l’attuazione pratica di forme di libertà di pensiero che si concretizzino in atti dannosi per la comunità. Ma non si può obbligare qualcuno a pensare di dover agire in spirito di fratellanza. Non c’è Carta che tenga e che possa ottenere questo risultato.

Questa dichiarazione, quindi, o è solo una dichiarazione di buone intenzioni, oppure si applica solo alle persone che già, per natura, siano inclini ad agire in spirito di fratellanza. Ma in tal caso non avrebbero bisogno di regole scritte.

In fondo, affermare che gli uomini “devono” agire in spirito di fratellanza, non è altro che riconoscere ed affermare l’esistenza di un “dovere” dell’uomo. Ovvero, riconoscere che non esistono solo i diritti, ampiamente ribaditi dalla Carta, ma anche i doveri. Ecco, quindi, che la “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo”, non è poi così campata per aria o provocatoria, come potrebbe sembrare.

La dichiarazione di principi astratti, che non tenga conto della natura umana, è destinata a restare solo una bella dichiarazione d’intenti. Come è, appunto, la Carta in questione che, al di là delle celebrazioni, resta inattuata e disattesa tranquillamente in gran parte del mondo. E se dopo 60 anni è ancora inattuata, qualche motivo deve esserci (dicembre 2008)

Gli uomini sono tutti uguali in dignità e diritti, dicono. Anche questi? (Questo è un cucciolo di foca)

Vedi: L’uomo è più stupido di quanto si pensi.

Dio ama i gay

Lo dice il Papa. Ho scritto spesso in questi anni che Bergoglio parla troppo, parla a vanvera e non si rende conto di quello che dice. E più passa il tempo e più ne sono convinto. Ecco, per esempio, l’ultima  bergogliata del giorno.

Papa gay Dio

Dio ti ama come sei“, dice, rivolgendosi a Juan Carlos Cruz, un omosessuale che da piccolo ha subito violenze sessuali da parte di padre Karadima, un prete cileno accusato di pedofilia. Quella di Bergoglio sembra una frase corretta, un esempio della grande misericordia divina. Ma non è così semplice. La sodomia, praticata dai gay, è un peccato grave.  Se Dio ama i gay, allora ama i peccatori. Ma allora che senso hanno i Dieci comandamenti, se Dio vi ama comunque anche se non li rispettate e vivete nel peccato? Tanto vale annullare i Comandamenti e le regole morali, e lasciare che la gente faccia quello che gli pare: il peccato non esiste più. Tanto Dio vi ama comunque. Lo dice il Papa.

E non basta. Secondo quanto riporta la stampa avrebbe anche detto: “Juan Carlos, il fatto che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo e a me non interessa. Il Papa ti ama come sei. Devi essere felice di chi tu sia’“.  Anche questa sembra una semplice dichiarazione di perdono e amore. Ma non è così. Se Dio lo ha fatto così e così lo ama, l’uomo non ha più nessuna responsabilità per le proprie azioni. Se pecca è perché Dio lo ha fatto così, peccatore. Ma allora che fine fa il libero arbitrio?

Ed ecco un’altra notizietta edificante sul rapporto fra Chiesa e mondo Lgbt.

.Vescovo gay

Reggio Emilia: veglia di preghiera omosex“. Tutto normale. Proprio oggi Bergoglio ha detto che Dio i gay “li ama come sono“. La Chiesa accoglie tutti, anzi ama e accoglie prima i peccatori, come pecorelle smarrite. Quindi: “prima i gay, lesbo, trans e assimilati”. Ma anche ladri, assassini, stupratori, delinquenti vari: in quanto peccatori hanno la precedenza ed un riguardo speciale. Poi, se c’è tempo e voglia pensiamo anche ai fedeli non peccatori. Ma vi sembra normale questa Chiesa? E questo Papa?

Ama il prossimo tuo

Amare il prossimo, anche se il prossimo è il tuo peggior nemico?  Sembrerebbe di sì. Questo ripete spesso il Papa; dice che è il messaggio evangelico. Amare il prossimo come se stessi significa, quindi, amare anche il proprio nemico, amare chi ti odia e chi mette a rischio la tua stessa vita. Significa amare i malvagi, i truffatori, i ladri, gli assassini, i criminali. Significa mettere sullo stesso piano il bene ed il male, l’amore e l’odio, la vita e la morte. Ma si dice che al mondo esiste il male, il diavolo, Satana, e che il male va combattuto con tutte le nostre forze. Si dice che alla fine dei tempi il male sarà sconfitto ed il bene trionferà. Significa che è in atto da sempre una lotta fra il bene ed il male. Sono due entità perfettamente distinte, inconciliabili ed in eterno conflitto. Non sono sullo stesso piano, né simili, né equivalenti, né interscambiabili, né eticamente assimilabili; sono due entità che si combattono e cercano di annullarsi a vicenda.

Se il male esiste ed è una minaccia costante, significa che è diritto-dovere di ogni essere umano, e di ogni creatura vivente, salvaguardare la propria esistenza e difendersi da chi la minaccia. E’ diritto-dovere di ciascun individuo combattere chi mette a rischio la propria vita. Amare il prossimo che ci minaccia è contro la prima legge di natura insita nel profondo dell’animo umano e di qualunque essere vivente: la sopravvivenza. L’istinto di conservazione, di sopravvivenza, di riproduzione, è la prima e più forte pulsione che anima l’intera specie vivente; che sia uomo, animale o vegetale, che sia un santo, un filo d’erba o un’ameba. E’ la causa stessa della vita, della sua espressione e della sua perpetuazione. Chi attenta a questo principio, quindi, è contro natura. E come si può mettere sullo stesso piano la legge naturale che regola il mondo e chi quella legge la combatte, la disprezza, la odia e vorrebbe annullarla? Come si può affermare la necessità di combattere il male, se, al tempo stesso, si insegna ad amarlo? Come si può amare l’odio?

Quel principio di amore universale è chiaramente contradditorio, è un tragico paradosso. Ed è deprecabile chi predica la necessità di amare il prossimo come se stessi, o di perdonare sempre e comunque, a prescindere da qualunque considerazione, distinzione e valutazione di carattere morale. E’ deprecabile il principio e la sua attuazione pratica, perché le sue conseguenze sono catastrofiche per chi le applica. Amare chi mette a rischio la nostra vita è un peccato gravissimo contro la legge naturale che alberga nel cuore dell’uomo fin dalla nascita, oltreché evidente sintomo di masochismo e di idiozia.

E poiché, per i credenti, l’uomo  è creatura di Dio, è nostro dovere rispettare e difendere la vita come il dono più grande e prezioso che Dio ci abbia dato. Metterla a rischio porgendo l’altra guancia a chi ci offende o ci minaccia e, ancor più, amando il nemico, è come disprezzare il dono divino, è un peccato gravissimo contro Dio. Amare il nemico che ci minaccia e rinunciare ad usare tutti i mezzi per difendersi equivale a suicidarsi. Ed il suicidio è peccato gravissimo, perché la vita è nelle mani di Dio e solo Dio può privarcene; anche questo dice la Chiesa. Amare il nemico non è da santi, è da idioti. Checché ne dica il Papa.

Cromwell e il Parlamento

Somiglia molto al nostro. Passa il tempo, cambiano i suonatori, ma la musica è sempre la stessa. Magari anche oggi sarebbe una buona soluzione quella di Cromwell.

Da anni scrivo che “Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto“. Sembra una battuta, ma non lo è; purtroppo. Date uno sguardo a questi articoli.

Polveri sottili e malattie neurodegenerative.

India, malati di selfie.

Lo stress influisce in modo negativo su memoria e dimensioni del cervello.

Tre richiedenti asilo su 4 soffrono di problemi psichici: 

Salerno, la città dei pazzi; un maggiorenne su 3 ha problemi psichici.

Quoziente intellettivo in picchiata; specie umana sempre più stupida.

Allora, sono io che esagero e sono troppo severo? No, è vero quello che scrivo da anni: il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto, proprio perché sta impazzendo.

Attila alla Scala

Fra pochi giorni, il 7 dicembre, si apre la Stagione lirica della Scala con l’opera  Attila di Verdi. E scattano le immancabili polemiche sulla messa in scena in forma “rivisitata“, come oggi si usa, secondo le bizzarre fantasie creative del regista Davide Livermore. Le rivisitazioni, cambiando ambientazione, scene e collocazione storica  delle opere classiche, per riproporle in chiave moderna, sono ormai la norma; servono a soddisfare le aspirazioni artistiche represse dei registi ansiosi di esprimere il proprio estro creativo.

La prima contestazione riguarda una scena considerata blasfema, ambientata in un bordello, in cui una donna scaraventa a terra una statua della Madonna distruggendola. Guarda caso il 7 dicembre è la vigilia dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata. Sarà un caso, pura coincidenza? NO, è una provocazione voluta e intenzionale. Non mancheranno le contestazioni anche per l’ambientazione storica dell’opera che viene collocata nel ventennio fra le due guerre; così si presta a citazioni contro fascismo e nazismo che oggi vanno tanto di moda. Non sforzatevi di trovare una spiegazione logica a queste invenzioni del regista; non ci sono. L’unica motivazione è che sanno benissimo che queste polemiche alimentano la curiosità e la pubblicità per l’evento e assicurano visibilità mediatica per il regista che si guadagna le prime pagine di stampa.

Attila Scala

Ripeto quanto già detto in passato su queste discutibili operazioni di rivisitazione. Un’opera lirica non è un “work in progress” in cui tutti sono autorizzati ad intervenire a piacere e apportare modifiche; è un’opera d’arte compiuta in tutte le sue parti; il libretto, la musica, l’ambientazione storica, i costumi, la scenografia. Qualunque messa in scena deve tener conto di questi aspetti generali e muoversi entro quei limiti stabiliti dagli autori del libretto e della musica. A nessuno verrebbe in mente di adeguare la partitura e riscrivere l’opera in chiave dodecafonica. Nessuno si permetterebbe di riscrivere La Divina Commedia, o ritoccare le sculture di Michelangelo, Bernini e Canova, o la Venere di Botticelli. Perché, invece, registi, costumisti, scenografi, si sentono in diritto di modificare l’ambientazione storica, i costumi, le scene di un’opera lirica? Semplice; perché la gente è fuori di testa e ormai accetta tutte le peggiori schifezze e le giustifica come creatività. E’ come fare i baffi alla Gioconda o riscrivere L’Infinito in stile ermetico e giustificare lo scempio come espressione artistica. Chi non ha ancora capito (o non vuol capire) questo piccolo dettaglio è un idiota. Fosse anche un regista famoso; sarebbe un regista famoso e idiota. Punto.

Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Ma non è un problema, Tanto, non durerà ancora per molto. Mi ricorda un vecchio post su un’altra Prima scaligera di pochi anni fa.  eccolo…

La Traviata di Fantozzi (2013)

Dovevo immaginarlo che sarebbe finita come temevo. Nei giorni scorsi ho letto sul Corriere.it alcuni articoli che annunciavano l’apertura della Stagione scaligera con La Traviata (“La mia Violetta è come Marilyn“). Sapevo che la RAI avrebbe trasmesso in diretta la Prima e così mi stavo preparando spiritualmente a gustarmi da casa il capolavoro verdiano. Ma leggendo le anticipazioni sulla stampa avevo la strana sensazione che mi avrebbe riservato delle sorprese.

Già il fatto che il regista, Dmitri Tcherniakov, venga dalle gelide tundre dell’est e sia “Specialista nel repertorio russo” costituisce un primo allarme. Dice: “Ho pensato a Bergman, a quel suo costringere i personaggi dentro delle stanze e vivisezionarne gli animi“. Bergman? Quello del Settimo sigillo e del Posto delle fragole che, insieme alla Corazzata Potemkin costituiva l’incubo di tutti i cinefili frequentatori di cineforum negli anni ’60/’70? Cominciamo bene!

In compenso il direttore d’orchestra, Daniele Gatti, ci svela il suo particolare rapporto con l’opera lirica e confessa che La Traviata non è la sua opera preferita. Anche questa è un’ottima premessa, no? Dice: “Sono sempre stato interessato più alle opere dove il dramma umano viene alla luce con maggior forza…”. Forse, visto che è tanto interessato ai drammi umani, ha sbagliato mestiere; doveva fare lo psicologo, invece che il musicista. Ecco, un direttore d’orchestra il cui compito è quello di curare, interpretare ed esaltare la partitura musicale, è più interessato, invece, al “dramma umano” dei personaggi. Come se un cuoco, invece che preoccuparsi di cucinare bene, prestasse più attenzione all’abbigliamento dei camerieri e all’acconciatura della cassiera. Ma oggi sembra che sia questa la via da seguire. Infatti specifica: “Perché io sono convinto che non si debba andare sempre davanti al pubblico protetti da una sorta di rete di sicurezza. Qualche volta bisogna trovare dell’originalità in quello che si propone“.

Già, perché seguire la tradizione e le orme dei grandi direttori del passato? Meglio innovare, essere originali. Oggi tutti vogliono essere originali, per forza, ad ogni costo. E per raggiungere lo scopo spesso buttano a mare secoli di tradizioni e stravolgono ciò che è collaudato e consacrato da secoli e dall’apprezzamento generale. Ma bisogna essere “originali“, dicono. Anche una ruota quadrata, a suo modo, sarebbe originale. Ma non servirebbe a niente.

Credo che tutti o “quasi tutti” ( c’è sempre il bastian contrario, anche a teatro) gli appassionati del melodramma, quando pensano alla Traviata, ed alle altre opere, abbiano in mente la musica, le stupende arie che pervadono tutta l’opera. Non si va a teatro per interrogarsi sul dramma umano di Violetta o Alfredo, ma per godere della bellezza della musica, delle scene, dei costumi, come la si è vista rappresentata tante volte in passato. Questo ci si aspetta dalla rappresentazione della Traviata, sia essa la Prima scaligera o una edizione modesta da teatro di provincia. Perché modificarla se è già un capolavoro e va benissimo come l’hanno rappresentata fino ad oggi? Ma forse noi semplici appassionati e spettatori, noi pubblico, non abbiamo le idee chiare, visto che gli esperti, gli addetti ai lavori, i direttori d’orchestra, vedono l’opera con altri occhi.
Dice ancora Gatti: “Molti direttori d’orchestra scelgono la strada, rispettabilissima, di proseguire le tradizioni interpretative già maturate negli anni. Io sono dall’altra parte, cerco di aprirne di nuove“. Un altro direttore con vena creativa in cerca di novità. E per confermare quanto dicevo prima, insiste spiegando come intende lui la “Sua” Traviata: “… per me è prima di tutto la storia di un sopruso, un sopruso nei confronti di un essere umano“.

Ecco perché, viste queste premesse avevo qualche timore. Così, all’ora stabilita, intorno alle 17.30 mi sono sintonizzato su RAI 5, canale 23, e mi sono preparato all’ascolto, comodamente seduto e carico di aspettative. Un po’ come Fantozzi in poltrona davanti al televisore per gustarsi la partita della nazionale di calcio, con frittatona di cipolle, birra ghiacciata e rutto libero. Io, più semplicemente, mi sono accontentato di qualche dolcetto ed un sorso di vernaccia. Dopo la presentazione, interviste e riprese del teatro, intorno alle 18 parte la diretta.

Preludio. La mia prima Traviata l’ho vista da ragazzo nel lontano febbraio 1971 al teatro Massimo di Cagliari. Violetta era interpretata da una grande Virginia Zeani. Da allora l’ho rivista altre volte, sia a teatro, sia in ripresa televisiva, ma in tutte le edizioni il breve preludio del I° atto è sempre stato eseguito a sipario chiuso. Solo al termine del preludio, dopo una pausa di pochi secondi, l’orchestra cambia ritmo e tonalità, mentre si apre il sipario sul salone in casa di Violetta, dove è in corso una festa. In questa edizione, invece, il preludio viene eseguito a sipario aperto mostrando Violetta che si prepara guardandosi allo specchio, assistita dalla fedele Annina.

E già qui comincio ad avere conferma dei miei timori e del fatto che sarà una Traviata riveduta e corretta secondo i ghiribizzi innovativi del regista. Quello che dovrebbe essere un salone riccamente addobbato sembra più l’atrio di un convento. Dicono le note del libretto: “Nel mezzo è una tavola riccamente imbandita“. Della tavola imbandita non c’è traccia, né di altri addobbi, e si capisce subito, mentre gli invitati entrano in scena, la “geniale” invenzione registica che ispirerà tutta la messinscena dell’opera: la scena si svolge in tempi moderni, con i partecipanti alla festa vestiti in maniera quasi casuale, con abiti di foggia moderna, ma difficilmente collocabili negli anni, che sembrano raccattati nei mercatini cinesi di quartiere.

Così, al posto della tavola riccamente imbandita, arriva un più modesto carrello con le bevande. Più che una festa di nobili e ricchi borghesi sembra una festicciola fra amici alla Garbatella. Purtroppo i timori si sono avverati. Si tratta di una delle tante rivisitazioni di opere da parte di registi in preda a velleità creative e rivoluzionarie. Sono in preda al sacro fuoco dell’arte e si sentono autorizzati a stravolgere l’opera originale a loro piacimento. Ultimamente si vedono anche troppo spesso operazioni del genere, al limite della “criminalità artistica“. Un’altra operazione di interpretazione personale dell’opera fu una contestatissima Carmen per la regia di Emma Dante che aprì la stagione scaligera 2009.

Niente sfarzi, niente addobbi, niente luci, niente tavole imbandite, niente splendidi costumi d’epoca. Cose d’altri tempi, residui di rappresentazioni messe in atto da gente come Visconti, Zeffirelli o Strehler, con poca fantasia. Oggi i registi hanno la fantasia e la creatività che sprizza da tutti i pori. Bisogna innovare, cambiare, rompere con gli schemi prestabiliti, rompere col passato, rompere la tradizione, rompere con le abitudini, rompere con i paradigmi consolidati, rompere con tutto ciò che è vecchio. Insomma, bisogna rompere. E loro rompono. Oh, se rompono!

Ed ecco i risultati di tanta creatività. Quella che dovrebbe essere una festa di nobili e ricchi borghesi si trasforma e diventa irriconoscibile. Ricorda quelle feste di Capodanno fantozziane organizzate dal dopolavoro aziendale, che si svolgono nei sotterranei dei locali caldaie, con pietanze da mensa della Caritas ed orchestrine che scappano due ore prima della mezzanotte. Sembra ambientata in una pizzeria di periferia di un’area metropolitana degradata e squallida dove si tiene la pizzata di fine anno scolastico della Terza C. Geniale.

traviata1 Annina

Piccola nota di colore. Questa nella foto è Annina che, contrariamente alle indicazioni del libretto, appare subito all’apertura della prima scena ed accompagna Violetta durante tutta l’opera.
Chi vi ricorda? A prima vista, con quell’orribile cresta rosso ruggine, sembra Vanna Marchi vecchia maniera. Che la nostra imbonitrice televisiva abbia abbandonato la promozione di ricette miracolose e si sia data al canto? Ma a guardarla bene somiglia anche ad un altro noto personaggio. Sembra la sorella gemella di Lele Mora. Diciamo che è una via di mezzo; Lele Mora truccato come Vanna Marchi. Ma quell’acconciatura orribile sarà un’altra invenzione di questo poliedrico regista che, oltre a regia e scene, ha curato anche trucco e parrucco?

Secondo atto. L’azione dovrebbe svolgersi, sempre secondo il libretto, nel “salotto” della casa di campagna di Violetta, presso Parigi. Ma il nostro fantasioso regista preferisce ambientarla in cucina; più alla buona, più calda e accogliente. Vediamo subito una donna indaffaratissima che si muove nell’ambiente, porta degli ortaggi, versa della farina sul tavolo. Sembrerebbe una colf, come si dice oggi. Invece no, è Violetta, irriconoscibile, sciatta, vestita con un orribile vestito lungo color cacca con collettino bianco. Lo avrà portato il regista direttamente da casa sua? Lo avrà scovato nel baule della nonna? La povera Violetta, più che una dama del bel mondo, abituata a frequentare i salotti buoni ed animare le feste parigine, sembra la sguattera di una taverna di campagna della Russia degli anni ’50. Roba che non lo indosserebbe nemmeno la nonna della casalinga di Voghera in una giornata di depressione totale.

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Anche Alfredo, tanto per dare una mano ed evitare di apparire come il solito maschilista scansafatiche, lavora la pasta, tira la sfoglia col mattarello e sembra felicissimo di collaborare. Del resto è risaputo che nell’ottocento la passione di tutti i nobili e ricchi borghesi di campagna fosse quella di impastare farina ed acqua e fare le tagliatelle a mano. No? Sembrano proprio la felice famiglia del Mulino bianco.

Ma le cose si complicano, arriva Giorgio Germont; scena drammatica con Violetta che lascia la casa. Arriva Alfredo che scopre la fuga di Violetta. Altra scena drammatica; Alfredo ascolta le accorate parole del padre. Ma intanto, mentre Germont canta la sua aria, scorrazza nella stanza, si arrampica sulla credenza per cercare qualcosa che, evidentemente non trova, affetta sedano, zucchine, carote ed altro sulla tavola. Insomma fa di tutto per distrarre il pubblico.

Piccola precisazione. Se osservate delle persone o degli oggetti e, fra gli altri immobili, ce n’è uno in movimento, l’occhio istintivamente segue quello in movimento. E’ un riflesso istintivo che, per esempio, sfruttano benissimo i prestidigitatori, maghi ed illusionisti. Mentre fanno qualcosa con una mano bene in vista (che è quella che si segue con lo sguardo), con l’altra, seminascosta, attuano i loro trucchi. Succede anche in teatro. Quando qualcuno si muove ed attraversa il palco, attira l’attenzione dello sguardo del pubblico. Anche questo è un trucco scenico che alcuni attori usano scorrettamente, spesso intenzionalmente, per ottenere quello che si chiama “rubare la scena“. Ecco, lo ha fatto anche Alfredo, non per sua volontà, ma per esigenze di regia. Mentre il padre cantava la sua aria, lui muovendosi, gli ha rubato la scena, distraendo l’attenzione del pubblico che invece che concentrarsi nell’ascolto di Germont seguiva l’andirivieni del figlio. Lo sanno anche i piccoli registi delle recite parrocchiali e scolastiche. Ma il nostro regista venuto dall’est sembra non saperlo.

Non entro nel merito dell’esecuzione musicale, della direzione d’orchestra e delle voci. Dico solo che quando si ha l’orecchio abituato a sentire, anche attraverso registrazioni discografiche, le voci di grandi interpreti del passato, è molto difficile entusiasmarsi per le nuove leve. Certe interpretazioni restano nella memoria e quando si sente una nuova interprete, istintivamente ed automaticamente, si fa il paragone. E molto spesso questo paragone è ingrato per le voci di oggi. Basta anche una minima differenza interpretativa, rispetto alla versione memorizzata, e si ha l’impressione che ci sia qualcosa di strano, di sbagliato. Magari non lo è, ma quella è l’impressione. Del resto, visti i commenti sulla stampa, sembra che alla fine della rappresentazione ci siano stati dei fischi all’indirizzo del regista. Anche gli applausi, quasi di prammatica dopo le arie più celebri, mi sono sembrati piuttosto tiepidi e fatti più per cortesia che per vero apprezzamento.

Bene, basta e avanza. Certo, se questi registi creativi ritengono che sia lecito e giusto, anzi ammirevole, stravolgere le indicazioni del libretto, trasportare l’azione in tempi moderni, ed inventarsi accorgimenti scenici del tutto arbitrari e fuori luogo, dovrebbero avere il coraggio di intervenire anche sul testo. Eh sì, altrimenti corrono il rischio di incorrere in incongruenze madornali. Per restare alla Traviata, ma le altre edizioni di opere “rivisitate” ne sono piene, cito solo due piccole osservazioni. La prima riguarda, nel secondo atto, l’entrata delle zingarelle. “Noi siamo zingarelle venute da lontano”.
Il nostro uomo venuto dal freddo forse non lo sa, ma ormai non è politicamente corretto dire “zingaro“. E’ un’offesa, un insulto. Oggi bisogna dire “nomade di etnia Rom“, o, più semplicemente “Rom“. Allora, se si ambienta l’azione ai tempi nostri, bisognerebbe modificare anche il testo, adeguarlo ai tempi moderni e cantare “Noi siam piccole Rom…”. No?

 

Ancora nel secondo atto, Giuseppe informa Alfredo che Violetta è partita: “L’attendeva un calesse” dice. Poco dopo arriva un Commissario che porta ad Alfredo un messaggio di Violetta: “Una dama da un cocchio…mi diede questo scritto“. Un calesse? Un cocchio? Ma oggi vi capita spesso di vedere una dama su un calesse o su un cocchio andare a spasso sul raccordo anulare, intrappolata in un ingorgo sulla Salerno-Reggio Calabria o ferma ad un semaforo in centro? Caro Tcherniakov, se proprio dobbiamo essere coerenti, allora dobbiamo dire che nei tempi moderni, nei quali ambienta la sua Traviata, cocchio e calesse li troviamo solo nei musei. Tanto vale allora cambiare anche quel testo e dire “Una dama da un’auto…”, oppure, nel caso la sua non fosse disponibile “Una dama da un TAXI…”. Più attuale e rispetta anche la metrica.

Nel terzo atto Violetta chiede ad Annina quanto denaro sia rimasto. “Venti luigi“, risponde Annina. Ma caro il nostro creativo Dmitri, va bene che viene dalla steppa, ma non lo sa che a Parigi, già da molto tempo, i “luigi” sono fuori corso e che oggi si paga in Euro? Allora, faccia l’equiparazione fra luigi ed euro e faccia dire ad Annina che sono rimasti “Pochi euro…”.

Ed infine, nella scena finale, Violetta morente dice ad Alfredo che sarebbe felice di saperlo unito con un nuovo amore: “Se una pudica vergine, degli anni suoi nel fiore, a te donasse il core, sposa ti sia…lo vo‘ “. Una pudica vergine? Lodevole e generoso l’auspicio di Violetta. Ma di questi tempi dove la troverebbe Alfredo una pudica vergine? All’asilo?
Ecco cosa può succedere quando si vuole modernizzare il melodramma. Si verificano queste incongruenze e si cade nel ridicolo. E la Traviata diventa una sorta di tragicommedia fantozziana che merita come commento la più celebre delle battute dal ragioniere nazionale: “E’ una cagata pazzesca!”